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Archivi: Articoli d’archivio

  • I silenzi del Delta

    I silenzi del Delta

    Quando le educande del Collegio Sacro Cuore andavano alle Magistrali in fila, due per due, con la loro divisa, paltò e basco blu, dietro alla lunga fila c’erano sempre due carabinieri: Suor Giovanna e Suor Maria Antonietta impettite nella veste di Santa Giovanna Antida, la fondatrice dell’ordine. Durante il percorso le due suore tenevano d’occhio la compostezza delle educande; quando però la lunga fila passava davanti alla “Regia Gendarmeria”, di austriaca memoria, poi adibita a scuola pubblica, oggi Istituto per Geometri, vivacizzata dalla presenza di baldi giovani, le occhiate e gli scambi di sorrisi erano tanti, nonostante la vigilanza delle suore.

    Fu a quel tempo che conobbi Maria, era in collegio perché abitava ai confini della provincia, anzi ai confini della terra, si poteva allora dire, perché veniva dal Delta del Po, un mondo completamente sconosciuto.

    La nostra amicizia si consolidò e fui invitata a casa sua. Un itinerario lunghissimo per completare il quale percorsi tanti chilometri di strada bianca, viaggiando sugli argini: acqua a destra acqua a sinistra; per me erano corsi d’acqua tutti uguali, ma gli abitanti della zona li chiamavano per nome: Po Grande, della Pila, Punta della Maestra, Boccासette, cioè l’ultima bocca del Po.

    Per lungo tempo non vidi più Maria e non ebbi più sue notizie: eravamo in guerra e più nessuno affrontava un lungo viaggio in mezzo all’acqua. E poi, chi si muoveva con “Pierino” sempre sopra la testa? Ma di quella visita mi rimasero impresse varie cose, a cominciare da un grande abbeveratoio con una pompa artesiana dal manico lungo che serviva per dare da bere ai cavalli e ai vari animali che c’erano nella fattoria. I cavalli appartenevano ad una contessa che abitava nella villa. Maria la conosceva e le era amica. In una cantina c’era una grande cisterna colma di sassi, sabbia e ghiaia, quando si buttava sopra un secchio d’acqua del Po, l’acqua piano piano filtrava tra i sassi scendendo una goccia alla volta in un recipiente sottostante; quell’acqua era buona per bere e per far da mangiare.

    Con gioia ritrovai Maria dopo molto tempo in montagna: appresi che era rimasta vedova con figli già sposati; passeggiando ricordammo i tempi della nostra gioventù. Fu allora che le chiesi alcune informazioni riguardo alla sua casa nel delta, e lei ebbe modo di raccontarmi alcuni episodi della sua giovinezza e lo sbocciare del suo grande amore.

    “Avevo 14 anni e nella mia casa grande si stava bene, avevamo tutto il necessario anche se eravamo isolati, a volte venivano pescatori o cacciatori, altre persone pernottavano: persone che venivano dal mare.

    Nel settembre del 1943 tre o quattro ragazzi, soldatini che erano fuggiti dalle caserme per ritornare a casa, di cui non ricordo la provenienza, si rifugiavano in casa mia, aspettando il momento buono per riprendere il cammino.

    A quel tempo vigilavano i tedeschi che, a causa dell’armistizio, erano più severi; allora mio papà li nascose in un capanno in mezzo alla golena, ma il problema, a un certo punto, si complicò, perché i tedeschi si installarono proprio vicino a casa mia sull’argine: dovevano tenere d’occhio chi veniva dal mare.

    Io allora avevo il compito di curare i cavalli, che ci servivano per il lavoro e per spostarci. Ne cavalcavo bene uno che era docile, facevo tra i viali della golena lunghe corse e arrivavo fino al mare, così per passatempo. Uscivo quando volevo e… portavo la minestra calda ai miei amici soldatini.

