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Archivi: Articoli d’archivio

  • Cristina Roccati e la scienza

    Cristina Roccati e la scienza

    “O norando me, oggi voi onorate tutte le donne amanti del sapere”. Queste parole furono pronunciate dalla neodottoressa Cristina Roccati, appena diciannovenne, nel discorso pubblico di laurea, tenuto il 5 maggio 1751 all’Archiginnasio di Bologna. Alla giovane età va aggiunto il singolare primato di essere stata tra le prime a rompere le barriere d’accesso delle donne agli atenei, poiché prima di lei solo altre due donne avevano conseguito il traguardo universitario: la veneziana Elena Cornaro Piscopia (1678) e la bolognese Laura Bassi (1732).

    Ma la peculiarità di questa giovane rodigina non sta solo nella determinazione di portare avanti gli studi, vincendo radicate resistenze maschili, quanto soprattutto nella scelta della specializzazione in una materia scientifica, campo da sempre precluso al “gentil sesso”. “Cristina Roccati, la donna che osò studiare fisica”, afferma, infatti, l’eloquente titolo della mostra che la sua città natale le ha finalmente – ci sia concesso sottolinearlo – dedicato in questo primo semestre del 2025, a palazzo Roncale. Progetto promosso dalla Fondazione Cariparo in collaborazione con l’Accademia dei Concordi e con il patrocinio del MUR (Ministero dell’Università e della Ricerca), il Comune di Rovigo e l’Ufficio Scolastico Regionale del Veneto, per la curatela di Elena Canadelli, docente di Storia della scienza all’Università di Padova.

    L’esposizione dedicata a Cristina Roccati – attraverso libri dell’epoca, strumenti di fisica sperimentale e la riproduzione di documenti originali – approfondisce tre filoni: la sua biografia, la contestualizzazione nella metà del Settecento illuministico ed una riflessione sulla problematica delle donne nella scienza fino ai nostri giorni. Oggi, in effetti, si parla molto del difficile ruolo delle donne in campo scientifico, dalle limitazioni negli studi al difficile accesso al lavoro, dai rari ruoli dirigenziali alle retribuzioni inferiori rispetto ai colleghi maschi, in un ambito, quello delle discipline STEM (acronimo dall’inglese Science, Technology, Engineering and Mathematics), fino alla seconda metà del XIX secolo appannaggio degli uomini, a parte alcune eccezioni, come la matematica Maria Gaetana Agnesi a Milano, Laura Bassi a Bologna, nel ‘700, o l’inglese Ada Byron Lovelace nell’800, madre dell’algoritmo (per citarne solo alcune; si veda, a questo proposito, il relativo approfondimento). Ad esclusione, però, di queste rare meteore – trascorse nell’universo maschile lasciando solo deboli e passeggere tracce presto eclissate dal cono d’ombra dei loro colleghi – l’intera storia scientifica è scritta al maschile. È pertanto davvero emblematico il “caso” Cristina Roccati che, come sottolinea il titolo della mostra “osò” studiare fisica. Figlia di un’importante famiglia rodigina, che annoverava tra i suoi avi il fondatore della stessa Accademia, il conte Gaspare Campo, essa rappresenta un grande vanto per la città di Rovigo con una serie di primati culturali: terza donna laureata al mondo (1751, laurea in filosofia), seconda all’Università di Bologna (dove fu la prima studentessa “fuori sede”), prima e ad oggi unica donna presidente dell’Accademia dei Concordi.

    Cristina Roccati nacque a Rovigo il 24 ottobre 1732 da Giovambattista e Antonia Campo, in una delle famiglie più prestigiose della città. Enfant prodige, divenne ben presto l’orgoglio del padre, che le mise a disposizione i migliori intellettuali del tempo come precettori: il maestro Pietro Bertaglia (1722-1810), a lungo rettore del Seminario rodigino e socio dell’Accademia dei Concordi, e il canonico Girolamo Silvestri (17281788), poligrafo dai molti interessi, ai quali ben presto si aggiunsero numerosi contatti epistolari con personaggi eminenti nel mondo culturale del tempo, tra cui il rodigino Lodovico Campo, i bolognesi Bonifacio Collina, Giacomo Biancano, Alessandro Bosso e i padovani Giulio Pontedera, Gian Alberto Colombo. La sua formazione fu, secondo i tempi, improntata agli studi classici, mentre la giovane iniziava anche a comporre i suoi primi versi, già molto apprezzati, tanto che a soli quindici anni, presentata proprio dal Silvestri, sarà accolta ad una seduta dell’Accademia dei Concordi di Rovigo e onorata come poetessa. Sempre grazie alla lungimiranza del padre, Cristina poté trasferirsi a Bologna, il 25 settembre del 1747, sotto la tutela del Bertaglia e della zia Anna Roccati, per studiare all’Università, prima studentessa non bolognese dell’istituto. Vi frequentò per tre anni vari corsi di filosofia naturale, logica, geometria, metafisica, meteorologia ed astronomia, oltre al perfezionamento delle lingue italiano, latino e francese, manifestando ben presto un maggiore interesse per la fisica e le scienze naturali. Intanto i suoi versi comparvero in svariate raccolte e la fama di “poetessa”, di cui aveva goduto a Rovigo, si diffuse anche a Bologna, tanto da conseguire, a soli 17 anni, la carica di “Consigliere della Veneta Nazione” (un riconoscimento molto prestigioso per uno studente dell’Ateneo bognese) ed altri titoli onorifici, mentre entrava a far parte di diverse accademie. Il 30 dicembre 1749 fu accolta come membro all’Accademia dei Concordi, poi nel 1750 entrò negli Apatisti di Firenze, nell’Arcadia con il nome di Aganice Aretusiana e nel 1753 nell’Accademia degli Ardenti di Bologna e dei Ricoverati a Padova.

    Conseguita la laurea in filosofia (tale era allora la denominazione), a soli diciotto anni, il 5 maggio 1751, Cristina si trasferì a Padova per perfezionare il percorso scientifico con lo studio della fisica newtoniana – molto in voga nel tempo -, del greco e dell’ebraico, mentre continuava a coltivare interessi letterari e a comporre versi. Contemporaneamente iniziò il suo impegno, che durerà fino al 1777, di lettrice di fisica all’Accademia dei Concordi alla quale, dal 1751, si era affiancato l’Istituto delle Scienze. Nel maggio del 1752 rientrò definitivamente a Rovigo, da dove non si allontanerà più anche a causa di sopravvenute ristrettezze economiche. La sua famiglia era stata, infatti, travolta dallo scandalo in cui si era trovato implicato il padre (in fuga da Rovigo), coinvolto in un ammanco nelle casse del Monte di Pietà. L’increscioso evento non le tolse fortunatamente l’ammirazione dei suoi concittadini

    Donne e Scienza

    Il cammino compiuto dalle donne per farsi spazio in campo scientifico è stato lungo ed è ancora pieno di ostacoli. Eppure alcune pioniere erano presenti sin dall’antichità: per citarne solo alcune dall’egizia Merit Ptah (circa 2700 a. C.) alla leggendaria Agnodice Fanostrata (Atene IV-III sec a.C.), ritenuta la prima donna medico greca, che si diceva si vestisse da uomo per poter esercitare o, passando in campo matematico, la più nota Ipazia (IV secolo), vittima di un’atroce fine proprio per il suo sesso; e perfino, nel “buio” Medioevo, Trotula de’ Ruggiero, studiosa e insegnante nel campo della medicina a Salerno. Tuttora esiste un forte divario tra maschi e femmine nelle discipline dell’area STEM, anche se lentamente il gap si sta riducendo, ma la strada è ancora tutta in salita. Indicativo il fatto che Rita Levi Montalcini, sia stata la prima e per ora unica italiana insignita del premio Nobel per la medicina nel 1986. D’altronde, per diverso tempo, dopo la breve felice congiuntura illuministica del Settecento, le università italiane imposero molte limitazioni: per esempio, permettevano l’accesso alla facoltà di medicina solo a chi era in possesso della licenza liceale. Tuttavia in Italia era ritenuta poco appropriata la realizzazione di licei misti e, in assenza di licei femminili, non era possibile per le donne ottenere la licenza e quindi accedere all’istruzione superiore. Emblematico il caso di Ernestina Paper, ebrea di origini russe, che, avendo ottenuto la licenza in Russia (lì, al contrario, era permesso alle donne l’accesso ai licei, ma non all’università), venne in Italia per iscriversi all’Università di Pisa (1872), per poi completare i propri studi all’Università di Firenze, dove si laureò nel 1877, diventando la prima donna (non italiana) laureata in medicina in Italia. Ernestina, in seguito, si impegnò civilmente per promuovere la realizzazione di un liceo femminile a Firenze, la città in cui si era laureata. Queste figure sono solo la punta dell’iceberg, che nasconde nel suo profondo molte altre “esperte” nelle discipline scientifiche tutte da riscoprire; onore al merito, dunque, anche all’attuale mostra rodigina dedicata a Cristina Roccati che, dando visione di una eccezionalità, insegna come l’eccezione sia destinata a non rimanere tale e possa diventare regola.

    e nel biennio 1754-1755 fu gratificata dalla nomina a Principe (Presidente) dell’Accademia dei Concordi; ruolo che tuttavia ricoprì con difficoltà per le opposizioni sessiste, tanto che al suo insediamento una parte dei soci dell’Accademia si dimise e lei stessa non comparì mai ufficialmente in pubblico nelle vesti istituzionali. Continuerà tuttavia a collaborare con l’istituto accademico per oltre un ventennio con le seguitissime lezioni di fisica, tuttora inedite, ma di cui si possono ammirare vari stralci nella documentazione esposta nella citata mostra. Ritiratasi a vita privata, in contrada San Rocco, la Roccati continuò a scrivere epistole, elegie, epigrammi e sonetti sulla scia arcadica e a dedicarsi allo studio e all’insegnamento per ventisette anni della fisica e della matematica fino alla morte, avvenuta nella sua Rovigo il 16 marzo 1797, a sessantacinque anni dopo una breve malattia. Sempre tenuta in grande considerazione, fu sepolta nella Chiesa di San Francesco con i notabili della città.

    Un telescopio per Cristina

    Dotata di acuta finezza intellettuale e notevole versatilità di interessi, Cristina Roccati – particolarmente apprezzata alla sua epoca ben oltre il limitato microcosmo rodigino – nel tempo è stata giudicata in modo controverso dalla critica divisa tra l’edificante ammirazione ed alcuni pareri meno entusiasti. In particolare non sempre convincente è stata giudicata la sua produzione poetico-letteraria, da alcuni ritenuta manierista e poco originale. Sicuramente la Roccati ottenne più consensi per la sua attività in ambito scientifico, con apprezzamenti per il taglio erudito e divulgativo delle sue lezioni, la strada al sapere enciclopedico illuministico. Oggi – del tutto rivalutata – è portata ad esempio da imitare e, significativamente, il suo nome è inciso su un telescopio, destinato a volare sul punto Langrangiano L2 del sistema Terra-Sole. Orbiterà intorno alla nostra stella insieme ad altri venticinque compagni identici, che saranno lanciati tutti col satellite Plato dell’Agenzia Spaziale Europea, a fine 2026, con l’obiettivo di individuare pianeti extrasolari simili al nostro mondo. Cristina Roccati resta una delle figure più significative della cultura femminile del suo tempo e un exemplum eccezionale per la tenacia con cui ha saputo crearsi uno spazio in un mondo di uomini aprendo alle donne nuovi inaspettati campi di studio.

