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Archivi: Articoli d’archivio

  • Nel tempio di Afrodite

    Nel tempio di Afrodite

    Il sole stava tramontando, le pecore, nella penombra incipiente, a poco a poco si allontanavano dalle colonne e dagli eleganti frontoni del tempio di Afrodite, avviandosi per istinto verso il comodo ovile. Io, giovane e inesperto pastore, le ignoravo, trascurando le raccomandazioni di mio padre, pastore ben più esperto di me, che consigliava di osservarle attentamente perché non si smarrissero. Guardavo invece, fantasticando, le fronde degli alberi a ridosso del tempio, che si agitavano sotto il soffio di un debole vento e, nel loro movimento, scorgevo ancora la bionda fanciulla, dalla corta tunica, che per un attimo mi aveva osservato e all’improvviso era fuggita. Le pecore si allontanavano e io sognavo la giovane adolescente dai capelli dorati, quando improvviso un ululato, a breve distanza, fece tremare le colonne del portico e i faggi del boschetto adiacente. Per la sacra Pizia, un lupo, quello era un lupo! E le pecore, dov’erano le pecore? Allontanate, si erano tutte allontanate, non riuscivo a vederne nemmeno una! Afferrai il bastone nodoso con cui le guidavo e corsi a perdifiato al loro inseguimento, lungo la discesa che dalla collina portava al terreno di mio padre. Eccole laggiù, a ridosso del campo, che trottavano

    Francesco Lanzoni è nato a Rovigo da una famiglia di origine romagnola, il nonno e il padre erano farmacisti e da loro ereditò la Farmacia Tre Colombine, lo zio Davide fu il fondatore della squadra rugbystica del Rugby Rovigo. Le passioni sportive di Francesco e il suo lavoro di farmacista, svolto per oltre quarant’anni, l’hanno portato ad osservare con attenzione i clienti, la loro umanità, spingendolo a studiarne le qualità e i difetti. Una volta in pensione, ha seguito una Scuola di Scrittura Creativa e, finalmente, è riuscito a realizzare il suo desiderio, dedicandosi alla narrazione, alla poesia e alla redazione di diversi articoli culturali. Collabora con il Ventaglio 90, con l’edizione di Raise di Arquà Polesine, è socio di Autori Polesani ed è uno dei fondatori dell’ Associazione Bandiera Gialla.

