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Archivi: Articoli d’archivio

  • Cielo

    Cielo

    CIELO

    Cielo, che custodisci i suoi pensieri, riportali da me. Vento, che hai raccolto le sue parole, riportale da me. Sabbia, che hai segnato i suoi passi, riportali da me. Ridatemi tutto ciò che gli appartiene. Solo io devo custodirlo. Io sono sua madre.

    I

    IN ALCUNI GIORNI n alcuni giorni, in alcuni luoghi, i passi, come se avessero una memoria custodita, mi riportano lì dove sono già stata, per ritrovare una panchina di fronte al mare, un ricordo sospeso in una strada conosciuta, e tutte le impronte che il tempo ha lasciato per me.

    Lucia Picanza, nata a Salerno e laureatasi a Napoli in Medicina e Chirurgia, dal 1980 vive a Rovigo dove ha svolto la professione di medico. L’anno successivo alla morte del figlio Giacomo, avvenuta nel 2020, ha scritto il suo primo libro “Di morte non si muore”, premiato come Opera Prima al Concorso Internazionale Gian Antonio Cibotto 2022. A questo importante riconoscimento altri ne sono seguiti, per le sezioni di Poesia inedita, fino alla pubblicazione della sua prima silloge poetica “Passi interrotti” che ha ottenuto il primo premio all’edizione 2024 del Concorso Letterario “Chiara Grillo”. In entrambe le due opere finora edite, Lucia Picanza ci consente di esplorare le sue emozioni più intime: quelle di una madre che ha perso uno dei suoi due figli tanto amati. La morte di un figlio sconvolge e riscrive la vita di una famiglia, il più delle volte con grafia poco comprensibile persino a chi, con questo dolore innaturale, deve imparare a sopravvivere e convivere. Ma Lucia, come pure è stato Giacomo, è una persona solare nell’aspetto e nei sentimenti e nel suo percorso di sopravvivenza ha incontrato la poesia. Giacomo è la genesi e l’oggetto della sua poesia: la sua mancanza, il lutto e i suoi toni bui, la rabbia dell’avvertirlo vicino senza poterlo più abbracciare… ma anche la preziosità della vita condivisa con gioioso trasporto, le vacanze insieme piene di luce, il comune amore per il mare, le foto che lo ritraggono bellissimo e sorridente, le sue frasi che mai dissolvono, le risate, la complicità. Resterà sempre un “cuore sanguinante e dai contorni slabbrati”, quello di Lucia, ma batte ancora vigoroso e amorevole per il figlio Alberto, le persone care, gli amici, il suo mare, la poesia, sua nuova compagna di vita. Ecco… È a quanti ama e anche noi che la leggiamo, che Lucia sta donando il suo grande, pur dolorante cuore. Nuccia Venuto

    NON TI HO PERDUTO

    Non ti ho perduto. Se chiudo gli occhi sei al mio fianco. Sei nelle stelle che mi sorvegliano dal cielo, nel calore che scaccia i brividi. Sei nel mare che manda le onde a salutarmi. Nei ricordi che mi consolano come carezze. Nelle strade che abbiamo attraversato. Sei nella gioia che mi hai dato. Non ti ho perduto. Ma i tuoi abbracci, quelli si, QUESTA li ho perduti.

    VOLA PICCOLO MIO

    Vola piccolo mio sulle note della nostalgia, come fossi una canzone, vola tra le parole dei ricordi, come fossi poesia. Vola piccolo mio se non puoi camminare, mescolati all’aria. Se non possono vederti, fa che ti sentano di nota in nota, di verso in verso, di bocca in bocca. Vola lontano dove ti ameranno tra un sorriso e una lacrima e poi torna da me.

    RABBIA

    Avolte mi aggredisce ancora questa rabbia che cresce, fastidiosa come la pioggia in piena estate, inaccettabile come il pianto di un bambino abbandonato, sconvolgente come un vento distruttivo. E mentre cerco le parole giuste per una preghiera, mi travolge come una piccola barca in un mare in tempesta, sfidando la mia voglia di resistere. Senza più forze, cedo, privando la mente di un porto sicuro, di un riparo dai venti. E aspetto. Che la pioggia diminuisca, che il pianto taccia, che il vento si calmi che il mare si plachi. Fino a ritrovare l’orizzonte.

    QUESTO CUORE A CHI LO DO’?

    Questo cuore a chi lo dò? È tornato indietro deluso, dimagrito, dolorante. Con il colore sbiadito e i contorni slabbrati, in affanno e ancora sanguinante. Ha lottato ma non ha perso. È lì in un angolo con gli occhi bassi e il sorriso spento. E adesso? Questo cuore a chi lo do?

    A

    SE TU FOSSI QUI

    Se tu fossi qui oggi sarebbe il tuo compleanno. Se tu fossi qui ti guarderei sorridere. Camminando nella tua vita ti guarderei andare e poi tornare. Se tu fossi qui ascolterei i tuoi silenzi, abbraccerei la tua tristezza conoscerei i tuoi sogni. Se tu fossi qui, io sarei con te e non dovrei cercarti tra i ricordi.

    UN CIUFFO DI CAPELLI veva un piccolo ciuffo di capelli bianchi che a me piaceva. Gli dava un’aria affascinante. Da adulto. Ma non diventerà adulto, non avrà mai tutti i capelli bianchi. È rimasto un giovane uomo, rimasto per sempre giovane nei miei ricordi, nelle foto scattate fino a quel giorno. Non invecchierà. Quello che altri temono di dover sopportare, a lui è stato negato. La vita ci cambia, ci sorprende alle spalle, ci mette in ginocchio, ma non si può andare avanti in ginocchio, sarebbe una penitenza. Allora ti rialzi per riuscire a vedere l’orizzonte lontano, ma così lontano da non poterlo raggiungere.

  • Lo sguardo del cuore

    Lo sguardo del cuore

    QUI ABITA LA PACE

    Una casa di campagna, silenziosa tra il fruscio degli alberi e l’odore di terra. II sole si posa sui muri di pietra, mentre il vento racconta storie di sera. Nel calore del fuoco, che lento si spegne, l’anima riposa, lontano dal mondo. Tra campi dorati e cieli profondi, qui la pace abita in ogni respiro.

    NELLA QUIETE SILENTE

    L o sguardo si perde nel verde del parco di Ca’ Bernarda. Un soffio di vento carezza le fronde, ed i ricordi si posano leggeri sul prato, come foglie dorate che il sole riscalda, nella quiete silente del passato.

    COME STELLE DI RAME

    F errara ti accoglie in un angolo antico, in un bar, dove pentole appese al soffitto dondolano in fila piano, come stelle di rame in un firmamento urbano ogni pentola suona al tocco del vento, racconta di pranzi, chiacchiere e tempo

    Quella di Maria Tietto è una visione profonda della fotografia e del valore di ogni scatto offerto al pubblico. Le immagini – accompagnate dai sentiti versi poetici della stessa autrice – sono infatti narrazioni di luoghi, paesaggi, cieli che appaiono ai nostri occhi e ci raccontano la loro storia da “leggere” con lo sguardo e da gustare con l’anima, come un inebriante elisir. Opere quindi che si mutano in pagine da sfogliare, da ammirare, da leggere come fiabe fantasiose o racconti di viaggio: un viaggio con la macchina fotografica a tracolla, per entrare nel cuore della realtà che poi l’Autrice interpreta con il raffinato linguaggio della poesia che accompagna le sue foto. Rosetta Menarello

    L’ANIMA SI PERDE

    Davanti al Palazzo Ducale, la porta si schiude al tramonto. Luce dorata accarezza i mattoni, mentre il cielo sfuma in fuoco e viole. L’anima si perde come il sole, tra i colli morbidi di Urbino

    LE BARCHE DANZANO LENTE

    Soffia il vento tra le calli a Venezia, le barche danzano lente, sfiorano l’acqua come pennelli, dipingendo movimenti invisibili. Ogni vela ha una storia da raccontare, il Canal Grande le accoglie, un teatro liquido dove nessuno applaude, ma ogni riflesso è un applauso di eternità. I palazzi si alzano maestosi, come sentinelle silenziose del tempo, di giorno riflettono il sole, di notte l’ombra si adagia sulle mura, e Venezia si fa sogno

    UN ABBRACCIO A CIELO E ACQUA

    I l tramonto si riflette sul fiume. La luce del sole calante si fonde con l’acqua e crea una atmosfera di calma, un momento sospeso nel tempo, un abbraccio a cielo ed acqua con gioco di luci e riflessi

    IN UN FRAGILE ISTANTE

    Sulla vetrata del bar, si mescolano mondi lontani, i tavolini all’interno, abitati da chiacchiere e caffè, fuori riflessi, gli alberi sussurrano al vento e le case vegliano immobili. Un confine sottile, un vetro che accoglie tutto, il dentro ed il fuori, due realtà che si incontrano in un unico fragile istante.

    NIN QUELL’ATTIMO INFUOCATO

    Una sera il cielo si veste di rosso. Fratta si immerge in un sogno, le ville si stagliano mute e lontane nel silenzio. Le ombre si allungano, il vento lieve racconta di storie passate, sotto quel cielo che brucia ogni pensiero ed ogni ansia si attenua. In quell’attimo infuocato, di quiete infinita, Fratta si culla tra il sonno e la vita; e del rosso del cielo, un ricordo rimane nel cuore di chi vi giunge.