  • Romea Germanica tra Adige e Po

    Romea Germanica tra Adige e Po

    Intorno all’anno Mille il pro- • Logo dell’Associazione Italiana Via Romea Germanica gressivo e forte clima di spirituache riporta la certificazione di “itinerario culturale del lità religiosa che interessò Consiglio d’Europa” l’Europa portò ad intensificare la stratificati nel tempo, possiamo ripercorrere pratica devozionale del pellegrinaggio verso questi itinerari, ricalcando idealmente, per i luoghi di diffusione della dottrina evangealcuni tratti, orme lasciate addirittura oltre lica e i grandi centri del cristianesimo, con tremila anni fa. particolare riferimento alle mete della PaleCon l’immaginazione potremmo, perstina, di Roma e di Santiago di Compostela. tanto, incontrare mercanti di epoche protoIl flusso dei pellegrini verso l’Italia sestoriche intenti a scambiare raffinate perle guiva sostanzialmente due filoni, conversia d’ambra che di colorati vetri, come pure gendo verso i passi alpini da occidente o pregiate stoviglie a figure nere o rosse; podall’area centro-orientale. I principali camtremmo sentirci chiedere da un colono romini devozionali presero il nome di vie mano «quo vadis?» od anche, come riporta romee (o romane o romipete) e di conseil dialogo tra pellegrini negli Annales Straguenza erano denominati romei i devoti didenses del 1236, «quia via vis procedere?». retti alla “città eterna”. Ancor oggi,

    L’area triveneta, dalla vallata dell’Adige alle lagune di Aquileia, portò i pellegrini d’Oltralpe a convergere verso i Polèsini, quelle nuove terre, emergenti dalle acque, delineatesi a partire dall’Alto Medioevo tra i bassi corsi dei due grandi fiumi d’ Italia. Oltre alla Romea costiera per San Basilio -che a ridosso di antichi cordoni di dune ricalcava i percorsi anfibi già consolidati in epoca romana – altri itinerari da Vicenza o da Este raggiungevano rispettivamente Badia • Itinerari da Trento al Po riportati da Cyprianus Eichorius e Lendinara per convergere in Deliciae Italiae et index viatorius indicans itinera ad urbe verso Fiesso e raggiungere Roma, 1603. I nomi di alcune località sono storpiati: RoFerrara. Non mancavano, inolnigo sta per Rovigo, Marianaga per Mardimago, Sarofaio tre, gli itinerari, prevalentemente per acque, attraverso le per Garofolo valli Veronesi e quelli rivieraschi lungo il Po, da Ostilia per Melara e Ficarolo 1 .

    Anche per Rovigo è documentato un percorso di particolare importanza. Si tratta della cosiddetta Romea Germanica descritta nei sopracitati Annales Stradenses dal letterato e monaco tedesco Alberto di Stade. Da tale città portuale della Bassa Sassonia, situata alla foce del fiume Elba, egli si recò a Roma, lasciandoci il diario del viaggio di andata e ritorno attraverso i dialoghi tra due pellegrini, Tirri e Firri. Il monaco Alberto riporta, pertanto, interessanti richiami ai luoghi attraversati, riferisce su tappe, distanze, curiosità, dà consigli sugli spostamenti e su come comportarsi in certe particolari situazioni. Si ritiene che due fossero i percorsi della Romea che dal Padovano oltrepassavano l’Adige e convergevano a Rovigo per procedere verso il Po con possibili varianti del percorso. Gli itinerari sono stati individuati attraverso ricerche geomorfologiche e paleoambientali e corrispondono ad antiche strade impostate su argini di scomparse diramazioni dell’Adige, del Tartaro, del Po. Le vie, inoltre, sono confermate da cartografie e fonti storiche, e risultano in stretta relazione con i documentati hospitales, sorti per dare assistenza e accoglienza ai viandanti.

    Oltre al tratto della Romea proveniente da Concadirame-Granzette, ben attestato è quello che da Padova, attraverso Monselice e Conselve, dopo aver attraversato l’Adige ad Anguillara, per Mardimago e Sarzano raggiungeva Rovigo.

    Questo percorso polesano corrisponde all’argine di un ramo scomparso del Po, denominato fin dall’epoca medievale Pestrina, lungo il quale si sviluppa il proseguimento della via oltre Rovigo, attraverso la Tassina, Santa Rita e Grignano, per giungere ad Arquà 2 . Ancor oggi l’ultimo tratto stradale, a ricordo del preferenziale transito in passato di romei, è denominato via Romana per Arquà. Il cammino proseguiva per raggiungere il vicino argine del Tartaro, oggi Canal Bianco, dove un passaggio su barche, attestato in passato come Passo Rosatti, portava oltre il fiume a Ca’ Selvadega. Denominato anche con i toponimi Rocca e Osteria, era questo un luogo di sosta e ristoro, come ci conferma Franco Sacchetti sul finire del Trecento. Qui, infatti, il letterato, nato in Dalmazia ma di adozione fiorentina, ambientò l’originale novella XLVIII del suo Il Trecentonovelle, riferendo che un tale Lapaccio di Geri da Montelupo «…pervenne una sera sul tardi in un luogo assai ostico e pantanoso che si chiama Ca Salvadega. E disceso all’albergo, trovato modo di acconciare i cavalli e male, perocché vi erano Ungheri e romei assai, che erano già andati a letto…». Attraverso l’argine della Fossa Selvadega si giungeva quindi a Raccano lungo il Poazzo, antica diramazione, precedente allo sviluppo del Po nel corso attuale a seguito dalla medievale rotta di Ficarolo. Da evidenziare che l’attuale frazione di Raccano è ricordata in passato con i termini di La Lenga o Litiga o Litiza, denominazione sia di una ridotta deviazione fluviale sia di villa e porto 3 . Seguendo l’argine del Poazzo, attraverso

    Canaro ci si portava a Paviole, dove con un traghetto si attraversava il Po per Francolino, antico porto di Ferrara. La via Romea Germanica proseguiva per Argenta verso Ravenna e da qui, attraverso l’Appennino, i romei si portavano a Roma.

    Un percorso alternativo a quello lungo la Selvadega per Raccano era rappresentato, già nell’ultimo quarto del XV secolo, dal sicuro e largo rettifilo stradale di Frassinelle, asse portante della bonifica estense che collega il Canal Bianco con la località Crosara, attraverso la frazione di Chiesa. Un’altra evidente conferma della via pellegrinale ci è data dalla sua stessa denominazione di Via Romana, attestata pure dalle antiche indicazioni stradali, scolpite in lastre di calcare e murate in due abitazioni che riportano via Romana per Ferrara e anche via Romana per Passo Rosatti e Rovigo. Dalla località Crosara la via si portava a Canaro e più oltre al passo sul Po tra Paviole e Francolino.

    Per finire facciamo riferimento ad un terzo itinerario che è attestato per Pontecchio. Lo riporta Marin Sanudo nel suo Itinerario per la terraferma veneziana nel 1483, dove descrive i luoghi di parte del Polesine di Rovigo, già occupati per l’esito favorevole della guerra del sale. Da Rovigo si raggiungeva Borsea e in località Santa Libera si attraversava il Tartaro al Passo di Pontecchio per dirigersi a sud-ovest, lungo l’argine del fiume, verso Bosaro e, per Ponzilovo, raggiugere Polesella. Si seguiva poi l’argine del Po per Garofolo fino, ancora una volta, a Paviole.

    NOTE

    1. L’interesse per lo studio delle Romee che attraversavano il Polesine prese avvio da un mio contributo apparso su QUADERNO NUMERO 10 della Biblioteca del Seminario-Diocesi di Adria e Rovigo, edito quale guida della Mostra ANNI JAM SUN MILLE, allestita in occasione del Festival Biblico 2017. Per l’occasione una costruttiva collaborazione con Adriano Mazzetti e Mihran Tchaprassian mi stimolarono verso una mirata indagine territoriale per la ricostruzione di questi interessanti percorsi devozionali. In occasione dell’anno giubilare in corso le romee attraverso il Polesine sono state oggetto di incontri curati in collaborazione con Andreina Milan e Sandra Bedetti. 2. Utili per la ricostruzione del percorso viario in area polesana mi sono state le informazioni acquisite dal contributo di LUIGI POLO, Anguillara luogo di transito sulla Romea Germanica, online: https://viaromeagermanica.it Polo è referente per il Veneto dell’Associazione Nazionale Romea Germanica, costituita nel 2012 e presieduta da Mirko Pacioni. 3. SANDRO MARAGNO, Mille anni. Villa Litiza, una comunità dispersa dalla diversione del Po, Rovigo, Tecnocopy Print & Co. S.r.l., 2019, p.3-4, online: http://www.centuriazione.it/quaderni_win.asp?id=1356

  • La fede in tasca

    La fede in tasca

    Santa Teresa d’Avila, in “Cammino di perfezione” – alludendo a quelle piccole immagini sacre che tutti conosciamo – così affermava: “Ecco un piccolo strumento che potrà aiutarvi”. Era il 1566 e il soggetto riguardava quelle immaginette sacre che comunemente definiamo “santini”. La Mistica li proponeva come sostegno alla fede, da portare sul cuore per un colloquio quotidiano con Dio.

    Chi di noi, fra le cose di famiglia di nonne, bisnonne o madri, magari tra le pagine di un vecchio libro di orazioni, non ne ha ritrovato, qualcuno? Un tempo, quando la fede e la partecipazione religiosa erano più salde e praticate, il santino era cosa comune e costituiva un elemento indispensabile della ritualità cristiana. Mamma e nonna, devote alla Madonna, custodivano gelosamente le immagini devozionali in un cassettino del comodino, a portata di mano per una preghiera supplementare da recitare prima di coricarsi per il meritato riposo dopo una giornata faticosa. Oppure per il nuovo giorno, allo spuntare dell’alba: non si poteva iniziare la giornata senza le dovute preghiere; si sarebbero sentite manchevoli in qualcosa. Conservavano dei santini anche nella borsa, quella della festa, con cui si agghindavano la domenica per la Messa prima, quella delle sei. Li custodivano tra le pagine rosse di un piccolo messale insieme all’ immancabile veletta e agli eleganti guanti di pizzo neri, segni del rispetto, della devozione e (perché no?) anche della civetteria femminile: un segnalibro che cambiava posizione ogni settimana con il progredire del calendario liturgico. Ne facevano incetta alle feste comandate, allorché Don Giuseppe distribuiva quelli nuovi in onore dei Santi venerati nella chiesa maggiore. Non erano da meno gli uomini, anche se

    Ancora presenti in molte case polesane santini ed immagini sacre, testimoni di una secolare religiosità popolare usavano maggiore discrezione. Portavano un “santino” nel portafoglio, quasi di nascosto, come salvacondotto di grazia e protezione.

