Vi sono ricorrenze che, seppure importanti per la storia economica e sociale di una comunità o di un’istituzione, spesso passano dimenticate o ignorate e, pertanto, rimane agli studiosi del passato il dovere e il piacere di rievocarne la memoria.
È il caso della Bonifica eseguita dal marchese Enzo Bentivoglio, la grande opera di prosciugamento dell’Alto Polesine ex-ferrarese, della quale ricorre con il 2014 il quarto secolo dalla sua attuazione.
Iniziata nel 1610, su progetto e direzione del grande perito idrostatico Aleotti (detto l’Argenta, 1546-1636), la “Bonifica Bentivoglio” venne collaudata nel gennaio del 1614. Per la verità si trattò di un collaudo formale, limitato alle infrastrutture primarie (il completamento della rete drenante richiese ancora una decina d’anni), insomma nientemeno che uno stratagemma per dare inizio alla riscossione dei “terratici”, cioè degli oneri consortili. In ogni caso l’evento fu gravido di conseguenze, perchè può essere considerato come l’atto di nascita del Consorzio di Bonifica Padana (in seguito Padana-Polesana e oggi Adige-Po), un’istituzione fondamentale per un territorio ad elevato rischio idraulico come il Polesine.
In seguito al citato collaudo, si costituì infatti un organismo elettivo, denominato Congregazione dei Conservatori della Bonifica, deputato all’imposizione e riscossione di oneri per la manutenzione e il miglioramento delle opere idrauliche, originariamente formato da 5 membri, scelti fra i maggiori possidenti delle terre bonificate. Si trattava di uno dei consigli di gestione dei numerosi consorzi di bonifica allora operanti nel Polesine, sia ferrarese che veneziano, nemmeno il più antico, ma sicuramente il più importante, per la vastità dell’area assoggettata e il più efficiente, grazie ai suoi ampi condotti che scaricavano mediante chiaviche nel fiume Po: a Salara il cavo della bonifica Superiore o di Zelo; a Occhiobello il cavo della Bonifica Inferiore o di Stienta.
Per questo motivo, nel tempo ebbe la capacità di accorpare dapprima i piccoli consorzi limitrofi delle cosiddette “terre vecchie”, diventando nel 1816 Consorzio della Bonificazione di Stienta e Terre Vecchie Unite, al quale si aggregarono nel 1852 altri otto consorzi elementari dell’Alto e Medio Polesine che formeranno il Consorzio di Bonifica Padana¹.
La sua fusione con il Consorzio di Bonifica Polesana, avvenuta per decreto legislativo nel 1970, porterà alla nascita del Consorzio di Bonifica Padana-Polesana, un comprensorio stretto fra gli argini del Tartaro-Canalbianco e del Po, esteso dai confini con la provincia di Mantova al ramo del Po di Levante.
Il Lago di Palù Maggiore
Non ci si vuole addentrare nelle vicende che determinarono queste trasformazioni, storie recenti per le quali si rimanda all’abbondante letteratura edita², invece, si intende qui ricordare le origini “bentivolesche” del Consorzio di Bonifica del Polesine, con la pubblicazione e il commento di un’inedita mappa, eseguita qualche anno dopo l’opera di prosciugamento³.
Essa raffigura la vasta depressione orografica compresa tra Stienta, Runzi e Ficarolo, ove esisteva una specie di lago di pianura, il Lago di Palù Maggiore, che si riteneva impossibile prosciugare coi mezzi di allora e che perciò rappresenta la migliore dimostrazione dei risultati ottenuti dalla Bonifica Bentivoglio (fig. 1).
Tale compendio di terre vallive era quasi interamente di proprietà della famiglia Perondelli (detti anche Perondoli), antico casato ferrarese di origini toscane, già fattori generali dei duchi d’Este, i quali nel 1632 incaricano il perito Girolamo Ferri di farne una mappa, al fine di tracciare la linea di confine in seguito alla divisione del fondo tra Alfonso Perondelli e la sorella Fiordespina Fiordebelli (curioso nome assunto da quando professò i voti di monaca di clausura nel monastero di S. Antonio in Polesine, tutt’ora esistente in Ferrara). Alla morte di costei, il fratello ne diverrà proprietario e il fondo resterà indiviso fino allo spoglio francese di fine ’700.
Disegnata con sfumature verde-azzurro ad acquerello (con il Nord orientato in basso, come si usava all’epoca) la mappa del perito Ferri evidenzia anche le proprietà adiacenti, in buona parte possedute dalla nobiltà, enti religiosi e borghesia ferrarese (Bentivoglio, Beccari, Fiaschi, Bononi, Abbazia di S. Benedetto, ecc.) e i principali fabbricati, tra i quali una dettagliata raffigurazione del centro abitato di Runzi.
