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STORIA - TRADIZIONI

Rogo Roghi a Melara

Un quadro del sec. XVII, uno stemma e la sua storia

di Raffaele Ridolfi

Ventaglio Novanta n. 29 2004 pp. 60–63

Quante volte osservando un dipinto antico ci poniamo domande alle quali spesso non sappiamo dare una risposta? Dubbi riguardanti l’azione, il soggetto, non sempre idenficabile (specie con i Santi), sia i personaggi minori (i committenti), ma a volte anche gli oggetti rappresentati. E’ risaputo che i pittori un tempo non mettevano mai niente a caso, ogni cosa doveva avere un significato e rispondeva a qualche bisogno del committente.

Nel nostro caso i dubbi riguardavano un grande quadro, oggi depositato nella sacrestia della chiesa di Melara (appartenente alla precedente chiesa di san Materno, demolita nel 1732) che raffigura i santi Rocco, Sebastiano e Vincenzo Ferreri. E’ del secolo XVII e forse contrassegnava un altare.

Non passano certo inosservati due stemmi collocati uno in basso a destra e l’altro a manca.

Quello a sinistra l’ho identificato con l’emblema della comunità di Melara ed è stato già descritto a proposito di uno studio sul sigillo del paese¹. L’altro è al centro di questo intervento e ci dimostrerà come, con un pizzico di curiosità, un semplice quadro possa farci conoscere cose interessanti.

Lo stemma e la scritta al suo interno

Lo stemma in questione raffigura una torre in fiamme: un rogo in definitiva (le cui fiamme rosse appena si notano nella riproduzione fotografica). Le parole scritte sotto identificano un tale Rogo Roghi.

Sono solo in parte leggibili perché coperte dalla cornice e quindi la ricostruzione sarà un po’ lacunosa, eccola: ROGUS ROG(I)/ MELLARIAE/ CURARE F(ECIT)/ EXPEN(SUM) DIV(IS), con questa mia personale traduzione: Rogo Roghi di Melara per guarire fece (questo ex voto o dipinto) ad espiare (verso) i Santi (Rocco, Sebastiano e Vincenzo Ferreri).

Ma cosa si può scovare su di un determinato personaggio, vissuto così tanto tempo fa? Qualcosa in verità è saltato fuori dagli archivi, anche perché il Roghi, appartenendo ad un ceto sociale benestante, ha lasciato tracce delle sue vicende terrene.

Il casato Roghi

Sappiamo che i Roghi non figuravano fra le famiglie che ab antiquo dimorarono in Melara: prima del 1615, infatti, non ci sono riscontri del loro cognome nei registri parrocchiali. I luoghi d’origine di Rogo Roghi, anche se diversamente segnalati, sono oggi abbastanza circoscritti: la prima volta, al suo primo matrimonio nel marzo 1615 con Fiore Reggiani, viene indicato originario della parrocchia di Castelnuovo, diocesi di Arimine (Rimini)², nel secondo matrimonio del 1624 con Orsina Giudotti Savanuzzi invece non compare nulla³. Mentre è scritto di “status Urbini nunc Mellariae” per ben due volte nell’anno 1628⁴. Da un catasto dell’anno 1626 veniamo poi a sapere che assieme alla moglie era proprietario di oltre 130 biolche ferraresi del tempo, un’enormità in rapporto al terreno coltivato di allora.

Dalla prima moglie avrà almeno quattro figli, fra cui Bernardino (1618-1665) che ebbe sepoltura in chiesa. Da questa discendenza ebbe origine anche Gregorio (1671-1748), capitano delle truppe papaline in paese, che, sposatosi ben quattro volte, fu pure sindaco del paese nel Settecento.

Ma, nel periodo del nostro Rogo, altri di questo ramo, quasi sicuramente parenti, erano presenti a Melara. Troviamo così registrato nel marzo 1632 tale “domino Andrea Rogus urbinatur” ed il sacerdote Matteo nel 1633⁵. Quest’ultimo poi diverrà rettore della chiesa di Massa Superiore e sarà un’importante figura per il rilancio del piccolo paese rivierasco⁶.

Abbiamo appurato come Rogo avesse origini lontane, addirittura nello stato d’Urbino; come mai fosse qui è facile da ipotizzare: egli abitava nei territori del Papa e quindi era facilmente arruolabile fra le sue truppe. Forse era in cerca di fortune fra le milizie, o solo semplicemente stava cercando di dare un po’ di lustro al suo casato. Comunque sia, Rogo si sposa con una delle maggiori possidenti del posto, una Reggiani o Resani come a volte veniva identificata. Teniamo conto, e qui la storia locale ci aiuta, che eravamo nei primi anni in cui si erano bonificate le terre, grazie al Bentivoglio, quindi erano attrattiva sia di nuovi coloni che di nuovi signori⁷.