    Sacro e profano a braccetto

    In un paese dove le bandiere rosse del PCI e del PSI erano dominanti e l’anticlericalismo (più a parole che a fatti in realtà) era un dovere di partito, il santino si conservava un po’ occultato: non veniva sbandierato tanto apertamente, e magari lo si teneva vicino a quel calendarietto profumato, a volte un po’ osé, scelto con un certo riserbo e quasi di nascosto: i garzoni di papà, sarto e barbiere del paese, sapevano bene a chi riservarlo e offrirlo in occasione del Natale. Papà, grande amante del melodramma, di Puccini, Verdi, Bellini, fan “sfegatato” della Callas, procurava anche quelli per gli amanti dell’opera lirica e distribuiva Tosca, Turandot, Ciò Ciò San, Violetta agli intenditori. Al medico di famiglia io regalavo sempre Violetta, la tragica protagonista di Traviata ricevendone in cambio una lauta mancetta! Sacro e profano stavano quindi a braccetto, ma lo iato non si percepiva. Anche sul versante del sacro vi erano preferenze e precedenze: ad una Santa, per quanto importante fosse, i maschi del paese preferivano per lo più un Santo, per consonanza di genere e per convenienza più che per vera fede, e lo si voleva famoso e potente. A contendersi il primato, in un paese di campagna, erano Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e delle stalle e Sant’Antonio da Padova per i prodigiosi “Sequeri” più o meno storpiati in lingua maccheronica che facevano sorridere noi studenti alle prese quotidiane con la lingua di Cicerone. Ma era San Gottardo, il patrono del paese di Bagnolo, il Santo taumaturgo, l’indiscusso vincitore della hit. Sponsorizzato in modo sublime dal parroco Don Giuseppe Melandri, suo acceso sostenitore, al Santo veniva riservata tutta la prima settimana di maggio con funzioni e riti solenni che culminavano il giorno 5 con la grandiosa processione e distribuzione di nuove immagini e olio benedetto miracoloso, assai apprezzato dai numerosissimi pellegrini che accorrevano in frotte anche dai paesi vicini.

    I “santini” di famiglia

    Alla morte di nonna Carolina, a nessuno di noi era venuto in mente, nemmeno per sbaglio, di disfarsi di quella serie di immagini, pazientemente raccolte e gelosamente conservate durante un’intera vita di costante pratica devozionale, a testimonianza di quanto esse costituissero un aspetto inscindibile della religiosità familiare. Bene prezioso, simbolo di fede, oggetto sacro, sempre benedetti, i santini dell’archivio familiare andavano custoditi con rispetto e cura alla pari dei “santini” dei morti, a rinnovare, seppur in forme nuove ingenue e credo inconsapevoli, l’antica tradizione romana degli dei Mani e Lari ai quali si chiedeva la custodia e la salvaguardia della casa e della famiglia. Nemmeno io, a mia volta, ho avuto il coraggio di eliminarli: il pudore, il rispetto, gli antichi insegnamenti, gli esempi, forse la fede o forse il senso del sacro che alberga in ognuno di noi, mi hanno impedito di considerarli una cosa inutile, carta straccia da mandare al macero. Li ho tenuti tutti e li ho sistemati in ordine in un raccoglitore fotografico. E ne ho raccolti di nuovi.

    Un po’ di storia e la nascita del collezionismo

    Se devo dire la verità, le immagini moderne, così patinate, plastificate, lucide, quasi una fotografia, difficilmente competono e reggono il confronto con l’ingenuità, la semplicità e la dolcezza dei disegni di quelle immagini antiche che avevano il pregio della chiarezza, e dell’immediatezza. Il fine pedagogico era evidente ed immediato, alla portata di tutti, letterati e non. Testimone diretto della fede oltre che prodotto della tecnologia della società cui si rivolgeva, anche il devozionale si è evoluto seguendo i gusti del tempo. Oggi, nell’età del consumismo, esso è diventato merce di scambio e da collezione, al punto che si è coniato il termine “filiconia” a designare il fenomeno. Dalle rare miniature medioevali e xilografie rinascimentali, con l’invenzione della stampa si passò ad una maggiore produzione e a una più larga diffusione delle immagini sacre che cominciarono ad essere presenti nelle case di tutta Europa anche per opera dei Padri Gesuiti che consideravano i “santini” un potente mezzo di evangelizzazione. Alcuni venivano addirittura stampati su ostia per essere usati durante gli esorcismi facendoli ingoiare a chi si riteneva indemoniato. A partire dal 1700, la chiesa si arrogò il diritto e il monopolio di diffusione e stampa delle immagini sacre, e solo più tardi “l’imprimatur” venne concesso anche ai privati. In tempi più recenti si assistette ad un progressivo ampliamento dell’uso del devozionale che divenne strumento per la celebrazione di eventi, ricorrenze, anniversari. Sono gli anni del “canivet” cioè dei santini contornati da una cornice di carta merlettata, intagliata a temperino, il “canif” appunto. Tra le cose di famiglia ne ho trovati alcuni che celebrano il sacerdozio di amici e conoscenti, ma anche cresime, battesimi e altre ricorrenze religiose. Poi vennero gli anni ‘60, gli anni del boom, del rapido declino della civiltà contadina con i suoi usi, costumi e antiche ed immutabili credenze. La progressiva laicizzazione della società decretò di fatto la decadenza del santino essendo divenute anche più rare e meno sentite le occasioni per produrlo e divulgarlo.

    Ci manca però. In fondo in fondo, nonostante la nostra modernità sbandierata in ogni momento, ci manca quell’aura di mistero e il fascino che da esso promanava che è, forse, il bisogno di appellarci al trascendente, il non sentirsi soli di fronte alla vita, nella speranza, di un aiuto sovrannaturale che fu conforto e guida costante ai comportamenti dei nostri padri.

  • Storia e leggende del Palazzo

    Storia e leggende del Palazzo

    Lendinara, antica cittadina in provincia di Rovigo, è conosciuta anche come “Atene del Polesine” per le molteplici attività culturali che l’hanno caratterizzata nel corso dei secoli. Una importante testimonianza storica connota la sua piazza maggiore, Piazza Risorgimento, dove si innalza una delle più antiche e maestose architetture estensi del Polesine (epoca fine XIV secolo), il Palazzo Pretorio. Il complesso è costituito dalla Torre Maistra (alta più di 25 metri) e da un annesso edificio merlato più basso con un grande portale, mentre posteriormente si apre un suggestivo giardino interno. Il Palazzo fu eretto come castello, sede civile e militare dell’autorità in un primo tempo estense ed in seguito veneziana. Fino ai primi anni ‘80 del secolo scorso fu usato anche come prigione con la presenza di un custode, e per questo dai cittadini è meglio conosciuto come “‘e Preson”. Da anni privo di una destinazione che lo valorizzi, ha visto l’utilizzo dei locali del piano terra come sede della mostra dei presepi.

    Il Sacro e l’aspetto artistico

    LA MADONNA CON BAMBINO

    Le stanze dello storico edificio appaiono spoglie e per lo più di scarso interesse, tranne un locale al piano superiore, un tempo adibito ad Oratorio, dedicato alla Vergine Maria. Qui spicca un pregevole affresco raffigurante la Madonna con Bambino. Maria in veste rossa, manto blu e velo bianco sul capo, ha un volto delicato e tenero ed uno sguardo malinconico e penetrante; seduta sul trono tiene in braccio il suo bambino, mentre dietro di lei si apre un ampio paesaggio. Sulla parete dirimpetto si trova un’epigrafe con il testo parzialmente leggibile, ove si accenna alla residenza del commissario ducale estense Ludovico Marcello nel 1509, nonché ad un intervento “Sanctae Matris Ecclesiae”. L’iscrizione per la parte leggibile recita: “LODOVICO AM…QCEBE. / COMMISARIO… / INVICTISSIMO PRINCIP. / ESTENSI DUCE. TERTIO F.A. [?] SANCTE MATRIS ECCLESIE. / MD. VIIII”, che è relativa alla sistemazione della Cappella con sua decorazione pittorica, realizzata su iniziativa di un commissario estense nel 1509. Il dipinto della Madonna con Bambino, nonostante manifesti segni del degrado del tempo, è ancora del tutto leggibile. I dolcissimi tratti somatici, il perfetto ovale del volto della Madonna e l’uso di lumeggiature per evidenziare il volume degli incarnati, richiamano l’arte del pittore Boccaccio Boccaccino, attivo tra la fine del quattrocento e l’inizio del cinquecento a Genova, Milano, Cremona e Ferrara. Pertanto si ritiene che il dipinto nella Cappella del Castello sia stato realizzato proprio nel 1509 da questo pittore, artista del ducato ferrarese e maestro del Garofalo. L’affresco potrebbe dunque essere stato un omaggio alla Vergine Maria da parte del commissario ducale estense Ludovico Marcello che, a nome del duca Alfonso d’Este, aveva occupato Lendinara nel mese di maggio di quell’anno. Tra le opere di Boccaccio Boccaccino (Ferrara 1466 ante – Cremona 1525), – figlio di un ricamatore cremonese attivo alla corte estense e padre di Camillo Boccaccino, anch’egli pittore – è particolarmente famosa la Andata al Calvario eseguita verso il 1501 e conservata nella National Gallery di Londra. Altre opere rilevanti sono la Madonna col bambino custodita presso il Museum of Fine Arts di Boston e Lo Sposalizio di Santa Caterina con i Santi Rosa, Pietro e Giovanni Battista, che si trova a Venezia presso la Galleria dell’Accademia, e il misterioso Ritratto della Zingarella dai bellissimi occhi che si trova a Firenze presso la Galleria degli Uffizi (1504-1505). Presso la Pinacoteca di Brera a Milano nell’anno 2023 è stata dedicata una mostra al pittore Boccaccio Boccaccino, indicato come uno dei protagonisti della pittura di primo cinquecento in Val Padana, la cui fama è legata soprattutto agli affreschi del ciclo delle Storie della Vergine e di Cristo del Duomo di Cremona (1514-1518). Il 1509 per Lendinara è stato un anno ricco di misteri, infatti, nello stesso mese di maggio in cui veniva realizzato il dipinto del Boccaccino, tra l’8 e il 9, iniziarono gli eventi miracolosi legati alla Madonna Nera: “la Nostra Signora del Pilastrello”. Tutto incominciò in seguito ad una tempesta che scaraventò una statua lignea rappresentante una Madonna con bambino su una siepe. Statua che fu ritrovata il giorno dopo, abbagliante di splendore. Fu questo il primo evento prodigioso, altri ne seguirono. La Madonna del Pilastrello fu da subito molto amata e venerata dai cittadini di Lendinara, cosicché ben presto si decise di realizzare una piccola chiesa, poi ampliata, per ospitare la sacra immagine scolpita su legno di olivo. Successivamente, il 10 febbraio 1595, su delibera del Comune, la città fu consacrata alla Madonna e la sua effigie posta sullo stemma del Comune, mentre una statua marmorea fu collocata sulla facciata del Palazzo Comunale.