    UN ULTIMO RAGGIO DI LUCE el silenzio della laguna il sole si spegne piano, dorando l’acqua calma, carezzando le dune lontane. Il cielo sfuma tra l’oro e l’indaco, mentre il giorno si scioglie nell’ombra, e la notte timida si avvicina, portando con sé il sussurro delle stelle, Un respiro profondo, un ultimo raggio di luce, e poi il buio che avvolge tutto di mistero e quiete

  • Aldo Tumiatti (1939-2025)

    Aldo Tumiatti (1939-2025)

    in materie letterarie, presso l’università di Padova, a trentadue anni, dopo il matrimonio, con una tesi sulla storia dell’isola di Ariano nell’età giolittiana. Nel 1970 fu nominato Die n’è andato il 9 febrettore Didattico prima del braio 2025, Aldo Tumiatti, Circolo di Ariano e poi di Tamaestro, professore, Diretglio di Po. Si occupò pure deltore Didattico, storico delle l’aggiornamento degli vicende locali, poeta, punto insegnanti per l’attuazione di riferimento per molteplici dei programmi scolastici del iniziative culturali. Se ne è 1985. Per cinque anni fu Conandato prima ancora di fisigliere regionale dell’Istituto nire il suo ultimo lavoro stoRegionale di Ricerca e Speririco, sul Consorzio di mentazione e Aggiornamento Bonifica e sullo scavo dei caEducativo (IRRSAE) del Venali, dell’isola di Ariano. neto. Nato ad Ariano nel 1939, Il suo interesse per la stodiplomatosi maestro, ha coria continuò dopo la sua lauminciato il suo insegnarea, spinto dall’amore per la mento nel 1960 e due anni ricerca di avvenimenti del dopo ha coronato il matri- • Aldo al suo 78° compleanno passato, per le trasformazioni monio con Antonila, la fidanidrauliche e le problematiche zata che a quei tempi Aldo andava a trovare dei confini nel suo territorio, in particolare in moto, da Ariano a San Basilio, dove lei abidel periodo tra l’Ottocento e il Novecento. tava. Gli insegnanti della Scuola elementare di Ha insegnato, come maestro elementare Taglio di Po lo ricordano con affetto e ria San Basilio, Scardovari, prima di laurearsi spetto. Un Direttore didattico che accanto alla sua direzione scolastica univa il suo interesse per l’aspetto umano. Quando, infatti, gli insegnanti del suo circolo terminavano l’attività andando in quiescenza, spesso, Tumiatti scriveva loro una lettera, dimostrando la sua amicizia, ricordando la fatica compiuta nell’educare e istruire i bambini con responsabilità e competenza; lodava, in questo modo, la loro capacità di essere stati docenti e comprensivi nei riguardi dei bimbi.

    di Roberta Fava

    S

    La sua preparazione e Si interessava anche di cultura lo ha portato a collettura di libretti di tipo teclaborare oltre che con l’IRnico che potevano aiutare la RSAE, con giornali e riviste. mente e il cervello. Infatti attiva è stata la sua La poesia era un altro collaborazione con il giorsuo amore, scriveva versi denale “Il Popolo veneto”. dicati alla moglie, alle figlie, Era conosciuto e molto ai nipoti. apprezzato dal ProvveditoI suoi “Versi Dispersi” e rato di Rovigo, come Diret- “Versi Salvati” erano testitore didattico. Troviamo monianza della sua sensibisulla rivista “Ventaglio ‘90” lità, dell’apertura verso i diretta da Lino Segantin, disentimenti e le emozioni. versi suoi interventi di caHa scambiato poesie con il rattere storico e sociale. medico di Ariano sul comL’amore e la curiosità per puter, il suo secondo comla storia l’ha portato a ricerputer. care e a scrivere notizie seEra sempre attento agli polte dalla polvere degli affetti familiari, alle due fianni, pubblicati poi ed apglie, Valeria e Roberta, ai niprezzati da studiosi e appas- • Aldo Tumiatti in bici, 1985 poti non trascurando gli sionati. amici. Quando infatti qualTra le sue opere ricordiamo: cuno di loro “si addormentava”, Aldo Tu- • Lotte contadine nell’isola di Ariano. miatti scriveva lettere alle famiglie degli • Questione del Passo sull’ex frontiera auamici dimostrando il suo sostegno. stro-pontificia di Gorino e Goro 1854-63. Di tutto il suo materiale rimasto, il ge- • Il Distretto di Ariano del 1848 e i primi del nero e le figlie se ne stanno occupando e, asNovecento. sieme al Sindaco di Ariano, Luisa Beltrame, • I moti del 1848 – Storia e parte di Didatorganizzeranno, per la Fiera di agosto, delle tica. giornate dedicate ad Aldo Tumiatti e alle sue • Il Taglio di Porto Viro. ricerche con foto arianesi dal 1900 in poi. • Comunità e Parrocchia di Ariano. Una personalità eclettica, aperta a tutto • Carolina Rosati. ciò che era del passato, dimostrando il suo • La questione dei Confini, tra Venezia e Feraspetto umano, il suo interesse ai familiari, rara, la linea dei Pilastri. agli amici e al suo mondo scolastico. • Ariano nei secoli dei lumi. Lascia un vuoto per chi l’ha avuto ac- • Corbola nel Settecento. canto, conosciuto, stimato e rispettato. • Ultimamente nonostante la malattia incalUn ventaglio di interessi che ora si è zante stava scrivendo sul Consorzio di Bochiuso. Il 29 marzo 2025 avrebbe compiuto nifica, sullo scavo dei Canali. Opera 86 anni. incompiuta. Raggiunta l’età della pensione, nel 1999, si tuffava ancor di più nel mondo culturale della storia e della ricerca riportando alla luce e sollecitando la curiosità di tutti notizie, avvenimenti sociali, economici, politici del suo territorio, oltrepassando la fama del suo paese e della provincia. Il suo hobby preferito era il ciclismo, possedeva una bicicletta da corsa e faceva lunghe passeggiate in bicicletta attraverso le campagne di Ariano.

  • Nello Romanato (1923-2015)

    Nello Romanato (1923-2015)

    Herbert Von Karajan? «Un direttore d’orchestra fantastico. Occhi di ghiaccio. Bastava uno sguardo per capire ciò che desiderava, se era soddisfatto o no. Un’enorme personalità. Riconoscevi subito la sua autorità. C’era sempre da imparare». Mario Del Monaco? «Il più grande di tutti. Ricordo l’ultima volta che lo incontrai. Ero andato a trovarlo nella sua abitazione quando ormai era immobilizzato a letto per la dialisi. Un’amicizia profonda, e quella visita mi ha lasciato un’immagine struggente». Di Renata Tebaldi, dunque il Gotha della lirica degli anni Cinquanta e Sessanta, conservava un’ammirazione e una conoscenza stretta consolidatasi in quello studio di registrazione che era diventata la Staatsopera Halle di Vienna per l’incisione di uno dei più “grandi” Otello della storia della musica, tuttora in commercio in diverse edizioni su nuovi supporti tecnici che permettono di gustare la qualità artistica di quell’opera e di uno stuolo di interpreti scelto proprio da Von Karajan. Perché il rodigino Nello Romanato era tra i protagonisti del capolavoro di Verdi nella parte di Cassio, accanto a Del Monaco (Otello), Tebaldi (Desdemona), Aldo Protti (baritono). Un riconoscimento importante, che pochi possono vantare, che rivive nei frammenti dei ricordi maturati da Nello Romanato nella stagione artistica durata circa 15 anni come tenore nei più grandi teatri d’Italia e all’estero. Di lui quest’anno ricorre il decimo anniversario dalla scomparsa avvenuta il 29 luglio del 2015 a 92 anni. Nello Romanato era originario di Fratta Polesine dov’era nato il 22 maggio 1923. Il padre, Francesco Silvio, impiegato di banca, alla fusione delle Casse di risparmio, nel 1928, fu trasferito a Rovigo. Lo seguì l’intera famiglia, la moglie Maria Angelina Monti (figlia del garibaldino Antonio, medico veterinario, laureato alla Federico II di Napoli nel 1867) e gli altri quattro figli della coppia, Adelina (1911), Lara (1914), Dino (1916) e Ugo (1921). Tutti e tre i maschi frequentarono l’Istituto tecnico commerciale di Rovigo e i primi due si laurearono in Economia e commercio all’Università di Bologna, pur essendo stati costretti a interrompere temporaneamente gli studi per la guerra. Un po’ diverso il percorso di Nello che scelse di frequentare l’Università a Venezia. La passione per l’opera lirica era cresciuta durante l’adolescenza; l’intonazione e la voce c’erano, quindi accanto alla ricerca di una solida istruzione professionale, ecco partire la carriera artistica, nei primi tempi assieme all’amico Dino Mantovani. Optò per la destinazione di Venezia Ca’ Foscari allo scopo di seguire gli studi di canto con Gilda Dalla Rizza, il celebre soprano veronese che insegnava al Conservatorio Benedetto Marcello. Il debutto di Nello Romanato ebbe luogo al Sociale di Rovigo l’8 e 9 maggio 1948 nel ruolo di Rodolfo nella Bohème, accanto a Rina Malatrasi (Mimì), sotto la direzione di Ermanno Wolf Ferrari. Curiosamente, anche Renata Tebaldi aveva esordito a Rovigo il 23 maggio 1944 nel Mefistofele di Boito (duemila lire le spese per il viaggio, vitto, alloggio e un rosario). Fu l’inizio di un percorso di tenore lirico molto spesso come protagonista nei teatri più prestigiosi, al cui valore artistico seguirono riscontri di critica assai favorevoli. «Tenore di facile vena canora e di adeguato temperamento», così lo definì Paolo Padoan nei libri “Voci venete nel mondo” e “Veneto lirico”.

    Gli anni Cinquanta furono molto intensi: aveva facilità di memoria e, nonostante una latente emotività, quando saliva sul palcoscenico sapeva dare il meglio di sé con una voce chiara e una dizione perfetta. Lavorò con alcuni dei personaggi più noti della scena lirica e intrecciò amicizie con Anna Moffo, Rosanna Carteri e le venete Elena Rizzieri e Giulietta Simionato. Sempre con la polesana Rina Malatrasi si esibì a Lucca nella Madama Butterfly, poi nella Bohème in Svizzera. L’opera di Puccini era una delle sue preferite: la propose anche in Spagna con Luisa Malagrida, soprano con la quale cantò all’estero anche nella Traviata, interpretata per la prima volta a Savona nel 1952 con Renata Scotto. Fu più volte Duca di Mantova nel Rigoletto di Verdi, quindi protagonista nell’Amico Fritz, sempre con la Scotto nel ‘53, e poi si esibì molte volte nella Cavalleria Rusticana (la prima interpretazione sempre nel ‘53 a Bergamo), Pagliacci, Adriana Lecouvreur, Fedora. Nella Tosca fu diretto nel 1956 a Ferrara da Nello Santi. Sarebbe stata una delle opere che avrebbe portato in molti teatri d’Italia e d’Europa. Il primo Otello di Verdi, sempre nella parte di Cassio, nel ‘55 al teatro Donizetti di Bergamo con Gianandrea Gavazzeni direttore; all’Arena di Verona nel ‘58 cantò nella Favorita di Donizetti assieme a Giulietta Simionato. Oltre al repertorio più tradizionale, con una certa predilezione per Puccini, alla cui musica la sua voce appariva adatta, il tenore rodigino, che nel frattempo si era trasferito a Milano, dove frequentava gli ambienti culturali, partecipò a molte prime assolute di opere moderne come Suor Manuela di De Bellis, Don Ciccio di Gentilucci, lo Straniero di Ildebrando Pizzetti, la Sentenza di G. Manzoni, Requiem per Elisa di Hazon e diverse altre.

