Dopo la caduta definitiva della contea vescovile, avvenuta nel 1221 con la cessione del feudo di Ariano agli Estensi, la Casa d’Este governò quasi ininterrottamente il territorio adriese fino al 1511, quando Adria passò definitivamente sotto il governo della Serenissima.
Se inizialmente la Signoria guardò a queste terre come luoghi di sollazzo e di svago – in cui la corte di Ferrara poteva esercitare la caccia e la pesca oppure anche riposare nei palazzi sparsi qua e là nella campagna – a partire dalla metà del XIV secolo essa iniziò a rivolgere un’attenzione tutta particolare a questo territorio.
Un catalogo compilato da F.A. Bocchi elenca tutti i nomi dei rappresentanti della Signoria Estense che dal 1358 al 1511 hanno governato il territorio di Adria dapprima con il titolo di “giudice” e poi con quello di “visconte”. Generalmente erano esponenti della diplomazia e della cultura ferrarese incaricati di esercitare il potere nel nome del duca e di promuovere iniziative destinate ad elevare il tenore di vita dei sudditi. Non a caso nel 1442 Leonello d’Este concesse alla “Magnifica Comunità d’Adria” l’aggiornamento dei suoi antichi Statuti già in vigore fin dai secc. XIII – XIV.
Artisti di chiara fama ad Adria nel XV secolo
E proprio in quegli anni giunsero ad Adria artisti di grande rilievo come Michele Dini di Niccolò, detto Michele da Firenze (1440 circa) e l’anonimo Maestro del Monumento Fava (1450 circa). Entrambi artisti girovaghi di grande talento: il primo “grazioso discepolo di Lorenzo Ghiberti”¹ “documentato a Firenze, Ferrara, Verona dal 1403 al 1443”², il secondo “anonimo seguace di Jacopo della Quercia… attivo in zone dell’Italia Settentrionale…”³. Entrambi lasciarono nelle due più importanti chiese della città segni indelebili del loro passaggio artistico, a tutt’oggi testimoniato da alcuni preziosi frammenti d’altare che riportano: da un lato in cattedrale, alle origini di una particolare devozione mariana rivolta alla Madonna della Vita, detta anche Madonna della Salute; dall’altro nell’antichissima Basilica della Tomba, alla devozione del Transito della Vergine confermata fin dalla prima metà del Quattrocento.
Le origini della devozione alla Madonna della Vita
Ci interessa qui prendere in considerazione soprattutto l’opera del primo artista citato, ovvero Michele Dini detto Michele da Firenze.
Ad Adria, verso il 1440, al lato della porta maggiore rivolta ad occidente (ora parete di fondo) della vecchia Cattedrale – oggi tempio dedicato a San Giovanni Battista – si poteva ammirare uno splendido altare in cotto realizzato dal plastificatore fiorentino. (Probabilmente gli altari erano due, ma a noi è giunta testimonianza di uno solo di essi).
Nel 1637 il canonico Ippolito Bocchi⁴ così presentava l’artistica pala: “Fra i Santi che s’attrovavano in quella Palla v’erano una Madonna nel mezzo con un Crocefisso di sopra con queste parole ‘Mors mea, vita tua’..” precisando che i fedeli più anziani ricordavano di aver assistito in gioventù alla celebrazione della Messa proprio davanti a quella pala particolarissima.
“Questa Beatissima Imagine è stata discoperta sino l’anno 1634 al mese di Aprile” scrive poi Ippolito, attribuendone il merito al vescovo Germanico Mantica (1633-1639). Fu appunto in occasione della sua prima Visita alla cattedrale che il Presule si accorse della sacra Immagine della Vergine “custodita con poco decoro” nonostante la persistente devozione dei fedeli, impartendo immediate istruzioni per una collocazione provvisoria più dignitosa, fino a che si fosse trovata “altra provisione”⁵.