    L’aspetto profano

    LA DAMA ROSSA

    Ritornando ora alle curiosità relative al Palazzo Pretorio, va detto che al suo interno – oltre all’aspetto sacro caratterizzante la cappella con l’affresco della Madonna – aleggiano anche leggendarie narrazioni profane, tra cui il racconto della “Dama Rossa”, che narra di un amore infelice tra due giovani nella Lendinara del 1500: lei veneziana e lui estense. La Città era stata conquistata dai veneziani che spodestarono gli estensi, vietando anche i matrimoni misti tra le casate dei due territori, ma i due giovani innamorati non si arresero e, per poter vivere insieme, progettarono una fuga, dandosi appuntamento nel giardino del Palazzo Pretorio. Il fratello di lei, veneziano convinto della necessità di interrompere ogni rapporto amoroso tra persone dei due ducati – come previsto dalle direttive della Serenissima – agì crudelmente nei confronti della sorella. Infatti, venuto a conoscenza dei progetti di fuga dei due giovani, presentatosi anch’egli all’incontro, sequestrò la sorella, la Dama Rossa. Dopodiché rinchiuse la giovane nella prigione più alta della torre, da dove nessuno avrebbe potuto sentire la sua voce. Poi si scontrò in duello con il di lei amato, rimanendo però sconfitto e ucciso. Ma l’epilogo fu tragico anche per il giovane estense che venne catturato e condannato a morte per l’uccisione del veneziano. La sentenza venne eseguita nel giardino del

    Palazzo Pretorio, dove era avvenuto lo scontro tra i due, cosicché la Dama rossa, dall’alto della torre, fu costretta a vedere, da una finestra della stanza dove era rinchiusa, la tragica fine dell’amato, dopo aver anche assistito al duello con la morte del fratello. Ma nemmeno la Dama Rossa si salvò: abbandonata nella cella buia e fredda, della torre lendinarese, morì di stenti, straziata dal dolore. Una storia particolarmente tragica dunque, che si è sussurrata nel corso dei secoli. E la leggenda narra che qualcuno abbia giurato di avere visto in varie occasioni una donna affacciarsi alla finestra più alta della torre piangendo e supplicando inutilmente aiuto. A seguito dei restauri della torre nel secondo dopoguerra, furono lasciate aperte tutte le porte delle celle, ed un operaio asserì di avere visto le diafane presenze degli spiriti di due giovani che, trovando le porte spalancate, volarono via contemporaneamente, per trovare insieme pace in un mondo lontano. Una leggenda di un tragico amore, dunque, che riecheggia quella famosissima di Paolo e Francesca eternata da Dante Alighieri nel V canto dell’Inferno della Divina Commedia.

  • In ricordo di Alberto Mario

    In ricordo di Alberto Mario

    La Storia ci ha donato personaggi incredibili da ricordare e dei quali raccontare le gesta. Uno di loro nacque a Lendinara esattamente 200 anni fa, il 4 giugno del 1825. Era bello, biondo, amante della cultura e della patria forse ancor più 1 . Alberto Mario – questo il suo nome – dedicò tutta la vita combattendo per la libertà, con le armi in pugno e con la penna in mano, cimentandosi in numerose battaglie e scrivendo su molti giornali che talvolta lui stesso dirigeva. Insomma, Alberto Mario visse in modo così esemplare che, dopo la morte avvenuta nel 1883, a nemmeno 58 anni, politici di tutti gli schieramenti proferirono parole di cordoglio e la comunità lendinarese decise di erigergli un monumento 2 . Proprio di questa realizzazione cercheremo ora – nel bicentenario della nascita dell’insigne personaggio – di tracciarne la storia.

    Il monumento ad Alberto Mario 20 settembre 1897

    Mario era morto il 2 giugno 1883, durante la notte nello stesso giorno della fatale dipartita di Garibaldi, avvenuta precisamente un anno prima. Il patriota polesano era stato aggredito da un tumore alla mascella che lo aveva tormentato per anni e sul quale il suo caro amico Agostino Bertani, chirurgo e politico, aveva eseguito ben nove operazioni 3 . Appena la moglie Jessie White e l’amico Achille Sacchi, che erano lì nel momento fatidico, diedero la ferale notizia alle autorità, il Dr. Carlo Baccaglini fu il primo ad avanzare la proposta in consiglio comunale di erigere un busto al defunto 4 . Egli era stato vicepresidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso nel periodo in cui essa si stava costituendo e precisamente dal 23 aprile 1867 al 10 maggio 1868, cioè fino al giorno dell’effettiva fondazione. E fu proprio quel sodalizio – che peraltro nel 1869 aveva proclamato Mario presidente onorario – ad adoperarsi affinché il monumento vedesse la luce 5 . In realtà la storia è lunga, e il primo documento che ne parla risale a diversi anni dopo la sua morte. È una lettera, oggi esposta al Museo del Risorgimento Polesano (MuRPol), situato al piano più alto di Palazzo Boldrin a Lendinara. Una lettera manoscritta dell’illustre Giosuè Carducci, datata 13 dicembre 1889 e indirizzata al presidente della Società Operaia per plaudire alla decisione di attivarsi per il monumento. Innanzitutto è necessario raccogliere fondi: sappiamo che molti Comuni erano stati contattati, alcuni pure molto lontani. Per esempio nel 1889 era stata contattata la Società Operaia di Chiavenna, in Provincia di Sondrio, e l’anno successivo il Comune di San Martino di Venezze (ma probabilmente molti altri) 6 . Qualche risultato dev’esser stato ottenuto se gli atti del Consiglio Comunale di Lendinara riportano in data 25 ottobre 1894 la “Concessione dell’area per l’erezione del monumento ad Alberto Mario” 7 . Le cose, si vede, si muovono lentamente, ma alla fine, da una lettera esposta al MuRPol che Carlo Baccaglini, in nome del “Comitato per l’erezione di un monumento ad Alberto Mario in Lendinara”, del quale è presidente, invia al Sindaco di Lendinara, si deduce che, finalmente, l’attesa è quasi finita. Oltre a informare le autorità che è stata decisa la data d’inaugurazione del monumento (“all’ultima Domenica di Maggio o alla prima di Giugno anno corrente”), il Presidente coglie l’occasione per richiedere, con tutta la gentilezza e la formalità, un intervento di manutenzione nel pavimento della piazzetta ove è già collocata la colonna. Il medesimo documento contiene la risposta del Comune, che il 23 febbraio fa sapere che i lavori avverranno. Le operazioni sono attuate con un po’ di ritardo, per la verità, perché ne troviamo la discussione negli atti del Consiglio Comunale solo il 22 maggio. Così alla fine anche l’inaugurazione è posticipata: la si fa coincidere col 27° anniversario della presa di Porta Pia, festa nazionale. Ed ecco che, il 20 settembre 1897, un’enorme folla di riunisce in quella che è ormai per tutti Piazza Alberto Mario, e la vediamo immortalata in una bellissima foto che fissa il momento fatidico dell’inaugurazione. Se qualcuno dei lettori di questa rivista è lendinarese o ha lì le sue radici osservi per un attimo quei volti sbiaditi ma meravigliosi che ci scrutano da lontano, e pensi che qualcuno degli effigiati nella foto potrebbe essere un suo avo che molto probabilmente aveva conosciuto di persona Alberto Mario.

    Il compito di immortalare la sua effige in un monumento era stato affidato all’illustre scultore repubblicano Ettore Ferrari, massone e futuro Gran Maestro della loggia Grande Oriente d’Italia. Il volto di Alberto Mario è impresso in un grande medaglione bronzeo affisso su di una possente colonna di granito innalzata su un basamento a gradoni. Dietro sono incrociate lance e insegne libertarie, con due gonfaloni, i motti Libertà e Patria e due piccoli ritratti di Garibaldi e Mazzini. L’epigrafe reca un testo dettato dallo stesso Carlo Baccaglini che recita:

    ALBERTO MARIO SPIRITO ELETTO D’ARTISTA AD OGNI TIRANNIA RIBELLE PER L’INDIPENDENZA DELLA PATRIA PER LA LIBERTÀ DI PENSIERO IDEANDO REPUBBLICA PUGNÒ SCRISSE LA CITTÀ NATALE IL POLESINE GLI AMICI AUSPICE LA SOCIETÀ OPERAIA LENDINARESE MDCCCXCVII

    La soddisfazione generale per la realizzazione del monumento non mise a tacere alcune critiche. A differenza di quanto era accaduto per il monumento a Garibaldi che lo stesso Ferrari aveva realizzato per Rovigo nemmeno un anno prima, quello in ricordo di Alberto Mario non fu particolarmente apprezzato. Non pochi ritennero l’opera scarsamente espressiva, aspetto questo accentuato da un rapido deterioramento del bronzo che conferì all’immagine del patriota un aspetto cupo 8 .

    Le scuole medie dedicate ad Alberto Mario

    La memoria dell’intrepido patriota ha un altro interessante riferimento a Lendinara. Si tratta della dedica ad Alberto Mario delle Scuole Medie, edificio che fa angolo tra via Guglielmo Marconi e via Lorenzo Canozio. Di fatto in realtà da principio la dedica era duplice, perché all’inizio una parte dell’edificio (quella destinata a scuola di avviamento professionale) portava il nome del poeta locale Giovanni Battista Conti, mentre le scuole medie portavano, per l’appunto, quello del patriota. Dalla lettura degli atti del Consiglio Comunale deduciamo che in origine, quando il 15 settembre 1932 era stata approvata la “spesa per l’affittanza dei locali da destinare a Scuola di Avviamento professionale”, i due istituti dovevano restare separati, e solo in data 8 febbraio 1933 troviamo scritto “Approvazione del progetto per la costruzione di un edificio ad uso Istituto Tecnico Inferiore e Scuola di Avviamento Professionale” 9 . L’appalto per i lavori è stato siglato il 9 agosto dell’anno seguente ma essi sono effettivamente iniziati solo nel 1935 10 . Anche qui ci sono stati molti ritardi, ai quali si sono sommate delle dimenticanze che hanno portato all’approvazione di ben tre elenchi di prezzi unitari per nuove opere non previste: il primo il 23 maggio, il secondo il 10 settembre, il terzo il 14 novembre 11 . La costruzione è continuata nel 1936 ed è stata completata nel 1937, anno nel quale gli atti fanno per la prima volta il nome dei due istituti, anche se l’intitolazione vera e propria è avvenuta solo il 3 settembre 1951 12 . L’ultima tappa di questa storia ci porta al 1957, quando in memoria del patriota è stata murata una lapide marmorea posta sulla parete di sinistra dell’anticamera dell’istituto scolastico. Accanto a un ritratto in rilievo del volto di Mario, è presente lo scritto dedicatorio in latino, del quale offriamo qui la traduzione:

