La testimonianza che segue è trascritta dalla viva voce di Giocondo Andreotti, di Rovigo, artigiano e poi contadino, colono in Libia (Tripolitania) dal 1938 al 1942. Giocondo Andreotti il 26 novembre 2014 ha compiuto un secolo di vita. E suoi ricordi sono ancora lucidi.
Era previsto, non so, l’arrivo di un grande personaggio dall’Italia. Non sapevamo chi potesse essere né potevamo immaginarlo. Tutti i coloni della Tripolitania e della Cirenaica erano stati mobilitati per la grande festa che doveva accoglierlo. Anche noi fummo concentrati nella grande piana attorno a Tripoli per preparare la grande parata del suo arrivo.
I tre giorni che seguirono furono febbrili. Le autorità del posto, i comandanti militari, i civili più coinvolti non erano mai contenti del risultato dei movimenti dei gruppi, delle parate e delle fanfare per il grande avvenimento. Si era formato un bailamme di febbrile attesa. Tutti correvano e comandavano. Le marce e le fanfare, gli accenti delle truppe mercenarie locali a piedi o cammellate riempivano la grande spianata ai bordi del deserto.
Noi zappaterra, pur facendo ciò che ci veniva ordinato, non eravamo di molta voglia. Avevamo la mente là nel nostro villaggio di Tarhuna, nell’entroterra della Tripolitania, ai margini del deserto del Gebel Nefusa, nel deserto del Sahara, dove avevamo lasciato le donne ed i bambini e gli animali, e dove c’era tanto da fare.
Il villaggio di Tarhuna
Tarhuna era una comunità formata dalle nostre famiglie, circa sessanta-settanta persone in tutto, a cui il Governo aveva assegnato un territorio da rendere fertile. La terra bisognava che producesse per noi e per il governo che ci chiedeva di consegnare delle quote consistenti di produzione all’ammasso comune.
La nostra vita non era facile. Il terreno verso nord, verso la costa, era passabile e fertile, ma quello verso sud, verso il deserto, diventava sempre più stepposo ed arido, difficile da governare con le due vaccherelle e l’asino che il governo aveva assegnato ad ogni famiglia.
L’acqua, l’acqua era il nostro dramma. Nei primi tempi del nostro insediamento era il governo che ci mandava ogni due giorni la cisterna per l’uso domestico e per gli animali. Poi fu aperto un pozzo che ci rese più autonomi, ma l’acqua era sempre precaria, e per le piante bisognava andare a prelevarla con le botti.
Il suolo era generoso. Nel giro di poco tempo ci aveva premiato con delle piantagioni floride e rigogliose, nonostante la poca acqua a disposizione, e non ci mancava di vivere bene, almeno nei periodi della raccolta. Però talvolta dal deserto si alzava il ghibli che in un attimo poteva bruciare e distruggere il lavoro di un’annata. Allora era la disperazione.
Quando il deserto non ci regalava il ghibli, soffiava dalla collina a tutte le ore un venticello maligno che alzava ‘vissineli’ di polvere, che riempivano la bocca e le orecchie di sabbia, oltre che i nostri cibi, se non si tenevano chiuse le imposte quando si intravvedeva. Il che non era sempre possibile: questi piccoli vortici a forma di trombe d’aria che correvano imprevedibili ovunque, anche dentro le nostre case, nascevano e sparivano in un attimo, per riapparire poi inaspettatamente un po’ più in là.
L’arrivo di Italo Balbo, governatore della Tripolitania
La partecipazione agli avvenimenti, diciamo così mondani, di festa e di accoglienza per i vari potenti che venivano in Africa era un obbligo per noi ‘rumatera’ (zappaterra, contadini) assegnatari del governo. Partecipare alla parata e alla premilitare, come essere iscritti al partito fascista, doveva essere oltre tutto sentito come un onore, onde non passare per pericolosi sovvertitori dell’ordine pubblico e sfruttatori della magnanimità del regime fascista che ci aveva favoriti.
Quella mattina tirammo l’ora del rancio senza che fosse accaduto nulla di insolito. Noi di Turhuna ci raccogliemmo un po’ discosti dal marmittone del rancio, dove c’era un mucchio di detriti. Ci accomodammo un po’ qua un po’ là dove meglio si poteva. Io consumavo il rancio da solo e in silenzio.