    A volte riuscivo ad andare anche due volte in un giorno, sempre di nascosto e con tanta paura, anche perché c’era un soldatino di Ceregnano, carino e gentile. Con lui avevo fatto amicizia, mi diceva che avevo coraggio e pazienza con i cavalli e tante altre belle parole e un giorno mi disse: “Quando finisce la guerra ti sposo!”. Il discorso finì lì, anche perché ci fu un allagamento. I tedeschi avevano infatti rotto gli argini, e la golena e le stradine erano tutte coperte d’acqua. B Boccासette era proprio isolata.

    I soldatini scapparono e io non seppi più nulla. Sognavo ad occhi aperti il mio romantico soldatino e pregavo per lui. Gli anni lentamente passavano; vivevo in mezzo ad una natura meravigliosa, selvaggia, con un fascino unico che davvero t’invogliava a vivere. Tutto cresceva liberamente, grandi erano i silenzi, si avvertiva solo il mormorio dello scorrere dell’acqua, il cinguettio e il battere d’ali degli uccelli migratori che arrivavano a frotte, alcuni tonfi nell’acqua di qualche pesce grosso o di qualche animale che viveva in libertà, il mormorio delle foglie mosse dal vento, il resto silenzio…

    Nessun giornale, rare notizie lunghe giornate, tante ore di ricamo, tra lettura e studio. Poi, nel 1946, a guerra finita da pochi mesi, un giorno, lungo il viale che porta a casa mia, vidi arrivare un uomo. Visto in lontananza mi sembrava un vecchietto, ma ben presto il mio cuore cominciò a battere, mi disse: “Sono ritornato, sono Mario”.

    La mia emozione era tanta. Io non capivo nulla, mentre lui continuava a parlare: “Il tuo coraggio e la tua generosità mi aiutarono a superare la dura prigionia, sognavo sempre il tuo giovane volto in mezzo all’acqua, ora sono qui per dirti grazie di tutto!” Fu così che cominciò il nostro amore…”

    L’autunno di qualche anno fa sono ritornata nella terra ove il fiume incontra il mare e mi è tornata in mente l’amica del delta, la sua delicata storia d’amore e il suo attaccamento a quel mondo fatto di natura e grandi silenzi. Ho girato in macchina a destra e a sinistra, passando per strade e stradine lungo gli argini ammirando una campagna meravigliosa, ben arata e ordinata, dove ho visto cacciatori con fucili a tracolla che passeggiavano.

    Una giornata autunnale meravigliosa con il sole, senza vento che mi ha stimolato a raccogliere con tranquillità mille conchiglie lasciate dalle onde del mare sul litorale; conchiglie che erano anni che non vedevo più sulla spiaggia.

    Poi ancora in auto per ammirare più oltre la natura e il paesaggio della zona. Momenti di incanto: più si avanzava in macchina più si rimaneva a bocca aperta; ogni sosta era un flash per fermare immagini e fare commenti; qualche airone immobile o pronto al volo, mentre due fagiani passeggiavano tranquilli in quel paradiso.

    Le valli in quel giorno col cielo terso erano meravigliose; i colori mutavano d’intensità dal rosso fuoco all’azzurro dell’acqua apparentemente immobile: acqua del Po, del mare, del Canal Bianco, non so quale acqua fosse: era tutta una immensa meravigliosa valle.

    Polesine Camerini, Bonelli, Barricata, Scardovari sono le località attraverso cui sono passata. Poi la sosta alla Sacca di Scardovari per il pranzo: che squisitezza e che bontà. Il nostro Delta del Po è veramente un Paradiso!

  • Gino Longhini

    Gino Longhini

    Gino Longhini, scomparso l’8 agosto 2000, è stato un personaggio importante nella storia della vita culturale e ricreativa di Bottrighe.

    Nato a Bellombra di Bottrighe, il 2 ottobre 1906, rese celebre il paese rivierasco basso polesano nel cosiddetto periodo della “belle epoque bottrighese” attirando in loco tantissime persone che qui confluivano per gli spettacoli che la sua grande organizzazione offriva. In tutto il Delta era l’imprenditore piu importante, colui che era riuscito a portare a Bottrighe i grandi nomi che solitamente arrivavano solo nelle grandi città.