    QUESTA SCUOLA È DEDICATA A TE, DISCENTE, SÌ CHE POSSA DARTI QUOTIDIANAMENTE LA LUCE DELLA SCIENZA E DELLA SAPIENZA AMA DIO, ONORA GLI AVI, E SEMPRE RICORDA I NOMI DI QUANTI COLLA VITA E CON L’INGEGNO DIEDERO LUSTRO ALLA PATRIA

    NOTE 1. Mi piace di dare qualche informazione sull’aspetto del nostro patriota, anche perché le foto non riportano i colori che lo animavano. J. White, Della vita di Alberto Mario, in P.L. Bagatin (a cura di), A. Mario, La Repubblica e l’Ideale. Antologia degli scritti, Lendinara, Tipolitografia lendinarese, 1984, pag. 410 riporta la descrizione che l’amico Leone Fortis “Doctor Veritas” aveva scritto su Mario all’epoca del moto quarantottesco in un articolo dell’Illustrazione Italiana del giugno 1877: “Era allora, come è ora, un apostolo. Ha degli apostoli la natura, l’anima, l’aspetto. Alto, snello, biondo, pallido, con capelli lunghi, ricciuti, con due grandi occhi celesti, sereni sempre, con un sorriso più sereno ancora dello sguardo, ha l’aspetto di un poeta, di un segnatore, di un idealista.” Seppur riferita a quindic’anni dopo, le parole del Carducci che troviamo a pag. 491 restituiscono la stessa immagine: “Era bello. Era quale vorrei che Raffaello ci avesse lasciato dipinto un cittadino italiano del Cinquecento.” 2. Che da tutte le direzioni politiche si fossero levate parole di cordoglio è un fatto che era stato notato con stupore già dal filosofo e deputato Giovanni Bovio. Egli il 29 giugno 1883, assieme a molti altri, aveva pronunciato un accoratissimo discorso (che troviamo pubblicato in In memoriam di Alberto Mario, Rovigo, Comune di Lendinara, 1884, pag. 33) nell’ambito di una commemorazione organizzata dalla Democrazia Romana, e così aveva esordito “Un fatto insolito è seguito alla morte di Alberto Mario: l’uomo che sino all’ultimo punto aveva detto le più dure verità contro la maggioranza, senza risparmiare neppure gli amici, ed era restato, morti Cattaneo e Ferrari, quasi solitario nel disegno di una repubblica federale, è stato, appena morto, il più universalmente compianto e lodato, sin da quelli che lo avrebbero voluto, mortalmente infermo, tratto in carcere per le verità condannate.” La stessa moglie Jessie White (J. White, Della vita di Alberto Mario, cit., pag. 499) aveva poi scritto “I suoi concittadini tutti, fautori e avversari, consolarono di affetti e pensieri gentili gli ultimi giorni della vita che gli sfuggiva”. 3. Sugli ultimi momenti di Alberto Mario vedasi J. White, Della vita di Alberto Mario, Op. cit., pagg. 499503 e In memoriam, Op. cit., pagg. 51-52. 4. In memoriam, Op. cit., pagg. 7-9. Il Consiglio si era riunito tempestivamente lo stesso 2 giugno alle 19. 5. Sulla presidenza del Baccaglini, Sulle origini e sulla data di fondazione della Società di Mutuo Soccorso fra gli operai di Lendinara, Memorie del socio Avv. Antonio Cappellini, Lendinara, tipografia Stanislao Spighi, 1900, pag. 23. Riguardo il rapporto tra Mario e la locale Società Operaia di Mutuo Soccorso sappiamo che, già membro, ne era stato eletto presidente onorario nel 1869 (F. Conti, Alberto Mario, Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 70 (2008), Enciclopedia Treccani online, consultabile al seguente link: https://www.treccani.it/ enciclopedia/alberto-mario_(Dizionario-Biografico)/). Nel medesimo anno pure Garibaldi era stato acclamato alla stessa carica (Sulle origini e sulla data di fondazione della Società di Mutuo Soccorso fragli operai di Lendinara, Op. cit., pagg. 29-30). 6. Riguardo la Società di Mutuo Soccorso di Chiavenna, il dato mi è noto grazie a documenti inviatimi dalla società stessa e da me pubblicati, inediti, a pagg. 21 e 22 della mia tesi universitaria intitolata Alberto Mario, combattente con la penna e con la spada, reperibile alla Biblioteca di Lendinara, nell’Archivio di Stato di Rovigo oppure al seguente link: https://www.researchgate.net/ publication/351587727_Alberto_Mario_combattente_co n_la_penna_e_con_la_spada. A pagg. 23 e 24 ho poi pubblicato la lettera inviata al Comune di San Martino di Venezze, posseduta da Vittorio Tomasin, che ringrazio. 7. Atti del Consiglio Comunale di Lendinara, pag. 193 (consultabili al seguente link: https://www.researchgate.net/deref/http%3A%2F%2Fwww.comune.lendinara.ro.it%2Ffiles%2Fdocumenti-vari%2Finventariazio ne_archivio_comunale_lendinara.pdf?_tp=eyJjb250ZXh 0Ijp7ImZpcnN0UGFnZSI6InB1YmxpY2F0aW9uIiwicGFnZSI6InB1YmxpY2F0aW9uIn19, data ultima consultazione: 21/12/2020). 8. Sul monumento, L. Contegiacomo, Itinerari 1866 – Luoghi, eventi e protagonisti del Rinascimento a Rovigo e Provincia, Castelfranco Veneto, Biblioteca dei Leoni, 2017, pag. 58 e P.L. Bagatin, P. Pizzamano, B. Rigobello (a cura di), Lendinara – Notizie e immagini per una storia dei beni artistici e librari, Treviso, Editrice Canova, 1992, pag. 360. 9. Le due frasi citate dagli Atti del Consiglio Comunale di Lendinara sono tratte rispettivamente da pagg. 502 e 508. 10. Ivi, pag. 527. 11. Ivi, pagg. 536, 538, 539, 541 e 544. 12. Gli Atti menzionano la continuazione dei lavori nelle pagg. 550-551, 554, 558. Il nome degli istituti è fatto per la prima volta a pag. 573, mentre l’intitolazione del 1951 è a pag. 746.

  • Il Monumento e la Massoneria

    Il Monumento e la Massoneria

    ARovigo, nell’omonima piazza, si trova uno dei più bei monumenti che ci sono in Italia dedicati a Giuseppe Garibaldi. È stato realizzato da Ettore Ferrari, uno dei più importanti scultori italiani del periodo a cavallo fra il 1800 e il 1900. In questo scritto si tratterà di quest’opera ponendo l’attenzione su alcune sue particolarità, sulla cerimonia di inaugurazione e sulla posizione in cui la statua equestre è stata collocata sul liston della piazza. Si farà un riferimento anche al fatto che sia Giuseppe Garibaldi che Ettore Ferrari appartenevano alla Massoneria, dove entrambi ebbero incarichi di grande prestigio: Garibaldi ricoprì la carica di Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e la nomina nel 1872 di Gran Maestro Onorario a Vita; Ettore Ferrari ebbe la carica di Maestro Venerabile nella Loggia “Rienzi” di Roma nel 1892 e poi quella di Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1904 al 1917.

    È proprio per questo motivo che sul monumento di Giuseppe Garibaldi ci sono simboli e riferimenti alla Massoneria, e per chi volesse approfondire l’argomento si consiglia la lettura del libro di grande spessore culturale di Maria Teresa Pasqualini Canato (che da poco ci ha lasciato), dal titolo “Il monumento a Giuseppe Garibaldi Rovigo 1882 – 1896”, del 1996, edito dalla Minelliana, in particolare da pagina 54 a pagina 57.

    Un interessante riferimento alla Massoneria si trova innanzitutto nella data di inaugurazione del monumento, che avvenne il 15 novembre del 1896, che corrisponde alla data massonica dell’anno 2649, riportata da Ettore Ferrari sul blocchetto di bronzo che si trova fra le zampe del cavallo con il numero scritto in cifre romane MMDCXLIX, appunto 2649. Il sistema impiegato per il calcolo è uno dei metodi di datazione utilizzati dalla Massoneria, che consiste nel fare riferimento “all’ab urbe condita”, cioè dalla fondazione di Roma, quindi si somma l’era volgare dell’anno 1896 (secondo il calendario gregoriano) con l’anno di fondazione di Roma il 753 A. C., è si ottiene 2649, ossia MMDCXLIX. L’inaugurazione del monumento era stata programmata dal Consiglio Comunale per il mese di luglio, ma poi si resero necessari dei rinvii – come riportato a pagina 48 del libro citato di Maria Teresa Pasqualini Canato – e quindi slittò al mese di novembre.

    A questo punto non si può però fare a meno di sottolineare la vicinanza cronologica con il primo Congresso Antimassonico Internazionale che si tenne a Trento dal 26 al 30 settembre del 1896 e fare qualche osservazione sul tema dei rapporti fra Massoneria e Chiesa. Nell’Ottocento, dopo la breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870 e il conseguente venir meno del potere temporale dei papi, la frattura già esistente fra la Massoneria e la Chiesa divenne più evidente, soprattutto da parte di quest’ultima. Papa Leone XIII con l’enciclica Humanum Genus “Condanna del relativismo filosofico e morale della Massoneria” del 20 aprile 1884, prese una posizione di netta condanna nei confronti della Massoneria, e dedicò un breve apostolico di apprezzamento e appoggio al “Congresso Antimassonico di Trento”, evento a cui parteciparono in gran numero vescovi, delegati episcopali, delegati di diverse organizzazioni cattoliche e rappresentanti delle monarchie e dove furono discussi temi quali, fra gli altri, la dottrina massonica e l’azione antimassonica. È evidente che la concomitanza nello stesso anno, il 1896, di un congresso contro la Massoneria e la commemorazione dell’Eroe dei due mondi con una statua di Ettore Ferrari, entrambi importanti esponenti della Massoneria, non si presenta, per usare un’espressione dei nostri tempi, politicamente corretta. Sarebbe stato più opportuno procastinare l’inaugurazione del monumento? O si è trattato di “un’opportuna coincidenza”?

    C’è poi un altro simbolo che sicuramente ha un valore di contrapposizione col regno del Papa: nel prospetto del lato sud del monumento (lo si può notare solo osservando con molta attenzione) sono raffigurati gli emblemi della spedizione dei mille: su un elmo sono incise le seguenti parole: “REPUBLICA ROMANA”, che possono riferirsi sia alla Repubblica Romana del 1798 – 1799, sia alla Seconda Repubblica Romana del 1849. In entrambe si tentò di far cadere lo stato pontificio; quindi sembra indubbio attribuire all’incisione una natura anticlericale. In particolare, se riferita alla Seconda Repubblica Romana, il suo scopo è ricordare le gesta patriottiche di Giuseppe Garibaldi compiute nella difesa di Roma, quando, al comando dei suoi volontari, difese il Gianicolo.

