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STORIA - TRADIZIONI

Lendinara e Gli Estensi

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 28 2004 pp. 46–51

Nel corso del XIV secolo si definì la fisionomia della cittadina

La recente pubblicazione del volume “Volti di Lendinara, contributi per una storia urbanistica della città”¹ apre uno squarcio stimolante sul passato della cittadina polesana, richiamando in particolare l’attenzione sul XIV secolo, periodo in cui si ebbe a delineare il primo qualificante assetto urbano, le cui tracce permangono tuttora eloquenti nella piazza principale.

Della zona a nord dell’Adigetto, alla fine del XVIII secolo fu realizzata dal cartografo G. B. Marini una bella rappresentazione “a volo di uccello”, oggi conservata presso la Biblioteca comunale, in cui emerge la situazione della piazza lendinarese; una raffigurazione che non si discosta molto dall’attuale, dominata dalla mole della torre maistra del Palazzo Pretorio eretto nell’ultimo decennio del Trecento.

Si deve agli Estensi la volontà di dotare Lendinara di un palazzo-castello e di cingere la cittadina con un vallo e contrafforti di difesa, dei quali non esiste più alcuna traccia. Se non nel toponimo tuttora frequentemente usato per identificare via Duca D’Aosta, chiamata dai lendinaresi via Fossa, a ricordo del fossato che cingeva la città.

La realizzazione difensiva, che restò vari secoli a contrassegnare la fisionomia di Lendinara, è ammirabile in un’altra artistica carta, la seicentesca grande pianta del Mazzante conservata nella Sala Canoziana del Municipio; ed anche ben documentata nella raffigurazione coeva del Gennari (facente parte della collezione Rigobello) ben visibile in una chiara riproduzione che orna una parete della sala consiliare del Municipio lendinarese.

La penetrazione degli Estensi a Lendinara divenne determinante nell’ultimo scorcio del XIII secolo con Obizzo II, personaggio emblematico della casa estense che, dopo aver consolidato il suo potere in Ferrara, facendosi riconoscere “signore”, rivolse la sua attenzione al Polesine. E puntò proprio su Lendinara sino ad allora in mano ai Cattaneo il cui potere all’epoca si stava rapidamente dissolvendo a favore del Comune di Padova che ne aveva acquistato i diritti.

Con una politica accorta quanto determinata, Obizzo II riuscì a farsi cedere dai Padovani i diritti ottenuti, provvedendo poi ad acquistare varie proprietà in Lendinara. Per consolidare ulteriormente il potere acquisito, seguì poi la strada del matrimonio, sposando in seconde nozze Jacobeta Cattaneo, accreditandosi così come erede del nobiliare casato lendinarese. Raggiunto il suo obiettivo, nel 1288 assunse infine il titolo di Signore di Lendinara.

Da questo momento Lendinara condividerà, sia nella buona che nella cattiva sorte, le vicende della Casa d’Este fino al passaggio della maggior parte del Polesine sotto il controllo della Serenissima la quale, con la famosa Guerra del Sale (1482-84), estese il suo potere fino al Canalbianco.

Obizzo II volle dar prova del proprio interesse per il Polesine anche al momento di redigere il proprio testamento, mediante il quale destinò un lascito consistente per la fondazione di un grande convento francescano, la cui realizzazione – per la verità inferiore alle volontà espresse – portò alla nascita del complesso di S. Francesco in Rovigo (oggi chiesa di S. Francesco e S. Giustina) ove ancora sono visibili le arcate medioevali esterne della sala del Capitolo tra le quali è posto lo stemma di casa d’Este².

Alla morte di Obizzo II (1293) si aprì un periodo di grande travaglio per la casa d’Este, con gravissimi dissidi tra i figli Azzo VIII, Aldobrandino II e Francesco che portarono quasi alla dissoluzione della signoria estense. Fu in questo periodo che Lendinara, assieme a Badia Polesine e Rovigo, passava sotto il controllo di Padova. E fra i podestà padovani, che nei primi anni del Trecento ressero la cittadina, è quanto mai degno di memoria Albertino Mussato, poeta ed umanista di grande levatura.

In questo arco di tempo caratterizzato dalle lotte fratricide tra i figli di Obizzo II, va ricordato un fatto d’arme che ebbe come teatro proprio Lendinara, che nel 1305 fu assediata da Azzo VIII in guerra col fratello Francesco il quale, protetto dai padovani, aveva trovato rifugio nel castello lendinarese, salvandosi poi con la fuga.

Fu allora che Venezia, approfittando del clima di totale anarchia abbattutosi su Ferrara, si appropriò della città estense (1309), suscitando però la reazione del pontefice Clemente V, che inviò un suo esercito il quale ebbe la meglio sui veneziani.

Ferrara fu pertanto annessa allo Stato Pontificio ed affidata a Roberto d’Angiò, re di Napoli, insignito del ruolo di vicario del papa, che insediò in città un presidio di militi catalani. Una presenza questa mal tollerata dal popolo ferrarese, il quale nel 1317 insorse, richiamando gli Estensi, che di buon grado ritornarono in possesso della città perduta, senza trovare l’opposizione del pontefice.