    pacifiche, abituate al percorso. Le raggiunsi affannato e, per rabbia, diedi un calcio sul sedere dell’ultima pecora, facendola sobbalzare, senza che emettesse neppure un breve belato. Ora però dovevo pensare al lupo, l’ululato l’avevo sentito… dov’era quel maledetto lupo? Dovevo proteggere le pecore che sgambavano tranquille, avevo il bastone in mano, se fosse apparso il lupo, simile a un mostro dell’Ade, avrei difeso le pecore e me stesso. Un rumore, un piccolo rumore a sinistra, puntai il bastone pronto a combattere e, da sinistra, apparve un cagnolino che mi guardava stupito. Ma non guardai il cagnolino, guardai la giovinetta dai capelli d’oro che, con la sua minuscola tunica, sbucò alle spalle del cucciolo. Per un attimo dimenticai il lupo e, come inebetito, ammirai la sua bellezza che mi abbagliava attraverso le spighe del campo. Notai con stupore che mi sorrideva… ma no, forse il suo non era un sorriso, era quasi una smorfia che, confuso, avevo scambiato per due magnifiche labbra piene di gioia. “ Il lupo…” balbettò incerta. “ No, non è un lupo… è un cucciolo!” risposi, credendo di pronunciare una battuta di spirito in un’occasione che, forse, poteva mutarsi in tragedia. “No, il lupo è qui, dietro di me, mi insegue!” urlò disperata la fanciulla. Vidi allora le spighe alle sue spalle piegarsi con forza sotto una spinta terribile, il cagnolino saltò nel campo accanto, imitato dalla giovinetta che spiccò un balzo fenomenale, come un atleta del salto in lungo! Non vidi il lupo, ma sentivo il suo respiro caldo che mi bruciava le spalle, mentre anch’io m’infilavo tra le messi seguendo, come un lampo di Zeus, la giovane bionda e il velocissimo cagnetto. Sentivo il ringhio del lupo, le sue zanne che mi sfioravano le caviglie, davanti a me vedevo la giovinetta e il suo cagnolino che rallentavano, senza forze, le pecore erano già salve, ora dovevo fermarmi, impugnare il bastone, affrontare il lupo e salvare la fanciulla bionda, che mai più mi avrebbe offerto le sue grazie e la sua bellezza. Era quello il mio destino? Un destino, che nemmeno gli Dei dell’Olimpo potevano mutare. Ma anche il destino del lupo era segnato, perché, mentre calava le fauci bavose sul mio collo, capì, in quell’istante, che un’energia enorme e irresistibile lo sollevava e lo scagliava contro lo spigolo acuto di una roccia, a venti cubiti di distanza, fracassandogli testa e ferocia. Il ramo robusto di un pioppo afferrò sul retro la mia tunica e mi sollevò come un fuscello, ma non era un ramo di pioppo… era il mastodontico braccio di Eracle, figlio di Zeus! Mentre lo guardavo, incredulo, in mezzo alle spighe di grano, Eracle, mostrandomi a torso nudo i suoi poderosi muscoli, mi osservava con ironia, scuotendo il capo e spolverandosi le mani, quasi per eliminare i resti del povero lupo schiantato contro un sasso. “Tu fai il pastore, come tuo padre?” mi disse, col suo vocione cavernoso “ Le pecore vanno sempre sorvegliate con attenzione, soprattutto se c’è un lupo in giro! Ma tu te ne fregavi delle pecore… pensi che non abbia visto che tu sbavavi per la bella biondina?”. Tremai al suono della sua fragorosa risata. Attraversammo il campo, mentre io, intimorito, osservavo di sbieco la carcassa del lupo ridotto in pezzi. Arrivammo al casale di mio padre, tre casucce di legno messe in fila, e davanti vedemmo quel buonuomo di mio padre, il cagnolino e la sua padroncina, biondissima, sempre più bella, una Venere di campagna con gli occhi azzurri. Vedendo l’enorme massa di Eracle, il cagnetto agitò la coda e abbaiò affettuosamente, mio padre strabuzzò gli occhi e la giovinetta – o sorpresa – si slanciò, baciandomi con passione. Si ritrasse e rimase intimidita a guardarmi, anche lei stupita dal suo gesto, io, non sapendo che fare, allargai le braccia indifeso, balbettando frasi senza senso. Solo Eracle, sollevando con un braccio il cucciolo e posando l’altro sulle spalle di mio padre ammutolito, scoppiò, come un tuono, in una focosa risata, accelerando di colpo il passo delle pecore all’ingresso del recinto. “Ahhh, le donne, le donne… prima agiscono e poi pensano! Questo è il loro pregio, agire e pensare per loro è un’unica cosa! Attenzione quindi alle donne… lo so bene io, che ne ho sposate due e ne ho avute un centinaio nel palazzo di un certo Re, di cui non ricordo il nome. In compenso la mia prima moglie, Alcmena, che Zeus la maledica, mi ha lasciato questa splendida figlia, bionda e dagli occhi cerulei, a cui anche gli Dei devono inchinarsi”. “Le sorprese, oggi, non finiscono mai!” mi dissi allibito, senza aprire bocca. Ammirai il viso gentile della fanciulla, le forme perfette del suo corpo, la grazia del suo sguardo e mi sembrava impossibile che fosse figlia del possente, impetuoso e rozzo Eracle! Ma di una cosa ero certo: lei ora mi sorrideva davvero, aprendo invitante la bella bocca ornata da candidi denti. Anch’io le sorridevo, ne’ sapevo quando avrei smesso di sorriderle, finché il vocione di Eracle non si rivolse a me:” Se vuoi essere un buon pastore e difendere le tue pecore, devi mettere su un po’ di muscoli, caro ragazzo! Ora allevo tori, dopo che il Re Gerione di Erice me li ha regalati per un’impresa che ho compiuto a nome suo… ma che impresa era? Mah, non ricordo. In ogni caso, allevare tori è una cosa che mi stanca, così ho aperto una palestra a Selinunte: corsa, salto in lungo, lancio del giavellotto, pugilato e anche il maledetto “pancrazio”, che ti squarcia le ossa. Sai che, combattendo il “pancrazio”, ho vinto le Olimpiadi per otto anni di seguito? Vieni a trovarmi nella mia palestra, ti farò spuntare bicipiti e dorsali vigorosi, come nessun atleta ha mai avuto! Ma non come i miei, nessuno può avere i miei invincibili muscoli. Vieni, vieni a trovarmi…”. Con l’enorme mano, accarezzò con dolcezza la testolina del cagnetto e, per salutare con simpatia mio padre, sollevò l’altra mano dalle sue spalle e gliela stampò tra le scapole, come fosse l’ultimo masso precipitato da una frana. Mio padre, magro come un chiodo, vacillò un istante, ma rimase in piedi rigettando un conato di vomito. Eracle, tenendo il cucciolo tra le braccia, invitò sua figlia, esile e provocante giovinetta, con gesto affettuoso, a seguirlo verso il recinto dei suoi tori, laggiù nei pressi di Selinunte. La biondina dai lunghi capelli d’oro esitò un attimo, poi ancora mi sorrise aggiungendo, come un soffio di vento, queste ultime delicate parole:” Domani mattina presto, sul retro del tempio, accanto al boschetto di pruni selvatici…”. Poi se ne andò a raggiungere il padre, con la tunica svolazzante tra le gambe, come una farfalla che sfiorava i cespugli di mirto cresciuti sui gradini del tempio. Ebbene, sì: ho conosciuto Eracle, il più grande tra gli Eroi della Grecia! L’uomo dalla forza prodigiosa che uccise il Leone di Nemea e l’Idra di Lerna, che catturò il Toro di Creta, le giumente di Diomede e il Cane Cerbero, l’uomo che mi dimostrò la sua forza uccidendo il lupo che voleva divorarmi, che mi invitò nella sua palestra per rafforzarmi i muscoli, che era il tenero padre della meravigliosa fanciulla dai capelli dorati. A presto Eracle, ti rivedrò ancora, abitiamo uno accanto all’altro, presto arriverò a Selinunte… ma non entrerò nella tua palestra. Entrai nella recinzione che circondava le pecore, erano calme e brucavano teneramente l’erba, poi sollevai lo sguardo sui rossi papaveri che macchiavano un campo di spighe e dipingevano i bordi di un viottolo diretto verso lontani ciuffi di mirto. Stringendo gli occhi, vidi, su quella viuzza, le forme trasbordanti del prode eroe e le forme gentili della giovinetta. Mi convinsi che avevo ragione: non volevo frequentare la palestra di Eracle, non volevo che le mie forme divenissero aitanti e gagliarde come le sue, preferivo le forme accoglienti della sua incantevole figlia, che domani mattina mi avrebbe atteso nel boschetto di pruni vicino al Tempio di Afrodite.

