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Archivi: Articoli d’archivio

  • La Sinagoga di Rovigo

    La Sinagoga di Rovigo

    di Ass. TeradaMar

    Nel passato la presenza ebraica a Rovigo fu consistente, caratterizzata dal XVII secolo dalla presenza del Ghetto, all’interno del quale era presente la Sinagoga.

    Le sinagoghe, luogo di preghiera e di socialità

    Le origini della Sinagoga sono molto antiche e risalgono al periodo dell’esilio babilonese, tra il 597 e il 537 a.C. Dopo la distruzione del Primo Tempio, la Sinagoga venne istituita come luogo di preghiera e culto in Israele dagli ebrei che tornarono dall’esilio. Proprio a Babilonia una grande assemblea composta da 120 scribi, profeti e sapienti ebrei formalizzò un canone per la lingua delle preghiere in ebraico; fino ad allora non esisteva un elenco di preghiere o un metodo uniforme di preghiera condiviso. Questa innovazione portò alla nascita di luoghi dedicati alla preghiera che, grazie anche al contributo delle scuole e dei rabbini, permisero di mantenere e conservare l’identità religiosa giudaica, soprattutto dopo la distruzione del Secondo Tempio nel 70 d.C. Sin dall’epoca romana in Italia, così come in tutta Europa, vennero costruite numerose sinagoghe, testimonianza di una presenza ebraica diffusa su tutto il territorio nazionale. Fino al periodo dell’emancipazione, che ebbe inizio nel XVIII secolo, le sinagoghe non avevano un aspetto distintivo o monumentale a causa delle leggi restrittive che regolavano la presenza dei luoghi di culto ebraici nei paesi cristiani. Durante il Medioevo la Sinagoga, in ebraico “Bet haKnesset” (casa dell’assemblea), divenne il centro identificativo principale per gli ebrei, non solo come luogo di preghiera ma anche come punto di socialità, istruzione e studio. Spesso veniva comunemente chiamata “scola” o “Tempio” (A. Morpurgo, 2023).

    La nascita dei Ghetti e la situazione a Rovigo

    A partire dal XVI secolo con l’istituzione dei ghetti, la Sinagoga doveva necessariamente trovarsi all’interno del ghetto stesso, priva di segni distintivi all’esterno, mai direttamente accessibile dalla strada e preferibilmente situata in una posizione elevata. Spesso si trovava nella casa del membro più ricco della comunità o in una casa acquistata da un singolo ebreo e adibita a uso comunitario. A differenza dell’aspetto esteriore dell’edificio, privo di segni esteriori e anonimo, l’interno della Sinagoga era sempre riccamente decorato. Nel corso dei secoli l’organizzazione dello spazio interno delle sale di preghiera subì alcune modifiche ma generalmente l’Aron haQodesh, l’arca-armadio in legno contenente i rotoli delle Sacre Scritture (Torah), era sempre situato nella parete orientale rivolta ad est verso Gerusalemme. Di fronte ad essa si trovava il pulpito del lettore posto al centro della sala o nel capo opposto, spesso sopra una piattaforma leggermente rialzata. Sopra l’Aron era collocata una luce sempre accesa, la “lampada eterna”, che ricordava la Menorah del Tempio di Gerusalemme. Tutto ciò si accorda perfettamente con la situazione di Rovigo. Anche se nel 1574 il Sinodo diocesano rodigino raccomandava ai cristiani di non conversare con gli ebrei, fu solo nel 1612 che il Consiglio cittadino chiese alla Signoria l’autorizzazione per “ridurre” gli ebrei in un “luoco separato”. A Rovigo la realizzazione del ghetto, come stabilito dalla Costituzione dell’Università degli Ebrei, richiese almeno dieci anni a causa delle difficoltà tecniche nel trasferire le famiglie ebree che risiedevano fuori dal ghetto all’interno di quest’area e, al tempo stesso, liberare le poche case abitate da famiglie cristiane presenti nella zona. Il ghetto fu formalmente inaugurato il 27 settembre 1627, come attestato dalla targa celebrativa posta sulle decorazioni in pietra di Nembro e pietra rossa liscia che ne adornavano il portone principale dal quale si accedeva all’interno. L’area scelta comprendeva case e terreni appartenenti alle famiglie Cezza, Redetti e Montecchi e costituiva già un nucleo abitativo per numerose famiglie ebraiche che, come tipico dei gruppi minoritari, tendevano ad aggregarsi. Il ghetto era delimitato dalla Strada che portava al Borgo di San Bortolo (l’attuale via X Luglio), dal terraglio prospiciente le mura (attuale via Boscolo), dal vicolo della Cappa e confinava con le proprietà del convento delle Zitelle e del convento di Sant’Antonio Abate. Proprio la vicinanza a queste realtà religiose, in particolare alla chiesa di Sant’Antonio, dalla quale il ghetto era separato solo da un muro, portò nel 1629 al decreto di demolizione della Sinagoga.

    La sinagoga, eretta al sesto piano, presentava una suggestiva decorazione

    Si rese pertanto necessario allestire un nuovo Tempio che fu costruito al sesto e ultimo piano di un edificio che prospettava sul lato occidentale del primo dei due cortili esistenti all’interno del ghetto, proprio sopra l’ingresso principale. Il sito scelto per la sua costruzione doveva essere conforme alle disposizioni, vale a dire non creare ostacoli né scandalo per i cristiani. La famiglia Consigli, una delle famiglie ebree più importanti e protagoniste della vita della Comunità ebraica di Rovigo, fu incaricata dell’amministrazione del Tempio. Il Tempio, di forma leggermente ellittica, si presentava ampio e luminoso, con una decorazione sobria ma ricca di dignità e suggestione, come ricordato da F. Luzzato (1932). Al pianterreno dell’edificio si trovava il Beth ha-Midrash (Casa di Studio), il principale luogo di studio della Torah e del Talmùd, dove si osservava il rituale tedesco, come accadeva anche nella Sinagoga.

    La fine del Ghetto e il restauro della sinagoga

    Nel 1797, con l’invasione francese e la caduta della Serenissima Repubblica, vennero abbattuti i cancelli che chiudevano il ghetto e gli ebrei acquisirono i diritti e le libertà degli altri cittadini. Questo nuovo stato di cose fu ufficializzato nel 1848 con il riconoscimento dello Statuto Albertino, che, tra le altre cose, sanciva l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge senza distinzione di culto. Questo cambiamento giuridico determinò che, in pochi anni, la condizione degli “Israeliti” (come venivano chiamati d’ora in poi) divenisse tra le migliori in Europa. La legislazione emancipatoria tracciò una realtà completamente nuova per l’ebraismo italiano, che si aprì all’integrazione, talvolta anche all’assimilazione, portando a notevoli cambiamenti nella distribuzione della popolazione ebraica sul territorio nazionale. Molte piccole e antiche comunità si spopolarono mentre altre si ingrandirono rapidamente. È proprio sotto l’azione di questa rapida concentrazione di ebrei nei centri urbani più grandi che la nuova condizione sociale acquisita cominciò a concretizzarsi anche dal punto di vista architettonico. Infatti, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, molte città italiane videro la costruzione di nuovi “Templi Israelitici”, spesso di grandi dimensioni, con facciate e cupole monumentali, autonomi, fortemente visibili e riconoscibili nel paesaggio urbano in cui venivano inseriti (A. Morpurgo 2023). A Rovigo, però, la comunità ebraica di dimensioni più piccole, optò per una scelta diversa: il restauro e il rinnovamento della Sinagoga esistente. Come riportano le cronache dell’epoca, nel 1857 gli israeliti di Rovigo, che contavano circa 375 membri, destinarono una somma di 24.000 lire al restauro del sacro Tempio. Una somma altrettanto significativa di 7.000 lire era stata già spesa precedentemente per il rifacimento del tetto del Tempio, 5.000 lire per la doratura dell’area della Legge e per l’acquisto di due nuovi candelabri, e 9.000 lire erano state utilizzate poco prima per il rinnovamento delle scale che conducevano alla casa d’orazione. Si trattava di somme notevoli ma destinate non alla costruzione di un nuovo e sontuoso edificio, bensì al risanamento delle strutture esistenti. L’obiettivo era quello di riparare i danni causati dal tempo, restaurare le vecchie costruzioni e abbellirne ogni parte rendendo più armoniose e maestose le proporzioni preesistenti. In altre parole, si trattò di un intervento volto a creare un “Tempio nuovo in un Tempio vecchio”, risparmiando sui costi ed evitando il dispendio di risorse che un’opera completamente nuova avrebbe comportato, senza però rinunciare alla maestosità del luogo. Il 20 agosto del 1858, il Tempio così rinnovato venne inaugurato alla presenza delle autorità cittadine e ad una folla di persone appartenenti a “ogni ceto e ogni confessione”. Nel 1871, l’Italia contava 96 sinagoghe e quella di Rovigo si annoverava tra le più eleganti e ricche insieme a quelle di Venezia, Padova, Livorno e Casale Monferrato. Nel 1869 la Comunità ebraica della città raggiunge il suo numero massimo di 430 unità e da quel momento inizia un processo graduale ma continuo di emigrazione verso altre città economicamente più favorevoli e il ghetto cittadino cominciò a spopolarsi. Le famiglie più benestanti lasciarono il quartiere cosicché gli edifici del ghetto divennero dimora delle famiglie meno abbienti della città. Nel corso del tempo, a causa della scarsa manutenzione degli edifici, molte strutture divennero fatiscenti e pericolose e nei primi decenni del XX secolo la situazione raggiunse un punto tale che si cominciò a parlare della necessità di demolire gran parte delle vecchie costruzioni. Dopo un lungo confronto tra le autorità cittadine e gli esponenti della Comunità ebraica si giunse alla decisione di demolire gran parte degli edifici del ghetto ormai fatiscenti e nel 1930 il processo di demolizione si intensificò con l’abbattimento di circa il 60% della totalità degli edifici. La Sinagoga, stessa non poté essere risparmiata dalla distruzione e gli arredi, i marmi, l’Aron e i banchi furono conservati e messi al sicuro.

    La nuova sinagoga

    La Comunità Ebraica di Rovigo, pur essendo ridotta a meno di cento individui, guardava con fiducia al futuro. Grazie alla guida e al supporto della Comunità Ebraica di Padova, sotto la cui giurisdizione era passata, si avviò la ricostruzione di una nuova Sinagoga, simbolo di rinascita e di speranza. La nuova Sinagoga fu edificata in via Corridoni, un luogo visibile e riconoscibile nel paesaggio urbano, a pochi passi dalla casa contrassegnata dal civico n. 13. Il progetto, redatto dagli ingegneri Stori e Bega, fu realizzato con sobrietà ed eleganza. La Sinagoga, a pianta esagonale, sorgeva nel cortile retrostante l’edificio e si presentava elegante e discreta all’esterno ma raccolta e armoniosa all’interno. Gli antichi marmi, l’Aron e i banchi provenienti dalla vecchia Sinagoga di Rovigo conferivano all’interno un’atmosfera di continuità con il passato facendo sembrare il nuovo Tempio un luogo di culto che, pur essendo moderno, portava con sé l’eredità di un lungo cammino spirituale. La cerimonia di inaugurazione della nuova Sinagoga di Rovigo, avvenuta il 29 settembre 1932, fu un evento di grande significato per la Comunità. Il grande salone interno, caratterizzato da una solenne monumentalità e ampie finestre che ne esaltavano la luce naturale, fu il luogo dove si svolse la cerimonia che, sebbene semplice e intima, fu descritta dalle cronache dell’epoca come molto sentita e partecipata. Per coloro che ebbero la fortuna di partecipare quel momento rimase indelebile nei ricordi, una testimonianza di grande speranza e rinnovamento per la Comunità ebraica rodigina.