    Grazie ai familiari sono giunta in possesso di una lettera autografa in cui il tenore rodigino racconta l’esito di una rappresentazione del 21 maggio 1957. Romanato scrive: «La recita di Butterfly non poteva avere migliore successo. Ho avuto moltissimi applausi e il pubblico era entusiasta. Dopo il primo atto, e cioè alla fine del duetto, abbiamo avuto ben sei chiamate e questo può da solo dimostrare quale può essere stato l’entusiasmo in teatro. Anche nella mia parte del primo atto sono stato molto applaudito e così pure dopo la romanza del terzo atto. Ho avuto un’infinità di congratulazioni da parte di tanta gente. Insomma, è stata una bellissima recita. Ho avuto per compagna una bravissima cantante (Stella Giovannelli ndr) e questo naturalmente ha contribuito a farmi cantare con più entusiasmo e a dare maggiore interpretazione al mio personaggio». Nella missiva poi annunciava l’impegno successivo una settimana dopo al Fraschini di Pavia per la Traviata con Rina Gigli, figlia del grande tenore che ha la cittadinanza onoraria di Rovigo. Memorabile l’interpretazione di Malcom nella prima del Macbeth di Bloch il 27 gennaio 1960 accanto a Nicola Rossi Lemeni e regia di Luigi Squarzina in ben quattro recite, opera recensita, tra gli altri, da Eugenio Montale sul Corriere. Oltre a esibirsi alla Scala, l’apice della carriera fu la citata storica incisione Decca del 1960 dell’Otello di Verdi in cui compariva nel ruolo di Cassio accanto a Mario Del Monaco, Renata Tebaldi e Aldo Protti, registrata a Vienna sotto la direzione di Herbert Von Karajan alla guida dei Wiener Philarmoniker. Un’altra incisione lo vide nella parte di Armando in un’edizione della Maria di Rohan, opera meno diffusa e conosciuta. Nel 1961 si esibì al Politeama Margherita di Genova per l’inagibilità del Teatro Carlo Felice in restauro. Fu una delle sue ultime ascese al grande palcoscenico.

    Nei primi anni Sessanta, nonostante i successi, valutando principalmente i rischi di un’attività che poteva essere messa a repentaglio anche da un banale raffreddore, abbandonò la carriera costellata di circa 150 recite e numerosi concerti lirici e di musica classica, per dedicarsi alla professione di commercialista e dirigente d’azienda. Curò la direzione amministrativa dell’Hotel Baglioni di Bologna e della Suriani-Puccinelli. Come attività libero professionale fu componente di collegi sindacali, tra i quali l’Associazione industriali e l’Irsap. Appassionato di volo, pilota fin oltre gli 80 anni, fu tra i fondatori dell’Aeroclub rodigino. Aveva mantenuto una voce limpida e potente, una passione che aveva trasferito nella cugina Loredana, soprano, con la quale sovente, accompagnati dal maestro Adriano Rosato, si esibiva in concerti e brani lirici e sacri, e della quale fu guida attenta e premurosa, Nel 2003 ricevette il premio alla carriera dell’Accademia veneta dello spettacolo. Non aveva avuto figli e negli ultimi anni era infermo per la rottura di un femore a seguito di una caduta. Un mese prima della morte era stato colpito da un’infezione polmonare. Ma finché il fisico glielo permetteva non mancava di intonare qualche aria d’opera, ad uso degli amici, sempre con la raffinatezza di un talento cristallino che gli anni non avevano intaccato, segno di una passione coltivata per tutta la vita.

  • Il maestro Rodolfo Peretto (1916-2001)

    Il maestro Rodolfo Peretto (1916-2001)

    Risulta sempre difficile esporre un percorso di vita quando si ha a che fare con una personalità eclettica e indomita come quella di Rodolfo Peretto (1916-2001). La sua è stata un’esistenza contrassegnata da interessi che vanno dall’apicoltura all’archeologia, dall’allevamento dei colombi all’impegno civile, dovendo affrontare inevitabilmente numerose avversità ma anche gratificazioni e meritati successi. Il padre Raffaele, falegname di Sant’Apollinare, aveva trovato una discreta fortuna nel milanese partecipando alla costruzione dei telai per l’azienda aeronautica Caproni che costruiva i velivoli destinati alla guerra in Libia (primo impiego dell’arma aerea in un conflitto armato). Al termine delle ostilità si trasferisce a Montagnana dove il 23 maggio 1916 nasce Rodolfo, che ben presto rimarrà orfano di entrambi i genitori. Infatti, dopo 5 mesi dalla sua nascita, il padre, arruolato fin dal 1915 per lo scoppio della prima guerra mondiale, muore a Gorizia. Nel 1923 muore anche la madre e, pertanto, Rodolfo viene affidato ai nonni materni che abitano a Pontecchio. Alla loro morte, all’età di dodici anni, come orfano di guerra viene affidato al Collegio Angelo Custode di Rovigo.

    Gli studi

    Il suo esordio in ambito scolastico non fu all’inizio per nulla promettente a causa di un profitto scarso e di un comportamento alquanto ribelle. Costretto a ripetere la 5^ elementare, viene incessantemente richiamato per la sua condotta indisciplinata. Ma ben presto il suo atteggiamento muta decisamente: grazie ad una intelligenza vivace e un carattere volenteroso, recuperando gli anni precedenti persi, ottiene il diploma magistrale all’età di diciotto anni. L’anno successivo, come privatista, consegue anche la maturità classica. Raggiunge questi risultati con particolare impegno nonostante le ristrettezze finanziarie lo obblighino a studiare anche di notte sui testi scolastici prestati dai compagni di scuola. In questo periodo già manifesta quella tenacia che avrebbe poi dimostrato nel resto della sua vita.

    Negli anni del Collegio, Rodolfo viene seguito e aiutato da tre sacerdoti che hanno lasciato una traccia significativa nella vita culturale della nostra città: Raffaele Malaspina, noto per la sua cultura enciclopedica, Virgilio Mattioli, che dedicò la sua vita all’ampliamento dell’Angelo custode, e Nereo Lamberti che sarà professore al Liceo Scientifico di Rovigo. I due prelati Mattioli e Lamberti sono stati anche padrini dei figli Raffaele e Carlo, a testimonianza del forte rapporto di stima e amicizia. Nel 1935 Peretto si iscrive alla Facoltà di Lingue a Venezia, ma poi passa a quella di Lettere a Torino. Un imprevisto ostacolo si presenta però a conclusione degli studi universitari: nonostante avesse già completata la tesi (sulla battaglia di Polesella), gli viene precluso l’esame di laurea per dissapori con il relatore. È probabile anche che l’aver vinto (1° classificato) il Concorso Nazionale per l’Insegnamento alle elementari abbia attenuato l’esigenza di conseguire la laurea.

    L’impegno civile

    A seguito dello scoppio delle ostilità (giugno 1940) viene arruolato a Parma nel 33^ Reggimento Carristi nel quale opera con il grado di S.Tenente. L’8 settembre 1943 dopo l’annuncio dell’avvenuto armistizio con gli Anglo-americani, le Forze Armate italiane diventano preda degli ex-alleati tedeschi. In questa difficile congiuntura, dopo aver combattuto contro i tedeschi, avvisato che la sua Caserma è stata occupata, si dà alla macchia. Si arruola nella brigata “Giustizia e Libertà” sotto l’egida del Comitato di Liberazione Nazionale. Terminate le ostilità continua il suo impegno civico nel partito della Democrazia Cristiana. Da segnalare un suo generoso contributo assistenziale: nel 1951, in occasione della alluvione nel Polesine, viene chiamato a collaborare con il Commissario Giuseppe Brusasca per coordinare i soccorsi verso la popolazione stremata dalle inondazioni. C’è chi ancora lo ricorda ad organizzare aiuti e distribuzioni di viveri a Fenil del Turco. Ma il suo impegno nel sociale continua anche negli anni successivi ricoprendo la carica di presidente dell’Associazione famiglie caduti e dispersi di guerra, con particolare impegno nell’aiutare i più bisognosi dopo la perdita dei propri cari. Personalmente lo ricordo quando ricopriva la carica di membro nel Consiglio di Amministrazione del vecchio Ospedale. Mi capitò casualmente alla fine degli anni ‘70 di incontrarlo e, riconoscendomi quale suo ex allievo, mi spiegò le difficoltà burocratiche e a volte le frustrazioni che bisognava fronteggiare nel gestire la sanità pubblica.

    La ricerca archeologica

    Come maestro si dedica con passione all’insegnamento nelle scuole elementari dapprima a Sant’Apollinare poi a Rovigo, educando schiere di giovani alunni fino al pensionamento avvenuto nel 1971. Abita a Fenil del Turco dove la sua curiosità è stimolata dal rinvenimento di sepolture e insediamenti di età romana. I suoi interessi di tipo archeologico si incrociano ben presto con quelli di altri ricercatori: Gian Battista Siviero, Gian Franco Bellintani, Agostino Veronese e Amorino Gottardo. Insieme nel 1964 fondano il CPSSAE (Centro Polesano Studi Storici Archeologici Etnografici), un’associazione che diffonde l’interesse per la ricerca archeologica e dà vita a campagne di scavi che in brevissimo tempo sono coronate da rilevanti risultati. L’interesse di Rodolfo Peretto – coadiuvato dai figli Raffaele e Carlo – si indirizza ben presto su Frattesina, località situata nei pressi di Fratta Polesine. La ricerca porta alla luce reperti che dimostrano la presenza di un insediamento abitativo risalente all’età del bronzo e alla fase iniziale dell’età del ferro (XII-IX secolo a.C.). Accanto ai vari manufatti artigianali, furono individuate, in seguito, due necropoli. Tutti i reperti sono ora custoditi presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e il Museo Archeologico Nazionale di Fratta Polesine. Nel corso degli anni successivi, Frattesina diventerà oggetto di interesse da parte della Soprintendenza dei beni archeologici del Veneto e di vari Istituti archeologici di Università italiane. Si è potuto così stabilire il ruolo che questa località aveva come tappa intermedia nella cosiddetta via dell’ambra: la preziosa resina fossile proveniente dai paesi baltici veniva qui lavorata e successivamente trasportata attraverso l’Adriatico in Grecia e nelle isole dell’Egeo. Esiste ormai una mole cospicua di studi che descrivono i rinvenimenti di questo sito archeologico la cui importanza è stata definitivamente proclamata nel Convegno “Frattesina 50 anni dopo. Il Delta del Po tra Europa e Mediterraneo nei secoli attorno al 1000 a.C.” tenutosi nel maggio del 2021. Altro grande merito dell’associazione fu quello di dar vita nel 1965 al periodico PADUSA, il bollettino del centro studi che permette fin dall’inizio di divulgare gli esiti delle ricerche archeologiche realizzate nell’area polesana. Il maestro Peretto fu il primo a riconoscere un’area di centuriazione nella campagna attigua a Villadose grazie all’esame di foto aeree. Queste osservazioni furono pubblicate su PADUSA e saranno seguite negli anni successivi da un filone di ricerca che perdura tutt’ora. Nel corso degli anni i reperti diventano sempre più numerosi e si decise nel 1971 di raccoglierli in uno stabile sito in viale Regina Margherita quale sede staccata dell’Accademia dei Concordi. Nel 1978 l’edificio che ospitava la mostra archeologica fu demolito e il Comune decise di trasferire l’esposizione museale nell’ex monastero degli Olivetani, che proprio in quel periodo cessava la sua attività assistenziale. Nello stesso anno, il maestro Peretto, in occasione dell’ottobre rodigino, organizza nel Salone del Grano una Mostra della civiltà contadina che riscuote un notevole interesse di pubblico. Anche in questo caso, per non disperdere il patrimonio culturale e storico della mostra, il materiale etnografico viene trasferito nell’ex monastero degli Olivetani per formare, insieme ai reperti archeologici, il Museo Civico delle Civiltà in Polesine. In questo contesto si ricorda che Raffaele, il primogenito di Rodolfo, ne assume la direzione dello stesso dal suo nascere fino al 2007. Nel 1998 il Comune di Rovigo delibera una nuova sistemazione del materiale esposto dando il via al Museo dei Grandi Fiumi. La direzione scientifica di Raffaele Peretto viene affiancata dalla professionalità e dall’ingegno di Gabbris Ferrari, allora Assessore alla Cultura del Comune di Rovigo, con il coinvolgimento qualificato di un giovane gruppo di lavoro. Al giorno d’oggi il museo è dotato di innumerevoli soluzioni innovative quali plastici, diorami, installazioni multimediali che permettono al visitatore di rivivere le tappe fondamentali dell’evoluzione della nostra civiltà. Il percorso espositivo è così diventato una meta quasi inevitabile per i visitatori e le scolaresche della nostra città. Il grande contributo che il maestro Peretto ha dato all’archeologia polesana può essere ben descritto dalle parole che Piero Pruneti (Direttore di Archeologia Viva) ha scritto nel 1996 in occasione del XIII Congresso dell’UISSP (Unione Internazionale di Scienze Preistoriche e Protostoriche) – vedi anche articolo pag. 138 Ventaglio n.13 luglio 1996 – tenutosi a Forlì: “… Sono seduto accanto al maestro Rodolfo Peretto… Lo tengo sottobraccio (lui mi tratta sempre come uno di casa e per me è come aver vicini insieme il padre e il vecchio insegnante). È il giorno nel quale il figlio Carlo, seduto in alto sul palco (n.d.r. in quanto segretario generale del congresso) lavora da anni, forse da una vita… Più avanti è seduto il fratello di Carlo, Raffaele, Direttore del Museo Civico di Rovigo volto affilato, un po’ bruciato dal sole come il padre, una vita di ricerca sul campo, nella terra del Polesine. Fra i tremila congressisti c’è questa famiglia dove da quasi mezzo secolo si vive per l’archeologia…”. Difficile non condividere questo autorevole giudizio a compendio di una passione per la ricerca archeologica che si è dipanata nell’arco di un’intera vita, disvelando gli albori della civiltà nella nostra terra. La dedizione e gli studi di Rodolfo Peretto sono stati fondamentali per lo sviluppo della ricerca archeologica in Polesine. Le sue ricerche, partite dalle incerte e pionieristiche osservazioni effettuate nei dintorni della propria abitazione, hanno portato alla luce fondamentali testimonianze che hanno contribuito alla creazione del Museo dei Grandi Fiumi, una istituzione della quale la nostra città può essere fiera per il grande interesse culturale e turistico che tuttora esercita.