    Un personaggio che si è fatto da sé, grazie all’intelligenza e alla voglia di cimentarsi in ambiti nuovi. “Dopo due campagne saccarifere presso il locale zuccherificio – ci racconta il figlio Graziano, sottotenente dell’aereonautica, oggi in quiescenza, che vive a Novara – mio padre, giovanissimo, era stato assunto come “bruscatore” di barbabietole; ma, scoperta subito la sua naturale dote nei calcoli numerici, venne affidato all’ufficio della pesa. Non adeguatamente pagato per questo incarico, lo lasciò per dedicarsi alla costruzione di una pista in legno per il ballo che allestiva nelle diverse sagre della zona, guadagnando molto di più rispetto alle campagne saccarifere”.

    Offrire alla cittadinanza sane iniziative di svago e aggregazione. Questa è l’idea che caratterizzerà la vita di Gino Longhini, che ben presto passa alla gestione del cinema di Corbola e dopo pochi anni acquista a Bottrighe il cinema-teatro Italia di via Vittorio Veneto. E’ poi la volta dell’arena estiva di via Umberto Maddalena, una balera e cinema alla drive-in (ancora esistente nelle sue strutture, visibile il grande schermo per cinemascope da una laterale della via) dove venivano organizzate serate danzanti, oltre al cinema all’aperto. Gli ultimi spettacoli si ricordano attorno agli anni ‘80, quando l’arena era utilizzata dall’allora partito socialista per le sue feste.

    Di notevole importanza il grande teatro Italia, poi purtroppo chiuso e trasformato negli anni in appartamenti. Al piano terra dello stesso (oggi utilizzato quale magazzino di una ditta artigiana) ancora si conservano parti del teatro e si nota la loggia. Era uno dei piu moderni di allora, già dotato di aria condizionata: oltre al cinema e alle serate danzanti, celebri gli spettacoli ed i concerti che si susseguirono con i grandi nomi della musica del tempo.

    Indimenticabili gli ultimi che si tennero negli anni ‘60, con le esibizioni dei Delfini, dei Corvi, delle Tenebre, di Donatella Moretti, Betty Curtis, Cristian e Gianni Morandi. Ma qui passarono altresì Don Bachi, Lola Falana, Claudio Villa, Gino Latilla, Nilla Pizzi e per il liscio, più volte, l’orchestra Sacchi, allora tra le più note in Italia e all’estero.

    “In quei tempi – ci spiega Graziano, che a soli dieci anni collaborava con il padre nelle vendita dei biglietti – i possessori di auto si contavano sulle dita; quando arrivava l’orchestra Sacchi, la lunga via Veneto si riempiva di un’ottantina di auto che giungevano addirittura da Ferrara e Bologna”.

    Longhini fu un vero “imprenditore del tempo libero”, era anche molto creativo nel pubblicizzare i suoi eventi: “Frequentate l’estivo Longhini, il locale che si distingue e vi distingue, l’unico estivo coperto con il telone” si udiva negli annunci musicali che precedevano, attraverso gli altoparlanti in esterno, l’inizio degli spettacoli.

    Nel 1951, con la tragica alluvione, il teatro Italia, posizionato nella zona alta del paese, venne utilizzato anche per ospitare gli sfollati ed in casa di Longhini – racconta ancora Graziano – ci si trovava alla sera con alcuni insegnanti del luogo per raccontarsi le trascorse vicende della guerra. Non c’era l’energia elettrcia e con le batterie delle macchine da presa, ci si faceva luce.

    Nella sua storia di imprenditore, Longhini tenne per alcuni anni anche il cinema teatro Rossati di Piazza Libertà, il famoso dancing-ristorante “Danubio Blu” sul Po; suoi anche i cinema di Baricetta, Villadose, Gavello e Arquà Polesine, quest’ultimi due passati poi alla gestione delle sue sorelle Irma ed Elena.