Ovunque ci fu uno zittio improvviso e insieme mormorii curiosi. Arrivò una macchina militare da cui scesero alcuni personaggi in alta uniforme. Io guardavo, come tutti, senza particolare curiosità.
Ci vedemmo apparire davanti dapprima un generale tedesco. Per l’elegantissima uniforme e l’atteggiamento arrogante mi sembrava un gigante. Credo di non sapere ricordare il suo nome. Ricordo solo che si muoveva e si guardava attorno con una spocchia sprezzante e guardava noi zappaterra come se vedesse qualcosa di ributtante.
Poi vedemmo lui, Italo Balbo. Proprio lui, il governatore della Tripolitania, la più alta autorità, dopo il re. Anche lui in sahariana e berretto coloniale, la barba nera ben curata che gli copriva il mento ed i baffi, pure neri. Non l’avevamo mai visto prima. Sapevamo però che era un ardito aviatore ed un uomo avventuroso. Così da vicino, però, nessuno di noi l’aveva visto mai.
Maria, Mariasantissima, adesso era lì davanti a noi che lo potevamo quasi toccare. Oh, madonna… e guarda verso di noi.
Non sapevamo che fare. Tonio pensò bene che era meglio alzarsi e salutare. Così lo segui Nani Barion, con fare incerto; anch’io mi alzai, tenendo in mano il gavettone del rancio, e poi tutti gli altri che stavano con noi.
Si fece dare anche lui un gavettone di rancio e si avvicinò a noi. Si sedette vicino a me a consumare il rancio come fosse uno di noi. Mi guardò mentre si sedeva e ci invitava a sedere, e ci guardò. E ci invitò a continuare a mangiare.
Il rancio e le confidenze
“Buono questo rancio?”, mi fece.
Lo guardai intimorito: non sapevo che dire, che fare. Cercai di cavarmela come potevo e feci “uhm, uhm”, come se avessi avuto la bocca piena.
“Questa non è una risposta, camerata!”. Esclamò. Poi, con voce meno autoritaria, “Vi piace o no questa zuppa?”
“Sì, eccellenza. Mi piace di sicuro”, feci, senza eccessivo entusiasmo, mentre mi mettevo sull’attenti, e poi, credendo di dire qualcosa di più persuasivo, aggiunsi. “In altri momenti ho mangiato anche di peggio”.
Non mi resi conto che avevo fatto una gaffe per compiacerlo. Non ebbe reazioni, infatti, ma mentre mi ordinava il riposo, raschiava con il cucchiaio nella gavetta e mi osservava, e come me, ad uno ad uno, tutti gli altri. Noi eravamo gente comune, dei contadini, che non sapevano tenere alta una conversazione con un personaggio simile. Invece lui ci assillava con domande ed osservazioni, a cui rispondevamo con disagio a monosillabi. Io ero in particolare imbarazzo, anche perché, essendomi vicino, ero diventato il suo interlocutore principale.
All’improvviso mi fece:
“Da dove provenite, camerata?”
“Da Rovigo, eccellenza, risposi, da Pezzoli nel comune di Ceregnano.
“Ah, da Rovigo. E sapete voi da dove provengo io?”
“No, eccellenza, noi non sappiamo niente”.
“Vengo da Quartesana, in provincia di Ferrara. Quando ero più giovane, tante volte attraversavo il Po al traghetto di Berra e venivo a Gavello a ballare. Bei tempi, belle feste e belle contadinotte!”
Continuò a raspare nella gavetta, ingollando cucchiaiate del rancio. Si rivolse a tutti:
“Bene, bene. E adesso servite tutti la patria, qui in Libia, da soldati”.
“No, eccellenza. Con tutto il rispetto, noi siamo coloni militarizzati”.
“Coloni, dite?”
“Sì, signore.”
“E dove avete il vostro villaggio?”
“Veniamo da Tarhuna dalla provincia di Misurata”.
“Anche come coloni servite la patria, no?”
Stetti un po’ in silenzio.