  • In ricordo di Gabbris Ferrari

    In ricordo di Gabbris Ferrari

    Adieci anni dalla scomparsa del Maestro Gabbris Ferrari, avvenuta esattamente il 28 marzo 2015, l’“Associazione Gabbris artista rodigino ODV”, in collaborazione con l’Accademia dei Concordi e il supporto dell’Associazione Amici dell’Accademia, ha voluto ricordare il Maestro che nella sua vita ha esaltato le bellezze della città di Rovigo e del Polesine, con opere e attività di grande eleganza, raffinatezza e originalità. Per questo ha organizzato un partecipato e toccante incontro sabato 29 marzo a Palazzo Roncale di Rovigo, proseguito poi con la cerimonia di collocazione a palazzo Nagliati di una sua importante opera polimaterica degli anni 2000-2005 dal titolo “Lasciare Venezia”. Ha fatto gli onori di casa il presidente dell’Accademia Pier Luigi Bagatin che ha portato i saluti dell’importante istituzione culturale rodigina ringraziando l’“Associazione Gabbris artista rodigino ODV” per l’importante lavoro svolto finora per tenere viva la memoria del Maestro, già socio accademico. In particolare, ha ringraziato la moglie Meri Veronese Ferrari per la generosa e costante opera di divulgazione e per il prestito dell’opera stessa che va ad arricchire il Palazzo accademico e che la rende visibile a tutti, essendo il luogo frequentato da visitatori e studenti. Bagatin ha pure ringraziato la presidente Claudia Biasissi che, con tutti i membri dell’associazione, svolge un significativo ruolo in ambito culturale, promuovendo attività di ricerca e divulgazione dell’opera del Maestro. Per l’Associazione ha parlato Carlo Piombo, amico ed estimatore di Gabbris che ha ricordato le attività svolte nei dieci anni dalla sua scomparsa, mantenendone costantemente viva la memoria e sviluppando a tale scopo specifiche iniziative, fra le quali la pubblicazione di tre libri due dei quali hanno accompagnato disegni del Maestro sulla sua infanzia al tempo della Seconda guerra mondiale e sul racconto per ragazzi L’Isola del Tesoro. Piombo ha anche annunciato al pubblico presente che è pronta una statua raffigurante Gabbris seduta su una panchina, opera dello scultore Denis Raccanelli, in attesa di collocazione con il patrocinio del Comune di Rovigo. Il M° Gabbris è stato poi ricordato dalle autorità intervenute per l’occasione, fra le quali l’assessora alla cultura del Comune di Rovigo Erika De Luca e il consigliere provinciale e comunale Edoardo Lubian.

    È stato poi il momento della relazione critica di Ivana D’Agostino, storico d’Arte e curatore indipendente, già professore dell’Accademia di Belle Arti di Venezia sull’opera in questione e le correlazioni e richiami con altre produzioni, teatrali e non, del maestro Ferrari. Successivamente l’ex collaboratore Marcello Morresi, professore dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, ha tracciato un ricordo della vasta produzione teatrale e scenografica di Gabbris con anche ricordi personali professionali. Infine, Christian Cassar, già professore dell’Accademia di Belle Arti di Urbino e per oltre 20 anni assistente di Gabbris, ha raccontato dell’esperienza della compagnia “La fabbrica del vento” che nacque all’interno dell’Accademia di Belle Arti di Urbino per produrre e portare in scena spettacoli in giro per l’Italia e dare una vera esperienza formativa agli studenti. L’Accademia allora vantava classi da 90 studenti che arrivavano da tutta Italia, testimonianza del pregevole talento di Gabbris anche come docente.

    “Oggi, – ha detto Cassar – anche se sono già trascorsi dieci anni, il suo ricordo è ancora vivo in noi e in molti cittadini che negli anni hanno avuto modo di apprezzare il valore artistico espresso da Gabbris come pittore, scultore, regista, costumista e scenografo, oltre che come docente presso le

    Accademie di Belle Arti di Urbino e Venezia. Le sue opere continuano a parlarci, a farci sognare, a farci sentire orgogliosi di essere rodigini. Il suo spirito, poi, continua a vivere nel Teatro Sociale, nelle opere dei giovani artisti che ha ispirato, nei cuori di tutti coloro che lo hanno conosciuto e amato”.

    “Gabbris artista rodigino ODV”

    L’associazione, costituita nel maggio ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO 2021, ha lo scopo di promuovere e valorizzare l’opera dell’artista rodigino Gabbris Ferrari attraverso eventi e manifestazioni, favorendo inoltre la creatività di giovani pittori, letterati, scenografi, poeti che sapODV piano cogliere il suo messaggio culturale. S’impegna a destinare i fondi raccolti per le manifestazioni suddette a tali fini esclusivi, secondo i più rigorosi criteri di trasparenza e correttezza. Gabbris non è stato solo un artista, ma un vero e proprio simbolo di Rovigo, un’anima vibrante che ha saputo catturare l’essenza della nostra terra e trasmetterla attraverso le sue opere. È stato un artista poliedrico, un talento che ha spaziato dalla pittura alla scultura, dalla scenografia al costume, sempre con una passione e una dedizione che lo hanno reso unico. Le sue opere, ricche di colore e di vita, ci raccontano di Rovigo e del Polesine, dei suoi paesaggi, della sua gente, delle sue tradizioni. Gabbris ha saputo cogliere la bellezza nascosta nelle cose semplici, trasformando la realtà in poesia. Ma Gabbris non è stato solo un artista, è stato anche un uomo di teatro, un regista, uno scenografo, un costumista che ha dato vita a spettacoli indimenticabili. Il Teatro Sociale di Rovigo è stato la sua seconda casa, il luogo dove ha potuto esprimere al meglio la sua creatività e il suo amore per il palcoscenico. Gabbris è stato un maestro, un punto di riferimento per molti giovani artisti, che hanno trovato in lui un esempio da seguire, un incoraggiamento a coltivare il proprio talento. Ha saputo trasmettere la sua passione per l’arte, la sua voglia di sperimentare, la sua capacità di emozionare. È stato un dono per Rovigo, un artista che ha saputo interpretare la nostra anima e regalarci emozioni indimenticabili. Il suo ricordo rimarrà per sempre vivo nei nostri cuori.

  • Cibotto & Porto Tolle

    Cibotto & Porto Tolle

    Cibotto amava il Delta. Ne ha parlato più volte nei suoi libri e nei suoi articoli, e spesso ha raggiunto in solitaria quei luoghi dell’anima per momenti di incanto e meditazione.

    UN RICORDO

    Altrettanto non sono mancati da parte della gente del Delta testimonianze di affetto e riconoscimenti dell’alto valore dei suoi scritti. Un tributo di stima ed affetto in cui ha primeggiato in particolare il Comune di Porto Tolle, orgoglioso di abbracciare i rami in cui si articola il Delta polesano descritto da Cibotto. Pubblichiamo tre foto di iniziative che nel corso di tre decenni hanno visto momenti di riconoscimento tributati Gian Antonio.