    Le leggi razziali e l’abbandono della nuova sinagoga

    Ma ben presto la situazione cambiò radicalmente. Con l’emanazione delle leggi razziali del settembre 1938 e l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, l’ebraismo italiano si trovò ad affrontare un periodo estremamente difficile, caratterizzato da esclusioni, discriminazioni e persecuzioni.

    La Sinagoga di Rovigo da poco inaugurata cessa ben presto il suo ruolo religioso e diviene un luogo di rifugio per l’arte, grazie alla scelta dello scultore rodigino Virgilio Milani (1888-1977) che vi stabilì il suo atelier. Milani, sensibile alla luce naturale che penetrava attraverso le ampie finestre vi trovò il luogo ideale per le sue opere, la luce “diretta” interagiva con le sue sculture, esaltandone i dettagli del modellato e creando suggestivi riflessi e ombre che ne impreziosivano la forma (E. Vanzelli 2023). Alla morte di Milani, la costruzione subì alcune modifiche riguardanti principalmente la facciata e gli interni per essere adattato ad abitazione civile. Oggi l’edificio, pur trasformato e adattato a nuove funzioni, continua a rappresentare una pietra miliare della memoria storico culturale della comunità locale.

    BIBLIOGRAFIA LA PAGLIA, SALVATORE. “Il Ghetto di Rovigo: un monumento architettonico scomparso” in Acta Concordium n. 4 – supplemento a Concordi -n. 3: 33-46. Rovigo: Accademia dei Concordi, 2007. LUZZATO, FEDERICO. “La Comunità ebraica di Rovigo” in La Rassegna mensile di Israel 6, nn. 11/12 (marzoaprile 1932): 509-25 MILAN, ANDREINA. “Topografie del Sacro. Rovigo, tra ortodossia ed eterodossia” in In_Bo vol. 12 n. 16, 15862. Bologna: 2021 MORPURGO, ANDREA. “La sinagoga e il cimitero: una storia parallela e dialogante” in Storia degli ebrei in Italia, Il Bollettino di Clio nuova Serie n. 20: 77-85. Mantova: Ed Mnamon, 2023. SPAGNOLETTO, AMEDEO. “Abitare nella Casa del Signore (salmi 27:4). Influenze e interazioni fra ambienti sinagogali e la preghiera” in in Storia degli ebrei in Italia, Il Bollettino di Clio nuova Serie n. 20: 86-92. Mantova: Ed Mnamon, 2023. VANZELLI, ELISABETTA. “Milani, un gigante schivo” in Virgilio Milani e l’arte del 900 in Polesine: 67-70. Rovigo: Fondazione Cariparo, 2023. ZAGGIA, STEFANO. “Un luogo separato in “forma di ghetto” in Rovigo dalla parte di S. Giustina : 79-89. Rovigo: Ed. Minelliana, 1993 ZAGGIA, STEFANO. “Lo spazio interdetto: il ghetto ebraico di Padova. Saggio di storia urbana”. Padova: Padova University Press, 2020. Testi: Gianluca Barbi, Maria Chiara Gualandi, Rossella Ruzza (Associazione culturale TeradaMar Aps)

  • Matteotti al funerale della Duse

    Matteotti al funerale della Duse

    Nel 2024 si è celebrato il centenario della morte di Eleonora Duse e di Giacomo Matteotti, due figure che hanno segnato, una nell’ambito teatrale e l’altro politico, la storia d’Italia e non solo. Matteotti il 12 maggio 1924, un mese prima della sua stessa morte, diede l’ultimo saluto all’attrice più importane del suo tempo (forse di tutti i tempi) che aveva rivoluzionato la recitazione teatrale con il suo stile particolarissimo. I due personaggi non si sono mai incontrati personalmente e nemmeno risulta che Matteotti abbia assistito a qualche recita teatrale della “divina”, ma di certo conobbe ed apprezzò il prestigio dell’attrice, tanto da essere presente alla cerimonia funebre svoltasi ad Asolo. Appassionato di teatro, Matteotti legge sui giornali le recensioni degli spettacoli teatrali, ed è probabile che abbia letto anche quelle dello stesso Piero Gobetti, giornalista ed intellettuale liberale, anch’egli vittima del fascismo un anno dopo Matteotti. Gobetti aveva descritto il rientro teatrale della Duse nel 1921, dopo 12 anni di assenza, elogiandone la scelta di recitare con i suoi capelli bianchi: «non vuole rappresentare parti giovanili. Eppure giovane di una giovinezza meravigliosa le è rimasta la voce e lo spirito ardente». Ha scritto ancora su di lei su «La Frustra teatrale», celebrando la sua presenza scenica come un’esperienza religiosa, quasi mistica.

    Eleonora Duse (1858-1924) Una vita non facile, di grande impegno e successi teatrali

    Eleonora Duse, in grado di emozionare intere platee di spettatori, celebrata come «la Divina» (appellativo datole da D’Annunzio), il 21 aprile 1924, cessava di vivere a Pittsburgh (Pennsylvania), dopo una polmonite, nel pieno di un’importante tournée americana. Nata a Vigevano il 3 ottobre 1858 da una famiglia di attori girovaghi, aveva iniziato a recitare all’età di quattro anni per poi intraprendere una brillante carriera prima nella compagnia di Giacinta Pezzana e poi in quella di Cesare Rossi come prima attrice. Aveva vissuto una vita sentimentale movimentata e dolorosa: la morte del primo figlio avuto dal giornalista napoletano Martino Cafiero, subito dopo la nascita; seguirono il matrimonio con l’attore Tebaldo Checchi, la nascita di Enrichetta e poi la separazione dal marito. Successivamente ebbe una relazione con lo scrittore e librettista verdiano Arrigo Boito e poi quella, conosciutissima e tormentata con Gabriele D’annunzio. Nel 1909, a poco più di cinquant’anni, la Divina si ritirò dal teatro dopo la rappresentazione La donna del mare di Ibsen a Berlino perché i segni dell’età non le consentivano di interpretare i personaggi del suo repertorio, o forse perché stanca delle continue tournée in Italia e a livello internazionale anche a causa di una fragilità polmonare che si stava aggravando. Il suo ritorno sul palcoscenico nel 1921, forse dettato da problemi economici, avvenne negli anni degli accesi scontri sociali e politici in Italia, riproponendo lo stesso dramma del giorno dell’addio dalle scene e fu un trionfo, tanto da essere scritturata nei più importanti teatri italiani e all’estero. Nella sua carriera ha conquistato le platee di tutto il mondo perché sapeva emozionare il pubblico con una recitazione non prevedibile, che prendeva per mano lo spettatore per condurlo in un «secondo dramma», quello esistenziale, nella profondità della psiche umana. Eleonora Duse non è stata solo un’attrice apprezzata, avendo rinnovato il teatro nell’interpretazione e nelle finalità, ma ha anche creato un «teatro di L’amore per questa città era poesia». È stata un’imprendiiniziato nel 1892, ospite di trice di se stessa, la prima diun’amica americana conorettrice di compagnia e sciuta a Venezia, Katherine de capocomica di umili origini; Kay, e qui ritornerà spesso per lottava per acquistare autonoritemprare il suo spirito. Si immia, all’interno di un sistema pegna anche nella ricerca di un teatrale dove non vi erano sussuo «rifugio», una casa per la sidi pubblici e dove il pubblico prima volta tutta sua. Sceglie bisognava conquistarlo per la Casa dell’Arco in via Canova, sopravvivere. Insomma fu una di proprietà dei Morrison. La rappresentante di un femmipalazzina ha una posizione che nismo pragmatico, pur non Eleonora predilige: vista sulla frequentando i circoli femmicampagna veneta fino al mare nistici che si stavano diffonma consente anche di ammidendo. rare «il Sacro monte dove tanti Coltivò sodalizi artistici • Tomba di Eleonora Duse eroi hanno combattuto e sono con molti letterati e uomini di morti per la nostra cara Italia». cultura come ad esempio Riccardo Bacchelli, Sarà però la figlia Enrichetta ad acquistarla, Marco Praga, Giovanni Papini e Giuseppe in memoria della madre, cinque mesi dopo la Prezzolini. Da attrice che ha fatto conoscere sua morte. l’arte italiana al mondo. Ammirata da un riQuando la sua bara arriva nella stazione formatore del teatro come Gordon Craig e da di Asolo il 12 maggio 1924, in un assolato luCharlie Chaplin che scrisse due mesi prima nedì, è accolta da una folla di persone. della morte della Duse, sul «Los Angeles Il carro funebre, trainato da quattro caDaily Times» – dopo averla ammirata nella valli si muove con solennità, arrivando sul Porta Chiusa di Marco Praga – che la sua repiazzale della Chiesa di Sant’Anna per le citazione l’aveva commosso. commemorazioni ufficiali ed il rito funebre. La salma viene sepolta, nel cimitero omoL’ultimo saluto ad Asolo nimo, ai piedi del Monte Grappa e del MonL’icona del teatro internazionale, la ditello tanto cari alla defunta in una tomba, vina privata della vita il 21 aprile 1924, dopo circondata dai cipressi, chiusa con una pietra i funerali avvenuti negli Stati Uniti, ritorna sepolcrale di granito bianco estratta da una nella sua amata Asolo il 12 maggio 1924 cava del Monte Grappa e la semplice iscriper l’ultimo saluto. zione «Eleonora Duse». La sua bara, coperta dalla bandiera italiana, dopo una cerimonia solenne a Roma La presenza nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, dell’on. Matteotti viene trasferita in treno ad Asolo, città dove Tra la folla commossa sono presenti, inEleonora Duse ha deciso di ritirarsi al tersieme alle autorità politiche locali e regiomine della carriera e che ha dichiarato come nali, il sottosegretario all’Istruzione Lupi del luogo di residenza al suo arrivo egli Stati governo Mussolini, Arnaldo Mussolini e il Uniti. Ha lasciato scritto «Amo Asolo perché è bello e tranquillo, […]. Questo sarà l’asilo per l’ultima vecchiaia, e qui desidero essere seppellita.» Il governo mussoliniano le tributa funerali di stato e stabilisce alcuni giorni di lutto nazionale per interessamento di Gabriele D’annunzio.

    deputato Giacomo Matteotti. Quando il corteo funebre si scioglie, Matteotti ha urgenza di partire e di rientrare a Roma. Secondo la testimonianza di Filippo Turati compie una «monelleria»: scorge un camion con il cassone pieno di camicie nere, la milizia fascista, con la tesa del cappello tirata giù avrebbe chiesto: «Sono un attore mi date un passaggio?» Deve andare al prendere il treno a Castelfranco per ritornare a Roma. Prima però di lasciare Asolo acquista due cartoline con foto della città di Asolo che spedisce una all’amata moglie Velia, senza firmarla per evitare il controllo poliziesco, ed un’altra a Fosca, sorella di Velia, moglie di Emerico Steiner il cognato più vicino alla coppia. Raccoglie anche una foglia di edera sulla tomba della Duse. Tutto questo straordinario materiale documentario è stato donato e si conserva nell’archivio di Casa Museo. Matteotti nel 1924, quando partecipa al funerale, è stato eletto per la terza volta deputato, è il segretario del Partito Socialista

    Unitario da circa due anni dopo l’espulsione dell’ala riformista al congresso socialista di Roma. È il principale avversario del governo di Mussolini, insediatosi nel 1922 per volontà del Re, dopo la Marcia su Roma; sono numerosi e alcuni memorabili i suoi interventi parlamentari che denunciano la pericolosità del fascismo e la sua natura violenta nel periodo dal gennaio 1921fino al discorso del 30 maggio 1924. Nel febbraio del 1923 ha dato alle stampe e distribuito clandestinamente Un anno di dominazione fascista, libro tradotto in Gran Bretagna, Germania e Francia per smascherare i bluff del regime nell’ambito economico e sociale. Conosce sulla sua pelle la violenza dello squadrismo a Ferrara, Castelguglielmo, Padova, Siena, Cefalù e viene diffidato dal 1921 a non tornare a vivere in Polesine pena la morte; il suo atteggiamento irriducibile comporta gravi conseguenze anche sulla vita dei suoi familiari. Viene ucciso a Roma dalla Ceka fascista il 10 giugno 1924.