Essa denota un primo aspetto interessante, nel dimostrare che la bonifica Bentivoglio, qui imperniata sul condotto Nappi affluente del Cavo di Runci (attuale Cavo Bentivoglio), non era riuscita a prosciugare del tutto questa depressione, nella quale sono ancora evidenziati con tonalità tendente all’azzurro, diversi acquitrini ancora chiamati Laghi di Palù Maggiore, collegati tra di loro da un condotto chiamato Buriolo.
Ai lati della Palude Maggiore vi sono a sinistra i laghi di Rio (odierno Canarin) e Marionda e a destra i Laghi Novi, distesi fra Corà e Trento. Tutto il restante in tonalità verde chiaro, raffigura una distesa di prati umidi destinati al pascolo e alla raccolta di foraggi, ma non alla coltivazione. Ciò conferma l’esattezza della tradizione orale così come raccontata dai nostri anziani, che asserivano l’esistenza in questa zona di chiazze paludose, canneti e prati fino agli inizi del Novecento, quando la valle venne definitivamente bonificata con l’escavo del Collettore Padano-Polesano. Questo nuovo canale, che nel tratto iniziale si sovrappose al Cavo Nappi (dal nome del socio del Bentivoglio nell’impresa bonificatoria), era molto più profondo dei precedenti ed aveva esito nel Canal Bianco a Cavanella di Adria (cioè, ad una quota prossima allo zero s.l.m.), anziché nel Po, il cui letto si era rialzato per sedimentazione interna di sabbie e limi, ostacolando sempre più il deflusso dei condotti bentivoleschi.
Tutto ciò non deve far pensare che l’opera di bonifica del Bentivoglio sia stata inefficace o mal eseguita, né la presenza di un valente perito idrostatico come l’Aleotti lascia spazio a questi dubbi. Bisogna, infatti, considerare che le mappe precedenti rappresentavano queste valli interamente ricoperte d’acqua, la cui profondità variava tra i 4 e 8 piedi ferraresi, vale a dire 1,5-3 metri circa, per cui l’unica attività che vi si poteva esercitare era la pesca⁴. Inoltre, bisogna tener conto che i terreni in seguito alla bonifica tendono naturalmente a costiparsi ed abbassarsi, per cui la loro giacitura in questo punto critico si era ridotta ad appena 4-5 metri sul livello del mare. Con un gradiente di caduta così limitato, sarebbe impossibile anche oggi eseguire un’efficace bonifica per scorrimento naturale, tant’è che la soluzione definitiva al problema si è avuta solo con l’introduzione delle idrovore meccaniche lungo l’asta del Collettore Padano-Polesano, una tecnologia che non era disponibile nel ‘600.
Corte Palù e la Bonifica Bentivoglio
Il perito Ferri evidenzia nel suo disegno anche la presenza di un fabbricato in muratura, costruito sull’unico rilievo esistente all’interno dell’area bonificata. Si tratta di “Corte Palù”, oggi fatiscente e in stato di abbandono, probabilmente costruita dai Perondelli nei primi decenni del ‘600, per dare riparo ai bovai e al numeroso bestiame che sfruttava l’abbondante foraggio della valle. Corte Palù è solo un esempio del ben più vasto appoderamento che in seguito alla Bonifica Bentivoglio interesserà le terre più rilevate e fertili, con la costruzione di sovrastanti edifici rurali e un incremento demografico mai visto prima d’allora.
Scrisse al riguardo il Penna: “…La bontà e fertilità di questo paese prolifica così e alletta tanto li vicini a venire ad abitarlo, che è stupore come si popola, né saprei che miglior testimonio addurre, che rappresentare, che le chiese si sono rese così incapaci del popolo, che bisogna di presente ampliarle”. E il Frizzi conferma: “…cominciò ad aumentarsi col prodotto la popolazione traspadana Ferrarese per modo che divenne in proporzione delle altre quella porzione della nostra provincia la più abitata ed ubertosa”⁶.
Pur con i suoi limiti, la bonifica Bentivoglio fu, dunque, una grande conquista per il Polesine e gettò le basi dell’attuale istituzione consortiva. Anche se il tempo ha ormai sfumato il ricordo di quegli eventi, ci compete il dovere se non della riconoscenza, almeno quello di non dimenticare la nostra storia.
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Come citare questo articolo
Stefano Ghirardo, Michelangelo Caberletti. “I 4 secoli della bonifica Bentivoglio”. Ventaglio Novanta, n. 49, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-4-secoli-della-bonifica-bentivoglio/