    Tre foto per ricordare il tributo di stima e affetto rivolto allo scrittore amante del Delta nel corso dei decenni

  • Gian Antonio Cibotto (1925-2017)

    Gian Antonio Cibotto (1925-2017)

    Era nato a Rovigo l’8 maggio 1925. Quest’anno avrebbe compiuto cento anni il mio caro amico Gian Antonio Cibotto. Invece se n’è andato per sempre nella sua villa di via Trieste, dopo una lunga malattia, nell’agosto 2017. Ci eravamo sentiti al telefono qualche settimana prima. Negli ultimi tempi alternava momenti di lucidità ad altri in cui la sua mente si confondeva. “Come sta Nini?” mi aveva chiesto riferendosi a mio padre Danilo, suo amico d’infanzia, che lui chiamava affettuosamente Nini. Avevano trascorso pomeriggi spensierati giocando a calcetto quando erano poco più che bambini e il loro legame era proseguito nel tempo. Avevano continuato a sentirsi e a frequentarsi anche da adulti e, per me, Toni Cibotto è stato un amico di famiglia. Un amico che mi ha sempre incoraggiato a scrivere. “Hai la stoffa, fanciulla, vedrai che farai strada nel campo della poesia e della narrativa”, mi diceva. E io gli credevo. Da lui, presidente del prestigioso concorso letterario nazionale “Antonio Bettanin”, ho ricevuto il primo premio per una lirica sul Veneto quando avevo appena vent’anni. Posso dire che il mio battesimo letterario me lo ha impartito proprio lui, Toni Cibotto. Le volte che veniva a trovarmi, gli piaceva parlare della sua vita. Provava un’acuta nostalgia del passato, dei tanti amici perduti: Renato Dall’Ara, Roberto Rossellini, Guido Consigli, Ausonio Colorni, Memo Benassi, Sandro Penna, Neri Pozza, Ennio Flaiano, Trilussa, Gigi Fossati, Federico Fellini, Camillo Sbarbaro, Umberto Saba, Giovanni Comisso… Mi raccontava aneddoti e storie legati a personaggi del mondo del cinema, del teatro, della letteratura. Mi piaceva sentire la sua voce, a volte un po’ roca, che citava nomi famosi e personaggi noti dell’aristocrazia romana. Per tanto tempo la vita di Cibotto si è divisa tra Roma e Rovigo. Il suo punto di riferimento era il quotidiano Il Gazzettino al quale ha collaborato a lungo raccontando persone e fatti con il suo inimitabile stile pungente, sagace, e a tratti poetico. Poeta lo era nell’animo, Gian Antonio. Lo testimoniano le sue sillogi poetiche “Amen” e “Bassa Marea” pubblicate con Marsilio. Ho avuto il privilegio di presentare la sua seconda raccolta poetica nella splendida cornice di Villa Morosini a Polesella alla presenza dei genitori di Vittorio

    Sgarbi e conservo un bellissimo ricordo di quella serata.

    Negli ultimi anni lo scrittore avvertiva sempre più profondamente una stanchezza interiore che sfociava in una nostalgia malinconica, una sorta di acuto rimpianto per il passato, per i luoghi legati a momenti felici della sua vita. Aveva una particolare predilezione per Lendinara, alla quale ha dedicato anche una bella poesia. Gli piaceva salire sulla sua vecchia Mini e dirigersi verso Lendinara dove faceva sosta al Caffè Grande “che ricorda il tempo antico”. Dopo aver gustato un caffè lo scrittore si tuffava con la fantasia “a rievocare gli anni in cui era/ possibile ancora sognare a occhi aperti,/ camminando lungo l’Adigetto/ che scorre fra palazzi stupendi,/ finché non giungevo al viale della Stazione/ dove tuttora arrivano e partono/ ragazze in fiore che parlano/ sempre d’amore e abbandoni,/ come facevi tu poeta di Trieste con i tuoi versi stupendi/ che adesso non si trovano nemmeno nelle librerie, ormai invase/ da opere che nulla hanno da spartire con/ la poesia, che sempre respiro a Lendinara/ sognando di passeggiare accanto a te”. Cibotto si riferisce a Umberto Saba di cui era grande estimatore. Il poeta triestino soggiornò più volte a Palazzo Dolfin a Lendinara, ospite del critico d’arte Giuseppe Marchiori.

    Gian Antonio era un sognatore solitario, amava passeggiare lungo stradine silenziose o a tarda sera in piazze deserte, unica compagnia la sua amata cagnolina Fosca. Era un amante del silenzio Toni Cibotto, nostalgico del tempo andato. Viveva nella sua grande casa circondato da montagne di libri “appeso alla sua anima” e ai suoi ricordi.

    Aveva frequentato le scuole elementari a Rovigo, dalle suore all’istituto De Silvestri in una classe tutta al femminile. “Le mie compagne non mi consideravano, non mi cercavano. Me ne stavo sempre in disparte e nessuno giocava con me, unico maschio fra tante ragazze. Problemi anche negli anni successivi: “Quando fu il tempo del ginnasio, ne fui allontanato in quanto figlio di un antifascista. Veniva considerato inaccettabile che frequentassi una scuola che era l’emblema della cultura fascista. Venni quindi mandato al Manfredini di Este, poi al Don Bosco di Pordenone e infine al collegio Barbarigo di Padova. Ma non mi piaceva stare chiuso in un’aula per tanto tempo, un po’ ribelle lo sono sempre stato; me la filavo ogni giorno. Andavo alla libreria Randi dove, nella sala “dei maestri” conobbi scrittori e poeti: Egidio Meneghetti, Diego Valeri, Concetto Marchesi, Manara Valgimigli… È stato in quella libreria per me magica, che imparai ad amare i libri e i grandi autori del passato”. “Appena ultimai gli studi me ne andai da Rovigo. Poco tempo prima avevo inviato un mio articolo per commemorare il decennale della morte di Jacobs, un poeta sterminato in un campo di concentramento, alla Fiera Letteraria. Il pezzo era stato molto apprezzato e mi fu chiesto di collaborare. Poco tempo dopo conobbi Diego Fabbri, allora vicedirettore della “Fiera Letteraria” che mi propose di seguirlo a Roma per fare il caporedattore della rivista che, a quel tempo, era diretta dal poeta Vincenzo Cardarelli. Mio padre era contrario alla mia passione per il giornalismo, avrebbe voluto che accettassi l’idea di diventare industriale, così pure mio zio. Ma io non ne volevo sapere così decisi di andarmene a Roma. Non avevo una lira, per due anni feci la fame. La mia cena consisteva in una brioche e un cappuccino. Un giorno il direttore della Fiera Letteraria mi chiese di scrivere un pezzo sulla tragica alluvione in Polesine. In tre notti scrissi il “Carnet dell’alluvione”. L’editore Neri Pozza ne fu entusiasta e mi propose di scrivere un libro sullo stesso tema. Nacquero così le “Cronache dell’alluvione”. Il libro fu recensito in maniera splendida da Eugenio Montale sul Corriere della Sera. Fu allora che ebbe inizio la mia vita letteraria.” “A Roma stavo bene, – mi diceva lo scrittore – frequentavo salotti letterari, ero invitato nei palazzi di importanti personaggi, era una vita stimolante e vivace, sempre ricca di nuovi incontri, di conoscenze affascinanti… Ma un giorno il mio amico Lauro Bergamo divenne direttore del Gazzettino e decise di portarmi con sé a Venezia. Mi propose il ruolo di caporedattore della cultura. Ci pensai un po’ e, alla fine, accettai.”

    Cibotto mi parlava con grande nostalgia del periodo vissuto a Venezia. Aveva riaperto il Teatro Goldoni e ne era stato direttore per molti anni. Un’esperienza che lo aveva arricchito interiormente avvicinandolo ai grandi commediografi del passato e a noti attori di prosa. Gian Antonio si è sempre interessato di letteratura e teatro, alternando la narrativa alla saggistica. È stato il primo a riproporre nel dopoguerra Ruzante, Giancarli, il Cieco Groto, contribuendo alla rinascita del teatro veneto. Non si può dimenticare che Cibotto ha fondato alcuni dei premi più noti organizzati nel nostro Paese, dal Campiello al Comisso all’Estense. La sua è una figura immensa di scrittore e intellettuale, di critico letterario e teatrale, di cantore della terra polesana e veneta. Di lui hanno scritto tutti i critici più qualificati, da Cecchi a Pancrazi, da Bo a Camerino a Palmieri a De Benedetti fino ad Elisabetta Sgarbi che sta ristampando molte delle opere di Cibotto con la sua casa editrice “La Nave di Teseo”. Per diversi anni Cibotto ha anche fatto parte dell’importante Premio Brunacci di Monselice e forse non tutti sanno che lo scrittore rodigino, nel 2000, era stato nominato “Cittadino Onorario” dal comune di Monselice proprio per il suo impegno culturale a favore della città euganea. Con Marsilio ha pubblicato decine di opere: “Cronache dell’alluvione”, “Stramalora” vincitore del Premio Comisso e Premio Napoli, “La coda del parroco”, “Scano Boa” che vinse il Premio Latina, “La Vaca Mora” vincitore del Premio Marzotto, “Diario Veneto”, “Veneto segreto”, “Veneto d’ombra”, “Un certo Veneto”, “Il doge è sordo” (Premio Salotto Veneto). Nel 1963 fece parte della Giuria dei Letterati del Premio Campiello fino al 1999. Nel 1972 aveva ricoperto il ruolo di presidente del prestigioso Premio. Quando la sua mamma si ammalò, lo scrittore non ci pensò due volte, diede le dimissioni e tornò a Rovigo dove mantenne l’incarico di critico teatrale per il Gazzettino. “Volevo troppo bene a mia madre per lasciarla sola. Ho voluto starle accanto fino all’ultimo giorno.” Si commuoveva ogni volta che ricordava la mamma, e gli occhi gli diventavano lucidi.

    Da tanto tempo si sentiva solo. Scomparsi nella nebbia del tempo gli amici più cari, perduti i genitori. Circondato dai libri, dai ricordi, da una persistente malinconia che lo intristiva. Per sfuggire ai fantasmi della memoria lo scrittore cercava rifugio in luoghi a lui cari, spesso andava verso il Basso Polesine. A Scano Boa rimaneva anche intere giornate “a fissare i gabbiani/ che nel gran silenzio della spiaggia/ completamente deserta/ volavano a cercare affamati il cibo/ tuffandosi a vortice fra le onde.” Non sopportava il frastuono, Toni Cibotto, i rumori del traffico, i luoghi affollati. Era un contemplativo, innamorato delle voci dei canneti, delle onde, delle golene solitarie. Il suo era uno spirito gabbiano che ogni tanto aveva bisogno di fermarsi a contemplare incantato “Il grande specchio d’acqua azzurra/ in perenne movimento…”. Malinconia e nostalgia sono state le compagne degli ultimi anni di vita di Gian Antonio che avvertiva farsi sempre più gravoso il passare inesorabile del tempo. Quanto gli pesava non avere più accanto l’amata sorella Annamaria! In una poesia a lei dedicata scrive: “A note fonda / co’ torno dal lavoro, / ogni tanto / te ciamo. / Vardo el cielo, / le stele, / sperando / de scoprir / un to segnal.” Avrebbe dato qualunque cosa pur di poter stringere ancora la mano della sorella e della mamma che Gian Antonio chiamava affettuosamente “Pierrette” e della quale sentiva in modo doloroso l’assenza. Tornava di frequente a trovarla al cimitero la sua dolce Pierrette. Mi pare di vederlo, con la testa appoggiata alla colonna di marmo della tomba di famiglia dove riposano il padre, lo zio Bruno, Giacomo, Anna Maria, la mamma Mila, i nonni, e si domanda “se il vivere non sia condanna/ e il morire la sospirata liberazione tanto attesa.” Malinconia e nostalgia. Non solo, anche rimpianto. Per un passato perduto, per gli amici scomparsi, per una Rovigo d’altri tempi… Lo scrittore tornava spesso con la memoria alla “sua” Rovigo, “all’Adigetto che scorreva fra i tigli/ ai “bacari” gremiti da mane a sera/ di “amici de la bona compagnia”/ che se ne andavano senza fare in tempo/ a salutare la siora Amabile/ che rideva alle loro battute infuocate./ E più ancora rimpiangiamo/ uno stile di vita dolce, pacato,/ le notti infinite del “Lodi” sempre affollato,/ nel quale si parlava di cose leggere/ e vaganti, magari dei platani,/ dei pioppi, degli olmi e degli aceri/nei vari piazzali che adesso la gente/ vuole diventino aree di parcheggio…”. Gian Antonio amava quella Rovigo lontana e si chiedeva “Dove sei sparita Rovigo di ieri, / città delle rose cantata in versi dai poeti/ e in musica da Werther Zanolli?”. Forse era proprio per ritrovare la sua Rovigo che Toni usciva a tarda notte e se ne andava a zonzo con la sua Fosca per la città deserta. Nella poesia “L’angelo” scrive: “Che meraviglia di notte, / passeggiare per la città,/ dove finalmente i palazzi/ tirano il fiato/ dopo l’impazzare delle macchine/ e la ressa vociferante/ di uomini e donne./ Per le strade deserte/ non s’incontra nessuno,/ salvo qualche ubriaco.”