  • Nuoto in acque libere

    Nuoto in acque libere

    Elham s’era svegliata presto quella mattina. Aveva dormito poche ore ma di un sonno profondo ed avvolgente che l’aveva rinvigorita. Ogni fibra era pronta al grande momento; ogni pensiero orientato fortemente alla vittoria. Da mesi cullava il suo sogno accarezzandolo come un figlio da proteggere. Lo aveva concepito con la determinazione e la forza di chi non vuole rinunciare alla sua fertilità ed attende di poter sentire il deciso pulsare della vita che si manifesta. Si liberò dalla fasciante prigionia delle lenzuola e posò i piedi sulla morbidezza del tappeto ai piedi del letto. Pochi passi sul freddo delle mattonelle e fu in bagno. Lo specchio rimandò il volto bello, ovale ed abitato dalla lucentezza degli occhi scurissimi, incorniciati da lunghe ciglia vellutate. Forse un po’ forte era il naso che connotava la sua inequivocabile appartenenza al ceppo iraniano. Gente di carattere, orgogliosa delle antiche radici e della storia vissuta tra pietre e guerre. Forse negli anfratti del suo DNA ardevano ancora le braci dei bivacchi preparati da sconosciuti antenati tra le gole rocciose di terre, scrigno dell’oro nero. Lei viveva in un angolo di quel crogiuolo di antiche dinastie intrise di profumi speziati, i cui fantasmi ancora popolavano il suo tempo. Divinità e imperatori, ricchezza e miseria nella storia di donne che possono indossare solo abiti che cancellano le forme del corpo perché quel corpo non può essere guardato come un fiore o come un tramonto. È posseduto dall’uomo, che le avrà in moglie e le imprigionerà in un tessuto con regole di filo spinato: farfalle senza voce, abbandonate troppo spesso ad un immutabile ed opprimente destino.

    Lei però non voleva questa vita perché aveva ascoltato quello che sua madre le diceva spesso, soprattutto quando era piccola: «Stella mia, tu sei preziosa! Non lasciarti schiacIl testo è ispirato al tentativo della nuotatrice iraniana Elham Asghari che l’11 giugno 2013 nuotò a rana per stabilire un nuovo record percorrendo 20 Km nelle acque del mar Caspio. In base alle regole del suo paese dovette nuotare abbigliata con indumenti assolutamente ingombranti per un’impresa del genere. Il record conseguito, inizialmente accolto, fu poi annullato, sostenendo che l’abbigliamento non era regolare, ma l’atleta non si diede per vinta e si avventurò in altre sfide. Il 4 luglio 2013 venne nominata “Kickass woman of the day” dal magazine the Frisky e il 6 giugno 2017, a Bushehr nuotò ammanettata per 4,2 km, entrando di diritto nel Guinnes dei primati.

    ciare come me. Sii forte e cerca la tua strada. Tenteranno di fermarti ma tu non devi lasciarti cadere!». Erano quelle le parole che la spronavano, soprattutto adesso che sua madre non c’era più. Ad avviarla al nuoto era stata lei perché era convinta che fosse lo sport più adatto ad un armonioso sviluppo fisico. A Elham era piaciuto subito quel contatto col liquido della vita. Quando entrava in acqua si sentiva padrona del suo corpo; lo dominava con naturalezza muovendosi con leggera fluidità. In certi momenti aveva la strana sensazione che si materializzasse un inconscio desiderio di fuga perché lei diventava una parte indivisibile di quel fluido vitale nel quale respirava al ritmo sicuro delle bracciate. E il corpo si faceva strumento della sua femminilità castigata attraverso gli abiti, Le gambe, accarezzate dallo scorrere dell’acqua, ondeggiavano e vibravano nel contempo, imprimendo equilibrio e spinta al busto per raggiungere la testa avvolta dallo hjiab. Così le donne iraniane custodivano usanze, emergenti dalla lontananza del tempo. Anche l’acqua doveva essere pattuita: nessun percorso fuori dai luoghi e dai tracciati stabiliti. E così s’era fatta largo l’dea della sfida. Era arrivata lieve ed appena percettibile, poi si era gonfiata appesantendosi di rabbia e di desiderio di vittoria. Aveva preso accordi con un amico inglese Ted, fotografo freelance innamorato delle diversità e delle lotte. Il mar Caspio la meta… Il sonno ristoratore di quella notte le aveva impresso nuova energia per tentare l’impresa di compiere un percorso di 20 km in mare al fine di realizzare un sogno di uguaglianza.

