“A me sembra la Dorina” – affermò, ma il tono era dubbioso.
“Osti – risposi con tono perentorio – sito orba! A ne te vidi che l’è la Giulietta!”.
“La Giulietta!!!! La Giulietta nostra? ’Sta chi!!! ?… A ne credo proprio!” – rimbecco un po’ piccata.
A rinforzo della mia tesi portai tutta la mia sicurezza e il fatto di aver parlato con una delle interessate.
L’oggetto dell’animato discutere era l’identità delle persone che stavamo osservando in una vecchia fotografia da poco recapitatami. La diatriba non terminò lì, ma continuò. Del resto la cosa succede spesso, ogni volta che ci ritroviamo a osservare qualche vecchia riproduzione fotografica.
Ricorro sempre all’aiuto di familiari o conoscenti più anziani, soprattutto se si tratta di persone più grandi di me e ormai la scena si svolge come in un rito: si scrutano attentamente i volti, si cerca di richiamare alla mente vecchie immagini sedimentate, si fruga nell’archivio della memoria al fine di collegare quel volto, giovanile o vecchio a seconda dei casi, a un nome, ad un fatto. Spesso il ricordo è labile ed allora …è tutto un fiorire di ipotesi, di “me pare….”, di più baldanzosi “mi a digo che..”, di decisi “questa l’è..”, prontamente ribattuti da altrettanti e simmetrici “a te te sbagli, secondo mi…”.
Succede anche che ci si trovi concordi, che il ricordo sia vivo, che quel viso sia stampato nitido nella memoria ed allora, come da fontana, sgorgano prepotenti gli aneddoti, le antiche vicende condivise, le storie familiari collegate, il “buon tempo andato” quando “si era tutti più poveri, ma più contenti”.
La sequenza non aveva fatto eccezione, nemmeno quella volta.
Quella vecchia fotografia, un formato cartolina con stampigliato in basso “Foto Ragazzi”, aveva però qualcosa di speciale, di profondamente radicato: mi richiamava alla mente esperienze e situazioni vissute con il seguito di suoni, profumi, sapori indimenticati ed indimenticabili.
Tempo: febbraio.
Occasione: Carnevale.
Già, il carnevale.
Allora era veramente un momento di allegria, di coinvolgimento di tutta la comunità. Allora tutto – feste, incontri, conoscenze, amori, divertimenti, gioie, dolori, lavoro – si consumava ed avveniva nel ristretto giro dell’orizzonte paesano o quasi. Se ci si allargava, al massimo si arrivava ai paesi vicini, del circondario, a seconda della vicinanza o dei legami familiari. E poteva essere di volta in volta Trecenta o Canda o Castelguglielmo. Solo pochi – erano per lo più studenti – avevano frequentazioni di più ampio raggio, “extra communitate”. Ma quella era gente di città, sconosciuta, un corpo estraneo, da guardare con sospetto se appariva in giro.
La sfilata dei carri allegorici e la festa in maschera era uno di quei momenti di aggregazione che animavano la tranquilla vita paesana. Quell’anno si erano fatte le cose in grande. A presiedere la giuria, oltre agli insegnanti ed alle autorità, la signorina Adalgisa Calzaverini. Il tema, libero, aveva scatenato la fantasia degli organizzatori e si vociferava di allestimenti fiabeschi. Si parlava di Cappuccetto rosso, di Biancaneve, della Sirenetta di Andersen. Anche la storia era stata scomodata. Giungevano notizie di un carro inneggiante alla Rivoluzione francese, ma la voce del popolo era concorde nel dare la palma della vittoria ad un ipotetico “cavallo di Troia” che si diceva in corso di allestimento, in gran segreto, nel fienile di casa Negri. Occasione impegnativa e quindi gran movimento nei mesi precedenti.
A casa mia che già normalmente era “intasata” per la presenza dei garzoni di bottega, delle ragazze che venivano ad imparare a cucire a maglia – aggiungi che noi eravamo in dieci in famiglia – era tutto un andirivieni di persone, di bambini e ragazzi.
Accompagnati dalle loro madri, venivano a parlare e ad accordarsi con mia sorella Stefania che, essendo una delle organizzatrici della manifestazione, si era assunta l’incarico, nel tempo libero, di cucire i vestiti per tutti quelli della Piazza che dovevano fare le comparse sui carri allegorici. Era maestra, insegnava alla scuola sussidiata della Barella, ma anche sarta avendo “rubato” i rudimenti del mestiere da papà, sarto, e dalla zia Ermelinda, esperta e fine camiciaia.
Il retrobottega era divenuto un vero e proprio bazar.
Velluti, tulle, organze, nastri, panni, taffetà, cotoni stampati a fiori o gattopardati, si ammonticchiavano sulle credenza e sul tavolo in un’allegra fantasmagoria di colori.
In mezzo a questo caos, Stefania, sempre allegra e sorridente, dirigeva il “traffico” con il benestare di mamma che contribuiva, con il suo spirito gioviale e sempre pronto a smussare le difficoltà, a sostenerne la fatica, ad allontanare le preoccupazioni, a rendere banali le difficoltà: sostegno prezioso. E l’aiuto non era solo morale: tutti contribuivamo alla realizzazione dei costumi e degli addobbi, ognuno per ciò che sapeva fare. Io, per esempio, dovevo togliere le imbastiture o mettere il panno bagnato quando si stirava. Lavoravano anche fino a notte fonda.