    Icone del loro tempo

    Eleonora Duse e Giacomo Matteotti, due personalità di spicco che hanno saputo, nei loro ambiti, interpretare e superare il tempo in cui hanno vissuto, intrecciano le loro vite il 12 maggio 1924. La morte – diversa per le modalità della dipartita, onorata e celebrata dal Regime la “Divina”, vittima di un drammatico assassinio quella del deputato polesano – li consacra entrambi a miti. Le loro tombe, le loro case sono ancor oggi meta di pellegrinaggi di persone di ogni estrazione sociale e cultura. Le loro figure rimangono ancora vive e attuali nella memoria collettiva: uno per i valori democratici e costituzionali che hanno ispirato le sue battaglie politiche e l’altra per essere stata una donna libera e colta, che ha rivoluzionato con la sua superba arte il teatro italiano. • Tomba di Giacomo Matteotti

  • Le navi perdute di Contarina

    Le navi perdute di Contarina

    La scoperta delle navi

    Nel 1885 il Genio Civile di Rovigo, diretto dall’ing. Carlo Veronese, presentò un progetto per la sistemazione delle acque di scolo dei territori “padani” e “polesani” che prevedeva lo scavo di un unico grande canale in destra del Canalbianco. Tale importante lavoro idraulico fu denominato Collettore Padano-Polesano: aveva origine a Fossa Polesella e terminava a Contarina (ora Porto Viro) con l’immissione delle acque nel Po di Levante in località Specchioni a circa 2 km dal mare.

    La realizzazione del manufatto venne suddivisa in 3 tronchi. Il terzo ebbe inizio dall’argine del Gigante a Volta Grimana fino allo sbocco in Po di Levante. I lavori di questo tronco si svilupparono dal 1895 al 31 agosto 1900. Durante lo scavo, nell’allora comune di Contarina, vennero alla luce le carcasse di due storiche imbarcazioni, distanti una dall’altra 290 metri e ritenute molto antiche. La sorpresa fu grande. Ci si rese conto che si trattava di reperti molto antichi. Si attivò subito il locale tenente di vascello Luigi Arcangeli che per primo informò il Dipartimento Marittimo, il quale allertò la Regia Deputazione Veneta di Storia Patria. La quale nominò una Commissione presieduta dal prof. cav. Giuseppe Occioni Bonaffons segretario della stessa, che si recò a Contarina per seguire i lavori di scavo e recupero dei relitti con il loro contenuto.

    Vanno ricordati i personaggi polesani che hanno contribuito al recupero e conservazione dei reperti: il fratello di Luigi Arcangeli l’avvocato Gaetano Paolo, il comm. Casalini presidente della Deputazione Provinciale di Rovigo ed i conti Papadopoli che ospitarono i membri della Commissione a Retinella di Loreo.

    La descrizione delle navi

    Riportiamo una parte dei dati presenti nella dettagliata relazione Occioni-Bonaffons. • La prima barca si trovava a 130 metri ad ovest dal ponte Scalon (ponte ad arco poi demolito) ed era rivolta con la prora verso est; era inclinata sul fianco sinistro con il fondo a 4,10 metri “sotto la media comune della marea”. Le dimensioni misurate erano le seguenti: lunghezza massima 19,62 m; larghezza fuori fasciame esterno 5,20; larghezza fuori delle corbe 5,12 m; altezza massima dello scalmo della corba 3,40 m. Le corbe sono elementi strutturali trasversali della barca che costituiscono il riferimento principale per la linea dello scafo. La barca era dotata di due alberi alti e robusti per la navigazione a vela, ma era possibile anche la voga con rematori posti in coperta; inoltre è certa la navigazione in mare in quanto l’agugliotto (cerniera metallica per la rotazione) del timone era incrostato di sabbia micacea marina e di numerose conchiglie tra cui cardium e venus. I resti di legno della carcassa navale sono stati riconosciuti di rovere e larice. • La seconda barca si trovava a 162 metri a valle del ponte Scalon, ad una profondità di 4,30 metri sotto il livello del mare. Le reali dimensioni dell’imbarcazione non sono note in quanto i resti rinvenuti comprendono solo una parte della murata di sinistra (fianco della nave emerso dello scafo), con alcuni pezzi di corbe e di bagli (travi lievemente ricurve che uniscono le opposte murate di una nave) ed alcune tavole di fasciame del ponte scoperto. La lunghezza della parte di barca scoperta era di 11.40 metri e l’altezza, in media di 2,50 metri. I legni riconosciuti sono: quercia, larice e abete.

    Il trasporto delle navi a Venezia e la “sparizione” dei reperti

    Nel febbraio 1898 le carcasse delle imbarcazioni vengono scomposte in varie parti opportunamente numerate, quindi trasportate e depositate in un magazzino presso casa Arcangeli a Donada (ora Porto Viro). Da qui avviene il trasferimento via terra fino alla vicina località Fornaci sul Po di Levante, dove restano in attesa di un rimorchiatore a vapore e di una grande barca peota adatta al contenimento dei resti per il loro trasporto a Venezia. Della spedizione si occupò il Regio Ministero per la Marina: il 13 e il 14 giugno 1898 si registra la spesa per il vito e alloggio a Chioggia dell’equipaggio chiamato per il trasporto dei relitti a Venezia. La spedizione però non riesce a ripartire a causa una piena improvvisa dell’Adige che comporta la chiusura dei due sostegni di Cavanella e Tornova. Le condizioni climatiche avverse terminarono il 14 luglio e il 15 luglio, quando si registrano le spese per l’equipaggio che stavolta provvede alla spedizione definitiva. Secondo quanto scritto nella relazione Occioni-Bonnafons i relitti navali arrivano a Venezia il 17 luglio 1898 e vengono depositati nel regio Arsenale “in luogo appartato”. A questo punto ci si pone la domanda relativa alla conservazione di tali reperti e al loro successivo collocamento. Purtroppo dobbiamo constatare che dei resti delle navi romane si è perduta ogni traccia e memoria. Infatti la ricerca odierna effettuata a Venezia sia presso l’Arsenale sia al Museo Navale ha dato esito negativo. Del tutto spariti gli antichi reperti. Il prof. Beltrame mette addirittura in dubbio l’arrivo a Venezia dei pezzi scomposti e numerati delle due navi.

    I modelli delle navi tuttora visibili Venezia, ma incredibilmente scomparsi a Rovigo

    Fortunatamente, prima del trasporto a Venezia le carcasse delle due imbarcazioni vennero fotografate dall’architetto Riva: 9 foto alla prima barca e 5 alla seconda. Rimane pertanto una documentazione fotografica delle due antiche imbarcazioni. Le due navi vennero anche disegnate con grande precisione, riproducendo sia la sezione longitudinale sia quella orizzontale ed anche alcuni dettagli ritenuti importanti e significativi. Venne inoltre deciso di procedere alla costruzione di due coppie di modelli in scala 1/10: una prima coppia resterà al Museo del Regio Arsenale di Venezia del quale divennero proprietà, mentre la seconda coppia verrà inviata a Rovigo ed esposta insieme ad un saggio degli oggetti ritrovati al Museo del Regio Arsenale. A Venezia attualmente i due modelli, che però sono in scala 1/20, sono presenti in una sala del primo piano del Museo Navale di Venezia, contenuti in una teca di vetro con l’indicazione “Modelli di antichi scafi rinvenuti vicino a Rovigo”. Informazioni più precise sul luogo del ritrovamento si trovano sulla base di legno chiaro, dove è rappresentata la posizione dei due scafi rispetto allo scavo del Collettore. Le iscrizioni risultano poco leggibili: “Canale Collettore polesano – Comune di Contarina”. Per quanto riguarda i modelli destinati a Rovigo, nella relazione Occioni datata aprile 1900, troviamo scritto nel resoconto finanziario: “30 giugno 1899 invio modelli a Rovigo e loro collocazione all’Accademia dei Concordi – lire 35” . Nella stessa pubblicazione: “…tale seconda copia di modelli….fa oggi bella mostra di sé in una sala dell’Accademia dei Concordi di Rovigo”. Dell’arrivo nel capoluogo polesano dei modelli di navi troviamo conferma presso l’Archivio di Stato di Rovigo dove vi è un fascicolo datato Venezia 26 giugno 1899 che contiene una circostanziata lettera di Domenico Dr. Macchia. E oggi? Tutto sparito. Ai giorni nostri, sentiti i responsabili dell’Accademia dei Concordi, poco dopo un recente riordino di tutto il materiale depositato presso i locali dell’istituto, abbiamo la conferma che non è presente nessun modello delle navi e neppure del materiale rinvenuto a bordo. Anche l’attuale famiglia Casalini, afferma di non avere alcuna conoscenza dei modelli e nessuna indicazione al riguardo.

