Quando si trascorre del tempo con le persone più anziane, spesso e volentieri ci si imbatte in racconti legati al lontano passato e ai ricordi di gioventù, nei quali, sovente, il paesaggio polesano e gli antichi corsi d’acqua sono i protagonisti. E tra questi, un ruolo particolare assume il rivo più vicino a casa, familiarmente chiamato “il canale”.
Un tempo, in Polesine, il canale era parte integrante di chi vi viveva appresso, rientrava nella quotidianità delle persone attraverso vecchie usanze e antichi lavori, manualità e gestualità tramandate da generazioni, ora in gran parte perdute.
Lungo il canale, nelle calde giornate estive, i ragazzi si ritrovavano per un bagno rinfrescante, le donne si radunavano per fare il bucato, si praticava abitualmente la pesca di sussistenza con piccole imbarcazioni e con l’ausilio di svariati tipi di reti; le piante palustri come la tifa, la carice e la cannuccia si utilizzavano per produrre stuoie, impagliare le sedute o rivestire i coperti, nei piccoli fazzoletti di terra affacciati sull’acqua piccoli frutteti allevati a vaso e vigneti familiari si intervallavano a filari di salici da ceste, in gergo dialettale “stroppari”, capaci di ravvivare col caratteristico giallo dorato le grigie giornate invernali.
Il ricambio generazionale e l’evoluzione che ha interessato la società odierna ha comportato il totale abbandono di questi usi e tradizioni, e, di conseguenza, il paesaggio rurale ne ha risentito fortemente, perdendo gran parte del suo fascino originario. Ma fortunatamente – come spesso accade nel Polesine occidentale – percorrendo strade alzaie e arginali, ci si può ritrovare in contesti unici che ci riportano direttamente nel passato, quasi a rivivere un’epoca perduta.
L’esempio ci viene dal diversivo Malopera, antico canale alto polesano di notevole valore storico ambientale. Nasce a Badia Polesine in località Bovazecchino da una grossa chiavica a ridosso dell’argine maestro dell’Adige. Da sempre gli storici si sono dibattuti sulla sua origine: probabilmente è riconducibile alla fine del XII secolo, quando, a seguito di violente rotte dell’Adige, si sarebbero creati due nuovi corsi d’acqua: il Malopera e il Castagnaro. Secondo la teoria del Bocchi, invece, la formazione si ricollegherebbe al 1438, anno in cui la Serenissima entrò in conflitto con i Visconti di Milano e i Gonzaga di Mantova. Questi ultimi, forti di una flotta di galeoni, dalle valli del Tartaro avanzarono, aprendo due squarci nell’argine dell’Adige, uno in località Castagnaro e l’altro presso la Volta dello Zecchin (attuale Bovazecchino) disalveando l’Adige e impaludando per decenni buona parte del Polesine, da cui il termine “malopera” (cattiva opera): si farebbe pertanto riferimento ad un’azione bellica a danno del territorio e delle popolazioni locali.
Attualmente il Malopera con i suoi nove chilometri scorre verso sud interessando quattro municipalità: Badia Polesine, Giacciano con Baruchella, Canda e Trecenta in località Pissatola. E proprio qui si allarga generando un piccolo gorgo, con origini geomorfologiche diverse dagli altri gorghi trecentani, generato probabilmente da una più profonda erosione delle acque che vi scorrevano, o dalla violenta irruzione d’acqua in antiche alluvioni. Il Malopera, dopo circa un chilometro di tratto estuariale, termina sfociando nella Fossa Maestra, ex Castagnaro.
Ma cosa rende unico e particolare questo piccolo corso d’acqua ai giorni nostri? Oltre al contesto paesaggistico di rilevante importanza, vi è da sottolineare la qualità dell’acqua: come diversivo dell’Adige le acque fresche e chiare del Malopera presentano caratteristiche idonee alla formazione di un prezioso habitat adatto a numerose specie di animali e piante, in forte contrazione demografica su tutto l’areale padano.
La componente vegetale è caratterizzata da essenze legate all’acqua. Tra le piante palustri ritroviamo diverse specie di Carice, la Salcerella, il Giaggiolo, la Cannuccia palustre, mentre la flora acquatica è rappresentata dalla Vallisneria spiralis, il Ceratofillo, il Millefoglio d’acqua e il Poligono anfibio. Queste ultime indispensabili per l’ossigenazione e la fitodepurazione da inquinanti e sostanze organiche prodotte dalle attività antropiche che altrimenti rischierebbero di compromettere il delicato ecosistema dell’intero canale.