Prese le misure, piegata la stoffa in modo opportuno, segnati gli scolli, i giromanica, le maniche, colli, berretti e quant’altro, Stefania, armata con il forbicione di papà, procedeva con tutta sicurezza al taglio. Mai un dubbio, mai un’indecisione. E poi… alla confezione. Entrava in azione la macchina da cucire, una vecchia Singer a pedale, tutta arabescata, dal piedestallo in ghisa che mostrava orgogliosa, sulle fiancate, i segni della sua nobiltà: due leoni rampanti.
Precisa e veloce, Stefania pedalava come se dovesse vincere il giro d’Italia e in un battibaleno quei pezzi sparsi si componevano e divenivano il costume di un odalisca, di una ballerina, di uno gnomo, di un elfo, di Biancaneve o quant’altro necessitasse. Tutto nasceva dalla sua fantasia che si faceva concreta nell’atto stesso della creazione – non faceva disegni, inventava lì per lì. Nei casi più difficili, c’era sempre papà a sciogliere i dubbi e a trovare la risoluzione.
Avendo accontentato tutti i miei amici… accontentò anche me. Erano i primi tempi della televisione e una delle trasmissioni più seguite era quella di Angelo Lombardi, l’amico degli animali, con il fido servo Andalù.
In un momento di concessione all’attualità, Stefania e gli organizzatori pensarono di fare anche il carro che celebrasse i fasti di quel programma. Non ricordo chi impersonasse Andalù o Lombardi, ma ben ricordo che a me fu assegnata la parte della scimmia e a Vincenzo, l’amico del cuore e compagno di mille avventure, quella del leopardo.
Fu guerra totale. Il vestito, una tuta aderente con cappuccio, munita di una lunga coda e bordata di pelliccia attorno al viso, non mi piaceva: pizzicava tremendamente sul collo e quel pelo attorno al viso mi procurava un fastidio enorme. Nemmeno il trucco o la maschera, mi convinsero. Chiesi di far parte di uno dei carri delle quattro stagioni, ma ormai i posti erano stati assegnati. Pregai di lasciarmi fare il nano sul carro di Biancaneve, ma anche quel tentativo fallì. Piansi, strillai, pestai i piedi: ma allora un no era un no. O quello o niente. Prendere o lasciare. Non so se fosse veramente per il costume che pizzicava – tutti dicevano di no – e non, piuttosto per un’aspettativa andata delusa, fatto sta che giunsi a un compromesso: Stefania con santa pazienza mi foderò il vestito, tolse il pelo e così potei partecipare. Non amavo la scimmia di Andalù, oggi ne sono sicuro.
Del resto non fui l’unico a far capricci, ma il lavoro doveva comunque proseguire, il tempo si avvicinava e occorreva concludere. Gli ultimi giorni furono concitati, c’erano le prove generali, l’allestimento dei carri, gli addobbi da fare. Grandi margherite di carta crespa, rami di pesco fiorito, mele e girasoli, foglie ingiallite e grappoli d’uva, grandi funghi dal rosso cappello con grandi pois bianchi, finti ghiaccioli e neve di bambagia comparvero di volta in volta nel retrobottega chiudendo, nel breve giro di qualche giorno, l’intero anno.
E fu proprio in una di quelle ultime sere, mentre alla luce soffusa di una abat-jour e in compagnia del gracchiante suono della radio che trasmetteva musica da ballo, stavamo dando corpo ad un enorme fungo, che un profumo penetrante di vaniglia ci giunse, all’improvviso, a titillare le nostre narici.
Ben conoscevamo quell’effluvio, accompagnato immancabilmente da uno sfrigolio. Mentre noi lavoravamo in allegria, cantando in coro sottovoce, intanto mamma, sola, nella quiete della sua cucina, aveva proceduto all’impasto di crostoli, favette, pinzin e tortelli. Eravamo in tanti e tanti ne doveva preparare. La padella con lo strutto sfrigolava sul fuoco vivace della stufa a legna e, lesta, mamma vi pescava i dolcetti che affioravano dorati. Una spolverata di zucchero e la pianella era completata. Ne potevamo assaggiare qualcuno e così facemmo. Io ero il più piccolo e qualche concessione in più mi veniva fatta, una vera delizia. Poi il tutto spariva nella credenza, per l’indomani ed era severamente proibito il furto.
Era carnevale e qualche sfizio non poteva mancare. Si scioglievano in bocca quei crostoli e i tortelli di mostarda – la mostarda della Salca, nei secchielli di truciolato – stuzzicavano le nostre papille riempiendoci la bocca di acquolina.
Non ho più incontrato quei sapori antichi. Proprio oggi ho gustato tortelli, buoni e ben fatti, alla vana ricerca di quel sapore antico e della memoria, ma il miracolo non si è verificato. Anche voi concorderete con me. Si dà la colpa: forse è la pasta o forse è la mostarda diversa; forse è l’olio…. Che non sia, invece, colpa di quel bambino e quel tempo mitico che tutti noi ci ostiniamo a mantener vivo dentro di noi e a tener, gelosamente, chiuso nell’anima!?
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Massimo Vigna. “Il tempo della memoria”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tempo-della-memoria/