Col secondo matrimonio Rogo si apparenta con una famiglia notabile del capoluogo Ferrara, i Savanuzzi che qui in Melara avevano case, terreni ed attività (erano notai), e che a Ferrara erano iscritti nel consiglio Centumvirale già dall’anno 1616⁸. Insomma un personaggio che ci teneva ad abitare nella terra dell’estremo baluardo dello stato pontificio di allora e che voleva mantenere legami col potere centrale del tempo.

Rogo lo troviamo poi insignito della carica di Governatore dal dicembre 1629 al maggio 1630 proprio nel periodo in cui è più intensa la guerra per la successione del ducato di Mantova, resa famosa perché si portò anche al suo seguito la peste di manzoniana memoria⁹.

Dove dimorava?

Difficile a dirsi con esattezza, ma quand’era governatore poteva abitare nella rocca. In un resoconto del Governatore Bonaccioli, che descrive le case notabili della Visconteria di Melara del 1768, infatti, egli indica che la dimora abituale dei Governatori era la rocca, come d’altronde era stata prima sotto gli Este per circa 150 anni. Oppure, come qualcuno ipotizza, in centro paese nella dimora poi dei Borghi-Leati, adiacente all’argine del Po¹⁰. All’interno di questa residenza si notano infatti alcuni stemmi sopra le porte, uno di essi raffigura quello del Roghi, da me visto qualche anno fa¹¹.

C’è da azzardare, forse prematuramente, che i rimanenti stemmi dipinti siano quelli degli altri governatori che si sono succeduti negli anni, ma non è escluso siano dei casasti che possedettero la dimora. Forse più semplicemente, si può ipotizzare che il Goverantore usufruisse della rocca quando non aveva a sua disposizione una abitudine più comoda e signorile.

Chi è il committente del quadro?

E’ molto interessante la fattura di questo quadro seicentesco. Le grandi dimensioni ci suggeriscono un ambiente adeguato e sarei propenso per la chiesa locale, visto che compare nelle visite pastorali dall’anno 1656, ma non è escluso anche la dimora degli stessi Roghi.

Ad ogni modo i due stemmi, della comunità e del Roghi, sembrano essere stati aggiunti dopo perché di altra mano, quasi infantile nella cura, diversa dal resto del dipinto, ben curato. Nel mio precedente intervento ero propenso a credere che fosse stato fatto dipingere dal Rogo stesso, come ex voto per lo scampato pericolo della peste, ma ora, pur mantenendo questa ipotesi si potrebbe propendere per un intervento postumo, forse anche del figlio Bernardino, sempre per la peste ma anche in memoria del padre. Oppure si può pensare che lo avesse fatto fare Rogo, mantenendolo nella sua dimora e che solo alla donazione effettuata dal figlio alla chiesa siano stati aggiunti i due stemmi.

Conclusioni

Al di là della storia dei Roghi, due brevi considerazioni con inviti agli studiosi si possono fare alla fine di questo intervento.

La prima riguarda la figura del Governatore. Da tempo sappiamo che, a partire dalla Devoluzione del 1598, la Transpadana aveva questa figura istituzionale. Essi erano eletti dalla Consulta romana (quindi una longa manus del legato a latere pontificio con sede a Ferrara) ed avevano il controllo di altre piccole “ville” vicine, divenendone per le popolazioni punto di riferimento civile e giudiziario.

Ma perché alcuni erano Podestà ed altri Governatori? Era solo una questione di grandezza oppure subentravano altri fattori? Veri e propri studi polesani su queste figure non sono ancora stati fatti con completezza. Un invito esplicito quindi ai ricercatori a fare la loro conoscenza, con nomi, provenienza, titolo, attività e quant’altro, che di riflesso potrebbero fornirci indicazioni sul modo in cui erano amministrate e tenute in considerazione queste terre, aggiungendo così nuovi tasselli alla nostra storia.

La seconda è che i registri parrocchiali sono ancora una volta una fonte importante alla quale attingere, alla pari dei documenti dell’archivio stesso. E ciò perché in questi libri non sono certo rare le citazioni di personaggi di spicco locali. Se abbiamo pazienza, leggendo fra le righe, spesso ricostruiamo uno spaccato della società del tempo: così tra le polverose pagine scorgiamo il notaio, il dottore, il sacerdote, il predicatore, il signore del posto, il “mastro” e per fortuna anche i governatori, almeno dalla fine del Cinquecento in poi. Inoltre fra le sepolture all’interno della chiesa, minuziosamente annotate nei secoli XVI-XIX, verremmo a conoscenza dei personaggi più in vista del paese, in tutte le epoche sino almeno all’editto di Saint Claude ad inizio Ottocento. Ma quanto abbiamo fatto nella nostra diocesi per il riordino degli archivi parrocchiali? Sono cunsultabili, oppure in balìa del tempo o degli umori parrocchiali del momento?

Utilizzo dei contenuti

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Come citare questo articolo

Raffaele Ridolfi. “Rogo Roghi a Melara”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/rogo-roghi-a-melara/

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