    Nei libri di Cibotto emerge di frequente la rievocazione, a volte velata di malinconia, altre ravvivata da un sottile sarcasmo, di vicende, personaggi, atmosfere inghiottiti dal tempo e da un colpevole oblio. L’amico scrittore Gianfranco Scarpari ha sottolineato in un suo scritto che “nel ricordo di Comisso,

    Cardarelli, Valgimigli, Penna, Valeri, Saba e di tanti altri grandi del passato, Cibotto sembra rifugiarsi, quasi vi cercasse la forza per affrontare una realtà nella quale si trova a vivere. Ed allora l’apparente contraddizione della sua personalità, tra partecipazione attiva e apparente distacco, sfuma perché la rievocazione è diretta a sollecitare l’interesse della gente di oggi, con la quale costantemente dialoga, verso un mondo fondato su valori che dovrebbero pur sopravviver al succedersi delle generazioni.”. Per conoscere a fondo l’uomo e lo scrittore Cibotto basterebbe leggere il libro “Il principe stanco” dove egli racconta i tre periodi più significativi della sua vita: gli anni giovanili trascorsi in Polesine, le persecuzioni subite dal padre antifascista, l’approccio verso la letteratura, i primi successi; poi il periodo molto lungo vissuto a Roma, gli incontri con personaggi importanti che hanno lasciato un segno nel suo cuore e nella sua vita. Infine, il suo ritorno nel Veneto, i tanti ricordi e le emozioni lontane. Negli ultimi anni Gian Antonio passava le giornate nel silenzio della sua grande casa, circondato da un mare di libri e riviste mentre Fosca stava accucciata ai suoi piedi. Leggeva, pensava, ricordava. Cercava, a suo modo, di rispondere alle domande inquietanti “che salgono dal fondo dell’animo”. Era ricco Gian Antonio, non di beni materiali, ma di interiorità, di poesia, di umanità. “A me piace la notte, / – ha scritto – perché insegna a scoprire la luce, / quella interiore / che viene dall’anima.” Con il passare degli anni e l’avanzare dell’età erano subentrati i problemi fisici, e le giornate avevano iniziato a diventare gravose. La vita era diventata un peso. La nostalgia si era fatta insopportabile. “Ogni volta vedo una nuvola/ – ha scritto – spero che cali giù dal cielo/ a prendermi dolcemente sottobraccio, / per seguirla nell’azzurro, / dove non esiste più la memoria.”

    Mi piace immaginarti su quella nuvola, amico caro, mentre, finalmente in pace, passeggi per le vie del cielo.

    La “SAGRA” DE LENDINARA

    A la Sagra de Lendinara, me piaseva andarghe da “bocia”, quando montavo su la giostra dei cavai che menava la testa. E la sera al circo Zamperla, de nome, me pare, Casimiro, a vedare i paiassi co’l muso bianco, nero, rosso sfogonà. E magari sul tardi, in piassa, dove i cavava i numeri de la tombola, che regalava a la zente ‘na ilusion de felizità. La stessa che mi provo, certe sere de malinconia, nel serar i oci sui libri che me sta intorno a cataste, pensando a la sagra de la Madona nera de Lendinara, come se fosse alora…

    AZZURRO

    Forse sono ormai una nuvola, che vola bassa, nera, gonfia di pioggia fredda, ma la speranza è di tornare in cielo, fra le altre nuvole che il sole alla sera veste di luce e azzurro.

    LA PREGHIERA

    A la note, sul tardi, quando tuti xe in leto, passando in machina me fermo sempre davanti al convento de le suore de clausura. La me speransa xe che le prega anca par mi, disendo un Pater, Ave, Gloria, e qualche giaculatoria che forse sarìa de grande aiuto la sera che me trovarò davanti a San Piero vestìo da confessor a leser le carte de la me vita.

  • Aldo Finzi (1891-1944)

    Aldo Finzi (1891-1944)

    Nel centenario dell’omicidio Matteotti, in cui in più occasioni è stata messa a fuoco la nobile figura del martire del Fascismo, è emersa anche – sul versante opposto – la personalità di Aldo Finzi, da più parti indicato come uno dei mandanti dell’assassinio dell’onorevole socialista. Mi chi fu il personaggio, che aderì prontamente al Fascismo, la cui vita si concluse tragicamente entrando nel novero delle vittime delle Fosse Ardeatine?

    La giovinezza

    Il suo nome è legato a Badia Polesine, dove visse gli anni più belli dell’infanzia e della prima giovinezza, e dove il padre Emanuele Finzi, abile imprenditore, gestiva un grande mulino, apprezzato a livello nazionale. Quasi per caso Aldo era nato a Legnago il 20 aprile 1891, città in cui la famiglia aveva temporaneamente risieduto prima di stabilirsi a Badia, provenendo da Venezia dove era venuta al mondo la maggior parte dei fratelli e sorelle di Aldo (7 in tutto). Il primo dei nati dal matrimonio tra Emanuele Finzi e Rosina Roggia fu Arturo venuto alla luce nel 1874 (17 anni prima di Aldo); l’ultimo fu Gino, nato a Badia Polesine nel 1893, due anni dopo Aldo. Tutti furono battezzati per desiderio espresso dalla madre profondamente cattolica, mentre il padre, di ascendenze ebraiche, non praticava alcuna fede. Come del resto il di lui fratello maggiore, Giuseppe, noto per aver partecipato attivamente agli eventi mazziniani del Risorgimento ed essere stato imprigionato dall’Austria per i fatti di Belfiore. Uscito dal carcere per amnistia, e accostatosi al Cavour, dopo l’unità d’Italia divenne deputato e quindi senatore del Regno. Le idee che circolavano in famiglia erano pertanto improntate alla modernità, all’amore di patria mutuato dal Risorgimento e all’impegno personale, testimoniato chiaramente dalle iniziative imprenditoriali del padre; il quale, fra l’altro, nel 1891, proprio nell’anno in cui Aldo veniva al mondo, faceva erigere a Badia villa Finzi per ospitare la composita famiglia. Ed Aldo palesò fin da ragazzo voglia di fare, ma anche insofferenza per le regole del collegio-studentato dove era alloggiato dopo la morte del padre, tanto da subire ben due bocciature per indisciplina e proseguire poi gli studi in città diverse: da Bologna a Padova dove studiò lingue, in particolare il tedesco, propedeutico all’iscrizione presso un istituto tecnico in Germania a Neu Strelitz (ad un

    Sottosegretario al Ministero degli Interni del governo Mussolini, coinvolto nel delitto Matteotti, morì tragicamente fucilato alle Fosse Ardeatine centinaio di chilometri da Berlino). Ma la vita da tecnico – probabilmente incentivata dalla famiglia per gestire al meglio le macchine del mulino – non era fatta per Aldo che, rientrato diciannovenne a Badia viene folgorato dal giornalismo sportivo, iniziando a collaborare con il Corriere del Polesine, per passare poi alla Gazzetta dello Sport e trasferirsi, ventunenne, a Milano, dove iniziò anche ad interessarsi di motociclismo.

    Giovane di bella presenza, di ingegno vivace e di gradevole conversazione, Aldo nella città degli affari trova il modo di intrecciare conoscenze ed introdursi negli ambienti bene, manifestando inoltre interesse per il volo con palloni aerostatici. Fu così che nel 1912, ventunenne, poté salire sulla navetta di un appassionato, partecipando come aiuto pilota ad una gara a livello internazionale in partenza da Stoccarda, conclusasi con il secondo posto in classifica.

    L’amicizia con Gabriele D’Annunzio e il volo su Vienna

    Subito dopo questa esperienza, Aldo si iscrive al corso per ottenere il brevetto di guida di palloni aerostatici, che poi gli sarà particolarmente utile per il suo futuro di pilota di aerei ed asso della prima guerra mondiale. Sì perché nel frattempo è scoppiata la Grande guerra e, per quanto riguarda Finzi, nasce un problema: il giovane, alto e magro, viene scartato alla visita di leva per insufficienza toracica, mentre i fratelli vengono arruolati. Ma Aldo non può mancare all’impegno militare contro l’Impero austriaco, lo storico nemico del Risorgimento. Ed allora egli gioca la carta del volontario, mettendo sul piatto la sua abilità di motociclista. Non aveva infatti trascurato nemmeno questo aspetto del progresso partecipando, con successo, a gare motociclistiche in varie parti d’Italia. Una volta inquadrato nell’esercito come autista, riuscirà in breve a far valere il suo brevetto di pilota di aerostati, passando dopo un breve tirocinio a condurre i primi aerei convertiti per operazioni militari. Fu così che nel 1917 entrò a far parte della squadriglia “Serenissima” fatta oggetto dell’interesse di Gabriele D’Annunzio, che già stava progettando una eclatante azione dimostrativa su Vienna. Nel proseguo dei mesi furono decine le pericolose incursioni aeree nel territorio nemico a cui partecipò Aldo Finzi (operazioni temerarie – che gli valsero riconoscimenti e medaglie al valore – in cui vari piloti trovarono la morte, Baracca il più famoso), finché il 9 agosto 1918 si concretizzò il volo su Vienna. Dal campo di Aviazione di San Pelagio in provincia di Padova partirono 11 aerei SVA monoposto, di cui uno modificato per alloggiare il “vate”. Quattro velivoli ebbero problemi e dovettero desistere, ma la missione raggiunse l’obiettivo programmato con lo sganciamento non di bombe su Vienna ma di volantini inneggianti alla imminente vittoria italiana. L’operazione fu un grande successo di immagine, che mise in evidenza le potenzialità della nascente aviazione italiana. E alla fondazione del corpo autonomo dell’aeronautica militare Finzi continuò ad interessarsi attivamente anche dopo la conclusione della grande guerra, mentre contemporaneamente non veniva meno il suo interesse per il motociclismo, che lo portò anche ad intessere rapporti con una ditta di importazione di moto dall’Inghilterra, nonché a pensare a vari progetti industriali. Il tutto trascurando completamente l’impresa familiare del Mulino badiese che dopo la morte del padre lentamente deperiva.