Le disposizioni del Vescovo trovarono immediata applicazione e la bella statua in terracotta policroma, alta circa 80 cm., che prima era collocata dietro al muro vicino al Battistero interno alla chiesa, venne posta in posizione più decorosa. Le cronache raccontano che nel frattempo, davanti a quella sacra immagine, venne introdotta la pia usanza della recita serale delle litanie “con particolar divotione del populo”.
Si fece anche “colloquio tra i Signori Canonici sotto che nome e devotione intitolar si doveva quella Beatissima Imagine” per la quale prevalse il titolo “Madonna della Vita”, proposto dal vicario capitolare canonico Alfonso Bocca, zelante devoto della omonima Madonna miracolosa di Bologna.
In quella occasione venne fissata la data del 21 Novembre (presentazione di Maria al Tempio) per la celebrazione della Madonna della Vita in cattedrale. Con la raccolta di “molte elemosine” venne quindi eretta una “Capella con il suo Altare” che risulta “finita e pavimentata già nel 1636”.
Informato di ciò il Vescovo ordinò la traslazione dell’Immagine della Beatissima Vergine “con solennissima Processione da farsi per l’8 Settembre” (festa della Natività della Madonna) disponendo che venissero invitati a parteciparvi “tutti li Rev.di Curati circonvicini” affinché a loro volta “invitassero li loro Populi ad intervenire”. Il canonico Ippolito Bocchi ricorda di aver inviato a tale scopo lettere a Ceregnano, Gavello, Villanova Marchesana, Papozze, Bellombra, Corbola, Ferrarese, Bottrighe e Mezzana ed annota “Gli Populi che di già erano accesi di devotione verso quella imagine concorsero in tanta copia dell’uno e l’altro sesso che mai à memoria di huomeni ho veduto tanto Populo in solenne Processione in questa Città”.
La distruzione della pala quattrocentesca
La grande devozione suscitata attorno alla Madonna della Vita causò – incredibile a dirsi! – la distruzione della intera pala quattrocentesca, che venne considerata inutile, ritenendo che fosse da preservare, evidenziandola, soltanto la statua della Vergine. Questo almeno è il pensiero di Elena Petrobelli⁶ che attribuisce al consiglio del vescovo Mora la dispersione avvenuta nel 1762. Di questo si lamenta nel suo manoscritto anche il canonico Ippolito Bocchi⁷ il quale, dopo la descrizione delle sacre immagini componenti la pala, constata con profondo rammarico la sparizione di tante parti “spezzate e trafugate”, ormai irrimediabilmente perse.
Tornando all’aspetto religioso, una spiegazione del forte radicamento nel cuore dei fedeli di questa particolare devozione mariana, è da associare agli eventi legati alla diffusione nel Polesine, nel periodo 1630-1631, della peste di manzoniana memoria. Questo può trovare spiegazione nella iscrizione posta sopra il timpano dell’altare ora dedicato a San Giovanni Battista nella vecchia cattedrale, che recita: “B. VIRGINI MARIAE DE VITA DICATUM – MDCXLII – 1642”.
Traslazione della Madonna della Vita nella nuova cattedrale
La preziosa immagine policroma della Vergine – dopo che fu eliminato il contesto al cui interno era inserita – rimase al suo posto nella vecchia cattedrale fino a quando fu portata a termine la nuova fabbrica. Va detto fra l’altro che per fare spazio alla nuova cattedrale venne distrutto per oltre la metà il vecchio edificio, ormai cadente e bisognoso di restauri urgenti e per questo si demolirono i vecchi altari.
L’Immagine della Madonna della Vita venne dunque portata nel nuovo Duomo ed infissa nel muro della Cappella dov’era stato collocato l’altare provvisorio del Crocifisso, poi divenuto altare stabile di San Bellino. Questo, scrive Francesco Antonio Bocchi⁸, avveniva intorno al 1860.
