Il cuore batteva felice nel suo giovane petto, batteva tanto forte, nel cuore della notte, che avrebbe di certo svegliato l’intero campo profughi di Domiz. Ne sorrise, al pensiero.
Quel campo era diventato il suo rifugio solo pochi mesi prima e arrivarvi era stato difficoltoso oltre ogni immaginazione. Il viaggio, irto di pericoli e agguati, era stato più lungo di quanto avesse immaginato, rallentato dal freddo gelido che aveva mietuto alcune vittime tra anziani e bambini, aumentando le dolorose perdite subite dai sopravvissuti alla guerra che fuggivano.
Ma Hadeel, nonostante fosse ormai priva di famiglia e di qualsiasi protezione, con la sua espressione ferma e dolcemente dolorosa – che conferiva un’aurea speciale alla sua figuretta esile di giovane donna – era riuscita a sopravvivere, dopo aver lasciato Aleppo con altri concittadini. La sua bellissima e amatissima Aleppo, ormai irriconoscibile sotto cumuli di macerie e sempre in stato d’allerta. Sarebbe mai riuscita a tornarci?
Aveva occhioni verdi Hadeel,”occhi da Yazida”, quel popolo dalla più antica religione del mondo dopo l’ebraismo e dall’attuale sfortunata sorte, come le diceva sua nonna quando, fissandola in quegli occhioni belli e sempre sorridenti, la sgridava o voleva metterla in guardia da qualche pericolo. Occhioni verdi e trasparenti, sempre spalancati e accoglienti. Occhi che non aveva praticamente mai chiuso, durante il viaggio, per salvarsi la vita. Occhi sempre sinceri e comunque fiduciosi.
La vita al campo non si presentava certo facile ma era pur sempre vita, e lei voleva sopravvivere… vivere… lo aveva promesso a suo padre. Il suo caro padre, con lei unico sopravvissuto all’esplosione della loro casa e che, prima di essere vigliaccamente colpito a morte da un cecchino, le aveva sussurrato: “Fai l’impossibile per sopravvivere, figlia, lo devi a me e ai nostri morti”. Era un ordine e Hadeel era, da sempre, una figlia ubbidiente.
Ora, nel giorno in cui da promessa sarebbe diventata sposa, poteva pensare ai suoi morti senza disperazione, il suo cuore pulsava forte non di paura, ma per amore. Tra le tende scomposte e non del tutto vivibili di Domiz, aveva incontrato persone meravigliose che l’avevano accolta e accudita; diversamente non avrebbe di certo evitato le insidie costanti, soprattutto perché donna giovane, bella, senza nessuna tutela parentale maschile.
Ma la sua fortuna era andata ben oltre e…. cosa incredibile… aveva anche trovato l’amore, quello a cui neppure nella sua precedente vita serena avrebbe mai osato aspirare. La nonna davvero non aveva letto bene nei suoi occhi verdi yazidi, che sempre comparava alla sfortuna in agguato.
L’amore di un uomo, l’amore per un uomo. Oh, che dono prezioso aveva ricevuto! Era stato il classico colpo di fulmine in una cultura dove fidanzamenti e matrimoni sono organizzati e i sentimenti non considerati e dove d’amore e passione corrisposti nulla si sapeva.
Che poi si potesse incontrare e vivere l’amore in una tendopoli d’accoglienza, era un evento surreale.
Omar, anche lui profugo da qualche anno, era stato selezionato dai partner locali di una O.N.G ben radicata nel territorio, per collaborare alla complessa organizzazione della logistica del campo, e questa attuale professione gli permetteva di guadagnare un più che dignitoso stipendio, dato il contesto generale, mentre aiutava attivamente gente senza più patria.
Gioviale, intelligente, colto e competente, era di fatto, un “social worker”, un corrispettivo di assistente sociale, che raccoglieva tutti i possibili dati anagrafici sui nuovi arrivati, cercando di rispondere ai loro bisogni più immediati; illustrava la mappatura e l’organizzazione del campo, consigliava come comportarsi nella nuova quotidianità, cosa fare e, soprattutto, cosa non fare, perché pericoloso. Un campo profughi accoglie persone oneste in fuga, ma non solo… si considera tendenzialmente sicuro… ma mai del tutto. Omar consegnava a tutti un virtuale kit di sopravvivenza, con la speranza che ne facessero buon uso.
Quando i suoi occhi e quelli di Hadeel si erano incontrati, il tempo si era fermato, la guerra aveva taciuto i suoi rombi di morte: entrambi erano arrossiti, si erano guardati intorno allertati e smarriti: si erano riconosciuti, anche se non si erano mai cercati. Hadeel, istintivamente, si era coperta maggiormente il volto. Lontani i giorni in cui, all’interno della sua bella casa, nell’intimità familiare, poteva ridere, cantare, ballare e tenere disciolti i lucenti capelli neri, folti e ondulati, attirando le carezze dei genitori e i dispetti dei fratellini.