    Gli oggetti rinvenuti a bordo delle navi

    Dalla prima nave sono stati raccolti 33 oggetti che facevano parte sia della barca stessa sia trovati esternamente, senza tuttavia precisare dove. L’elenco è così distinto: A Pezzi che formavano parte integrante della barca stessa; B Sassi; C Terre cotte; D Legno, Piombo e Cordami; E Avanzi animali (ossa di bue). Alla voce Terre cotte segue il seguente elenco: Manico di un’anfora (romana); Cilindro lavorato in terra cotta (romano); Due cocci di terra cotta verniciati; Coccio di terra formato a coperchio.; Sei cocci varii di terra cotta; Mattoni di terra cotta per costruzioni; Oggetti varii di natura indeterminata. L’attribuzione – peraltro fra partentesi – di romana al manico dell’anfora e romano al cilindro di terra cotta è stata estrapolata per far risalire le navi all’epoca romana. E, in onore di questo ritrovamento, alla vicina strada è stato dato il nome di via Navi Romane. Come specificato nella relazione, le terre cotte non sono state rinvenute nel relitto ma probabilmente nei dintorni oppure inserite in un tempo successivo. La raccolta dei 61 oggetti della seconda barca fu meticolosa; i vari pezzi vennero elencati e collocati in 3 cassette per la spedizione a Venezia. Tra questi vi erano scodelle, pezzi di vetro, una forchetta, una forbice, ferramenta, chiodi, piombi da rete. Particolarmente interessante venne ritenuto un vaso a vernice di ossido di piombo o stagno. Gli oggetti rinvenuti nelle due barche vennero suddivisi tra Rovigo e Venezia. Come riportato sopra sappiamo che alcuni oggetti arrivarono a Rovigo, ma non conosciamo la originaria collocazione. Quelli che non furono inviati a Rovigo vennero consegnati al Museo Civico di Venezia: “…dove – si legge nella relazione dell’epoca – trovansi disposti con grande cura all’ispezione dei curiosi e degli studiosi, in una delle sale terrene”.

    E oggi? Tutto svanito. Di tutto quanto elencato non c’è traccia: nel 2009 il prof. C. Beltrame ha avuto modo di constatare che al Museo Civico Correr questi oggetti non sono presenti.

    Il problema della datazione delle due navi, impropriamente definite romane

    In mancanza dei reperti delle due imbarcazioni, incredibilmente spariti, oggi non è possibile avviare studi per stabilirne la datazione. Abbiamo delle relazioni dell’epoca che non farebbero risalire le due navi al periodo romano. La Commissione OccioniBonaffons nel 1898 propose per la prima nave una data posteriore all’anno 1000, mentre per la seconda imbarcazione la datazione viene posticipata al XV sec. L’età della prima nave venne ritenuta molto antica sulla base della scarsa qualità della tipologia di costruzione, riconosciuta in una esagerata robustezza delle singole parti in rovere ed alla imperfezione dei collegamenti, per cui si conclude affermando che la realizzazione è stata eseguita con scarse cognizioni dell’arte navale. Nel giornale Voce del Polesine del 16 giugno 1898, l’ing. Tommaso Montanari scrive che l’età della prima barca non è anteriore al 1300 mentre la seconda è posteriore al 1630. Nel 1978 l’archeologo marino Marco Bonino, esperto di navi romane prende in esame la documentazione e propone la datazione della seconda barca al XVI sec. Carlo Beltrame, archeologo marittimo dell’Università Cà Foscari di Venezia riprende lo studio delle due navi antiche nel 2009. Sulla base dei disegni, dei modelli e delle foto descrive la prima nave come “a forma tonda” e con fondo quasi piatto. Riconosce uno schema simile nei relitti di altri vascelli dell’area adriatica risalenti al XV secolo, in particolare cita il relitto di una barca rinvenuta nel 1959 nel Canale di Logonovo (Lido di Spina) datata alla fine del XIV sec. In considerazione della mancanza di reperti utili alla datazione, finisce per associare allo stesso periodo i due relitti e ad ipotizzare che le due navi siano state abbandonate circa nello stesso periodo. Riporta che Sauro Gelichi ordinario di archeologia medievale a Cà Foscari, ha identificato un esemplare di ceramica graffita arcaica e ceramiche smaltate monocrome, una forchetta e un paio di forbici che consentono di datare la 2° nave tra la seconda metà del XV sec. e l’inizio del XVI.

    La posizione dei relitti

    Negli anni 80’, al fine di garantire la sicurezza idraulica dell’intero territorio comunale, il tratto urbano del Collettore Padano Polesano venne chiuso mediante riempimento, lasciando una canaletta in c.a. lungo il lato sud. Il ponte Scalon citato nella relazione Occioni-Bonaffons si trovava lungo l’allora strada comunale detta Scalon, oggi corso Risorgimento. Sulla base della indicazione cartografica contenuta nella relazione è possibile ubicare le due barche nella cartografia di fine 800 inizio 900 e di conseguenza localizzare i due luoghi del ritrovamento: la prima barca si trovava nell’attuale area tra via Mazzini – viale VII Mari e via Navi Romane, dove ora c’è una struttura metallica. Il sito della seconda imbarcazione era circa 162 metri da corso Risorgimento lungo la via Collettore sinistro.

    Riportando le posizioni nelle carte IGM del 1900 e di fine1800 siamo in grado di trasferire i due siti anche nella Carta Militare Austriaca del 1814, dove la posizione della seconda barca risulta prossima al toponimo “Scalone” (grande scalo?). La Carta del Polesine di Rovigo di Marchetti-Milanovich del 1786 posiziona i due siti subito ad est delle dune fossili. Nella carta di Ottavio Fabbri del 1599 i punti individuati sono molto prossimi al Gottolo Contarini e più ad est è presente ed attivo il ramo di Scirocco del Po delle Fornaci. Per ipotizzare il percorso dal mare Adriatico a Porto Viro dobbiamo analizzare la cartografia del 1500, dove in alcune carte vengono rappresentate varie navi a vela nella sacca di Goro. Una di queste, la carta SEA Po rot. 162 della prima metà del sec. XVI consente di ubicare i due siti di ritrovamento dei relitti in prossimità di una laguna, che risulta collegata alla sacca di Goro tramite il ramo del Po denominato Bocha de Lostro. Il probabile percorso delle due navi per giungere ai siti di ritrovamento dal mare Adriatico passa dapprima dalla sacca di Goro (non corrisponde a quella attuale) e successivo inoltro dalla foce più meridionale del Po delle Fornaci denominata dell’Ostro (anche Scirocco), dal nome del vento.

    Proposta di valorizzazione

    Il reperto più antico trovato in zona – che è il simbolo e rappresenta Porto Viro – è la statuetta di bronzo denominata “Eracle di Contarina”, rinvenuta in uno scavo a 5 m di profondità nel 1887 che venne fatta risalire al 500 a.C. Dunque ben duemila anni prima delle due imbarcazioni del XV – XVI secolo. In ogni caso le due imbarcazioni antiche (oggi purtroppo scomparse) rappresentano un riferimento identitario da valorizzare. A tal fine si propone di provvedere alla realizzazione di una copia dei modelli delle due navi presenti al Museo Navale di Venezia. Lo spazio adatto per la collocazione non è ancora individuato, ma sembra limitato a due siti: lo spazio presente all’ingresso della Sala Eracle e il Municipio. Si rende inoltre necessario un aggiornamento riguardo al cartello stradale che indica “via Navi Romane” in “via Navi antiche”, con sostituzione dello stesso.

    BIBLIOGRAFIA

    BELTRAME CARLO, “A New View of the interpretation of the Presumed Medieval Po Delta Wrecks, Italy”, Authors. Journal Compilation, The Nautical Archaeology Society, 2009. BONINO MARCO, “Archeologia e tradizione navale tra la Romagna e il Po”, Ravenna, 1978. OCCIONI-BONAFFONS GIUSEPPE E ALTRI, “Sulla scoperta di due barche antiche nel comune di Contarina (Rovigo), Deputazione di Storia Patria per le Venezie, Serie II (Miscellanea di storia veneta), 1899. PADOAN GIUSEPPINO, “La costruzione delle opere di bonifica nella Padana Polesana nel 1800” da La Bonifica tra Canalbianco e Po, Minelliana, 2002. VIVIANI CLAUDIO, Contarina e la sua storia”.

  • La morte del podestà Querini

    La morte del podestà Querini

    Un lettore dell’articolo intitolato “Pietro Ricchi e il Polesine” – apparso nel n. 66 del Ventaglio ed avente come argomento l’attività pittorica in Polesine dell’apprezzato pittore di Lucca vissuto nel XVII secolo – ci ha fatto pervenire una richiesta a cui cercheremo di dare risposta. Ecco il testo che contiene tre domande. Nel quadro dipinto da Pietro Ricchi per la Rotonda di Rovigo c’è l’inquietante presenza di uno scheletro (rappresentante la morte) che sta per scagliare una freccia mortale al cuore del podestà Bartolomeo Querini, il quale in effetti cessò di vivere a

    Rovigo. Un accadimento sicuramente sconvolgente per la comunità. Desidererei conoscere: a) Se fu una morte improvvisa o meno e come reagirono i rodigini; b) Come avvenne il trasferimento della salma a Venezia dove immagino risiedesse il podestà? Per via fluviale partendo da uno scalo sull’Adigetto? c) Chi fu il primo podestà che inaugurò la “moda” di farsi ritrarre in una grande tela collocata all’interno del tempio della Rotonda. Rispondiamo alle prime due domande, relative al decesso e alle esequie del Querini, rimandando ad un prossimo intervento l’approfondimento del terzo quesito

    Fu una morte improvvisa?

    La morte del podestà Bartolomeo Querini (13 giugno 1613 – 10 novembre 1657) per la maggior parte dei rodigini si configurò come inattesa, nonostante le condizioni di salute dell’ancora giovane rappresentante della Serenissima negli ultimi tempi fossero apparse alquanto precarie. Troviamo notizia di ciò (ricavando anche altre interessanti informazioni che vengono utilizzate nel presente scritto) nella corposa opera in due tomi “Il potere nel sacro, I rettori veneziani nella Rotonda di Rovigo”, di Carla Boccato e Maria Teresa Pasqualini, edita dalla Minelliana nel 2001. Bartolomeo Querini fu rettore di Rovigo per appena sette mesi dal 25 aprile al 10 novembre del 1657, cessando di vivere a soli 44 anni. Quali le cause del decesso? Un documento – consistente in un dispaccio inoltrato al Doge all’indomani della morte del podestà da Pietro Michiel, camerlengo del rettore, – fa riferimento ad una condizione di affaticamento e raffreddamento patita dal rettore nel corso di reiterati controlli, con il clima autunnale avverso, alle arginature dei fiumi in piena.

    Nonostante la salute apparisse malferma, a quanto pare non vi era però a Rovigo la percezione della gravità della malattia. Lo si desume da un’altra missiva, questa inviata al Doge in data 2 novembre 1657 (otto giorni prima del decesso), a firma del provveditore alla sanità Lorenzo Miotto, il quale si diceva fiducioso nella guarigione del rettore. Se questa era l’opinione prevalente, diversa doveva invece essere la valutazione della situazione da parte dello stesso rettore, il quale qualche giorno prima della morte sentì l’urgenza di stilare un testamento (raccolto dal notaio Cristoforo Rossi), dal quale si ricavano anche informazioni relative ai sui famigliari. A cominciare dalla sua “diletta consorte” Pellegrina Zane, a cui il Querini lasciava il godimento e l’usufrutto del patrimonio sia che nel proseguo della sua vita avesse mantenuto lo stato vedovile, sia che fosse passata ad altre nozze. Dal testamento apprendiamo anche altre informazioni di tipo familiare, a cominciare dalle tre figlie viventi, le quali avrebbero ereditato il patrimonio alla morte della madre. Apprendiamo anche che il rettore, il quale dalla moglie legittima aveva avuto solo femmine (o quantomeno solo queste erano viventi al momento di stilare il testamento), aveva riconosciuto la paternità nei confronti di tre figli maschi, frutto di rapporti continuativi con tal Apollonia Rizzi di Monselice; figli naturali per i quali Querini nel testamento previde un vitalizio. Altre provvidenze furono previste per altri parenti, ed in particolare a favore del cognato Antonio Zane, fratello di Pellegrina, nominato esecutore testamentario. Nel testamento è inoltre espresso il desiderio del rettore di essere sepolto nella chiesa della Beata Vergine del Soccorso.