    Rigorosamente coperta dalla testa ai piedi, in assoluto contrasto con l’essenziale abbigliamento dei nuotatori, Elham aveva raggiunto la spiaggia per donne ed era entrata in acqua lasciando che il tessuto si imbevesse completamente incollandosi come un sudario al suo corpo. Sensazione di claustrofobica prigionia che pareva annullare ogni elastica estensione degli arti già pronti a scattare nella fluida trasparenza dell’acqua. Ted le stava a fianco, la macchina subacquea fissata alla spalla e un guizzo di sorriso incoraggiante sul viso. Lo sguardo puntato avanti ad identificare il percorso che si snodava tra alghe e sassi dove ignari pesci dai colori accesi cercavano rifugio. Disegno di Mara Barotti «Dai bambina, nuota! Adesso devi mettercela tutta per vincere. Questa è la strada giusta. Così sarai libera e libererai le altre…». L’abituale velocità s’era come sdoppiata in una sorta di schizofrenico gioco delle parti: in una lei che nuotava libera in perfetta sintonia col mare, nell’altra lei castigata in un bozzolo in cui il corpo, anche se vivo, era impedito nei movimenti. Istintivamente pensò alle fiabe nelle quali belle fanciulle sono catturate da maghi cattivi che giocano con la loro pudica innocenza fino a condurle sull’orlo di orridi precipizi. Allora lottò con il lungo ingombro di un abito che toglieva libertà alle sue gambe ed allargò le braccia in una specie di volo che l’avrebbe condotta alla meta. La totale volontà di muoversi in quel naturale liquido amniotico da cui la vita aveva preso dimensione, pareva mutarsi in una progressiva prigionia dalla quale lei stessa doveva tentare di liberarsi chiamando a raccolta tutte le sue forze. Usciva dalla superficie con regolare frequenza a catturare l’aria per poi tornare in quella sorta di vischioso composto in cui le sembrava di muoversi costretta dalla fasciatura degli abiti imposti dalle regole. Ted le scivolava accanto forte del suo respiratore e del suo corredo per le riprese. Per qualche momento ebbe l’impressione di vivere una di quelle metamorfosi narrate nei miti dove fanciulle bellissime si salvano dalla famelica persecuzione di orchi-uomo tramutandosi in piante e coprendosi di spesse cortecce. Alcuni segni di Ted le fecero capire che la meta era vicina… Respirò catturando l’invisibile trasparenza dell’aria e lasciò che le forze, sapientemente conservate per la fine dello sforzo, le consentissero di approdare al traguardo. Ted la precedette per carpire ed immortalare le sue ultime bracciate. E lei ebbe la forza di sorridergli mentre usciva dall’acqua.

    L’amorfa crisalide che aveva nuotato per ben 20 km, a contatto con l’aria si era mutata in donna e le forme del suo corpo, tornito da anni di esercizi, erano adesso quelle capaci di evocare passioni e di ospitare il clamoroso miracolo della vita… Era questo il suo peccato. Per questo andava punita! Sottoposta alla valutazione dell’apposita giuria, l’impresa di Elham venne dapprima accolta con una decurtazione del tempo reale d’esecuzione, ma poi la prova fu dichiarata nulla, per un intervento della censura che rilevò che il corpo non era stato sufficientemente coperto. Eppure la sirena aveva percorso quel tratto con lo strascico della sua coda scura ed ingombrante scrivendo nell’acqua il messaggio di libertà tanto desiderata. Pianse, dapprima con rabbia e delusione, poi con la dolorosa rassegnazione di chi però sa attendere il futuro per rimettere in gioco energie nuove ed inattese, capaci di dare un corpo alle speranze più profonde del cuore umano.

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  • Fra Alvise

    Fra Alvise

    Era nato nell’ottobre del 1927 in un paesino di campagna disteso lungo gli argini del fiume Adige, da una famiglia di agricoltori. Ma Rinaldo si era subito distinto dai tanti fratelli: “Quando morirò, io dovrò andare in Paradiso e non in Inferno come i peccatori”; cosicché fin da piccino partecipò da chierichetto alle funzioni religiose e, all’età di undici anni, lasciò per il seminario la famiglia, da cui non fece più ritorno, se non per brevi visite, fedelissimo al suo proposito. All’epoca periodi di carestia imperversavano in un Polesine che faticava ad uscire dalla sua arretratezza economica, stremato anche dai bombardamenti degli alleati sui ponti del fiume per fermare la ritirata degli invasori. Si viveva in un’economia di sussistenza, lavorando la terra e spesso condividendo il cibo con chi non ne aveva proprio, in un ambiente caratterizzato da vegetazione palustre ricco di pesce di acqua dolce e di duro lavoro. Gli abitanti di giorno lavoravano nei campi e alla sera si radunavano nelle stalle, per stare al caldo e sentire i vecchi raccontare le loro storie. Nonno Giovanni era orgoglioso del nipote che, unico della covata,

