L’ultima recente personale dal titolo “Lendinara stenopeica”, allestita presso la Cittadella della Cultura della città altopolesana, ha favorito da parte dei numerosi visitatori la (ri)scoperta dell’arte fotografica di Giovanni Cappello, un professionista la cui notorietà registra cifre maggiormente significative in ambiti circoscritti, per ragioni probabilmente comprensibili, non ultima l’assenza pressoché totale di analogie nell’utilizzo delle tecniche compositive.
La contemporaneità con l’inaugurazione della complessa esposizione sulla figura di Giuseppe Marchiori quale animatore del Fronte Nuovo delle Arti nella Biennale veneziana del ‘48, sembra condensare il refolo culturale che veicola talenti nostrani verso la città lagunare e ricordare la prestigiosa esposizione di 13 opere di Cappello negli spazi del Padiglione Italia alla 54ª (2011) Biennale d’Arte di Venezia su invito di Vittorio Sgarbi e Italo Zannier. Ed è proprio del professor Zannier la definizione del sottotitolo che, in una sintesi efficace, racchiude i concetti chiave dell’attività del fotografo lendinarese.
Alla prima personale del maggio 1998, nella lendinarese sede della Biblioteca Comunale, hanno fatto seguito altre apprezzate iniziative – esposizioni, personali, collettive – presso la Provincia e l’Archivio di Stato di Rovigo, L’Istituto di Cultura “Giorgio Cini” di Ferrara, Gallerie e Musei (Lugano, Pordenone e S. Marino). Al suo attivo, inoltre, il contributo a importanti progetti tra i quali la realizzazione delle foto del catalogo delle opere presenti nello spazio permanente dedicato allo scultore Virgilio Milani di Rovigo e la realizzazione delle fotografie della mostra “Calzoni corti. I bambini nella fotografia tra ‘800 e ‘900”, provenienti dai fondi archivistici di note famiglie polesane in occasione della IX Settimana dei Beni Culturali in Polesine.
Se l’ammirazione e l’immediata comprensione del valore artistico delle immagini – molto spesso assimilabili a vere e proprie produzioni pittoriche – sono impressioni spontanee e ampiamente condivise, l’approfondimento sulla personale arte fotografica necessita dell’intervento dell’autore.
Attraverso le sue parole ricostruiamo il percorso concettuale e creativo dell’artista, iniziato poco più che ventenne nei primi anni ’80.
“Nell’epoca dell’apparenza, nella quale l’immagine si configura come forma predominante della comunicazione, la fotografia tende a esaudire finalità commerciali e di sbrigativo consenso; viene spesso sottovalutata l’importanza del mezzo il quale, al contrario, assume un’importanza fondamentale per il risultato; quest’ultimo dovrebbe infatti sublimare l’idea iniziale.
Per chi si avvicina alla fotografia con atteggiamento professionale è fondamentale conoscerne la storia e l’evoluzione, le tecniche, i suoi utilizzi dalla sua scoperta alla contemporaneità. Per quanto mi riguarda, non riuscirei a prescindere dalla padronanza della tecnica e dall’autonomia (aspetto quanto mai raro, ndr) nei passaggi, risultanti di una scelta operativa di tipo sperimentale e di una discreta manualità.”
Su quest’ultimo aspetto, che si palesa invece con caratteristiche di elevata artigianalità, l’artista non pone alcun tipo di enfasi: “non sono l’impegno e la laboriosità delle mie opere a dover emergere ma qualità e originalità sotto il profilo artistico e tecnico.”
E proprio di queste tecniche Cappello illustra i punti salienti, mostrandone le innumerevoli e incantevoli personali trasposizioni su carte di vario genere. “La tecnica del foro stenopeico, (stenos, stretto, e opaios, foro) prevede l’utilizzo della camera oscura nella quale, su una delle pareti, è presente un orifizio che permette la penetrazione della luce, realizzato con la punta di uno spillo su una lamina di metallo. Tale scatola, autorealizzata, data la possibile rilevanza dei tempi espositivi, viene posizionata su di un sostegno. L’immagine è ottenuta dai raggi riflessi dai soggetti immobili per l’intera durata dell’esposizione. Apparentemente semplice, la tecnica necessita al contrario di calcoli matematici per il controllo dell’inquadratura che in base alla profondità della scatola identifica la distanza focale e soprattutto di un approccio finalizzato alla percezione del luogo e degli elementi prescelti”.
La sperimentazione di Cappello registra notevoli successi anche nell’utilizzo della stampa alla gomma bicromatata. “Si tratta di una tecnica nella quale la stampa si ottiene per effetto dell’emulsione di gomma arabica e bicromato di potassio stesa su carta da disegno di elevata grammatura. Nelle mie produzioni” spiega Cappello, “l’evoluzione della gomma bicromatata è rappresentata dalla tricromia in presa diretta. Il primo a sperimentare il procedimento di sintesi sottrattiva tricromatrica fu il fotografo francese Louis Ducos du Hauron nella seconda metà del 1800”. Il recupero di questa tecnica, in auge tra il XIX e XX secolo, permette di “ottenere effetti che sulla carta ruvida si caricano di una matericità sconosciuta al negativo bidimensionale…il ciclo di opere aniconiche di Cappello interessa maggiormente la reazione dello spettatore rispetto a quanto espresso, la sua capacità di percepire, in queste immagini, un senso di armonia e sensualità, di intimo nascondimento, di silenzio e di attesa, secondo un processo di trasfigurazione della forma” (Alfredo Sigolo – presentazione della mostra “Trasfigurazioni sensibili” – Sala Celio, 2004). Il prodotto finale, al quale l’artista non concede indulgenze di sorta, è dato dalla personale sensibilità e meticolosità esecutiva; talento e passione sono documentati dai lavori e dagli strumenti operativi, di grande suggestione, presenti nei suoi spazi abitativi.
L’eclettica verve di Giovanni, ha permesso molte altre esplorazioni in campo fotografico arricchendo il suo bagaglio di luminose e concettuali narrazioni, scorta di un percorso costantemente in itinere.
“Il mio prossimo progetto? Una esposizione di scorci di tutto il Polesine catturati attraverso il foro stenopeico.” Che avremo sicuramente modo di ammirare, oltre gli aspetti strettamente iconografici.
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Come citare questo articolo
Laura Viaro. ““Lendinara stenopeica””. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/lendinara-stenopeica/