Un passato di vite normali e gioiose ormai dissolto, polverizzato da una guerra di cui mai avrebbe capito la motivazione.
Scacciò via, come una mosca fastidiosa, quel dolore sempre prepotente. Basta dolore, non aveva più spazio da concedergli. Basta! Le lacrime di queste ultime ore da “promessa” lo avrebbero lavato via, fatto scivolare nella terra polverosa di Domiz, sciolto tra il putridume e il cumuli di rifiuti da bruciare. Con soddisfazione lo avrebbe visto salire, ridotto ad un filo sottile di fumo nerastro e maleodorante, che si sarebbe dissolto oltre nubi schizzinose, che lo avrebbero – anche loro – fuggito veloci.
Asciugandosi gli occhi, lo ammirò ancora una volta e ancora e ancora, imbambolata: tra poche ore lo avrebbe finalmente indossato, per andare sposa.
L’abito era una visione mistica, la realizzazione di un sogno mai sognato, un miracolo materializzatosi proprio nella tendopoli di Domiz.
La sua fortuna, perché davvero si sapeva fortunata, era stato l’incontro con la nuova amica Rania, e l’anziana madre Rasha con cui condivideva la piccola tenda, mentre gli altri uomini della famiglia, sposati, vivevano in altri spazi adiacenti. Il maggiore di loro si era pubblicamente dichiarato suo tutore: da quel momento nessuno avrebbe osato mancarle di rispetto senza subirne le conseguenze, codice non scritto ma approvato dall’intera comunità.
E così era stato, grazie al suo Dio e ai suoi defunti che avrebbero ora riposato in pace, sapendola affidata ad un marito.
Ma lei e Omar, non cercavano solo pace, nei loro cuori ribollivano amore, passione, progetti di vita. I loro incontri, sempre più frequenti, non erano passati inosservati, e la famiglia che l’aveva accolta, decise di intervenire: il suo tutore parlò con Omar, che dichiarò sentimenti e intenzioni di matrimonio, poi con Hadeel, che acconsentì con gioia alle nozze.
Nonostante il consiglio di un fidanzamento di maggior durata, Omar e Hadeel organizzarono con immediatezza le nozze: la vita, lo sapevano per esperienza, poteva essere molto breve, meglio non perdere tempo prezioso. Il futuro, per loro, era l’oggi e ogni giorno andava sacralmente vissuto.
Un vestito da sposa sarebbe stato importante, ma non era certo necessario a Domiz. Per il rituale previsto, il tutore di Hadeel avrebbe steso il contratto di matrimonio con Omar, seduti uno di fronte all’altro, mentre la sposa se ne sarebbe stata in silenzio a farsi così rappresentare. La cerimonia, dopo la firme apportate, era già considerata a tutti gli effetti, conclusa. In tempi normali, sarebbe seguito un rinfresco che, dal numero di invitati e raffinatezza dei cibi, dava l’dea dell’economia delle famiglie che si imparentavano. Ma ormai si viveva altra vita, e un’impersonale tenda avrebbe consentito solo scambi augurali e abbracci tra i convenuti.
Tuttavia, l’amore tanto evidente tra Omar e Hadeel, aveva prodotto un miracolo ad effetto domino: tutti ne parlavano stupefatti e, quando l’amica Ranja, che sentiva per Hadeel un affetto quasi materno, si ripropose di confezionarle un abito da sposa, se ne sparse, dapprima pudicamente poi con determinazione la voce, tra le donne del campo.
Iniziò la ricerca per reperire tessuti utili: rasi o cotoni, tulle o garza, bottoncini, nastri perline o strass, fil di ferro, filo di cotone, aghi, forbici da taglio, spilli da imbastitura e altro, purché di colore chiaro. Avvenne l’incredibile, ogni donna metteva a disposizione quel che aveva e ne accettava la severa selezione di Rania, per contribuire alla realizzazione dell’abito nunziale per la giovane sposa.
Era come se tutte le donne si fossero risvegliate da un maligno torpore, per partecipare a una caccia al tesoro. Nelle giovani ragazze nasceva, pur se ancora timida, la consapevolezza che anche i sogni impossibili, avrebbero potuto avverarsi. Pareva che tutte le donne del campo, d’ogni età, stessero organizzando il loro matrimonio. Una corrente di nuova energia ripuliva l’aria, non certo salutare, che si respirava tra la tendopoli di Domiz.
Ogni singolo indumento femminile, arrivato con gli aiuti umanitari, venne controllato prima della consegna di massa, alla ricerca di particolari da utilizzare per rendere l’abito di Hadeel il più bello possibile.