    Sono Susanna Salvan classe 1964 e risiedo a Lendinara. Verso la fine del 2022 mi proposi per la prima volta con un racconto tematico al Concorso Letterario Nazionale di Grosseto, conquistando il 3° posto ex equo con la giornalista romana Annalisa Venditti. Nel 2023 vinsi altri due Concorsi Letterari Nazionali ad Onigo di Pederobba e Zola Predosa. Pubblicai altresì la prima parte del romanzo di una famiglia polesana ambientata dalla fine della prima guerra mondiale fino al 1960 circa. Nel 2024 il racconto Ciao Zio ottiene riconoscimento al Concorso Letterario Internazionale di Sonnino. Alcuni racconti sono stati selezionati e pubblicati in raccolte antologiche di varie iniziative culturali. Spero che il racconto verità che propongo nelle pagine del Ventaglio, incontri l’interesse dei lettori.

    avrebbe avuto la fortuna di istruirsi in Seminario ed inoltre di non soffrire troppo per la perdita della cara madre, morta a quarantasei anni di parto, l’ennesimo; era peccato in quella famiglia cercare di evitare le gravidanze, come vigeva ancora in quel tempo la tassa sul celibato. Fu così che in quella numerosa famiglia le sorelle di Rinaldo, si dovettero adoperare a sostituire la madre nelle incombenze domestiche e nel crescere i fratellini più piccoli. Passarono gli anni e crebbe la prole di questa grande famiglia. Giunta l’adolescenza, i giovani del paese iniziarono a lasciare il loro nido: qualcuno partì per fare il minatore in Belgio, mentre altri si spostarono verso le grandi città italiane, in particolare Milano e Torino, dove le grandi fabbriche, affamate di manovalanza, offrivano la possibilità di migliorare il proprio stato sociale. Altri invece preferirono fermarsi portando avanti il lavoro nelle campagne, che i loro avi avevano avuto in affitto o con contratti di mezzadria, anche allevando bestiame.

    Intanto il nostro Rinaldo proseguiva il suo cammino apostolico tra il postulato e il noviziato. Poi fu la volta della formazione interna con lo studio della teologia, vivendo con sobrietà, libero dal superfluo, con l’umiltà e la pazienza tipica dei frati cappuccini, a cui era richiesto, sopra ogni cosa, di vivere in obbedienza. Era un giovane bellissimo con un sorriso sincero ed aperto che gli illuminava perennemente il volto, occhi da buono, occhi che non hanno mai scrutato chi avevano difronte, ma solo accarezzato con la dolcezza e la gentilezza tipica di un animo nobile. Prenderà il nome di Fra Alvise e, poco meno che trentenne, il nostro religioso partirà assieme ad una decina di suoi fratelli di tonaca, italiani, portoghesi e francesi, in missione per il Luanda in Africa, avendo aderito a una iniziativa della confraternita portoghese, a cui erano legati. In dotazione avevano la bontà, la gentilezza e la loro giovane e forte fede, sostenuta dagli ideali più nobili e dall’amore fraterno universale. In quelle terre lontane trascorsero giorni di pace e di prosperità, alternati da periodi di crisi e di guerre tribali, che senza scrupoli le Nazioni più forti alimenteranno con armi, alcool e droghe, manipolando guerriglieri mercenari con la illusione della indipendenza dal colonialismo e della libertà politica attraverso arricchimenti personali, a scapito della povera gente che lavorava pressoché quasi in schiavitù e nella mancanza di istruzione. Nel 1960 l’Angola ottenne l’indipendenza dopo quaranta violentissime guerre e circa dieci milioni di morti, con sedici milioni di sfollati e un numero elevatissimo di persone, specialmente bambini e donne, mutilate. Nel 1975 le etnie locali dell’Angola fomentarono altre crudeli guerre civili, a cui le altre popolazioni mondiali assistettero impotenti, compresi i familiari dei nostri confratelli. Intanto i nostri frati continuavano la loro opera di aiutare le comunità locali, attraverso l’istruzione, scavando pozzi, coltivando quei terreni poveri di acqua, allevando piccoli animali da corte, aiutando in lavoretti di piccolo artigianato, creando monili e statuine intarsiate in legno raffiguranti la loro fauna, dipingendo splendidi e coloratissimi paesaggi ad olio, costruendo semplici capanne secondo gli usi locali, medicando gli ammalati e i feriti, dando conforto ai morenti, turnandosi giorno e notte, vivendo con il poco che riuscivano a produrre e nutrendosi dei frutti esotici presenti, specialmente le prelibate banane di cui Fra Alvise era particolarmente ghiotto.

    Forse il cibo era la cosa che creava maggiore nostalgia di casa ai nostri frati, dovendosi adattare ai cibi locali diversi dalle nostre produzioni per ovvi motivi di clima e territorio. Tornava spesso il ricordo dei fagioli in potacin, della “renga” (arringa) cotta sulle braci con le sue uova e del profumato baccalà rosso. I loro frugali pasti consistevano in polenta di mais bianco senza sale con il latte appena munto, di miele, di radici di un albero che avevano il sapore delle patate bollite, di carne di capra e di mucca e, se c’era, di the. Secondo le abitudini tribali, si mangiava tutti assieme quando si aveva fame, senza un ordine preciso di orari, condividendo quello che si era potuto cucinare, seduti tutti assieme, ed utilizzando delle scodelle dalle quali il cibo si prendeva con le dita facendo dei pugnetti, essendo pressoché inesistenti le posate, dal costo proibitivo per quelle comunità sperdute nel vasto territorio africano.