    Nella piazza di Rovigo dedicata a Giuseppe Garibaldi troviamo poi un ulteriore elemento che suona come contrapposizione. Chiunque si trovi a passare da lì potrà vedere sul liston l’indicazione del perimetro della chiesa di Santa Giustina, demolita nel 1809, e potrà notare che la statua è quasi interaNotizie del Polesine

    Turismo – Ambiente – Arte – Narrativa

    Poesia – Storia e Tradizioni mente posizionata dove sorgeva il presbiterio della chiesa. Scavando per realizzare le fondazioni necessarie per il pesante monumento equestre sicuramente sono stati trovati i resti della chiesa di Santa Giustina, e ci si può allora chiedere se all’epoca sia stata valutata l’opportunità o meno di posizionare la statua di Garibaldi (massone come il suo scultore) proprio sul sedime dell’antica chiesa.

    Nel monumento, accanto a simboli chiari, potrebbero essercene anche di meno evidenti, e vorremmo allora concludere osservando che una statua ha il potere di parlarci e di indicarci chi e cosa guardare; ma per riuscire a sentirla, per capire cosa ci indica, bisogna saper ascoltare e non confondere il guardare con il vedere.

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  • Il nostro lessico familiare

    Il nostro lessico familiare

    Donatella mi chiama e mi chiede un articoletto per il Ventaglio. Io dico che sono in altre faccende affacendato, ma lei insiste con tale cortesia che non riesco a continuare a tenerle testa. Per questo son qui a disturbare i lettori, ma solo un pochino, una paginetta o poco più sul nostro lessico familiare. Incomincio dall’origine della parola da noi Veneti tanto amata, i schei.

    I Schei

    Nessun altro in Italia è capace di pronunciare tanto bene come noi la parola schei, che vuol dire tante cose, ma soprattutto soldi in generale, pochi o tanti: l’è senza schei, l’è pien de schei, l’è pien de schei come on ovo…, ma anche modi di dire “vàrdało ben, vàrdało tuto, on omo senza schei quanto che l’è bruto”…

    Schei ha anche significati metaforici: in scarsèła el ga zìnqôe schei de mona; no ‘l vałe on scheo mato…; Ma anche significati di misura (in questo caso si tratta di un centimetro): l’è alto vinti schei, a xe vegnù ż ó die ş e schei de tenpesta… Le origini. Questa parola è fiorita nel Veneto nel periodo della dominazione austriaca dell’Ottocento, quando anche nel Lombardo Veneto circolavano, insieme alle vecchie monete veneziane, bezi e palanche (dalla moneta portoghese Blanca), le monete austriache. Schei viene dalla moneta scheidemünze (vuol dire moneta piccola) e invece la parola “franchi” viene da una moneta più quotata, che riportava la parola Franc. Jos. (Francesco Giuseppe) nell’iscrizione ad arco che c’è al bordo. I franchi sostituivano le lire italiane nella parlata: die ş e franchi erano dieci lire, dosènto franchi duecento lire, miłe franchi mille lire… Invece i schei erano indeterminati. Anche adesso, parlando in generale si parla di schei, ma parlando in particolare si intendono gli attuali euro. Domanda: “Quanti schei gato?” “Diese euro”.

    El do par zento

    Veniamo adesso ai modi di dire. Da noi, in Polesine c’è il modo di dire “el ga dà el so dó par zento” per dire che lo ha trattato come meritava; “a te lo dago mi, el do par zento!” per dire che non ti do nulla. Le origini. Da dove nasce “el do par zento”? Le cose stanno così. Dopo la terza guerra di indipendenza italiana (1866) che, come tutte le guerre provoca sangue e miseria, i governi della Destra Storica volevano saldare i debiti di guerra, a spese naturalmente delle fasce sociali più deboli, non già ricorrendo alle imposte dirette che avrebbero colpito i possidenti. Ebbene, con il gen. Menabrea, presidente del consiglio, e Quintino Sella ministro delle Finanze, fu applicata la tassa sul macinato che fu chiamata la tassa sulla fame. In pratica si stabilì che i mugnai dovevano applicare la ritenuta di due chili di grano per ogni quintale macinato, cioè il due per cento. Solo per curiosità, ben quattro furono i generali chiamati dal Sovrano a guidare il Governo italiano nel secondo Ottocento: Rattazzi (due volte), Menabrea, Lamarmora (due volte) e Pelloux, uomini, come si capisce, abituati per la loro specialità a pensare militarmente, con scarsa propensione per i problemi sociali. Ma furono tante le proteste popolari in tutta Italia, con episodi di violenza e anche di sangue. Da noi, si diceva così, riferendosi al Governo: “A te lo dago mi, el do par zento!”

    I vuòvi de gaìna

    Modo di dire: “Volere vuòvi, gaìna e culo caldo”. Le origini. Confesso che anch’io non lo sapevo fino a che una persona, passando per strada e vedendomi con un cestino pieno di uova, mi domandò se le mie galline continuassero a darmi le uova anche in pieno inverno. “Come no? – risposi – Mi a le trato ben, le gaìne. Le magna tuti i avanzi de casa: spaghiti co le vóngole, codeghini, carne lessa, verdura còta, de tuto le magna…” “Le ga el culo caldo”- mi dice il passante – Par questo le feda anca d inverno!” E così ho capito il significato del nostro modo di dire “Volere vuòvi, gaìna e culo caldo” significa che dalla vita vogliamo avere da mangiare quest’oggi (l’uovo di giornata), la gallina (il capitale) e la certezza di poter mangiare anche in futuro (el culo caldo).

    Còpate!

    Non ricordo il nome di chi me l’ha detto (è stato un giovane di Lendinara, che ringrazio pubblicamente da questa rivista). Si tratta di un’espressione tutta nostra che condensa al massimo tante cose messe insieme: c’a te sì mona, on bon-da-gnente, on senza-muso, on insulso, on porocan insensià, insuma uno c’a se dovarìa vergognare de tuto quelo che ‘l fa o che ‘l ga fato o che ‘l pensa de fare. Per farla corta, il consiglio che amichevolmente gli si dà è quello di sparire agli occhi di tutti, di cavarsi fuori dal mondo, di privarsi della vita: “Copate!” E se direttamente non gli puoi dare questo consiglio, lo fai per interposta persona. “Bepi el me ga dito che ‘l vurìa maridarse la Maria de Berto”. “Dighe che’l se se copa!”.

  • La lettera ritrovata

    La lettera ritrovata

    Martedì 25 febbraio 2025, alle ore 17.30 su TVA Vicenza (canale 13 oppure 832 di Sky o sul web), è andata in onda la puntata n. 361 di “Parliamone”, dedicata al casuale rinvenimento di una storica lettera. Si tratta di una missiva ritrovata dalla signora Milly Ladogana in un vecchio casolare di Corbola, scritta il 12 maggio 1944 da Massimo Mischiatti, detenuto in un campo di lavoro in Serbia. Grazie al gruppo dell’Università Popolare Polesana di Porto Viro, con in testa Luciana Milani, si è avviata una ricerca, raggiungendo l’obiettivo di individuare i parenti dell’intestatario.

    Il ritrovamento della lettera

    La signora Milly ha acquistato un vetusto edificio rurale a Corbola. Nel fienile giaceva un vecchio mobile malandato, che ha attirato la sua attenzione, portandola a rovistare nei vari cassetti, in uno dei quali ha trovato alcune lettere e telegrammi degli anni ‘40. La sua attenzione si è concentrata in particolare su una lettera scritta a mano, recante la firma di Massimo Mischiatti. Si è subito accesa la curiosità, attivando un piano di ricerca – coadiuvata anche dalle colleghe dell’Università Popolare di Porto Viro – che ha portato alla scoperta che l’autore della missiva era un soldato italiano internato in un campo di lavoro in Serbia. Dunque una lettera inviata più di 80 anni fa, giacente in un cassetto che da decenni nessuno apriva. “Chissà da quanto tempo quei fogli si trovavano in quel vecchio rudere, che tra i vari proprietari succedutisi era appartenuto anche allo stesso Mischiatti”, ha raccontato Milly. Sulla busta il luogo di partenza della lettera era indicato “Lager 22”, mentre il destinatario era il “Signor Gino Naia” di Donada.

    Ricostruita, dopo ottant’anni, la storia di una lettera giunta da un lager della Serbia a Corbola nel 1944

    La ricerca del destinatario

    La ricerca per individuare discendenti del destinatario o del mittente è partita ovviamente da Corbola, dove però non sono stati individuati eredi diretti di Mischiatti: le due figlie vivono una a Ferrara ed una a Roma. A Porto Viro, invece, è stato trovato un pronipote del destinatario Sig. Gino Naia, che è stato lieto di essere stato coinvolto nella ricerca e poter vedere quello sconosciuto pezzo di storia della sua famiglia. Durante il Corso di Dizione, tenuto da Ferdinando De Laurentis, organizzato dall’UPP e ospitato presso la Biblioteca comunale di Porto Viro, si è registrato un podcast trasmesso da “Radio NP Noi Protagonisti” e inserito nel sito www.radionp.it, nonché una trasmissione tv. Nella puntata sono stati rivelati i contenuti della lettera, le circostanze del ritrovamento e tutto il percorso intrapreso dal gruppo portovirese per recapitare la lettera, 80 anni dopo, a un parente del protagonista e ricostruire la storia.

    La lettura della lettera

    La lettera è scritta molto bene, ed è stato emozionante sentirla leggere dai compaesani dei protagonisti. Luciana Milani, responsabile dell’Università Popolare molto attiva nel gruppo, ha precisato che “nelle ricerche svolte, questa lettera è interessante perché dei 500 soldati partiti dal Polesine, questa è l’unica fonte che parla di un polesano inviato sul fronte balcanico”. “Nel sentire leggere questa lettera – ha detto Milly Ladogana, rinvenitrice dello scritto – ho visto Massimo nella sua celletta che scrive e che pensa ai suoi cari e mi sono emozionata tanto, come quando ho trovato questa lettera in un vecchio mobiletto semidistrutto nel vecchio fienile di un rudere da demolire che ho acquistato. È stato proprio prima della demolizione che ho fatto un sopralluogo che mi ha fatto trovare un tesoro di emozioni”.

    “Pur nel peso che abbiamo provato tutti nel leggere questa lettera – afferma Laura Filippi – e nell’attenzione che tutti abbiamo messo nell’entrare nella vita di Massimo, in punta di piedi, quasi sfiorando le sue parole, ho pensato che questo spazio di scrittura che l’uomo si è ritagliato gli abbia dato un po’ di forza di resistere in una situazione decisamente difficile come lui stesso lascia intendere”. Nella lettera, il recluso Mischiatti racconta il suo sentire e le sue necessità, seppur schermate dal detto e non detto, forse per non incombere nella censura militare dell’epoca.

    La figlia inglese

    Il 20 febbraio, su Facebook, mentre si pubblicizzava la trasmissione, improvvisamente comparve un messaggio a firma di Raffaella Mischiatti: “Sono la figlia di Mischiatti Massimo. Cercherò di vedere il programma ma abito in Inghilterra e non so se sarà possibile”. La risposta pronta di Luciana Milani è stata: “Ciao Raffaella! Ho appena avuto contatto telefonico di tua sorella che abita vicino a noi! Chi lo sapeva! Un caro abbraccio… felice di potervi riconsegnare ciò che vi appartiene”. Presto si organizzerà il recapito della lettera ritrovata. Anche questa è una pagina della nostra storia.