    Esequie solenni

    La morte – a quanto pare per lo più inattesa – destò un vivo cordoglio. Nonostante la sua breve permanenza a Rovigo, il rettore si era fatto apprezzare per l’interessamento verso le problematiche del territorio e per la dedizione dimostrata nell’espletamento del suo incarico. Già l’indomani del decesso, 11 novembre, il Consiglio di Rovigo, riunitosi nonostante fosse una domenica, deliberò di dar seguito alla richiesta del rettore prevedendo la sepoltura nella sagrestia del tempio della Madonna del Soccorso, a spese della comunità. Non vi fu pertanto il trasferimento delle spoglie a Venezia come ci si poteva attendere. Il Consiglio decretava successivamente anche la realizzazione di un dipinto da collocare all’interno del tempio della Rotonda, di cui si è parlato nel numero precedente di questa rivista, incaricando per l’esecuzione il pittore lucchese Pietro Ricchi. Colpisce il fatto che si siano scelte le ore notturne per le esequie, le quali furono solenni, improntate al gusto della teatralità dell’epoca barocca del ‘600. L’atmosfera cupa della notte, caratterizzata dalla fredda umidità di novembre, è immaginabile abbia avuto l’effetto di accentuare la scena lugubre. I particolari del funerale del nobile personaggio sono descritti da Gasparo Campo in due lettere delle quali troviamo notizia nel volume citato. La sera del 13 novembre, dopo che i nobili in abito di lutto ebbero portato le loro condoglianze ad Antonio Zane, esecutore testamentario, presero il via le cerimonie funebri. Ci si mosse dal Palazzo Pretorio (oggi Camera di Commercio), dove il Querini era deceduto, per raggiungere la dirimpettaia chiesa di S. Giustina (oggi piazza Garibaldi) dove si formò il corteo funebre aperto da chierici, frati, milizia cittadina e forestiera, i dottori del Collegio, le Scuole, e la presenza dei Cappuccini e degli Olivetani. Ogni soldato reggeva un lume mentre la nobiltà recava torce. Nella attonita notte rodigina, che immaginiamo avvolta da una cortina di nebbia, aleggiava uno spettrale clima di attesa. Finalmente il corteo si mosse, rischiarato appena dall’incerta luce dei lumi e delle torce. Il feretro era sorretto da sei uomini. Il corteo, accompagnato da un “flebile armonioso canto” imboccò strada Sant’Antonio (oggi via X luglio), deviando poi verso Ca’ Venezze (oggi via Cavour) e raggiungere la piazza Maggiore, per seguire la via (oggi Mazzini) che portava alla Chiesa della SS. Trinità (oggi Tribunale) e raggiungere infine (percorsa l’attuale via Verdi) la Rotonda dove, “sopra eminente catafalco fu collocato l’honorato cadavere e datoli poi sepoltura nella stessa Chiesa”. Ma non è tutto. Una nuova partecipata commemorazione si svolse dopo una settimana, il 20 novembre sotto la regia del nobile rodigino Giovanni Casalini. All’interno della chiesa fu costruito una sorta di tempietto a due piani con cupola, finte scalinate e balaustre, al cui centro era rappresentato un avello contenente idealmente le spoglie del defunto. Sopra la cupola si ergeva la rappresentazione di una morte con falce, mentre altre otto morti fungevano da colonnato alla cupola. Torce accese aumentavano la teatralità della realizzazione. Non mancò la messa cantata celebrata dal vescovo, con musiche composte per l’occasione, seguita da una dotta orazione di esaltazione delle doti dello scomparso. Un’ulteriore studiata commemorazione ebbe luogo il 28 novembre per iniziativa dell’ “Università dei Bombardieri”.

    Bartolomeo Querini fu dunque un podestà molto amato, il cui ricordo è tuttora tenuto desto dal grande dipinto presente nella chiesa della Rotonda, commissionato dal Consiglio di Rovigo e prontamente eseguito da Pietro Ricchi a fine del 1657. Il corpo del Podestà fu inumato nell’importante tempio (e precisamente nella sagrestia), esaudendo così il desiderio esplicitamente espresso dal rettore morto a Rovigo mentre svolgeva l’importante ruolo di governo in nome della Serenissima Repubblica. Di questa cerimonia di sepoltura non rimane una traccia diretta nell’ archivio della Rotonda, che abbiamo consultato assieme al dott. Adriano Mazzetti, presidente del “Sindacato” del tempio rodigino. In un fascicolo è stato però trovato un documento probante, scritto in latino, proveniente dalla Parrocchia dei santi Francesco e Giustina, Archivio, Morti vol. V, c. 40, che di seguito riportiamo:

    Testo in latino Die 10 Novembris 1657 Illustrissimus atque excellentissimus Dominus Bartolomeus Quirinus sanctissimis ecclesiae sacramentis munitus cessit a vita dum Rhodiginam hanc gerebat Praeturam, totamque Peninsulam cum imperio tenebat. Quem tanto haec Civitas amore prosequebatur ut ampla illi funera parato animo facienda curaverit eius ac cadaver die 12: sepultum fuit in Ecclesia B. M. V. Del Soccorso.

    Traduzione L’illustrissimo ed eccellentissimo signor Bartolomeo Querini lasciò questa vita munito dei santissimi sacramenti della Chiesa mentre governava la podesteria e tutto il Polesine di Rovigo. Verso di lui fu tale l’affetto di questa città che provvide immediatamente a grandi cerimonie funebri e le sue spoglie furono sepolte nella Chiesa della Beata Maria Vergine del Soccorso.

  • Alberto V (1347-1393)

    Alberto V (1347-1393)

    Tra le tante perle del nostro Archivio di Stato ve n’è una che brilla di una luce partico-lare, un documento che rimanda ai tempi in cui il Polesine rientrava nei confini del marchesato estense: un interessante scritto antico per la cui conoscenza devo ringraziare il dott. Emanuele Grigolato. Egli, infatti, negli anni in cui era direttore presso l’Archivio di Stato, è stato artefice del mio “incontro” con questo prezioso testimone del passato.

    Facciamo un salto all’indietro di qualche secolo e andiamo al 29 luglio 1393; quel giorno il marchese Alberto V, si trovava nel palazzo marchionale di Ferrara, nella camera detta dei cimeri, assistito dai suoi medici e dalla corte.

    Era gravemente malato, morirà il dì se-guente.

    Fu allora che Alberto d’Este, sentendo avvicinarsi l’ora del trapasso, decise di dettare le sue ultime volontà al notaio rodigino Jacopo Delaito.

    Possiamo immaginarli questi due uomini, il marchese e il notaio, come i protagonisti di una storia che ci catapulta indietro nei secoli alla scoperta di un mondo che ancora nasconde misteri da svelare.

    Conosciamoli allora, i due protagonisti.

    Alberto V (1347-1393) diventa marchese nel 1388, all’età di 41 anni, e rimane sul trono del marchesato di Ferrara per soli cinque anni, sufficienti però a lasciare interessanti eredità, avviando tra l’altro la realizzazione di importanti edifici: palazzo Schifa-noia, palazzo del Paradiso, l’Università.

    La tradizione racconta anche di una sua iniziativa religiosa che gli arrecò un notevole prestigio: andò in pellegrinaggio da papa Bonifacio IX nel 1391 indossando un saio da penitente, tornando poi a Ferrara carico di onori e di benefici per sé e per la sua città. Da quel viaggio Alberto ottenne in particolare due importanti concessioni: l’autorizzazione a istituire lo Studium, ovvero gli studi universitari a Ferrara, e la legittimazione del suo unico figlio Nicolò, avuto fuori dal matrimonio dalla relazione con la nobildonna ferrarese Isotta Albaresani.

    Quando morì lasciò quale erede universale il figlio Nicolò, dal quale discesero tutti i futuri marchesi e duchi di Ferrara.

    Jacopo Delaito, il notaio, l’altro protagonista, veniva da una influente famiglia rodigina; ovviamente una famiglia di notai. Dopo aver studiato a Padova, esercitò la professione a Rovigo finché non spiccò il salto che lo portò direttamente alla corte
    estense. Nel 1390 fu nominato cancelliere e nel luglio del 1393 fu scelto dal marchese come notaio al quale affidare le sue decisioni testamentarie. Dopo la morte di Alberto rimase a corte al servizio del nuovo marchese Nicolò III dal quale fu incaricato di narrare gli eventi del regno dal 1393 al 1409 nella Chronica nova illustris et magnifici Domini domini Nicolai Marchionis Estensis, ritenuta una autorevole fonte per la ricostruzione della storia di Ferrara di quegli anni. Questo documento – conservato nell’Archivio di Stato di Rovigo, che ci permette di fare questo viaggio nel tempo, – è proprio il testamento del marchese; e il fatto che si trovi qui, a Rovigo, è tutt’altro che scontato. Anzi è davvero sorprendente in quanto il corpo documentario di Casa d’Este si trova a Modena. A Modena e non a Ferrara che era la principale città degli Estensi. Tutto il corpo documentario fu infatti spostato da Ferrara a Modena dopo la morte nel 1597 di Alfonso II, ultimo erede diretto del duca Alberto V.

    Fu appunto allora che, proprio in mancanza di una discendenza estense diretta, Ferrara passò sotto il controllo dello Stato Pontificio e i rami cadetti degli Estensi si trasferirono a Modena portando con sé i loro beni e i preziosi documenti che testimoniano la loro storia. Oggi, pertanto, gli archivi dei notai compresi quelli del nostro Jacopo Delaito, si trovano nell’Archivio di Stato di Modena. Tranne un protocollo: proprio quello contenente il testamento di Alberto V, che invece è arrivato a Rovigo, fatto questo davvero singolare. È facile ipotizzare, ma nulla si può dare per certo in questi casi, che sia stato lo stesso notaio Jacopo Delaito a portarlo a Rovigo, probabilmente tornando nella sua città natale dove possedeva delle terre che gli erano state concesse in feudo dal marchese. Ma per quale motivo abbia deciso di condurre con sé questo documento rimane per noi un mistero. Il testamento di Alberto V custodito a Rovigo è doppiamente importante, sia per la sua natura di manoscritto medievale sia per la sua unicità storica e documentaria poiché, ad oggi, è l’unica testimonianza diretta esistente delle volontà testamentarie di questo marchese. Leggendo il testo, emerge un meraviglioso affresco, capace di raccontarci quel tempo al di là della sua funzione di “ultime volontà” del marchese Alberto d’Este. Scorrendo le righe dell’importante documento incontriamo la moglie, Giovanna de Roberti, prima nell’elenco dei beneficiari di lasciti, e poi gli uomini di corte: il fattore generale, i consiglieri, i coppieri (uno di essi chiamato Paolo de Lendenaria) i medici che lo stavano curando, la suocera Margherita. Persino una ragazza non meglio identificata di nome Riccarda de Cappellinis alla quale il Marchese lascia una somma per la dote. E ovviamente il figlio Nicolò, all’epoca bambino di 9 anni, erede universale. Ma soprattutto vi ritroviamo: i simboli della ricchezza e del potere, i riti e i privilegi del mondo feudale, le formule giuridiche, i primi segnali dei cognomi, le strategie per collocare gli immobili quando il catasto così come lo conosciamo noi, ancora non esisteva; e la terra, tanta, coltivata a biade bianche e biade nere accumulata nel corso del XIII e del XIV secolo, su cui gli Estensi avevano costruito il loro potere. E infatti la maggior parte dei lasciti del marchese consisteva in possessiones seminatorie, appezzamenti di terreni agricoli.