    Quel maledetto giorno un frate, compagno di stanza di Fra Alvise, soffriva di forti dolori addominali: nausea, febbre, vomito e diarrea non gli davano tregua. Fra Alvise si offrì di sostituire l’ammalato per la missione da espletare in quella giornata. Il nostro gruppetto partì per la missione, lasciando riposare gli altri. Ritorneranno nella loro umile dimora alla sera, meravigliandosi man mano che si avvicinavano ai locali, di non sentire alcun rumore che segnalasse presenza umana. Chiamarono ad alta voce, ma non ottennero alcuna risposta; i nostri frati spaventati e tremanti erano incerti se scappare o aprire quella porta, finché d’impeto Fra Alvise spalancò l’uscio e quello che videro fu la conferma di tutti i peggiori sospetti: sangue, sangue ovunque, pareti impregnate di sangue, un orrore di morte, di puzza, di mosche, di corpi decapitati. Poi il buio totale.

    I frati sopravvissuti verranno richiamati in Patria. Sul campo resteranno i corpi dei quattro missionari macellati selvaggiamente, poi chiamati dalle tivù di tutto il mondo martiri della carità. In Polesine, a casa di Fra Alvise la disperazione si attenuò quando giunse il comunicato che il loro congiunto era ancora vivo, anche se molto provato. I nostri religiosi trascorsero un lunghissimo periodo in isolamento, sottoposti a cure sanitarie per le pessime condizioni di salute anche mentale: erano scampati al massacro solo per una fatalità. Successivamente, quando le loro condizioni migliorarono, furono destinati a servizio presso vari istituti: Fra Alvise verrà mandato cappellano in un ospedale civile polesano. Respingerà la proposta di elevarsi a Primo Abate, desiderando restare semplice ed umile tra gli ultimi e i sofferenti, perennemente con i piedi scalzi su semplici sandali aperti, con la maglietta di lana che d’inverno s’intravedeva sporgere dal saio, e l’agile falcata con cui passava da un reparto all’altro.

    Era chiamato il Piccolo Gesù ed era mio zio. Poter conoscere in modo diretto quel caro zio, di cui tutti i parenti amavano circondarsi, è stato per me un dono meraviglioso. Ero affascinata dai suoi magnifici racconti che comunicavano il fascino di quel territorio così lontano del quale poco si conosceva se non attraverso qualche lettura a scuola. Una splendida testimonianza diretta di quanto vasta e varia sia la nostra cara madre terra e di quale infinità di specie viventi esistano in natura, di quanta varietà di costumi ed usi caratterizzano il mondo. Centinaia e centinaia le foto che lo zio custodiva nella sua stanza, e migliaia le lettere ricevute da tutto il mondo, da parte di persone comuni, ma anche di ambasciatori e grandi uomini politici, di persone facoltose, di coppie che aveva sposato, di bambini che aveva battezzato, di tutte le etnie e di diverse fedi religiose, senza alcuna distinzione. Provavo tenerezza per il suo difetto fonetico che lo portava a non distinguere la consonante esse con la zeta, tanto che in ogni sua lettera indirizzata alla mia famiglia, scriveva di salutare la Suzanna, ovvero la scrivente. In ogni foto scattata in vari angoli del mondo, lo zio appariva sempre col suo splendido sorriso; sorriso che ha saputo aprire ogni porticina dei cuori che ha incontrato durante il suo faticoso e fantastico cammino. Se Fra Alvise non avesse avuto l’hobby della fotografia, quasi nessuno di noi familiari avrebbe potuto avere testimonianza del suo, ma anche del nostro vissuto. Nelle foto da lui scattate possiamo rivederci come eravamo, confrontarci e discutere sui nomi dei volti dimenticati, sorridere delle buffe pose, godere di quella intimità familiare tra parenti che sta andando persa in questo particolare contesto storico, dove la frenesia e l’insensibilità fra individui ci sta allontanando gli uni agli altri, soffocando la nostra indole sociale, di condivisione, di fratellanza e di tolleranza. Fra Alvise ci lascerà nell’aprile del 2016, ma il suo ricordo resterà per sempre nei nostri cuori.

