Merica, Merica, Merica… Come non ricordare il coretto che per primo ci ha accolto, con tanto affetto, nella bella chiesa di Veranopolis, intonando le canzoni degli emigranti veneti? Parole struggenti ma anche di grande speranza, che ci hanno trasportato di colpo nel clima della partenza di fine ottocento. Parole in grado di comunicare immediatamente l’idea delle sofferenze e delle attese di chi lasciava la terra d’origine per raggiungere la sconosciuta lontana ‘Merica.
E che dire dell’incontro serale nella ‘colonia’, ovvero nel sobborgo rurale di La Paz (la pace)? Qui, dopo una visita al bell’oratorio, primario punto di aggregazione e di conforto per i nostri emigrati, siamo stati accolti nel complesso ricreativo, costruito rubando ore al sonno, con l’obiettivo di non dimenticare il Veneto.
Qui infatti ogni sera rivivono le tradizioni nostrane dello svago, come il gioco delle bocce, la briscola con gli amici, la morra, e qui si conversa con il dialetto dei padri, tuttora vivissimo.
Durante la cena, tutti disponibili a scambiarci opinioni ed informazioni sulle rispettive realtà, e poi anche a cantare e ballare assieme, sentendoci davvero parte della stessa comunità, quasi increduli che dodicimila chilometri ci separassero dal Veneto e dal Polesine.
A Veranopolis abbiamo gustato i cibi della tradizione veneta come “i cappelletti in brodo” e quelli della nuova terra come il “churrasco”, carne ai ferri della cucina gaucha, servita direttamente nei piatti da spiedi a forma di spada. Abbiamo bevuto merlot e cabernet dei vigneti ‘veneti’ del Brasile.
Proprio così, a dodicimila chilometri da casa sentirsi veneti tra veneti, per scoprire che proprio ‘là’ tuttora prosperano le tradizioni più genuine. Proprio quelle che noi ‘qui’ diciamo di voler preservare facendo convegni di studio per sottolinearne l’importanza, ma che loro ‘là’ in Brasile preservano davvero, facendole rivivere giorno dopo giorno, sentendole parte essenziale della loro vita, importanti come il cibo perchè nutrono la loro anima veneta, la quale si alimenta attingendo al patrimonio culturale degli antenati.
Una terra verdissima quella di Veranopolis, dove il nostro inverno corrisponde alla loro estate, un’area vasta, posta a settecento metri sul livello del mare, ed ancora oggi per la maggior parte caratterizzata dal “mato”, ovvero da una fitta foresta che ammanta le colline lasciando spazio a campi coltivati a granoturco, soia, ma soprattutto destinati ad estesi frutteti e specialmente a vigneti carichi di uva.
E non ci hanno lasciati delusi le visite alle aziende vinicole, che rapidamente si stanno modernizzando con la guida di enologi che spesso hanno frequentato corsi di specializzazione nel nostro Veneto, regione alla quale si guarda sempre come ad un imprescindibile punto di riferimento.
E le fabbriche? Abbiamo visitato quella dei fratelli Dal Ponte, che a Veranopolis non producono grappa come l’omonima ditta veneta, ma scarpe per lo sport ed il tempo libero. Quante al giorno? Undicimila paia! Un’industria efficientissima e tecnologicamente quanto mai avanzata, all’avanguadia a livello mondiale. Ma non è la sola, come dimostrano nuovissimi stabilimenti che sorgono nella zona.
In questa parte del Brasile si lavora dunque sodo, come sanno fare i veneti del nord est italiano. E loro, i veneti del Brasile, sono ben consapevoli di ciò e ne vanno giustamente orgogliosi.
E il lavoro ha sempre più come base di riferimento la preparazione; lo studio quindi, per il quale a Veranopolis, si possono frequentare anche alcuni corsi di laurea dipendenti dall’università di Caxias do Sul, che abbiamo visitato, accolti dal rettore Luis Antonio Rizzon, cortese nell’illustrarci gli attuali impegni in essere.
Quel giorno, Caxias era pavesata a festa per l’arrivo di Lula, il presidente del Brasile su cui molti fanno affidamento per un miglioramento delle condizioni socioeconomiche del popolo. Nel pomeriggio, dopo la visita alla chiesa di S. Pellegrino, alla Casa de Pedra, seguita da un passaggio al ben documentato Museo dell’Emigrazione, abbiamo assistito alla sfilata in attesa del presidente, per portarci poi in un agriturismo al momento della cena. Durante la quale un trio canoro ci ha fatto scoprire altre suggestive canzoni dell’emigrazione e della tradizione veneta.
Dopo cena visita alla imponente Festa dell’Uva di Caxias, con magnifici stand a tema, ed altri dedicati ad esposizioni varie, specie di tipo artigianale. E poi ancora, e sempre prioritarie, le tradizioni dell’emigrazione dal Veneto.
L’indomani nuovi itinerari nel circondario di Veranopolis, nella zona della cascata e della grotta abitata in tempi antichi da aborigeni. Ancora visite ad aziende agricole e, a sera, festa gaucha in un apposito grande spazio coperto.
Ed altri itinerari l’indomani con significative soste, come alla casa Saretta, la più antica del paese tuttora esistente: costruita all’inizio del ‘900 è conservata con cura ed adibita a punto di informazione turistica e vendita di prodotti dell’artigianato. Di grande rilievo poi il monumento all’emigrante, costruito nel 2000, posto all’ingresso della città: su un’alta piattaforma si ergono le statue dei componenti di una famiglia con i costumi tipici di fine Ottocento. Accanto una grande mela, simbolo di una delle coltivazioni tipiche della zona, e la scritta “Veranopolis, terra della longevità”, a ricordare che di tutto il Brasile questo è il posto dove maggiori sono le aspettative di vita.
E la buona aria delle colline che circondano la conca cittadina, ricoperte da boschi, intervallati da frutteti, è una garanzia immediata del respirare sano, mentre veniamo informati che qui, nella “sierra gaucha”, l’energia elettrica si produce solo utilizzando la forza motrice di ‘sorella acqua’, permettendo soltanto ad una storica locomotiva a vapore di indirizzare al cielo pennacchi di fumo.
La locomotiva non si accantona.
Ci mancherebbe! E’ un simbolo. E’ la “Maria Fumaça”, il trenino degli emigranti che, oggigiorno, più festoso che mai – contornato da splendide ragazze pronte a porgere calici di vino rosso, e suadenti nell’intonare i canti dell’emigrazione – accoglie i turisti che sembrano proprio non mancare in questa terra dal cuore veneto, che abbiamo cominciato ad amare.
Per finire, da registrare due momenti di saluto rivolti a noi polesani, in procinto di lasciare Veranopolis: uno notturno e spumeggiante sul palco del carnevale della città, in un tripudio di colori, suoni, samba e ballerine come si conviene in Brasile; l’altro l’indomani in una chiesa gremitissima, con una messa concelebrata dal parroco locale assieme ai portoviresi don Anfolso e don Lino. Prima della benedizione finale, tutti presso l’altare per il saluto collettivo del buon viaggio a noi, veneti del Veneto, dai veneti di Veranopolis e la promessa di rivederci: il gemellaggio è iniziato sotto una buona stella.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Il cuore veneto del Brasile”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-cuore-veneto-del-brasile/