    Gino Longhini, persona discreta, stimata e di amabile carattere, viene ricordato anche nei momenti in cui lasciava entrare nei suoi locali alcuni ragazzi che non avevano allora la possibilità di pagarsi il biglietto.

    L’amministrazione comunale di Adria potrebbe fare sua l’idea di intitolargli una via. Ciò costituirebbe un doveroso riconoscimento in memoria di quest’uomo che ha portato in paese tante celebrità e divertimenti facendo conoscere Bottrighe ben oltre i confini della provincia.

  • Badaloni, un santo laico

    Badaloni, un santo laico

    Guido Rizzati è nato a Trecenta da una famiglia di agricoltori il 2 Aprile 1938. Ha frequentato le elementari e non ha potuto per ragioni economiche proseguire gli studi, anche se, oramai adulto, è riuscito a ottenere il diploma di Media Inferiore.

    Personaggio eclettico, curioso, ha svolto numerosi mestieri e, al raggiungimento della pensione, si è stabilito a Rovigo, dove già risiedevano il figlio e i due nipotini.

    Poiché – dichiara – “di imparare cose nuove non ho perso il vizio”, per non annoiarsi si è dedicato a studiare alcuni avvenimenti storici del suo paese natale. Da queste ricerche ha ricavato e pubblicato “Adolfo Azzi il fedele Allievo”, “Per i Trecentani Nicola Badaloni è un Santo Laico” e “La mia Trecenta”. Storie e notizie di una parte della nostra terra polesana, da cui è tratto un racconto pubblicato sul numero 41 di “Ventaglio 90”: La tragedia del “Giaron”.

    Lo abbiamo intervistato proprio sugli avvenimenti da lui descritti nelle sue ultime due opere, relativi agli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale ed al coinvolgimento in essi del Senatore Badaloni.

    – Signor Rizzati: perché si è dedicato allo studio di quei giorni, che sono poi anche gli ultimi della vita del Senatore Badaloni, che, ricordiamo, è morto a Trecenta il 21 Maggio 1945, vale a dire appena un mese dopo la fine della guerra?

    “Anzitutto la figura del Prof. Badaloni, (è ancora il ‘Professore’ tra la gente di una certa età dell’Alto Polesine), ha segnato la vita di tante persone che vivevano una esistenza di stenti e di miseria, colpiti dalla pellagra e spesso al livello di pura sopravvivenza. Il Professore dedicò a loro tutta la sua vita di Medico, scegliendo di vivere in una condotta di paese agricolo, mentre con la sua scienza professionale avrebbe potuto farsi ricchezze e fama in grandi città. Le rappresentò inoltre anche prima come Deputato e poi, dal 1920, come Senatore del Regno, portando la voce dei più deboli ed indifesi nel Parlamento, rivendicando il diritto dei più poveri ad avere una vita dignitosa; più che una funzione fu un apostolato tendente a migliorare le condizioni di gente che viveva in uno stato di abbruttimento sia morale che materiale.”

    – Perché lo definisce un santo laico?

    “Ho avuto la fortuna di conoscere tanti testimoni della vita del Professore: non fu mai un estremista, ascoltava tutti e per tutti aveva una parola buona, oltre che curare praticamente senza ricevere soldi, anzi spesso dando di quel poco che aveva a chi aveva meno di lui. E’ morto povero tra la gente che lo amava e alla quale aveva dedicato tutta la sua vita. Fu un esempio di amore per il prossimo, tolleranza, onestà e profondo rispetto per tutti; gli ho dedicato la mia ricerca che mi ha spinto a dire che ‘E’ un Santo laico’.”

    – Perché ha deciso di raccontare, assieme ad altri eventi e a suoi ricordi personali, gli ultimi giorni della guerra e il coinvolgimento del Professore in quei tristi momenti?