  • Memorie d’Ambra

    Memorie d’Ambra

    Nell’ora del crepuscolo c’è un luogo in cui la linea dell’orizzonte si snoda fluida nel color ambra di un avvolgente abbraccio tra cielo, terra e acqua, come un ritorno alle origini, quando gli dei governavano il creato. Le foglie dei pioppi si tingono di luce e disegnano sagome di donna, chine in un pianto infinito, raccolto nelle acque dell’Eridano. Il leggero fruscio delle foglie bisbiglia la storia dell’antico mito, una memoria che risale alla notte dei tempi. In queste acque cadde Fetonte, figlio di Apollo. Quasi fanciullo, sfidato da Epafo, volle dimostrare la sua discendenza divina. Per smentire qualsiasi dubbio, si recò alla reggia del padre su consiglio della madre Climene. A dimostrazione del grande affetto paterno, Apollo lo strinse tra le braccia e gli promise che gli avrebbe concesso qualsiasi cosa avesse chiesto. Fu così che cominciò a delinearsi un triste destino. Fetonte chiese di poter condurre per un giorno intero il carro del Sole. Invano Febo tentò di dissuaderlo, ormai la promessa era diventata giuramento e nulla poté fare per fermarlo. Il giovane bramoso ignorò le raccomandazioni e ben presto si trovò a governare il possente giogo di cavalli imponenti. In un istante raggiunse il cielo, ma i cavalli non riconobbero l’autorevole mano alle loro redini ed iniziarono una corsa pazza sconvolgendo l’ordine cosmico. Imbizzarriti, si avvicinarono troppo alla sfera celeste e furono causa di incendi e siccità. Bruciarono monti e selve. I fiumi si seccarono ed intere città furono devastate. Per evitare la distruzione della Terra, Zeus, padre degli dei, dio del cielo e del tuono, dovette intervenire. Non ebbe scelta e scagliò una potente saetta, che inevitabilmente colpì all’improvviso Fetonte. Il corpo esamine del giovane cadde nel fiume Eridano, nella terra ora conosciuta con il nome di Crespino, allora confine del mondo conosciuto. Immediatamente accorsero le Eliadi, sorelle di Fetonte, ed in un pianto disperato sparsero ovunque calde lacrime. Fu così che in quell’infinito straziante lamento le Eliadi furono trasformate in pioppi e le loro lacrime in ambra. Da allora al calar del giorno si rinnova questo mito, quasi dimenticato nell’era moderna. La luce scende e la palla infuocata sparisce dietro l’orizzonte, lasciando un chiarore che si rispecchia rifratto sull’acqua. Gli elementi si confondono, la terra prende vita nelle acque e rivive fluida nella lenta corrente del fiume. Come in un sogno, le carpe nuotano

    Elisa Chiorboli è una fotografa amatoriale, appassionata dell’arte fotografica, utilizzata come strumento espressivo, talvolta documentaristico, conoscitivo o d’approfondimento. Iscritta alla Fiaf – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche – da tempo collabora con il Fotoclub Visione Libera di Camposampiero. Si occupa anche di narrativa; alcuni racconti sono stati pubblicati in antologie edite da REM e da Historica Edizioni.

    tra i rami degli alberi, che nel riflesso purpureo si muovono in una danza concentrica, distaccandosi dal verde degli argini. Una metamorfosi del creato che magicamente torna alle origini nell’incanto dell’anima del Grande Fiume.

    Nella quiete del vespro, le fatiche del giorno cadono nel silenzio mentre scende l’ombra tinta del colore della resina fossile. I flutti si rincorrono giocosi e si avviano lenti a valle, accompagnati dal canto senza tempo delle acque. Così si odono parole indistinte di tristi fanciulle che pian piano in lievi sussurri si librano nell’aria trovando accorato rifugio tra le foglie dei pioppi dal contorno ambrato, come a ricordare l’antico mito. Invano ancor piangono le povere Eliadi, velate creature del bosco. Il triste destino si è compiuto e per sempre rimarrà il loro sconsolato lamento. Le tenebre sono alle porte. Irruenti, stendono la loro coltre oscura e lasciano spazio al mondo fatato delle terre anfibie. Uno sbatter d’ali sembra uscire dall’acqua. • La caduta di Fetonte, affresco cinquecenteIn uno slancio selvaggio svanisce nel nulla sco presente nel Castello di Arquà Polesine inghiottito nell’oscurità misteriosa, che si nega alla vista. Rimane lo strepitio nell’aria umida che fa fremere chi lo ascolta, in una difensiva immobile. Avvolto da candide piume, Cicno riversa il suo triste gemito sulla corrente del fiume, la sua voce si affievolisce e diventa una sorta di canto per l’amico perito. Il cuore palpita all’udire la vita segreta del bosco. Le gocce d’acqua sospese nell’etere son lacrime sciolte, avvinghiate allo straziante dolore di lamenti brumosi che salgono dalle viscere di questa terra da sempre umida. Pian piano svaniscono nell’aria, asciugate dai primi raggi mattutini che amorevolmente portano tiepida consolazione.

    Memorie d’ambra è la rivisitazione di un antico mito, forse dimenticato nell’epoca moderna. La storia di Fetonte e della sua tragica morte sulle rive dell’Eridano rimandano al lontano passato quando la realtà veniva codificata attraverso elementi fantastici. I riferimenti all’ambra e al fiume Po collocano la narrazione in un luogo che per tradizione viene identificato con Crespino. In una dimensione temporale estesa, la memoria di un territorio diviene un recupero delle tracce di un vissuto antico, che diversamente andrebbe perduto. Inoltre, pone in continua relazione il presente ed il passato attivando un processo di ridefinizione di identità. Seguendo il corso del fiume, ancor oggi vi sono spazi in cui la natura predomina e ripropone scenari dal fascino autentico. In un tempo sospeso, ci si libera della modernità alienante e si torna in simbiosi con i ritmi essenziali degli elementi vitali.