    Ne esce una fotografia di Alberto V uomo del suo tempo, la terra come fonte di ricchezza ma soprattutto strumento di potere, circondato da uomini di guerra, fedeli se ben ripagati. Alla sua morte, lo Studium, in cui lui tanto aveva creduto per innalzare Ferrara al livello delle vicine città già sedi universitarie (Bologna, Padova) sarà chiuso dal Consiglio di Reggenza che amministrava lo Stato per conto del giovane erede. Ci penserà però Nicolò, degno figlio del padre, a rifinanziare l’Università appena diventato maggiorenne e questa volta fu per sempre. Non sappiamo e forse non sapremo mai quale motivo abbia spinto il notaio Jacopo Delaito a portare a Rovigo questo splendido documento, quello che è certo è che gli siamo debitori di un dono prezioso, seppur involontario, consegnato alla nostra comunità.

    La preziosa fattura del documento

    Il testamento ci è giunto all’interno di un protocollo contenente atti che vanno da questo 29 luglio 1393 al 29 gennaio 1407, con coperte membranacee sulle quali sono ben visibili le tracce lasciate dai lacci che servivano per chiudere il plico proteggendone il contenuto. È vergato su carta marcata da una filigrana a forma di draghetto, o grifone, o basilisque come la identificava il Briquet; una filigrana molto diffusa in quegli anni di fine Trecento, che ritroviamo in un documento coevo conservato nell’Archivio di Stato di Stato di Modena rogato dal notaio Nicolino Bonazzoli, ma anche in un testimone del 1381 custodito nel Corpus Chartarum Fabriano appartenente alla collezione Aurelio Zonghi.

    Va precisato che, dal punto di vista del supporto scrittorio, si tratta di un documento antichissimo, basti pensare che le prime cartiere in Italia risalgono al XIII secolo. È interessante osservare, nella prima pagina del testamento, il signum tabellionis del notaio Jacopo Delaito, il segno particolare con il quale ogni notaio identificava, marchiava e certificava gli atti da lui rogati e che in questo caso è un J, iniziale del suo nome, decorata con motivi fitomorfi.

  • Museo della canonica di Crespino

    Museo della canonica di Crespino

    Esistono luoghi che resistono al passare del tempo e diventano custodi silenziosi della storia di un paese. Il Museo della Canonica di Crespino in piazza Fetonte è uno di questi, un edificio dall’aspetto esteriore semplice ma che conserva buona parte della storia plurisecolare del piccolo paese rivierasco. In questo prezioso scrigno, già apprezzato dal critico d’arte Vittorio Sgarbi, si trovano reperti archeologici di età romana e tardo medievale, arredi • La facciata del museo sacri e opere pittoriche di ambito emiziosi, tra cui tele della bottega del Guercino, liano fino alle moderne testimonianze fotoun lascito delle famiglie che qui si insediagrafiche che descrivono la fisionomia di un rono, come i Turchi e poi i Bevilacqua; altre paese che ha avuto un ruolo da protagonista opere provengono invece dall’oratorio di San nel passato. “Quella di Crespino è una storia Pietro e Paolo del borgo Aguiaro o sono reinteressante ma che pochi conoscono” racliquie dei frati cappuccini che qui costruiconta Luigi Dentello, custode volontario e rono il convento nel 1700”. appassionato di storia locale, “In questo museo sono contenute opere pregevoli che Il visitatore che giunge a Crespino non risalgono al 1200, altre che testimoniano avrà difficoltà a trovare il museo in quanto il l’influenza estense. Molti sono i dipinti prepalazzo è ben visibile accanto alla chiesa Arcipretale dei S.S. Martino e Severo. La sua fondazione risale al 1100 quando la nobile famiglia ferrarese Turchi giunse a Crespino e qui costruì una villa con oratorio. É successivo l’ampliamento durante il quale venne realizzato il soffitto ligneo a cassettoni di stile ferrarese del 1300 decorato con raffinati motivi naturalistici. Nel ‘600 lo stabile passò poi alla famiglia Bevilacqua che lo ampliò e infine lo lasciò alla parrocchia. Per lunghi anni il palazzo è rimasto privo di adeguati restauri fino a quando l’attuale parroco Don Graziano Secchiero iniziò i lavori nel 2004 grazie a fondi Cei, della Regione e della Fondazione Cariparo per poi inaugurarlo nel 2014. Oggi il Museo è in attesa di nuovi fondi per completare il restauro delle sale dell’ala est ricche di affreschi e soffitti a cassettoni originali. Il museo si articola in sei sale suddivise in due piani. Ad accogliere il visitatore al piano terra vi è uno scenografico salone d’ingresso illuminato da due lampadari muranesi dove sono collocati alcuni reperti che raccontano le origini ro- • La nascita di S. Giovanni Battista di Cesare Gennari mane del paese assieme ad nipote del Guercino opere di grande pregio tra cui vilacqua. La ricchissima esposizione comdue tele del ‘600 di Cesare Gennari, nipote prende anche tele del pittore Giuseppe Zola, del Guercino, e una pietà attribuita alla di Carlo Bononi, di Eugenio Bonivento e di scuola veneto-cretese della bottega di El Giovanni Francesco Barbieri. Greco. Quest’ultimo dipinto è oggetto di In stanze laterali sono conservati invece studi circa la sua attribuzione ma l’uso auex voto, reliquiari, altarini che spiccano per dace di colori contrastanti e i colpi di luce, la decorazione delle cornici, vere opere le forme contorte e allungate, sono senza d’arte di maestri intagliatori. Altri arredi dubbio i tratti distintivi dello stile di El sacri sono due salteri in latino, un raffinato Greco che lavorò a Venezia alla fine del ‘500. ombrellino processionale e il copricalice in La parte più ricca e consistente della coloro, seta e granati del ‘500 che il Cardinale lezione si trova poi al primo piano dove si della Rovere donò a Francesco Cattabeni, possono ammirare piviali e pianete liturgisuo segretario e parroco di Crespino. che del 1600 ricamate in filo d’oro e due crocifissi lignei di grande pregio. Il primo del Nel museo sono anche conservati circa 1600 è di Andrea Brustolon, scultore barocco una trentina di strumenti musicali del maebellunese detto “il Michelangelo del legno”, stro organista Carlo Barbierato, una ricca unico esemplare in Polesine; l’altro è un crocollezione di armonium dislocati nelle varie cifisso ligneo del 1400 di autore ignoto trostanze tra cui un ottocentesco “Alexandre vato in una corte benedettina a Crespino che Pere et fils” dell’omonima ditta francese. ha la particolarità di avere capelli veri. Altra Il museo è aperto assieme alla chiesa ogni scultura lignea antica è una Madonna con prima e quarta domenica del mese o su prebambino del 1200 di stile gotico precedentenotazione grazie alla disponibilità dei volonmente conservata nell’oratorio della villa Betari Luigi Dentello, Matteo Pozzato e altri volontari assieme alla cura del parroco Don Graziano Secchiero. Per chi volesse visitarlo virtualmente e seguirne gli eventi esiste la pagina Facebook “Museo della Canonica di Crespino” dove sono reperibili i contatti telefonici. (Foto di Francesco Guarnati)

  • Preziose stampe antiche ad Adria

    Preziose stampe antiche ad Adria

    La collezione di stampe antiche della Fondazione Bocchi di Adria continua ad incrementare il suo valore storico grazie ad altre quattro incisioni antiche del ‘700 acquistate con il contributo di Banca Adria Colli Euganei. L’istituto bancario ha infatti accolto di buon grado la richiesta di finanziamento da parte del Cda della Fondazione* che dall’inizio del mandato ha voluto implementare la già ricca ed eccezionale collezione di stampe raccolte in vita da Carlo Bocchi (1752-1838), la quale rappresenta uno dei tesori della Città di Adria.

    La raccolta, che consiste in un vero e proprio itinerario della storia della tecnica incisoria dal Rinascimento in poi, è custodita a Palazzo Bocchi, sede della Fondazione, ed è stata dichiarata di interesse culturale dalla Direzione Beni Culturali della Regione Veneto con decreto nell’anno 2013.

    La prima delle quattro stampe antiche è un’acquaforte rappresentante il Venditore Straccivendolo appartenente alla celebre opera Le arti vanno per via nella città di Venezia della metà ‘700 di Gaetano Zompini (1700-1778), pittore, disegnatore ed incisore all’acquaforte, che racconta i mestieri ambulanti e più umili della città di Venezia con didascalie in terzine in dialetto veneziano. Queste incisioni con uno stile genuino e una tecnica sobria, mostrano ed indagano per la prima volta la vita popolare veneziana in contrasto con la frivolezza della vita nobiliare di allora. Altra opera acquisita di eccezionale interesse è l’acquaforte dei Santi Simone e Taddeo di Giacomo Leonardis (1723-1797) che, grazie al suo maestro G. B. Tiepolo, diventò un grande interprete dell’incisione di riproduzione e protagonista dell’arte veneziana del ‘700. L’incisione, con protagonisti i due santi che scacciano i serpenti, appartiene ad una serie di tavole raffiguranti i dodici apostoli pubblicata dagli editori Alessandro Innocenti e Pietro Scattaglia dopo il 1770.

    La terza acquaforte rappresenta un paesaggio ricco di dettagli di Fabio Berardi (1728-1788), artista specializzato nelle scene di carattere bucolico ed allegorico, che vede protagonisti due giovani che si scambiano reciprocamente uno sguardo divertito e complice. La frase in rima posta sotto la veduta ci aiuta a capire il senso della scena: Costui che con sudor guadagna il pane, nel riveder la sospirata amica, non cura la stanchezza e la fatica tanto può amore nelle menti umane. L’ultima incisione, Diana Sospende la Caccia di Cornelius Bloemaert (16031692) riproduce una delle lunette affrescate nelle Sale dei Pianeti di Palazzo Pitti a Firenze. Posta nella sala di Giove dove si trovava il trono del Granduca, mira ad esaltare le virtù che deve avere il buongoverno. Diana qui è ritratta con chitone, una tunica di stoffa leggera, arco con faretra e calzari e riposa immersa in un bosco accanto a due cani a seguito. Oltre a queste ultime opere acquisite, per ricordare brevemente, negli ultimi anni la Collezione Bocchi è stata arricchita grazie al contributo di Banca Adria Colli Euganei anche da: la Pianta Scenografica della Città di Adria nello Stato Veneto edita nel 1770 di Antonio Zaballi e Giovanni Carlo Zanolivani, la veduta della Città di Adria edita nel 1779 da Marco Sebastiano Giampiccoli, il Giudizio Universale di Giacomo Leonardis riproducente uno dei due famosi teleri del Tintoretto presenti nell’abside della chiesa di Santa Maria dell’Orto a Venezia, la Deposizione di Gesù dalla Croce (da Correggio), acquaforte del 1802 di Francesco Rosaspina (1762-1841) e le opere di Gaetano Zompini, due acqueforti e puntasecca della metà del ‘700 Noè conduce gli animali all’arca e Gregge e Pastori con bambino nella cesta. Le suddette incisioni sono state presentate dallo scrivente in tre eventi svolti rispettivamente negli anni 2022, 2023 e 2025 a Palazzo Bocchi alla presenza delle Autorità e della Cittadinanza.