    Il biennio rosso (1919-20) e la nascita del Fascismo

    Il dopoguerra è caratterizzato in Italia dal così detto Biennio Rosso (1919-20) con scioperi, occupazioni di fabbriche ed azioni intimidatorie messe in atto da agitatori socialisti. Ben presto nasce la reazione di destra con azioni aggressive, inizialmente prive di collegamento, che poi troveranno sbocco nella realizzazione dei Fasci di combattimento ideati da Mussolini e teorizzati mediante il famoso manifesto politico di San Sepolcro (6 giugno 1919).

    Aldo Finzi non è tipo di stare a guardare. Ben presto si avvicinerà a Mussolini, intessendo un rapporto amichevole e di reciproca stima. Frattanto entra in contatto con alcuni finanziatori del nascente PNF (partito Nazional Fascista), i quali per portare a buon fine i loro sostegni economici si rivolgono direttamente a lui. Finzi, sempre più introdotto nel mondo degli affari, intrattiene frattanto buoni rapporti con la Banca Commerciale. Contemporaneamente in Polesine sarà il fratello Gino, di due anni più giovane, a rappresentare il movimento fascista: il 27 ottobre 1920 si festeggerà la nascita del Fascio di Combattimento di Rovigo sostenuto dagli agrari, i quali avranno come principale esponente Enzo Casalini. Nel frattempo cresce però l’ondata socialista, tanto che le elezioni amministrative del 1920 vedranno l’affermarsi dei socialisti in tutti i 63 comuni del Polesine e la conquista di 38 seggi su 40 del Consiglio provinciale. Il clima è sempre più incandescente: scontri durissimi nascono tra le opposte fazioni con ferimenti e qualche morto da entrambe le parti.

    È in questo periodo che nelle file del socialismo, non solo polesano, si mette in luce Giacomo Matteotti (1885-1924), eletto deputato nel 1919 e poi nel 1920 consigliere in vari comuni del Polesine. Sempre pronto ad intervenire con la sua garbata oratoria e la conoscenza profonda delle leggi (si era laureato con una tesi sulla recidiva), denuncia impavido una serie di aggressioni fasciste. La reazione non si fa attendere, cosicché nei suoi confronti il 12 marzo del 1921 si verificò una grave azione intimidatoria durante una riunione di socialisti a Castelguglielmo dove Matteotti avrebbe dovuto parlare. Qui convennero provocatoriamente gruppi di esagitati fascisti che impedirono lo svolgimento della riunione e alla fine sequestrarono il giovane deputato, il quale, fatto oggetto di dileggi e vessazioni, alla fine sarà rilasciato a notte inoltrata nei pressi della chiesetta di San Rocco di Lendinara.

    Le elezioni del 1921 e lo “Sciopero legalitario”

    Frattanto il 15 maggio del 1921 è fissata una nuova tornata di elezioni politiche, e in Polesine, il candidato della destra è Aldo Finzi. Il risultato delle urne certifica il capovolgimento della situazione precedente con l’affermazione dell’Unione Nazionale a scapito dei Socialisti. Tante le congratulazioni che giungono al neodeputato, tra cui quelle di D’Annunzio che ricorda con nostalgia l’esperienza esaltante del “folle volo”. Il clima politico in Italia è sempre più incandescente. Finzi, brillante oratore, diviene sempre più un personaggio di riferimento della destra italiana, mettendosi in luce tra i più decisi oppositori dei socialisti. Non trascura però di interessarsi di motociclismo e vendita di moto inglesi, promuovendo anche gare a cui parteciperà direttamente, tanto da venire identificato come “l’onorevole Sportman”. Frattanto i fratelli Finzi vengono colpiti da due lutti familiari: la morte nel settembre del 1921 del fratello maggiore Arturo (con cui avevano rapporti abbastanza sporadici) e poi nel febbraio del ‘22 della madre che, dopo la morte del marito, aveva seguito l’andamento del mulino badiese nel pressoché totale disinteresse dei figli. Aldo è sempre più al centro dell’attività politica (richiestissimo per assemblee di partito ed inaugurazioni di eventi vari), qualificandosi anche come animatore di iniziative finanziarie, per cui preferisce abitare a Milano, città divenuta il punto prioritario di irradiazione del fascismo. Frattanto non mancano iniziative identitarie nell’altro versante politico: a fine luglio 1922 l’Alleanza del Lavoro indice uno sciopero, definito “sciopero legalitario”, nato come protesta e richiamo alla legalità dopo i fatti di Ravenna che avevano visto l’intervento armato di squadristi fascisti e sparatorie tra gruppi opposti con l’uccisione di una decina di persone. Lo sciopero a Milano inizia la sera del 31 luglio 1922 e l’indomani 1 agosto in città si fanno i conti con molti servizi che non funzionano, in particolare i tram la cui uscita era stata bloccata dagli scioperanti. L’indomani 2 agosto, dopo aver sollecitato inutilmente un intervento della forza pubblica contro i picchetti socialisti, un nutrito gruppo di fascisti, capitanati da Finzi, scavalca le cancellate del deposito dei tram, impossessandosi dei mezzi che iniziano a circolare. Lo stesso Finzi si mette alla guida di un tram, mentre tutta la città è in subbuglio. I fascisti occupano Palazzo Marino, sede del comune, dal cui balcone D’Annunzio (che occasionalmente si trovava a Milano), convinto da Finzi, sia pur riluttante, terrà un discorso generico, scambiato per sostegno al fascismo. Lo sciopero finisce ma non le violenze, con l’assalto da parte delle camicie nere dell’Avanti, al cui interno è barricato Pietro Nenni. Negli scontri si contano due morti. I danni sono gravi ma i pompieri riescono a spegnere l’incendio appiccato. Distruzione rimandata solo di qualche mese: il 29 ottobre sarà infatti devastata completamente la tipografia.

    La marcia su Roma Finzi sottosegretario e il matrimonio

    Di giorno in giorno aumentano le prepotenze, mentre a Roma nelle sfere governative si fa strada l’idea che per ridurre le tensioni occorra formare un governo che accolga anche rappresentanti fascisti. Si arriva così al 28 ottobre 1922 quando viene indetta la eversiva “marcia su Roma”. La situazione è esplosiva. Il re, Vittorio Emanuele III, dopo il fallimento di alcune ipotesi governative, pensa che l’unica soluzione per calmare le acque sia conferire a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo. Il capo del Fascismo giunge a Roma con l’organigramma del governo già pronto, e Finzi si trova immediatamente nominato sottosegretario agli Interni. La vita per Aldo diviene frenetica: tante le incombenze giornaliere tra gli impegni di stato e la necessità di dare udienza alle molteplici richieste delle associazioni degli ex combattenti e dei mutilati, delle vedove di guerra ed di altre sigle che chiedono riconoscimenti, la partecipazione ad eventi importanti e così via. Finzi non dimentica il Polesine né l’aeronautica, venendo nominato vicesegretario dell’apposito Commissariato mentre, ormai trentunenne, comincia a pensare al matrimonio che sarà celebrato in pompa magna nel febbraio del 1923. La sposa, Maria Luigia Clementi (confidenzialmente detta Mimì) è una ventitreenne, conosciuta e frequentata fin dal 1918. Proviene da una ricca famiglia romana di latifondisti, che può vantare buoni rapporti col Vaticano, con un cardinale zio di Mimì. È così che il matrimonio religioso viene celebrato nella cappella di Palazzo Vannutelli di Roma dallo zio cardinale Vincenzo Vannutelli (che non esita nel sermone ad intessere lodi al fascismo), mentre il matrimonio civile si terrà nella sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio, alla presenza delle massime autorità. Molto breve la parentesi matrimoniale perché gli impegni politici richiameranno il sottosegretario all’opera, senza trascurare feste e ricevimenti negli ambienti bene della capitale in compagnia della moglie. Tra l’altro in questo periodo Finzi, sollecitato anche da Mussolini, ebbe ad occuparsi della nascita del giornale filogovernativo “Il Corriere Italiano” optando per una linea moderata, ostacolata però dai fascisti più intransigenti che alla fine prevarranno e Finzi si ritirerà cedendo il suo pacchetto di azioni. Uno smacco, che comunque non appanna il suo ruolo di potente sottosegretario del ministero degli Interni, nonché membro del Gran Consiglio del Fascismo e vice commissario dell’Aeronautica Italiana. Ma il tracollo politico di Finzi giunge inaspettato un anno dopo con l’uccisione dell’on. Matteotti.

    Il delitto Matteotti e le dimissioni di Finzi

    È noto che l’omicidio fu perpetrato il 10 giugno del 1924, dopo che l’onorevole socialista il 30 maggio aveva pronunciato in parlamento una dura requisitoria contro i fascisti (accusati in particolare di brogli nella tornata elettorale del 5 aprile), nel corso della quale Finzi era intervenuto più volte, interrompendo a gran voce l’oratore. La sparizione dell’onorevole socialista fece subito pensare ad un attentato, tra i cui mandanti da parte della sinistra (e non solo) si fece immediatamente il nome di Aldo Finzi. Dopo il ritrovamento del corpo, il 16 agosto 1924, le indagini partite all’indomani della scomparsa di Matteotti portarono all’incriminazione di Amerigo Dumini (in primis), Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo. Restò comunque il sospetto che Finzi fosse tra i mandanti. Il clima politico si fa sempre più esplosivo e per cercare di ridurre le accese proteste dell’opposizione, Finzi è indotto a dare le dimissioni da sottosegretario. Un passo questo, subìto dal politico polesano, che da più parti fu interpretato come una amissione di colpevolezza. Sospetto che inutilmente Finzi cercò di allontanare da sé, scrivendo anche (a quanto pare ma non c’è certezza) un memoriale che in qualche modo poteva far pensare che l’unico mandante dell’omicidio fosse Mussolini. Fatto sta che Finzi cadde in disgrazia, e da allora il capo del fascismo lo isolò, segnando così la fine della parabola politica del deputato polesano. Sul capo di Finzi frattanto si accumulano varie accuse, a cominciare da quella di avere intascato tangenti da una società petrolifera americana, la Sinclair oil Corporation, interessata ad avviare un progetto di estrazione di metano in Italia. Tutto il mondo politico è in subbuglio, il governo Mussolini vacilla. Per uscire da questa situazione Mussolini gioca il tutto per tutto, pronunciando il famoso discorso del 3 gennaio 1925, aperto con le fatidiche parole: “Se il Fascismo è stato una associazione a delinquere io ne sono il capo… ”. Dopodiché viene chiuso ogni rapporto con la minoranza parlamentare (nel frattempo “ritiratasi sull’Aventino”). Vengono imposte immediate limitazioni alla libertà di stampa, nonché la chiusura di tutti i circoli dei partiti di opposizione, promulgando nel giro di pochi mesi le famose leggi “fascistissime” della dittatura. Finzi, privo ormai di rappresentatività, si sentirà in obbligo di dare le dimissioni anche da presidente del Comitato Olimpico Italiano. Gli resta soltanto la nomina di deputato che gli permetterà di accedere al parlamento prendendo in varie occasioni la parola. Ma il suo ruolo è più che altro simbolico. E gli attesi tempi migliori per sanare le ferite non arriveranno mai.