Nuovo altare e nuova immagine della Madonna detta “della Vita” o “della Salute”
Dal 22 dicembre 1836, giorno in cui il vescovo Antonio Maria Calcagno poté benedire l’intera fabbrica della nuova cattedrale, la Fabbriceria fu impegnata a completare le molteplici lacune esistenti all’interno del sacro edificio. Mancavano ancora gli altari laterali, le pale, gli affreschi e tutto l’arredo necessario a rendere splendente la chiesa madre della diocesi. Alcuni altari vennero trasferiti dalla vecchia alla nuova cattedrale, come l’altare della B.V. del Rosario. Altri vennero acquistati a Padova e Venezia.
In questa ricollocazione di immagini e altari, i fabbricieri considerarono troppo minuto e inadeguato alla maestosità del Tempio l’antico simulacro quattrocentesco raffigurante la Madonna della Vita e per questo pensarono di poterlo sostituire con una grande immagine marmorea raffigurante la Madonna della Salute.
Su questa linea quindi si mosse la Fabbriceria, commissionando la nuova statua della Vergine al valente scultore Martino Trevisan di Venezia, mentre per l’altare che avrebbe accolto la sacra immagine furono chiesti bozzetti ai migliori decoratori dell’epoca, tra i quali Ludovico Cadorin⁹ e Antonio Gradenigo¹⁰. Venne scelto il bozzetto presentato da Antonio Gradenigo, la cui realizzazione venne affidata al laboratorio Vincenzo Tantardini di Milano.
Arrivò per prima ad Adria la statua, mentre per l’altare si dovettero attendere molti mesi. Una lettera spedita da Milano il 9 agosto 1859, infatti, elencava alla Fabbriceria della cattedrale tutte le difficoltà legate al trasporto tramite barca (unico possibile in quegli anni) dei 102 pezzi di marmo del peso complessivo di 150 quintali.
Ma l’ostacolo maggiore, oltre al carico delle spese di trasporto fluviale, era rappresentato dal dazio che avrebbe gravato la merce in transito dalla Lombardia al Veneto. Con la pace di Zurigo, infatti, a conclusione della seconda guerra di Indipendenza, la Lombardia era da poco passata sotto l’autorità piemontese e questo fece innalzare la barriera doganale con il Veneto. Per ottenere l’esenzione del dazio, non rimaneva che il ricorso all’I.R. Intendenza di Finanza avendo cura di precisare che l’ordinazione dell’altare alla ditta milanese era avvenuta quando ancora Lombardia e Veneto erano unite sotto l’unica autorità imperiale austriaca.
L’esenzione venne accordata il 10 marzo 1860 e l’altare poté essere realizzato nel giro di pochi mesi. Nella fase di assemblaggio dei marmi però, qualcuno si accorse che la sommità centrale richiedeva alcune rifiniture, per cui vennero acquistati a Venezia “due Angeli di marmo statuario di buon scalpello” che andarono ad appesantire ancor più le spese, che però furono tutte coperte dalle generose offerte dei fedeli.
La consacrazione del nuovo altare
Superate anche queste ultime difficoltà, venne stabilita la consacrazione dell’altare e della nuova effigie della B.V. della Salute “in marmo statuario finissimo” nel giorno 21 Novembre 1864. Per l’occasione vennero diramati centinaia di inviti e venne data alle stampe un’ode particolare. L’evento fu preceduto da un Triduo di preghiera predicato da mons. Gio. Maria Zannier, canonico della cattedrale di Concordia. La sacra funzione fu presieduta dal vescovo mons. Camillo Benzon che, in precedenza, aveva accolto con grande entusiasmo e devozione l’invito rivoltogli dalla Fabbriceria verso la quale non mancò di esprimere tutto il suo plauso.
Le cronache dell’epoca riportano con grande evidenza questi eventi mariani che trovano puntuale riscontro nei documenti dell’Archivio Capitolare di Adria. Una recente Mostra, inaugurata dal Vescovo Mons. Soravito, curata dalla dott. Silvia Nonnato e allestita nel suggestivo salone del Vescovado, ha posto in evidenza la preziosa documentazione storica che illustra nel dettaglio i fatti ricordati.
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Come citare questo articolo
Aldo Rondina. “La B.V. della Salute di Adria”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-b-v-della-salute-di-adria/