Presso le rive è diffusa la formazione di siepi in cui è rintracciabile l’Olmo campestre e la Robinia pseudoacacia, in prossimità del gorgo una fascia boscata caratterizzata da Pioppo nero ibrido, Salice bianco, Acero campestre, Sambuco e Sanguinella crea un importante area di rifugio e nutrimento per la fauna selvatica.
Tra gli uccelli rintracciabili e udibili diverse sono le specie di passeriformi, tra questi, nel periodo primaverile ed estivo: la Capinera, l’Usignolo, il Beccamoschino, il Pigliamosche e l’elusivo Rigogolo. Nel periodo autunnale e invernale altri piccoli passeriformi come: il Pettirosso, il Codirosso spazzacamino, il Fringuello, il Luì piccolo, il Regolo e lo Scricciolo.
Altre specie legate al bosco e alle siepi sono il Picchio verde e il Picchio rosso maggiore, abili cacciatori di insetti presenti nel terreno e nel legno marcescente, l’Averla piccola ghiotta di insetti, il Colombaccio riunito in imponenti stormi e l’Upupa che nidifica nelle cavità degli alberi. Tra i rapaci osservabili da segnalare il Gheppio, il raro Lodolaio, il fulmineo Sparviero e la massiccia Poiana, abili cacciatori diurni che cedono il proprio ruolo, nelle ore notturne, ad altri rapaci strigiformi come la Civetta, il Gufo comune e l’Assiolo, udibili nelle serate estive.
Lo specchio d’acqua del gorgo Malopera e l’allargamento del canale omonimo sono popolati dalla Gallinella d’acqua, dal Tarabusino e dall’Airone cenerino, rispettivamente il più piccolo e il più grande della famiglia degli Ardeidi, ma senza dimenticare il coloratissimo Martin pescatore, appariscente uccello dal piumaggio blu elettrico, abile cacciatore di pesci che cattura con rapide immersioni.
Nelle ore più calde, soprattutto in primavera, è possibile osservare le grandi testuggini palustri appartenenti al genere Trachemys, rettili originari del Nord America ed importate in Italia come animali da compagnia, utilizzano le sponde e la vegetazione emergente per termoregolarsi al caldo sole primaverile.
Nelle fresche serate di fine inverno, tra febbraio e aprile, è ancora possibile udire il flebile canto della Rana di Lataste, raro anfibio endemico della pianura Padana.
Nelle ore notturne, percorrendo i sentieri che si inoltrano nelle macchie boscate, si può sorprendere la sfuggente Volpe, la Donnola e il Riccio. Sempre di notte, se si rimane in silenzio, si può percepire il richiamo tipico di alcuni specie di pipistrelli, tra queste il Molosso del Cestoni e il Pipistrello albolimbato, se si è più fortunati, osservando la superficie dell’acqua si può scorgere il Myotis daubentonii, un piccolo pipistrello che caccia gli invertebrati e insetti acquatici.
Infine, per quanto riguarda l’ittiofauna, l’acqua oligotrofica e ben ossigenata proveniente dall’Adige consente la presenza di molte specie autoctone particolarmente esigenti e in forte contrazione in tutto il loro areale, come il Cavedano, il Luccio (fenotipo autoctono), il Persico reale, la Scardola, la Tinca, il Ghiozzo padano e il Gobione. Tra le specie alloctone di particolare rilevanza si segnala: l’Aspio, pesce di recente introduzione proveniente dal bacino del Danubio, il Persico trota e il Persico sole, questi ultimi originari del Nord America.
Numerosi animali che, come i protagonisti della scena teatrale, compaiono e si susseguono con l’alternarsi del giorno e della notte e con il cambio delle stagioni, sta allo spettatore attento e silenzioso scorgerli, all’occhio distratto può sembrare un ambiente povero e per certi aspetti monotono, ma i numerosi monitoraggi condotti nel corso degli ultimi anni ci rivelano l’esatto contrario.
Malopera, un esiguo corso d’acqua e un piccolo gorgo che racchiudono al loro interno una ricca componente floristica e faunistica, animali e piante sempre più rari da osservare; un itinerario che merita di essere valorizzato e riqualificato in virtù del suo percorso, in cui storia e natura si intrecciano, in grado di trasmettere emozioni a coloro che ricercano le atmosfere e i paesaggi di un Polesine antico.
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Come citare questo articolo
Michele Zanotti, Alessandro Micheletti. “Il Malopera e le sue acque”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-malopera-e-le-sue-acque/