    * Consiglio di amministrazione Fondazione Scolastica Carlo Bocchi: Presidente Elena Passadore, Consiglieri Giovanni Orlandi, Damiana Rigoni, Cinzia Sacchetto, Edoardo Zambon, Segretario Paolo Nardi.

  • Lo stemma anonimo di Lendinara

    Lo stemma anonimo di Lendinara

    Lendinara, l’Atene del Polesine, ha sempre avuto il privilegio di essere abitata da rappresentanti di nobili casati. Ed infatti, se giriamo tra palazzi e chiese, ci possiamo imbattere in tanti stemmi appesi qua e là: dai Perolari ai Brillo, dai Gherardini (sì, proprio quelli di Monna Lisa) ai Malmignati, dai Cattaneo ai Dolfin. Ma a Lendinara ci sono due stemmi uguali, della stessa grandezza e con la stessa effigie, scolpiti su due lastre marmoree e visibili nella piazzetta Montagnana, meglio nota come piazzetta del Teatro Ballarin. Sono appoggiati per terra agli angoli di uno studio di commercialisti, e di questi stemmi è ignota la storia e l’appartenenza. Nel libro Lendinara Veneta di Bruno Rigobello del 1977, insigne appassionato di storia locale, lo stemma è inserito tra quelli di nobili casati lendinaresi ma con la denominazione STEMMA ANONIMO; questo sta a significare che, nonostante le conoscenze e i quintali di volumi sfogliati dall’appassionato cultore di storia patria, lo stemma si presentava senza un’identità precisa ed estraneo alle vicende di Lendinara.

    In effetti se lo osservate, essendo anche rovinato dal tempo, non è facile capire cosa rappresenti, fiamme o punte di lancia? Aquile? una scacchiera?… Dieci anni fa, incuriosito dal “misterioso” stemma, ho voluto analizzarlo attentamente, ma non essendo il sottoscritto né uno studioso né un competente di araldica, ho fatto ricorso ad alcune mie belle amicizie. Mi sono rivolto in primis a Mario Segantini (autore in quegli anni della ricerca relativa al proprio stemma “casalingo”, non a caso una sega) e poi al Conte Cesare Stufferi Malmignati (quest’ultimo scomparso dopo pochi anni) al tempo in esilio volontario in Thailandia. Con il conte una sera ho avviato una conversazione via facebook, con l’obiettivo di approfondire il significato dei simboli presenti nello stemma del mistero. L’unico indizio che colpiva l’occhio, ben visibile, erano le aquile nella parte di destra dello scudo, per cui il buon Cesare, semplificando al massimo, affermò che si trattava di uno stemma estense. Oramai il sasso era lanciato. Non contento della generica conclusione del Conte Stufferi Malmignati, mi sono messo ad osservare attentamente al computer un numero infinito di stemmi patrizi (cosa impossibile da farsi per il pur bravo Bruno Rigobello cinquant’anni fa).

    Gira che ti rigira, ad un certo punto mi salta agli occhi uno stemma rosso e giallo, con due aquile e due immagini, apparentemente di due seghe contrapposte (stemma del tutto simile a quello in questione) con scritto Bentivoglio, la nobile famiglia feudale insediatasi a Bologna nel XIV secolo. Ecco allora affacciarsi alla mia mente un episodio legato alla mia gioventù. Ricordo immediatamente d’aver giocato anni addietro a calcio contro lo Zelo, squadra denominata “Bentivoglio Zelo” e quindi mi dico che forse sono sulla buona strada, essendo Zelo a pochi chilometri da Lendinara; inoltre vivaddio a Giacciano la chiesa di San Ippolito Martire è dovuta al desiderio della famiglia Bentivoglio stessa. Leggo inoltre che nello stemma individuato non è rappresentata né una sega né lance come avevo immaginato bensì un TRINCIATO DENTATO DI ORO E DI ROSSO. Non me ne importa molto ma oramai la strada è tracciata. Mi metto a studiare la storia dei Bentivoglio e, tra le tante cose che leggo, mi interessa la notizia che nel 1420 Elisabetta Bentivoglio contrae matrimonio con Romeo Pepoli, altro rampollo di una famiglia gentilizia bolognese. Pepoli?…. ma a Trecenta non ci sono sia la Corte Pepoli che il Palazzon, ovvero Palazzo Pepoli? È fatta. Mi immergo anche nella storia dei Pepoli e scopro, con enorme sorpresa, che lo stemma dei Pepoli è l’altra metà dello “Stemma Anonimo” di Lendinara: quadrettini bianco neri, più specificatamente SCACCATO D’ARGENTO E DI NERO DI SETTE FILE. Dunque anche quest’ultimo arcano è risolto: lo stemma anonimo rappresenta le due famiglie unite dal matrimonio. Ma con tutta probabilità non si tratta del matrimonio tra i due personaggi sopra identificati che vissero nel ‘400. Infatti Romeo Pepoli ed Elisabetta Bentivoglio, punti basilari di questa mia ricerca, non hanno mai avuto a che fare direttamente con le nostre zone. Va infatti detto che i destini che hanno portato in Polesine, e più specificatamente a Trecenta, i rappresentanti dei due casati bolognesi risalgono al secolo successivo, ovvero alla seconda metà del ‘500: i Pepoli per diritto ereditario sui beni del casato ferrarese dei Contrari, avendone il conte Sicinio Pepoli sposato l’unica erede, donna Laura Contrari; i Bentivoglio per investitura su beni feudali Estensi, ceduti in enfiteusi al marchese Cornelio come ricompensa per il suo servizio di luogotenente delle milizie del ducato ferrarese, in secondo luogo lo stemma dei Bentivoglio è incrociato con l’aquila estense a seguito del matrimonio nel 1487 tra Lucrezia d’Este, figlia del duca Ercole di Ferrara e Annibale II Bentivoglio, primogenito di Giovanni II. Dobbiamo però passare al secolo successivo, il ‘600, per trovare quella che dovrebbe essere la soluzione definitiva: I Pepoli ed i Bentivoglio, rivali in politica, posero fine al secolare antagonismo nel 1673 col matrimonio tra il conte Ercole Pepoli e Beatrice Bentivoglio, figlia del marchese Ippolito Bentivoglio, e lo stemma trinciato dentato e scaccato d’argento fa riferimento a questo periodo. Come lo stemma “non più misterioso” sia finito alla base di un palazzo di Lendinara questo è tutto da chiarire. Va a questo punto sottolineato che la antica lastra riportante l’effigie dello storico stemma è un bene da salvaguardare e da rendere più visibile a tutta la comunità. Magari si può iniziare a proteggendolo con una semplice lastra di plexiglass ed apponendovi una targhetta esplicativa. Un intervento, questo, che contiamo verrà effettuato da chi ha a cuore la valorizzazione della storia e delle testimonianze del passato dell’Atene del Polesine. Per quanto mi riguarda, è grande la mia soddisfazione per aver risolto un arcano e aver dato visibilità allo stemma d’ora in poi non più anonimo.

  • Il Museo della giostra si amplia

    Il Museo della giostra si amplia

    Il Comune di Bergantino è stato assegnatario di un consistente contributo tramite il Bando PNRR M1C3 – Intervento 2.1: Attrattività dei Borghi storici, con un progetto locale di rigenerazione culturale e sociale, finalizzato alla valorizzazione del territorio attraverso il recupero del settecentesco Palazzo Strozzi, per consentire l’ampliamento del già consolidato Museo Storico della Giostra e dello Spettacolo Popolare, con l’integrazione di servizi ed eventi culturali legati a questa già affermata realtà.

    Un po’ di storia

    Il Museo Storico della Giostra e dello Spettacolo Popolare, è stato inaugurato nel 1999 per volontà del Comune di Bergantino e della Provincia di Rovigo, e grazie alla collaborazione del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, dell’Accademia dei Concordi di Rovigo e del Centro di Documentazione Storica del Comune di Ferrara. Ampliato e riallestito nel 2011, grazie ad un importante finanziamento ministeriale e con un sostanzioso contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, il Museo della Giostra ha ormai messo radici solide, in quanto è unico nel suo genere in Italia ed è sempre più meta di numerosi visitatori provenienti da varie località d’Italia e di Paesi stranieri. Tra i visitatori si registrano soprattutto famiglie, scolaresche, viaggiatori, imprenditori, gruppi organizzati e turisti stranieri. Tanti turisti stranieri, perché Bergantino e i paesi limitrofi sono centri urbani rivieraschi del fiume Po, dove era già avviato un flusso turistico con percorsi che alternano la motonave alla bicicletta, unendo le città di Mantova, Ferrara e Venezia: sono turisti provenienti da tante parti del mondo, che ora fanno sosta a Bergantino per visitare il Museo e il Caseificio Ballottara, dove possono degustare il Grana Padano, eccellenza che qui viene prodotta.

    Turisti da tutto il mondo

    Sono più di 1.500 questi visitatori che ogni anno, nel corso dell’estate da aprile ad ottobre, a piccoli gruppi, arrivano a Bergantino dall’Australia, dalla Nuova Zelanda, dal Giappone, dalla Turchia, dagli Stati Uniti, dal Messico, dal Brasile, dall’Europa Settentrionale, ecc., mescolati tutti insieme e stupiti di trovare in un piccolo paese un gioiello originale, mai visto. Questi appuntamenti avvengono regolarmente già da quindici anni sempre più numerosi grazie ad una convenzione fra il Museo e l’agenzia turistica Girolibero di Vicenza. Oltre a questa importante collaborazione, il Museo valorizza il territorio e in particolare il Distretto della Giostra Polesine, raccontando ai visitatori di qualsiasi provenienza l’origine e la storia di questa peculiare attività. La storia locale è però inserita nel contesto più ampio della storia della Fiera, intesa come contenitore di giochi e spettacoli dalle origini antiche e trasformatisi nel tempo, fino a diventare le giostre adrenaliniche prodotte oggi da aziende venete all’avanguardia.

    Il recupero di Palazzo Strozzi e l’ampliamento del Museo

    Il finanziamento ottenuto tramite il progetto PNRR – Piccoli Borghi storici, consente il recupero ed il restauro architettonico della seconda metà di Palazzo Strozzi, l’area adiacente all’attuale sede del Museo Storico della Giostra, e di conseguenza la ricongiunzione delle due parti integranti di un Palazzo prestigioso di grande interesse storico e architettonico. Questi nuovi spazi consentono l’ampliamento del Museo, che diverrà un vero centro culturale di studio e valorizzazione del territorio, con l’inserimento di nuove sezioni e nuovi contenuti culturali. Il Sindaco Adriano Stefanoni così esprime la soddisfazione e l’impegno per questo progetto: “È volontà dell’Amministrazione Comunale rendere il Museo il vero cardine della gestione culturale e sociale della comunità.