“In patria ero falegname – dissi – mia moglie e mio padre contadini a cottimo e a giornata e spesso malandati di salute. Ai miei figli non era permesso andare a scuola regolarmente perché dovevano portare a casa qualcosa anche loro e non avevano le scarpe, come gli altri bambini. A dire la verità per noi la patria era matrigna. Così come tanti altri disperati del Polesine siamo partiti a ‘catar fortuna’, come qualche decennio prima avevano fatto i nostri nonni che erano andati nel sud America. La patria, eccellenza, non è stata mai tanto ‘molesina’, con noi ‘rumatera’. Come si dice dalle nostre parti: La patria l’è là ando’ ca se magna”.
Alla battuta, Balbo sorrise.
“La mia famiglia è di Bosaro”, intervenne allora Fortunato, e indicando via via ognuno di noi, “… la sua è di Adria e la sua di Arquà Polesine e la sua di Fasana, un villaggio vicino ad Adria. La mia famiglia e quella di Giocondo – disse guardandomi – sono di Pezzoli del comune di Ceregnano, a mezza strada tra Rovigo ed Adria”.
Adesso che il ghiaccio era rotto, avevo voglia di dire, di parlare. Non avevo nessuna voglia di fermarmi.
“Le nostre famiglie, ripresi, stanno tutte qui in Libia nello stesso villaggio e semo in squasi sessanta persone, salo? Qui ci hanno assegnato una casa e della terra da coltivare. Almeno qui si lavora e si riesce a sfamare i nostri figli. Ma la befana continua ancora a fare fatica a trovare le nostre case: qualche frutto, quattro caramelle, due biscotti, una bambolina di stracci con gli occhi di bottone, fatta da mia moglie, per le femminucce, e un cavalluccio di legno, intagliato da me di nascosto, per i maschietti; per i più grandicelli, nulla; quelli guardano, comprendono e tacciono. Per venire qua eravamo miserabili, qua siamo rimasti poveri. E la patria l’è senpre quela.”
Adesso il Governatore della Tripolitania ci stava ascoltando con attenzione. Uno di noi, credo Folli di Bosaro (o era Barion di Arquà? Non ricordo) intervenne:
“Ci hanno data tanta terra, tutta quella che vogliamo. Non è terra come la nostra, quella; è terra di sabbia, collinosa, rocciosa, ai margini del deserto che ci mangia spesso il risultato del nostro lavoro. Per quanto si faccia, si ricava sempre poco. I raccolti di grano, di vino, di olive, di frutta sono generosi. Ma bisogna lavorare e lavorare e lavorare ancora. La nostra vita non ci permette tregua”.
“Abbiamo scarsità di acqua, intervenne un altro di noi, e ce ne vorrebbe tanta. Quella che abbiamo bisogna portarla nei campi con le botti”
“Vi farò sapere”
Adesso il disagio si era sciolto e si parlava più liberamente; parlavamo con confidenza, con il cuore tra le mai e sulle labbra, come si fa con gli amici.
“Eccellenza, gli dissi, sono tre giorni che siamo qua per la parata. Sono tre giorni che abbiamo abbandonato la casa e la campagna. La campagna ha bisogno di noi a Tarhuna. Eccellenza, perché ci fate perdere tanto tempo con le parate e le premilitari, e ci portate via dai nostri campi? Perché non ci lasciate a casa nostra?, che la nostra battaglia è là che va combattuta. Perché non ci fa rimandare a casa nostra in fretta?”.
Balbo si alzò in silenzio. Anche noi ci alzammo.
“Ricordatevi, disse, che la patria si serve obbedendo”, e fece un passo verso di noi in tempo per sentire che qualcuno diceva : “… tanto i potenti cadono sempre in piedi. I poveri invece finiscono sempre per petarci il culo!”
Mi indicò col dito: “Datemi il vostro nome, disse, come vi chiamate, voi?”.
“Il mio nome è Andreotti Giocondo”.
“Bene, vi farò sapere”.
Poi se ne andò con il generalone tedesco, senza dire altra parola, lasciandoci interdetti.
Non so cosa volesse dire: voleva interessarsi della nostra proposta per mandarci presto a casa o voleva denunciarci come disfattisti e comunisti? Non lo sapremo mai. Due giorni dopo si diffuse la notizia che Balbo era morto nei cieli di Tobruc, abbattuto per errore dalla nostra contraerea.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Adriano Romagnolo. “Quando incontrai Italo Balbo”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/quando-incontrai-italo-balbo/