Scomparsi i rissosi fratelli contendenti, fu nominato signore di Ferrara Obizzo III che, alleatosi con gli Scaligeri in guerra con i Padovani, riportò il Polesine sotto casa d’Este. E Lendinara nel 1340 fu scelta da Obizzo III come sede di un incontro con Taddeo Pepoli signore di Bologna e l’ambasciatore di Firenze: fu definita un’alleanza, questa volta in funzione antiscaligera, cui aderì anche il padovano Umbertino da Carrara.

Aldobrandino III, che nel 1352 successe ad Obizzo III, si trovò invece ancora schierato con Cangrande II della Scala per difendere i suoi possedimenti dai Carraresi che, alleati con il fratello, tentavano di tornare in possesso del Polesine. La pace intervenne nel 1354 con il riconoscimento del Polesine agli Estensi e la cessione di Vighizzolo ai Da Carrara.

Ad Aldobrandino successe nel 1361 il fratello Nicolò II, detto lo Zoppo, che, dopo aver fronteggiato a Ferrara una rivolta cittadina contro l’eccessiva tassazione, per garantirsi una maggiore sicurezza, avviò la costruzione dell’imponente castello circondato da fossato, affidando l’opera all’arch. Bartolino Ploti Novara³. Provvide pure a rinsaldare il suo potere lungo il Po, costruendo la rocca di Stellata (di fronte al già eretto castello di Ficarolo) e il presidio fortificato di Castelnovo (Bariano).

Alla sua morte (1388) il potere passò al fratello Alberto (soprannominato il Pellegrino per essersi recato in pellegrinaggio a Roma ottenedo benefici dal papa) che continuò l’opera di difesa del Polesine a Rovigo e Lendinara. Fu allora che la cittadina fu cinta da un vallo, difesa da contrafforti in terra e da una palizzata intervallata da “…torrioni forti a guardia delle fosse…” come ebbe a scrivere novant’anni dopo Marin Sanudo, ambasciatore veneto in ricognizione al Polesine conquistato dalla Serenissima con la Guerra del Sale⁴.

Tre porte, sovrastate da una torre, si aprivano nella cinta difensiva, mentre sulla piazza si ergeva il castello, ovvero il Palazzo Pretorio, residenza degli Estensi e sede del Rettore o Podestà, con gli uffici giudiziari, amministrativi e con locali ben sicuri destinati a carcere. Di tale palazzo, di cui rimane tuttora la Torre Maistra che domina piazza Risorgimento, Marin Sanudo diede questa descrizione: “… Ha due Torre grande, et è altissimo. con una Torre maistra e alta arente la porta con el ponte dove per la piazza se entra”⁵.

Sulla piazza già a quel tempo prospettava pure la Loggia comunale sotto la quale venivano letti ed affissi i proclami e conservati i modelli delle principali misure, infissi sul muro, da utilizzare come riferimento nelle attività di scambio.

Delle opere di difesa caratterizzanti Lendinara al tempo degli Estensi faceva parte anche la rocca, appena fuori la cinta, detta Castel Trivellin, di cui resta ancora un arco ogivale nei pressi del ponte che immette nella via che porta alla stazione ferroviaria. Il nome Trivellin a quanto pare non è da relazionarsi con un personaggio o una località ma – ipotizza Rigobello – potrebbe derivare da “rivellino”, ovvero una difesa avanzata, in questo caso oltre la riva dell’Adigetto.

Nel Trecento Lendinara, governata dagli Estensi, assunse dunque una chiara fisionomia, destinata a denotare la cittadina anche nei secoli successivi. Ed in questo periodo, oltre che sul piano politico, si registrarono importanti presenze anche in altri ambiti. In quello religioso innanzi tutto con la presenza, all’inizio del secolo, del vescovo Bonazonta che da Adria spostò a Lendinara la sede vescovile, lasciando un ricordo tuttora visibile nel seggio marmoreo murato nel presbiterio del duomo di S. Sofia.

A San Biagio si insediarono gli Umiliati, la cui importanza, oltre che nell’ambito spirituale, va rintracciata anche sul piano dell’operatività nel settore della tessitura e della lavorazione della lana e del lino. Sorgeva all’inizio del secolo anche il Convento di S. Agata destinato alle monache benedettine.

Sotto il profilo civile ed amministrativo, di rilievo fu l’approvazione, avvenuta nel 1321, degli Statuti che rimasero in vigore fino alla metà del secolo successivo, stabilendo le caratteristiche delle varie cariche preposte a garantire il funzionamento della vita sociale della cittadina. Sul piano economico, infine, va segnalata l’apertura, nel 1385, del primo Banco dei pegni del Polesine condotto da ebrei, in grado di fornire prestiti, utili per lo sviluppo di varie attività produttive.

Lendinara nel XIV secolo si qualifica dunque come una cittadina attiva, integrata nel contesto del territorio estense⁶, contrassegnata da buone relazioni con Ferrara, da cui personaggi di rilievo non disdegnavano muoversi alla volta del centro polesano, e verso cui non erano infrequenti spostamenti degli uomini lendinaresi più attivi o legati alla casa d’Este. Uno sviluppo consolidatosi nei due secoli successivi, tanto da far attribuire a Lendinara l’appellativo di Atene del Polesine.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Lendinara e Gli Estensi”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/lendinara-e-gli-estensi/

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