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STORIA - TRADIZIONI

La “Lumazza”

Uno spettacolo dal fascino misterioso si può cogliere nelle notti estive andando per i campi

di Luigi Rossi

Ventaglio Novanta n. 5 1992 pp. 69

La “Lumazza”

di Luigi Rossi

Uno spettacolo dal fascino misterioso si può cogliere nelle notti estive andando per i campi

Nitida mi apparve davanti agli occhi un’improvvisa fluorescenza. Una sorprendente ed improvvisa veduta aveva enigmaticamente colpito ed impressionato il nastro magnetico della mia mente giovanile. Nel buio di una notte estiva mi era apparsa, del tutto inattesa, tra gli alberi (in polesano Albora) del brolo “la fiamma immobile” di una luce color fulvo rosso-mattone.

Oggi, da appassionato micologo, penso di aver trovato una spiegazione attendibile di quella che allora, in tempi in cui il buio notturno era interrotto soltanto da ondeggianti fiamme di candele, mi appariva come una misteriosa fonte di luce.

La causa è un’endopatia, ovvero un processo di degenarazione interno, che colpisce i ceppi o i tronchi di alberi quali il salice da vimini (stropparo), i salici in generale (sales), il pioppo (piopa), il gelso (moraro) e la stessa generosa vite (vegna). L’agente patogeno in questione è l’eterotrofo “Armillaria mellea” detto anche “Armillariella mellea”, basidiomicete, il cui nome indica chiaramente il tipico colore “del miele” dei simpatici ed altrettanto gustosi corpi fruttiferi che, riuniti in serrati gruppi, quasi come una buona famigliola spuntano itifallici, falbi e pressati al piede dell’ “Albora” che spesso è l’ “armellin” (altro nome che ci riporta all’Armillaria mellea, cioè l’albicocco che appunto proviene dell’Armenia) ed è un fungo mangereccio (ciodint) dai ricercati e profumati carpofori.

L’albero colpito dall’Armillaria presenta una profonda penetrazione del fungo, in un intimo, avvolgente, compenetrante abbraccio mortale da parte di coacervi di cordoni miceliari, appressati ed intrecciantesi con le fibre del legno in un plesso necrotico.

Il tutto poi esplode in un marciume pedale: le ife, gli intrecci rizomorfi brunastri, gli ammassi palmati, le striscie bianco-argentee dei miceli. Il tutto convive con il Bacterium phorphoreum, emanando nelle calde umide notti estive un fresco odore di fungo, un profumo muschiato.

Da questi lignei tessuti necrotizzati, fradici, lassi, percorsi da bianche ife miceliche, in condizioni di squilibri termici e di ossidazione, si sprigiona il classico fenomeno della fosforescenza; si tratta dell’emissione di fotoni sotto forma di radiazioni luminose, tecnicamente dette biochemiluminescenze. Nel vernacolo locale si dicono “lumazze”, fenomeni da attribuire dunque alla succitata fosforescenza dovuta al “marciume radicale fibroso”, ma che la tradizione popolare ha sempre identificato, come è facile immaginare, in apparizioni sovrannaturali.

Anche se è dunque questa la spiegazione scientifica della “lumazza” non per questo viene cancellato il sentimento di prodigiosa apparizione che si può provare andando nei campi nelle notti estive alla ricerca di uno spettacolo che conserva un fascino misterioso.

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Come citare questo articolo

Luigi Rossi. “La “Lumazza””. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-lumazza/

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