    Finzi imprenditore agricolo

    Per vivere Finzi dovrà fare una inversione totale dei suoi obiettivi, proponendosi come imprenditore agricolo, cercando di far fruttare al meglio i terreni di Palestrina ereditati dalla moglie assieme ad una villa situata nella stessa proprietà, dove i coniugi si porteranno a vivere. L’appartamento di Roma verrà utilizzato per lo più nei mesi invernali o nelle brevi trasferte per partecipare assieme alla moglie ad eventi e feste dell’alta società romana, nel tentativo di accreditarsi ancora come personaggio di rilievo. Frattanto nel 1931 nasce l’unico figlio della coppia, la quale vive però giornate burrascose, anche per ripetute scenate di gelosia di Mimì, a causa di sospetti – tutt’altro che infondati – di frequentazioni di Aldo con altre donne; una in particolare da cui – è assodato – ebbe due figli. Il 1938 è un anno fatidico. Finzi, sempre più lontano dalle iniziative di regime, evita di partecipare ai funerali di D’Annunzio pilotati da fascisti di primo piano, in primis il Duce. Questo è inoltre l’anno della sua totale divergenza nei confronti della politica di Mussolini, il quale stipula il patto di acciaio con la Germania e promulga le leggi razziali. Altro dissenso lo esprime nel 1941 contro la guerra dichiarata alla Francia. Finzi non si farà scrupolo di manifestare pubblicamente il suo pensiero sempre più critico per cui, accusato di disfattismo, sarà arrestato ed inviato al confino prima a Vasto e poi in altri siti. Dopo la seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio del 1943, che esautora Mussolini da capo del governo, seguita dal suo arresto, con la fine del Fascismo, si aprono le porte ai detenuti politici e Finzi può riacquistare la libertà e tornare nella casa di Palestrina dove nei mesi successivi non mancherà di favorire l’organizzazione partigiana.

    Arrestato e fucilato alle Fosse Ardeatine

    Una breve parentesi di libertà, perché il 28 Febbraio 1944 sarà arrestato, non tanto a quanto sembra, come fiancheggiatore di elementi partigiani, quanto perché riconosciuto, – probabilmente dopo una delazione – di razza ebraica. Imprigionato a Regina Coeli verrà prelevato dopo meno di un mese, il 24 Marzo, per far parte dei 335 prigionieri di varia estrazione (ebrei, partigiani e detenuti comuni) tradotti e fucilati alle Fosse Ardeatine. Eccidio di massa – tra i più gravi perpetrati dai tedeschi (coadiuvati anche da alcuni militi fascisti) – avvenuti in Italia. Reazione rabbiosa ed immediata del commando nazista per l’attentato di via Rasella avvenuto il giorno prima. Si chiude così, in modo veramente tragico, l’esistenza di un personaggio controverso, per alcuni anni in auge, ma poi vittima della storia, a lungo emarginato dal partito che egli aveva contribuito a creare, e alla fine condannato a morte dai nazifascisti, proprio negli ultimi mesi in cui essi esercitarono con crudeltà il loro potere.

    BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE • Gino Finzi, ALDO FINZI mio fratello, 1986 Biblioteca E. Baruffaldi Badia Polesine • D. Carafoli, G. Bocchini Padiglione ALDO FINZI, Il fascista ucciso alle Fosse Ardeatine, 2004, Mursia • Francesco Tardivello, LE ALI SPEZZATE Aldo Finzi, 2005, Edizioni Antilia

  • Bruno Munari (1907-1998)

    Bruno Munari (1907-1998)

    Ben noto ed apprezzato nel mondo dell’arte, come importante designer del ‘900, ma non sufficientemente conosciuto in Polesine, Bruno Munari fu un artista geniale e sicuramente originale nella realizzazione delle sue opere.

    Le origini tra Polesine e Lombardia

    Nacque a Milano il 24 ottobre 1907, ma entra di diritto nella storia del Polesine per la parentesi di vita che lo vide presente tra Adige e Po in giovanissima età. Si trasferì infatti con la famiglia, a soli sei anni, a Badia Polesine dove il padre dirigeva un albergo e qui visse fino ai venti anni. Il soggiorno nella campagna polesana ne influenzerà profondamente la sensibilità artistica, alimentando l’interesse per l’ambiente circostante, l’attenzione verso quelle forme, colori e materiali che saranno una felice eredità nella sua arte futura. Nel 1925 fece ritorno a Milano per lavorare nello studio di uno zio ingegnere, avviando la sua carriera nel mondo dell’arte e del design, pur mantenendo sempre un legame con il Polesine.

    La formazione

    Bruno Munari non seguì un percorso accademico tradizionale, si formò da autodidatta, frequentando gli ambienti artistici milanesi e avvicinandosi poi al Movimento Futurista, che rappresentò un’autentica scuola per molti giovani talenti dell’epoca. Nei primi anni ‘30 collaborò con Tommaso Marinetti, Giacomo Balla, Fortunato DePero, che lo introdussero ad una concezione innovativa dell’arte, basata sul dinamismo e sull’interdisciplinarità. A rappresentare la cifra identitaria della sua arte è la totalità, la complessità assoluta delle sue espressioni, dalla pittura alla scultura, dal design alla grafica, all’illustrazione, alla scrittura, oltre all’architettura, ai libri, alla fotografia, fino all’attività didattica, coltivate nei laboratori per bambini, in musei e scuole. Per tutta la vita ha compiuto ricerche in territori non convenzionali, esplorando le possibilità matematiche, strutturali e formali di nuovi mezzi per produrre oggetti e comunicazione visiva plurisensoriale. • Scultura da viaggio

    Il metodo

    Il suo metodo di lavoro si basa su un approccio empirico e sperimentale, in cui l’osservazione della natura, il gioco e la creatività svolgono un ruolo centrale. Munari credeva che il processo creativo fosse più importante del risultato finale e sosteneva che l’arte e il design dovessero essere accessibili e comprensibili a tutti. La stessa casa di Milano in cui visse sempre accanto alla moglie Dilma e al figlio Alberto 1 era attrezzata coerentemente con le sue esigenze lavorative e di famiglia, lasciandone una parte adibita a studio e laboratorio. Questo spazio era dedicato alla sperimentazione artistica dove creava le sue opere, progettava i suoi lavori, utilizzava materiali innovativi e sviluppava nuovi metodi educativi per bambini. Il laboratorio era essenziale poiché rappresentava il luogo fisico in cui teoria e pratica si incontravano. Munari rifuggiva dalle categorie rigide dell’arte e del design; per lui non esistevano confini netti tra le discipline: arte e pedagogia dovevano dialogare costantemente. Le “anticategorie pratiche” erano un modo per superare le convenzioni e lasciare spazio alla sperimentazione libera e interdisciplinare. Sosteneva che il processo progettuale dovesse seguire un metodo rigoroso, ma flessibile, fondato su basi ben definite come osservazioni e analisi del problema, ricerca delle soluzioni possibili, sperimentazione pratica, realizzazione del prototipo, produzione finale. Applicava questo metodo sia nella creazione di opere d’arte che nella progettazione di oggetti di design, dimostrando che il confine tra arte e produzione industriale poteva essere superato attraverso un processo creativo e condiviso.

    Le macchine inutili

    Bruno Munari costruì dal 1933 la serie delle sculture sospese, dal titolo “Macchine inutili” ispirandosi al Movimento Futurista e all’Arte astratta. Le opere non avevano una funzione pratica, ma erano create per esplorare il concetto di movimento, equilibrio e leggerezza, sfidando l’idea che ogni oggetto dovesse avere uno scopo utilitaristico. Le critiche mosse all’artista sulla funzionalità di ogni opera, lo obbligarono ad una necessaria revisione, anche se egli contestava l’idea che ogni creazione dovesse servire a qualcosa, dichiarando che l’arte potesse esistere per il puro piacere estetico e percettivo. Il gusto per l’esplorazione del movimento porta a un nuovo punto di vista: le sue macchine erano composte da elementi sospesi e mobili che reagivano al vento o ai lievi mutamenti, creando configurazioni sempre mutevoli. Si ispirò ai concetti di dinamismo e astrazione, voleva rendere l’arte un’esperienza giocosa e interattiva, capace di stimolare la creatività dello spettatore. In sintesi, anche se inutili nel senso pratico del termine, le macchine avevano diversi scopi: stimolare la percezione visiva (il movimento e i giochi di luce infatti cambiavano continuamente l’esperienza dell’osservatore) coinvolgere il pubblico (lo spettatore diveniva parte attiva dell’opera, osservando i cambiamenti dinamici dell’installazione) riflettere sul concetto di arte e funzione. 3 quanto molte opere erano effimere o sperimentali, tuttavia alcune delle più celebri includono LE MACCHINE INUTILI SOSPESE. Quelle realizzate negli anni ‘50-’60 sono esposte in diversi musei e gallerie e diventano parte integrante del dibattito sul design, influenzando notevolmente l’arte contemporanea. Le sue creazioni oggi sono considerate un esempio pionieristico di sperimentazione artistica, dimostrando che l’arte può esistere senza uno scopo pratico, semplicemente per provocare stupore e bellezza. Bruno Munari si spense nella sua città natale il 29 settembre 1998 lasciando un’immensa eredità culturale riconosciuta in ambito internazionale. 2

    Bibliografia • Bruno Munari tutto (catalogo) – Dario Cimorelli editore • P. Pizzamano, A. Sigolo, M. Tchaprassian – Dizionario degli artisti nati o attivi in Polesine nel XIX e XX secolo – Apogeo editore • Si precisa che le foto che corredano l’articolo sono state scattate da Massimo Liboni alla mostra intitolata “Bruno Munari Tutto”, allestita dalla Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo nel 2024.

    NOTE 1. Il figlio Alberto occupò presso l’Università di Ginevra, la cattedra di Psicologia Infantile, di cui precedentemente era titolare lo psicologo Jean Piaget. 2. Nell’anno scolastico 2009-2010 il Liceo Artistico di Castelmassa è stato intitolato a Bruno Munari, in • Grafica pubblicitaria occasione del 120° anniversario dalla sua fondazione. 3. Bruno Munari è considerato uno dei grandi maestri Conclusioni del ‘900. Le sue opere sono state battute da case d’asta Lo sperimentatore Munari voleva rominternazionali e sono conservate in prestigiose collezioni pere con la tradizione che vedeva l’arte come pubbliche e private internazionali (tra cui Centro Pomun oggetto statico e decorativo. Ci chiepidou di Parigi, il British Museum di Londra, il Moma di diamo quali siano le macchine più famose, New York, il Museo del ‘900 di Milano e tanti altri anma non esiste un catalogo ufficiale, in cora).

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