    “Credo sia indispensabile premettere che negli scritti dedicati al mio paese e ai miei ricordi personali ho talvolta lasciato correre la mia fantasia, ma sempre avendo come punti fermi di riferimento gli episodi di una realtà vissuta e raccontata da testimoni o attori di quanto raccontato. Il periodo che va dall’8 Settembre del 1943 alla Liberazione dell’Aprile 1945 è stato anche nella nostra terra funestato da tragici episodi di guerra fratricida e di assurde violenze. La strage di Villamarzana è l’esempio più visibile e conosciuto, ma proprio negli ultimi momenti della guerra, quando il fronte stava crollando e si era al “si salvi chi può”, proprio a Trecenta si verificò un episodio poco conosciuto che ho voluto raccontare attraverso il ricordo dei testimoni e nei quali anche Badaloni fu coinvolto”.

    – Ce ne parli

    “La casa dove viveva il dott. Badaloni a Trecenta era sulla strada della ritirata delle truppe tedesche e dei repubblichini, che, essendo oramai certi della loro sconfitta, si temeva volessero vendicarsi colpendo un uomo che rappresentava un mondo opposto al loro che stava crollando sconfitto. Per questo motivo, amici fidati e discepoli convinsero il Senatore a trasferirsi al di là del Tartaro, in un rifugio molto più sicuro della sua casa, nella quale si erano installati i nazisti in ritirata.

    Certo Badaloni, che era ancora perfettamente lucido anche se quasi cieco e in scadenti condizioni di salute, capiva che quei tragici momenti mostravano l’aspetto peggiore dell’uomo: l’odio, la sopraffazione verso gli avversari, dolori e morte verso tutti, sentimenti che egli aveva sempre combattuto nella sua lunga vita con l’esempio e l’attività giornaliera.

    Spostare una persona in quelle condizioni fisiche e in quel contesto caotico significava provocargli un grosso stress, ma diventava necessario agire come fecero coloro che lo portarono al sicuro”.

    – Così il Professore si salvò

    “Ma c’è un episodio particolare, che mi è stato riferito da chi era presente nell’abitazione dove era stato portato Badaloni. Quando successe il tragico evento dell’omicidio dei ragazzi presi dai nazisti nella sua casa di Trecenta (e del quale non fu mai messo a conoscenza ), il Professore si mostrò molto agitato, cosa strana per lui sempre così calmo. Forse è stata una coincidenza, ma mi fa piacere credere che lui ‘sentisse’ che qualche cosa di tragico stava succedendo in quel momento. E poi ci fu l’episodio dell’omicidio in Municipio, ancora poco studiato e conosciuto e che mi sono riservato di approfondire.

    Erano episodi di sangue e di dolore che erano troppo lontani dai profondi sentimenti di amore e di rispetto reciproco che legavano Badaloni alla sua gente. Per questo ho immaginato quanto potesse soffrire nel ‘sentire’ ciò che stava accadendo. Mi è stato insegnato che Santo è colui che dà amore al proprio prossimo secondo l’insegnamento di Gesù Cristo.”

    – Dunque secondo lei Badaloni può essere considerato un santo.

    “Badaloni si proclamava laico non credente, ma ammirava coloro che avevano la Fede che lui non aveva; amava il prossimo, lo aiutava e gli era vicino nelle sue difficoltà. Questo è l’insegnamento del Cristianesimo, la base della nostra civiltà, il sentimento che il Senatore condivideva pienamente con Don Graziano Lucchiari, Arciprete di Trecenta in quegli anni (‘Monsignor’ per noi trecentani di una certa età).

    Erano due personaggi che rappresentavano due mondi diversi, ma nei quali l’amore per il prossimo era la strada principale da seguire, senza discussioni e tentennamenti. Era ed è la strada che porta a Dio per chi crede, alla Redenzione dell’Umanità per chi è senza fede, ma in ogni caso penso sia il percorso obbligato per i veri uomini. Ecco perché ritengo che Badaloni fosse un ‘Santo laico’.”

    Ringraziamo il signor Rizzati per questa sua conversazione, che ci permette di conoscere e capire meglio, attraverso i suoi scritti, un angolo della nostra terra polesana.

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