Ranja e sua madre Rasha, un tempo abili sarte, lavorarono con alacrità dopo la scelta finale del materiale da utilizzare. Ranja si improvvisò stilista, fece persino un cartamodello, con carta velina saltata fuori da chissà dove, prima di tagliare, cuore tremante ma mano sicura, il tessuto per l’abito nunziale.
Tante, tantissime mani di donna, allegre e volonterose, si alternavano nell’applicare una perlina, fare un’imbastitura, riempire di filo aghi sempre in movimento; qualsiasi cosa, pur di partecipare a quella rappresentazione scenica dell’amore.
Hadeel, esclusa dai preparativi, passava il tempo dedicato alla confezione del suo abito, accudendo i bambini, lavando e cucinando, per rendersi utile, mentre la sua tenda era trasformata in sartoria; aveva anche dovuto promettere di non sbirciare sotto la solida copertura che sempre celava l’abito, fino alla sua realizzazione finale, Persino durante le prove necessarie, doveva tenere gli occhi bendati. Era stata sempre una figlia ubbidiente e ancora una volta ubbidì, nonostante la fremente curiosità.
Ora il frutto di tanto lavoro era sotto i suoi occhi verdi e trasparenti: mai sposa al mondo avrebbe indossato abito più bello, né più prezioso.
Il corpino aderente, come da tradizione si allungava fino alla sommità del collo: era di raso damascato candido e tempestato di piccole perle e ricami di varie dimensioni sino al punto vita; le lunghe maniche avevano la stessa lavorazione ai polsi. Anche la gonna era di raso, una quantità incredibile di spicchi di raso, uniti da eleganti nervature verticali e si apriva fluttuante fino ai piedi, mentre alcuni strati di tulle sottostanti rendevano più morbido e romantico ogni movimento. L’orlo, come i polsi e il corpetto, riportava l’impianto di perle e ricami, questa volta più evidenti. Il velo, che le avrebbe incorniciato il volto, era stato realizzato in multistrato di garza, con piccoli strass d’argento ad incorniciare la fronte e rendere lo sguardo più luccicante.
Quale magia aveva realizzato tanta magnificenza?
Persino un paio di scarpe, della sua misura, spuntarono all’ultimo momento: basse, ma accuratamente dipinte di bianco.
Hadeel, con la sua bellezza incorniciata dall’abito più bello dell’universo, felice e radiosa, offuscava sole, luna e stelle. Domiz rinfrangeva il suo splendore in una giornata irripetibile.
La cerimonia, breve ma emozionante e intensa, si svolse veloce; poi per tutto il giorno Hadeel e Omar, anche lui elegante in un abito scuro, visitarono l’intero campo, per ringraziare tutti, offrendo sorrisi dolci e croccanti come confetti, per far ammirare l’abito della sposa da vicino, per ringraziare della partecipazione alle loro nozze.
Solo poco più d’un mese successivo alle nozze, un mese di felicità crescente, avevano dovuto lasciare Domiz per un breve viaggio a Erbil, dove Omar aveva del lavoro amministrativo da sbrigare. Erano allegri, Hadeel era entusiasta della gita imprevista, ma un amaro destino era in agguato.
La Jeep su cui viaggiavano fu assalita da alcuni guerriglieri, poco più che bambini, appartenenti a chissà quale movimento d’odio. Furono uccisi sul colpo, ancora mano nella mano, mentre lo stupore invadeva gli occhi verdi e spalancati di Hadeel, occhi da Yazida…. Nuvole candide, soffici e lievi come velo di sposa, accolsero i loro ultimi e giovani sogni irrealizzati.
Nella tenda fu trovata una lettera che Hadeel avrebbero letto pubblicamente al rientro da Erbil. Era appesa all’abito da sposa non ancora riposto. La lesse una Rania senza più lacrime, mentre Domiz, silenziosa, viveva il suo lutto collettivo: “Grazie per tutto quanto avete fatto per noi e per la nostra felicità, che ogni giorno aumenta. La felicità, l’abbiamo capito, genera altra felicità e così io, Hadeel, con il consenso del mio amato sposo, Omar, ho deciso che questo abito, fatto con le vostre mani e i vostri cuori, confezionato con tanto amore per la mia felice nuova vita, diventi l’abito delle future pose di Domiz che lo vorranno indossare, con la certezza che trasmetterà loro gioia e orgoglio. Questo è quanto io stessa, indossandolo, ho provato”.
L’abito di Hadeel, la giovane sposa di Domiz, indelebile ricordo per l’intera comunità, è stato rispettosamente conservato nella tendopoli come un prezioso talismano d’amore e simbolo di solidarietà da raccontare, in ogni tempo e luogo, come fosse una fiaba.
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Come citare questo articolo
Nuccia Venuto. “La sposa di Domiz”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-sposa-di-domiz/