  • La Grotta di Lourdes di Adria

    La Grotta di Lourdes di Adria

    Premetto che prima di dare corso a questo studio mariano “Dalla Grotta di Lourdes alla Grotta di Adria”, ho cercato – avvalendomi della rete web – di conoscere il numero approssimativo oggi esistente in Italia, di riproduzioni a grandezza naturale della Grotta di Lourdes. Dalle risposte ricevute, posso dire che non sono poi molte in Italia. Questa grazia per noi polesani rappresenta nel contempo aiuto spirituale e impegno di fede.

    Adria, Antica Città di Maria

    Prima di affrontare il tema della “Grotta di Adria” propongo un excursus circa la presenza salvifica di Maria nella Chiesa diocesana, che si annunciò fin dai primi secoli con la formella copta – conservata in cattedrale – che traduce in immagine la sentenza pronunciata dai Padri conciliari ad Efeso nell’anno 431, attribuendo definitivamente alla Vergine il titolo di Madre del Salvatore. Questo messaggio si diffuse rapidamente per le vie del mondo; ed anche nel nostro Polesine le prime Comunità cristiane dedicarono alla Theotokos (“Madre di Dio”) altari, chiese, santuari, capitelli e tante preghiere d’intercessione. La consuetudine dunque con la Madre del Salvatore si radicò sempre più ad Adria, che da quasi due millenni conserva la Cattedra episcopale della diocesi. Questa felice coincidenza ha fatto sì che molte manifestazioni mariane (del resto presenti in tante comunità cristiane appartenenti alla nostra Chiesa polesana e in particolare ad Adria) avessero a moltiplicarsi ed aprirsi in mille forme come ho già avuto modo di esporre in alcune mie ricerche incentrate sul culto alla Vergine. Ed è proprio per questo che “ab antiquo” Adria venne chiamata “Antica Città di Maria”: espressione tanto cara ai nostri Arcipreti ma in particolare a Mons. Basilio Lodo che proclamava quel titolo con la gioia della fede. Era inevitabile dunque che quando si venne a conoscere la portata straordinaria degli eventi di Lourdes, dell’11 Febbraio 1858 1 e successive apparizioni durante le quali “una Signora vestita di bianco” si presentò come la Immacolata Concezione alla piccola contadina Bernardette Soubirous, in molti luoghi e città mariane avesse a maturare il desiderio di promuovere iniziative forti in onore della Vergine. Come segno di devozione si pensò seriamente persino di riprodurre la Grotta delle apparizioni, prendendo a modello quella naturale situata ai piedi dei Pirenei francesi, sulla sponda del fiume Gave.

    La grotta delle Canossiane (anno 1911)

    Questo forte impulso sorse anche in Polesine e ad Adria in particolare, nonostante in quegli anni il territorio fosse colpito da catastrofi enormi: cito soltanto la terribile alluvione dell’Adige avvenuta nel 1882. Non solo, ma in quel periodo, proprio dalle nostre parti, dove si moriva ancora di pellagra, di malaria e di tifo a causa della carenza di cibo, scoppiò la disperata protesta dei braccianti passata con il titolo emblematico de “La boje”. Eppure, nonostante tutto questo, sulla scorta di iniziative già attuate in alcuni luoghi del nostro Veneto, si ipotizzò di realizzare anche ad Adria una Grotta di Lourdes. I primi tentativi, avviati con tanta buona volontà dalle Madri Canossiane, insediatesi nel quartiere di Canareggio proprio nel 1882 su chiamata del vescovo mons. Polin, andarono però in fumo per mancanza di mezzi. Ma le Canossiane, tanto devote alla Madonna, non rinunciarono all’idea di onorare la Vergine con il segno particolare della Grotta. Finalmente nel 1910, grazie alle offerte dei fedeli (lire 1.700) in un angolo riservato del loro orto vennero avviati i lavori e la Grotta, con l’immagine di Maria, venne solennemente consacrata l’11 Febbraio 1911. Da quel momento quante preghiere, quante invocazioni vennero rivolte alla Vergine. Lo attestano i Diari compilati dalle

    Suore, i racconti trasmessi dai fedeli e dalle centinaia di ragazze che frequentarono l’Istituto. Purtroppo gli ultimi bombardamenti avvenuti alla fine della 2^ guerra mondiale che, sia pure di striscio, toccarono anche l’Istituto Canossiano di Adria, danneggiarono seriamente la Grotta che il 17 Settembre 1945 dovette essere abbattuta per motivi di sicurezza. Grande fu in quella circostanza il dispiacere dei devoti di Maria che nel mese di Maggio (ma anche in altre circostanze religiose particolari) erano soliti riunirsi per la recita del Santo Rosario. Consuetudine ancor oggi conservata presso la Chiesa dell’ex Convento. Il simulacro della B. V. venerato nella Grotta abbattuta, adeguatamente restaurata sarà collocata in una apposita nicchia ricavata presso la “Casa delle Associazioni di Volontariato” realizzata dalla locale Associazione di P.A. “Croce Verde – Adria”.

    La Grotta Santuario, settembre 1925

    Fatta questa doverosa premessa ci occupiamo ora dell’iniziativa che un secolo fa ha dato vita alla Grotta-Santuario adriese unica a misura naturale esistente in tutto il Polesine, sorta nell’area dell’ex Cimitero cittadino adiacente alla cattedrale per volontà di un pio sacerdote devoto della Madre del Salvatore. I lavori di costruzione, avviati formalmente nel 1924, si conclusero nel mese di settembre 1925 con il solenne Pontificale celebrato da S. Ecc. Mons. Rizzi, unitamente al Capitolo, al Clero ed a moltissimi fedeli. Le cronache parrocchiali riferiscono che dal 2 Febbraio 1924 ebbe inizio la recita del S. Rosario davanti all’immagine scolpita in marmo di Carrara della Madonna di Lourdes, appositamente realizzata per la Grotta ed esposta provvisoriamente in Cattedrale presso l’altare di San Francesco, accanto al progetto del Santuario. L’eco suscitata da quell’evento ebbe grande risonanza non solo in Diocesi ma anche in molte Parrocchie delle Diocesi confinanti. Da quel momento la adriese GrottaSantuario di Lourdes divenne meta di Pellegrinaggi da ogni parte. Si può dire che, almeno fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, siano passati migliaia e migliaia di fedeli richiamati dall’unico desiderio di pregare in un luogo mariano simile a Lourdes. Sorse in quegli anni persino un foglio a stampa dal titolo “La Grotta di Lourdes” per dare informazioni adeguate sulle attività mariane in corso ed incoraggiare i fedeli devoti della Madonna. Negli anni ‘30 del secolo scorso il Santuario divenne luogo d’incontri spirituali dell’Azione Cattolica e delle altre Associazioni parrocchiali. Non c’era incontro di preghiera che non avesse la sua naturale conclusione alla Grotta di Lourdes, ai piedi della Vergine Maria. Dopo la guerra gli incontri mariani alla Grotta-Santuario ripresero con maggior vigore. Molte foto documentano questo grande fermento religioso inculcato nei giovani e nelle ragazze dell’Azione Cattolica da pii e santi Sacerdoti (Arcipreti Pozzato, Mazzocco, Dalla Villa, Mons. Furini. Canonici: mons. Giuseppe Prearo, mons. Basilio Lodo, mons. Vittorio Casellato. Sacerdoti: Don Giovanni Toso, Don Luigi Maragno, Don Giuseppe Verza, e molti altri). Fanno tenerezza le foto che ritraggono i gruppi dei coscritti che prima d’intraprendere la via della chiamata alle armi si riunivano in preghiera davanti all’immagine della Madonna. Così i bambini della Prima Comunione, della Cresima, gli studenti e tanti, tanti giovani nel cui cuore rimase impressa l’immagine dolcissima della Madre implorata davanti alla Grotta, ai piedi del suo Santuario. Per rendere più concreto il legame spirituale con la Vergine, l’Arciprete Mons. Filippo Pozzato propose ai Pellegrini di compilare un elenco nominativo dei componenti i vari gruppi indicando il rispettivo luogo di provenienza. I fogli sarebbero stati depositati come offerta di preghiera in un apposito sacello ricavato ai piedi della Madonna. Il recupero di quelle preziose testimonianze (sono fogli un po’ sgualciti, scritti a mano od a macchina) ci offre ora la possibilità di raggiungere le Parrocchie di provenienza dei Pellegrini offrendo loro la possibilità di un contatto particolare con Maria in questo Anno Santo 2025.

    La promessa di Mons. Giuseppe Prearo

    L’ardita iniziativa della costruzione di una Grotta-Santuario della stessa dimensione di quella che sorge a Massabielle, sulla riva del torrente Gave che attraversa la cittadina di Lourdes, ebbe come fautore principale un Canonico della Cattedrale innamorato di Maria: Mons. Giuseppe Prearo. Fin da quando partì per il fronte, il 4 Giugno 1915, don Giuseppe, allora giovane Cappellano in Cattedrale (aveva 31 anni), si ripromise di dedicare alla Madonna di Lourdes un Santuario non appena fosse cessata la Guerra. Al suo ritorno dopo il conflitto, si mise subito all’opera per raccogliere i fondi necessari e dare avvio all’ardita iniziativa. L’Arciprete mons. Pozzato non poteva fare altro che incoraggiarlo, essendo la Parrocchia già fortemente impegnata in altre opere. Per questo il pio sacerdote non si scoraggiò e un po’ con mezzi propri, un po’ con le offerte dei fedeli, ma anche con il generoso credito concesso dal titolare dell’impresa costruttrice Signor Gio Batta Donà, detto Titta Fasolin (factotum della Fabbriceria della Cattedrale), il progetto del Santuario-Grotta di Lourdes andò in porto e venne realizzato nei tempi previsti (25 settembre 1925) con grande profusione di cemento armato. Circa quattro anni dopo la solenne inaugurazione, esattamente il 14 luglio 1929, mons. Prearo perse la vita assieme al fratello Gino in un grave incidente d’auto accaduto in località Moggia, nei pressi della torre delle “Bebe”, sulla strada arginale del Gorzone che da Cavarzere porta verso Chioggia. Lo scoppio di una gomma fece sbandare l’auto guidata dal sacerdote ed il mezzo precipitò nel fiume sottostante portando con sé le persone trasportate. Il tragico evento ebbe ripercussioni assai pesanti sulla situazione economica dell’impresa costruttrice, che si vide improvvisamente privata degli acconti sul credito puntualmente versati da mons. Prearo. Non possiamo dimenticare la grave crisi della finanza mondiale di quel periodo: tutti abbiamo sentito parlare della “crisi del 1929” che causò la famosa “quota 90” della lira. Alla fine comunque, l’Arciprete mons. Pozzato chiuse il contenzioso con gli eredi impegnandosi a saldare il debito residuo 2 . Per il tramite di Mons. Prearo e di tutti coloro che contribuirono concretamente alla sua realizzazione, la Madonna ci ha donato il Santuario che ci riporta direttamente a Lourdes, nel luogo delle apparizioni. Con preghiere speciali, inni e canti gloriosi a Maria, i nostri predecessori nella fede resero spiritualmente fecondo questo luogo sacro, dove non mancano ancor oggi convegni mariani e feste in onore della Madre. Per molti anni il Santuario rappresentò il luogo ideale per gli incontri spirituali dell’Azione Cattolica e, in particolare, dei giovani della GIAC (Gioventù Italiana di Azione Cattolica). Esistono meravigliose foto di gruppo di tutti i soci della grande famiglia dell’Azione Cattolica delle tradizionali Parrocchie cittadine di Cattedrale e “S. M. Assunta” della Tomba. Questo legame profondo, questo impegno mariano rappresentò da sempre una peculiarità degli aderenti all’Azione Cattolica che proprio da Maria traggono l’esempio sublime dell’Amore a Gesù ed alla Sua Santa Chiesa.