    Riconosciamo l’importanza fondamentale del Museo, come custode della nostra storia, della nostra identità e delle nostre radici. Come Amministrazione Comunale ribadiamo la volontà di rendere il Museo della Giostra fulcro culturale, sociale e turistico di Bergantino e dell’Alto Polesine.” Nel dettaglio il progetto, elaborato dal prof. Tommaso Zaghini, mente e anima del Museo esistente e della nuova realtà culturale in fase di definizione, prevede la creazione di un percorso di spettacoli teatrali di piazza, complementari ed integrativi dell’esistente percorso storico che parte dalla Fiera medievale per giungere al moderno Luna Park. Sveliamo al momento solo qualche curiosità… • Una sala sarà interamente dedicata alla musica meccanica: verranno collocati qui alcuni strumenti della collezione museale, accordati e perfettamente funzionanti. Proiezione di video e di immagini evocative, testi narrativi e didattici serviranno per valorizzare la storia e le funzioni della musica meccanica molto in voga fra Ottocento e Novecento. Notevole è stato il contributo che gli organi diedero alla conoscenza delle musiche di Giuseppe Verdi e dei canti del Risorgimento. A tal proposito non mancherà la preziosa collaborazione dell’Associazione AMMI (Musica Meccanica Italiana) di Cesena. Gli antichi organetti di musica meccanica qui ritorneranno in scena.

    Un importante polo di attrazione

    Concludiamo con le parole del Direttore Tommaso Zaghini: “Questo centro di ricerca diverrà ancora di più un polo di attrazione che stimola la curiosità ed invita a meditare per capire una realtà culturale che entra nella storia individuale di tutti noi, in quanto ognuno può rivivere indimenticabili momenti della propria infanzia, della propria gioventù e ritrovare ancora il bambino nascosto dentro di sé. Si sta diffondendo oggi una maggiore consapevolezza del fatto che la cultura del gioco e dello spettacolo popolare di piazza ha una funzione sociale e rappresenta un mondo ricco di fascino che merita di acquisire, anche agli occhi della cultura ufficiale, una nuova dignità. È infatti in corso una vera rivoluzione culturale che abbatte tanti pregiudizi: ciò che un tempo veniva emarginato perché considerato plebeo, viene oggi riscoperto e riconsiderato. Scenografie, copioni di artisti ambulanti, testi di cantastorie o del teatro dei burattini, semplici giochi del passato diventano qui nel Museo oggetto di studio, di ricerca e di tesi universitarie; sta nascendo, insomma, una nuova cultura molto più aperta, della quale il Museo storico della Giostra di Bergantino vuol essere espressione e punto di sintesi”. Un Museo che offre spettacolo, da godere e da visitare più volte, per scoprire la vera ricchezza culturale che custodisce.

  • Un nuovo museo per il Polesine

    Un nuovo museo per il Polesine

    di Marco Maran, direttore e curatore

    Inaugurato il 20 marzo u.s. nell’antica città di Adria, il Museo Diocesano potenzia l’offerta culturale del Polesine, già ricca di oltre venti strutture espositive permanenti, intese come “parti” di un unico sistema culturale, quello del Sistema Museale Polesano. Una nuova narrazione per il Polesine, dunque, un intreccio di fede, arte, cultura e tradizioni. «Mancava nella nostra Diocesi e in Polesine un luogo che mostrasse la ricchezza artistica che la Fede ha generato nella nostra terra: ora questo è possibile con il rinnovato Museo che assume, anche nella denominazione, la valenza di realtà diocesana. L’estensione del Museo ha visto il confluire di numerose opere d’arte da tutto il territorio diocesano, rimarcando ancora di più una panoramica eccezionale dell’arte religiosa del Polesine» ha evidenziato mons. Pierantonio Pavanello, vescovo diocesano, a margine dell’inaugurazione, «in un concerto non solo di musica e bellezza ma di partecipazioni, collaborazioni e legami, con una importante sinergia fra la Fondazione Cariparo, la Diocesi, la Soprintendenza e la Regione Veneto».

    L’idea di Museo Diocesano era nell’aria da tempo. Un tentativo fu realizzato nel 2015, per dare seguito agli importanti eventi espositivi succeditisi nei lustri post Giubileo 2000: era il Museo della Cattedrale di

    Adria (2015-2019), il cui scopo era eminentemente il recupero di ambienti dismessi afferenti alla Cattedrale e l’esposizione di alcuni pezzi particolarmente significativi. Il Museo Diocesano, oggi, partendo da quella esperienza, ha ampliato il percorso espositivo, arricchito la collezione con opere provenienti dall’intero territorio di Adria-Rovigo, potenziato l’offerta, qualificato le pannellature e le didascalie, allestito nuovamente tutta la sezione multimediale.

    Partendo sempre dal sacello carolingio affrescato (risalente al IX secolo), e attraversando gli ambienti della chiesa madre adriese – o meglio delle chiese -, la visita mantiene l’originale impostazione che consente di ripercorrere cronologicamente la millenaria storia della fede polesana: è proprio la superficie dell’attuale San Giovanni, che probabilmente fu la terza cattedrale in ordine di tempo, a fornirci un’importante punto d’inizio per la narrazione. È noto dalle fonti d’archivio che si trattasse di un luogo ricco di arte, che nel 1760 contava almeno una decina di altari, oltre a numerosi dipinti e sculture sparsi tra le navate, poi per la maggior parte reimpiegati nella Cattedrale Nuova, voluta dal Vescovo mons. Speroni degli Alvarotti sul finire del ‘700. Pur rimanendo uno spazio sacro a disposizione del culto dei fedeli, con il nuovo allestimento, San Giovanni si propone oggi come contenitore proprio, raccogliendo importanti testimonianze d’arte e di fede di alcune chiese della città di Rovigo oggi chiuse, non più esistenti o dall’uso modificato nel tempo. È il caso, ad esempio, della chiesa di Sant’Ago- • Marcabruni, San Carlo stino, già chiesa del

    Seminario, oggi auditorium e sala per concerti del Conservatorio Rovigo, da dove proviene l’unica opera certa e firmata di Giuseppe Marcabruni (notizie 1590 ca.) raffigurante La gloria dello Spirito Santo e Santi. Delle tele appese alle pareti di San Giovanni due provengono dal tempio dedicato a San Michele Arcangelo, e sono la Vergine dell’Apocalisse che sconfigge Satana, opera tarda dei Tintoretto, e il dipinto devozionale con l’Apparizione del Bambino Gesù a Sant’Antonio da Padova, firmata da Girolamo Brusaferro (1684-1760). Invece il Trasporto della Santa Casa di Loreto, di Giovan Battista Canal (1745-1825) era nella chiesa di San Rocco, oggi demolita. Tutti ospiti prestigiosi in dialogo con gli altrettanto rilevanti inquilini permanenti nell’aula, quali i rilievi del bolognese Gaetano Samoggia (1870-1950) e il fonte battesimale dell’antica Cattedrale (1760). Conservati sino ad oggi in luoghi diversi dagli altari per cui erano originariamente pensati, i dipinti ritrovano con questo allestimento – almeno idealmente – la loro naturale collocazione in uno spazio sacro, che ne permette una corretta percezione ambientale ed una approfondita lettura contestuale.

    Va però rilevato che l’operazione più felicemente riuscita dell’intero rinnovamento del Museo Diocesano è l’aver potuto riunire proprio in questa Antica Cattedrale le due celebri creazioni di Michele da Firenze (noto anche come Michele di Niccolò Dini, Firenze 1385-1455 c.), di cui il territorio di Adria-Rovigo può vantare la proprietà: il Polittico di Raccano (attualmente in restauro e destinato ad arrivare in Museo ai primi del 2026, dopo un importante evento espositivo nel contesto giubilare) e i 28 frammenti, pure in terracotta dipinta e sempre opera di Michele, di due di quei dieci altari registrati nell’antenata dell’attuale San Giovanni. Il polittico trova una nuova calzante collocazione al fianco del ‘fratello’ – ricomposto secondo un attento criterio scientifico – sulla cantoria novecentesca, così da poter finalmente godere di un contesto che ne valorizza la tecnica, le cromie e la forza espressiva. Nello stesso luogo, che inevitabilmente diventa il trait d’union tra le sale espositive e la chiesa dedicata al Battezzatore, per completare la narrazione sulla parentesi scultorea del Quattro-Cinquecento locali, sono presenti anche altre opere lapidee, cronologicamente successive alle terrecotte. Dopo la visita alla chiesa, in cui si apprendono le trasformazioni che nel tempo hanno coinvolto il cantiere della Cattedrale, l’affascinante percorso di Fede e di Arte pensato nel nuovo allestimento museale prosegue nelle sei sale successive, organizzate secondo un criterio tematico. Si parte da quella in cui il protagonista è il territorio adriese e deltizio, raccontato sia dalla riproduzione della mappa settecentesca del Dorigo, sia dal video che fa rivivere l’arrivo della Fede in Polesine, a San Basilio. Segue poi la quadreria, che esponendo tele e tavole dal XV secolo al Novecento, completa la narrazione iniziata in San Giovanni, offrendo anche un taglio contemporaneo importante, grazie all’apporto della Collezione Zerbinati e delle ben undici opere lasciate dal noto collezionista, già Presidente dell’Istituto Regionale Ville Venete. Poi è il turno della galleria degli argenti, in cui gli oggetti preziosi convivono con affascinanti proiezioni immersive. Superata la cantoria si entra in quello che è il vero e proprio ampliamento del Museo, cioè nella ‘manica’ che collega le fabbriche delle due Cattedrali consentendo di apprezzarne le intersezioni architettoniche. La prima sezione di quest’ultimo percorso è dedicata al tema monografico delle Processioni, alle loro peculiarità storiche e ai Santi che per eccellenza ne sono tutelari, ovvero in primis San Rocco e altri. La seconda ‒ e ultima ‒ sala si presenta invece come una scatola delle meraviglie (quasi una wunderkammer) capace di coinvolgere il visitatore oltre che con lo sguardo anche con l’udito e l’olfatto. Sono qui esposti i paramenti liturgici settecenteschi più significativi del panorama diocesano, un corale cinquecentesco e il futuristico organo didattico interattiva, pensato per i più piccoli. Nel corso della visita di quest’ultimo ambiente si ha modo di godere delle celebrazioni nella Cattedrale da un’angolazione inedita, un “affaccio” nel presbiterio dell’ottocentesca Cattedrale speroniana, in cui la musica dell’organo, lo sbuffare dei mantici e i profumi degli incensi s’insinuano tra le opere d’arte esposti nelle teche. Il museo è aperto il venerdì, il sabato e la domenica. Per informazioni e prenotazioni di visite guidate, è possibile contattare il numero +39 334 305 9222 oppure +39 391 498 3435 oppure inviare una email a: infomuseo@diocesiadriarovigo.it.

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