    NOTE 1. Le apparizioni della Vergine a Lourdes si protrassero per 17 volte dall’11 febbraio al 16 luglio 1858. 2. A fronte di una spesa preventivata di lire 125.000, pari a circa 206 milioni di vecchie lire (circa 106.000 euro) il debito residuo saldato dall’Arciprete mons. Pozzato fu di lire 46.000, pari a circa 94 milioni di vecchie lire (circa 48.500 euro).

  • La Madonna di San Genesio

    La Madonna di San Genesio

    Èstupefacente come la memoria trovi modi e analogie impensabili per affiorare e regalarti un ricordo. In tutt’altre faccende affaccendato, ricevo da un utente virtuale una notifica facebook con preghiera di diffondere la notizia che lo stradone per giungere a San Genesio era praticabile. Subito pensai ad un errore, ma la cosa si chiarì dopo qualche istante: molti paesani di Bagnolo (tra cui chi scrive) ed altri di Runzi, soliti frequentare la chiesetta di San Genesio, avevano pregato l’autore del messaggio di tenerli informati qualora si fossero tenute sacre funzioni nel santuario suddetto, cosa prevista per il 3 febbraio, giorno di San Biagio. Un mondo intero resuscitò come d’incanto e con esso tante care figure della mia adolescenza e prima giovinezza. Prontamente ne diedi conto agli utenti della mia pagina.

    La chiesa di San Genesio e l’immagine della Madonna

    Sconosciuta ai più, San Genesio è una località sperduta nella fertile campagna polesana, sita nel territorio di Stienta, che deve il suo nome all’omonima abbazia benedettina di Brescello, attorno all’anno Mille proprietaria di queste terre vicine al Po da bonificare. Chi vi giunge, al termine di un lungo stradone di campagna che si snoda rettilineo in direzione nord-sud, trova una chiesa, una piccola chiesa come ce ne sono tante, disseminate qua e là tra i campi, ai crocicchi, nelle borgate, nelle grandi corti, un tempo assai abitate e oggi per lo più abbandonate e fatiscenti. Distrutta dalle acque del Po nel 1152 circa, la chiesa e il luogo vennero abbandonati dai monaci di Brescello e la proprietà passò alla casa d’Este. Una mappa seicentesca ci mostra però la presenza di un piccolo complesso sacro eretto agli inizi del cinquecento, nel luogo dove si diceva che la Madonna fosse apparsa più volte ad un contadino che la vide sopra una vite, cresciuta sui ruderi dell’antica chiesetta benedettina. Alterne vicende ne decretarono però il semiabbandono. A riportarla alla venerazione generale fu un evento prodigioso verificatosi il 6 giugno 1666. Quella notte la Madonna sembra essere apparsa in sogno ad un viandante, chiedendogli di recarsi a San Genesio per riportare alla luce la sua immagine dipinta in una parete del piccolo tempio, ma da lungo tempo nascosta sotto l’intonaco. Chiesto aiuto agli abitanti, insieme si recarono colà e, staccata la malta, disvelarono una sacra immagine. L’eco del ritrovamento si diffuse velocemente in tutto il circondario e da allora si iniziò a venerare quell’effigie detta “la Madonna dei Miracoli”. L’affresco mostra la Vergine con in braccio il Bambino benedicente. Lo contorna, oggi, una bellissima cornice in legno dorato che richiama la corona d’oro zecchino che risplende sulla testa della Madonna e di Gesù, al posto dell’aureola, dono di una fedele benefattrice. Non più in grado di contenere l’afflusso crescente dei fedeli, la piccola chiesetta venne riedificata nel settecento nelle forme attuali. Furono i Padri benedettini, devoti al culto dell’Assunta, a propagandarne la celebrazione e così, ogni anno, il 15 di Agosto si tengono i solenni festeggiamenti religiosi che richiamano molti fedeli anche da tutti paesi contermini. In quel dì di festa, da sempre, si celebra la Messa in onore della Madre divina, ma è anche giorno di fiera. Incontro di fede, dunque, ma anche rinnovo di una tradizione, un tempo molto sentita, e che oggi si è affievolita, ma non scomparsa.

    La chiesa “ad San Zinisi” – come l’apostrofano gli abitanti del luogo in un dialetto ferrarese un po’ anomalo – è citata dal Guarini che la dice posta ai confini tra” Runci e Villae Zerpinianae”. Seguendo il collettore padano, infatti, giunti al “ciavegon dei Beccari”, proprio al confine di Runzi, se si guarda verso destra, si può scorgere l’edificio sacro, dedicato, oltre che a San Genesio, anche a San Mauro, di cui resta, dopo le spoliazioni napoleoniche, un quadretto, mentre di San Genesio si può ammirare la riproduzione del luogo del martirio, da cui scaturì una fonte miracolosa. In un luogo cosi fortemente permeato di mistero e suggestione, non poteva mancare la diceria di una strada sotterranea congiungente la chiesa con il convento, confermando anche in questo caso la leggenda del passaggio segreto che accomuna molti edifici antichi. In sacrestia, i molti ex-voto, dono di fedeli petenti grazie, parlano di eventi portentosi che, a quanto pare, non sono mai venuti meno durante i secoli.

    I ricordi dei percorsi campestri per arrivare alla fiera

    A proposito della fiera di San Genesio, anche Adalgisa Calzavarini, acuta ed impareggiabile osservatrice delle nostre più autentiche tradizioni popolari, ci tramanda un suo ricordo datato 1976, descrivendoci un luogo immerso nell’immensità della campagna, un’oasi di pace che profuma “di lontananze”. Ricorda poi che da giovanetti, in comitiva “si andava alla fiera a San “Zinisi”, percorrendo lo stradone di Runzi per poi immettersi attraverso scorciatoie nel territorio stientese”. Il percorso era tutto campestre e pertanto ad ogni fondo si doveva fare i conti con “fossatelli da attraversare, spesso asciutti,” che costringevano a caricarsi la bicicletta sulle spalle per guadagnare, tra risate e inconvenienti, l’altra sponda. Se l’acqua era bassa allora, tolte le scarpe, era d’obbligo il guado. Non sempre il passaggio era così facile, soprattutto se si incrociavano i fossati maestri della bonifica ed allora gli scoli di considerevole ampiezza si attraversavano camminando in bilico sul “peagno” lanciato fra le rive, non sempre provvisto del provvidenziale scorrimano. “Intorno la campagna antica… ricchezza di motivi, e canti nell’aria e tutto un biancheggiar di ninfee sul pelo delle acque. Alla fiera, anche allora come ora, tanta mercanzia esposta: un po’ di tutto, merce a intonazione rurale, oggetti d’uso per contadini e massaie”. Celebrato il rito, s’iniziava il viaggio di ritorno a sole ancora alto. Allora, al rintoccar dell’Ave, bisognava trovarsi assolutamente sulla porta di casa senza se e senza ma. Durante il percorso di ritorno, era di prammatica però una sosta, a costo di tardare e dover sfidare le ire paterne. E non era “per un gelato, non era ancora diffuso (…) sudati e ansanti, si faceva tappa all’ anguriara, il caratteristico casone con la “penzia” dalla quale pendevano maestose, dal prolifico zuccaio, le cocurbite pepo. E sempre, per finale, lo scherzo della mezza anguria lanciata ad incappucciare le teste altrui”.

    Anche nonna Carolina, non mancava mai alla ricorrenza. Partiva la mattina presto, a piedi – non sapeva andare in bicicletta – nerovestita come si conveniva allora: fazzoletto in testa a bandana e borsa con il bere, seguendo antichi sentieri. Era l’occasione per una gita fuori porta, ad incontrare i parenti di Zampine. Ci si vedeva due volte l’anno, a maggio per la fiera San Gottardo di Bagnolo e a Ferragosto a San Genesio e quindi le chiacchiere si sprecavano, e lei, di certo, non si tirava indietro. Nonno Piero l’aveva definita la “campionessa di “ciacolìo”, dopo alcune cene bruciate per fare “comarò” con la Rina, la vicina o con la “Marietta scaldarisi”, l’amica del cuore. Tornava, di regola, il giorno dopo, stanca ma felice, e noi l’aspettavamo con ansia perché ci portava in dono il croccante e tutte le novità “dall’estero”. A noi, uomini del 2000, usi ad utilizzare sempre l’auto, quei lunghi percorsi a piedi, ci sembravano fuori dal mondo. E quell’unica volta che, quasi per scherzo, un po’ per metterci alla prova, ma anche saggiare le nostre forze, decidemmo – partendo dal paese di Bagnolo di Po – di recarci a San Genesio in bici seguendo l’antico tratturo, la bella chiesetta sembrava non avvicinarsi mai, quasi un miraggio. In molti disperammo di farcela. Ci arrivammo con fatica e sudore, vuoi per fede, vuoi per ostinazione, vuoi per non fare brutta figura davanti alle ragazze. All’improvviso ce la trovammo davanti, dominante sulla verde campagna, svettante tra i campi di granturco e non ci pareva vero di poterci sedere all’ombra degli alti alberi a ristorarci dal solleone che in quel ferragosto la faceva da padrone. Restammo anche delusi perché il posto era pressoché deserto: pochissimi i fedeli, nessuna bancarella. I meno avventurosi seguirono il percorso più comodo, in auto, percorrendo strade asfaltate che hanno sostituito i bianchi e polverosi stradoni sterrati di campagna e i viottoli, amati da pellegrini e fedeli di un tempo.

    Ora si può raggiungere comodamente il piccolo santuario sulle quattro ruote e imbattersi nell’anguriaro che ha trasferito la sua merce e “l’anguriara” dalla campagna ai luoghi di maggior transito automobilistico, dove è più facile la sosta e vendere a Km zero. Legge di mercato!!! Create le comodità, scansate le fatiche, rimane tuttavia il rimpianto di un tempo perduto, di quando la campagna aveva un altro fascino, e anche le angurie un altro sapore, perché il cocomero è più buono quando si è senza pensieri gustandolo in compagnia. E – tornando ai bei tempi andati – allora era bello anche “farse la capela” e portarsi quello strano copricapo a casa da intagliare poi per la “lumazza” della sera.

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