  • I quarant’anni del Foto Club 85

    I quarant’anni del Foto Club 85

    Tra le mostre allestite nei primi mesi del 2025 nella sala della Pescheria Nuova di Rovigo, di notevole impatto ed apprezzamento si è configurata l’iniziativa “Un’altra fotografia” proposta dal “Foto Club 85” di Villanova del Ghebbo. Una mostra con immagini fotografiche tutt’altro che convenzionali, presentate da tredici fotografi aderenti al Club. Scatti che – a differenza di tradizionali proposte di “belle foto” – hanno inteso presentare una realtà inattesa: visioni colte dall’occhio del fotografo alla ricerca di nuovi ed originali significati della realtà che ci circonda. Il presidente Matteo Magarotto manifesta soddisfazione per l’ottima ricezione dell’iniziativa del Fotoclub 85, che con la mostra della Pescheria ha celebrato il 40° anniversario di attività.

    Come è stata accolta la mostra? chiediamo “L’impatto del pubblico – ci dice – è stato veramente notevole. A visitare la mostra sono passate più di 1720 persone. La stragrande maggioranza dei visitatori ha apprezzato l’esposizione, esprimendo commenti positivi e formulando elogi per tutti gli espositori. Fra l’altro c’è stata una coincidenza interessante, per cui tantissime persone, una volta uscite dalla mostra di Bresson, che al tempo era ancora attiva al Roverella, sono poi venute a visitare la nostra esposizione, manifestando apprezzamenti”. Dunque una bella festa per il 40°. Come si è evoluto nel tempo il Fotoclub? “Sicuramente una bella festa. Nel corso degli anni il Fotoclub ha manifestato una continua evoluzione con nuove entrate di soci, ma anche con varie uscite; insomma non è mancato il rinnovamento di soci ed idee. Il gruppo è nato nel 1985; io e Vittorino Zambello siamo i due cofondatori rimasti all’interno del Fotoclub. Oggi siamo in 26 soci, prima del COVID eravamo una quarantina. Ogni anno facciamo il corso di fotografie, svolgiamo i contest ogni tre mesi; da 35 anni partecipiamo al GIroFotoFile, ogni mese invitiamo un ospite.” In quanti hanno partecipato all’esposizione della Pescheria? “Alla mostra abbiamo partecipato in 16 presentando una scheda con la breve storia del socio e il significato della propria esposizione sintetizzata in un titolo. Io, Matteo Magarotto, ho presentato Immagini Industriali, Maurizio Braiato Another hard day, Marco Scappini Psycho, Manuel Bego Oggi come ieri, ieri come oggi, Emanuela Schiavo Oltre, Stefano Fontan Parallele, Vittorino Zambello Oltre lo Specchio, Sara Caraccio Autunno, Ermes Pizzardo Luoghi del lavoro in Polesine, Carlo Cascella L’orizzonte, Davide Meneghello Costruzione di una Mascareta, Alessio Cavaletto La strada e vita, Gabriele Trevisan Omaggio a Gabriele.”

    Ringraziando il presidente per le informazioni forniteci, ci rivolgiamo ora ad una espositrice, Sara Caraccio, attratti dalle sue suggestive immagini di foglie accartocciate, ricche delle affascinanti cromie tipiche dell’Autunno. Cosa la attrae nelle foglie autunnali? Chiediamo “Ogni volta che mi ritaglio del tempo per una passeggiata in campagna la mia attenzione ricade su ciò che mi circonda, l’autunno con le sue infinite sfumature di colori regala alle foglie ottime occasioni per essere fotografate. I loro colori, le forme e qualche raggio di sole che nonostante la stagione attraversa le nuvole creano il set perfetto per scattare”. Da quanto tempo aderisce al Fotoclub? Che stimoli ha trovato nell’associazione, e di cosa si occupa quotidianamente nella vita quando non è all’opera con la macchina fotografica?

    “Inizierei col dire che abito a San Bellino e faccio parte attivamente del mio paese come consigliere e Presidente della biblioteca comunale, ho la fortuna di fare un lavoro bellissimo, mi occupo di restauro di opere d’arte, quindi l’aspetto artistico, la ricerca dei dettagli e delle inquadrature è una po’ una deformazione professionale. Faccio parte del fotoclub dal 2020, quando per caso ho scoperto che vicino a casa c’era un gruppo di appassionati come me che impartivano corsi e incontri sulla fotografia. Ho iniziato come corsista e alcuni anni dopo sono entrata a fare parte del direttivo del Fotoclub. Una bella realtà che mi ha permesso di affinare alcune tecniche e soprattutto confrontarmi con veri appassionati e professionisti”. C’è qualche progetto all’orizzonte? “Sto lavorando ad un progetto personale, ovvero realizzare originali segnalibri con una serie di foto da me scattate, primo tra tutti con le foglie, fiori e nuvole, altra mia passione”. E perché no altre mostre? “Dopo la bellissima esperienza della mostra presso la Pescheria Nuova mi piacerebbe farne altre, devo trovare o sperimentare altre tematiche e soprattutto dedicare un po’ più di tempo a questa mia passione.

  • I magnifici scatti di Graziano Zanin

    I magnifici scatti di Graziano Zanin

    Passione, impegno e spirito di autentica condivisione hanno caratterizzato l’iniziativa svoltasi presso la sala civica del Comune di Boara Pisani nella serata del 21 febbraio 2025. Nel corso del partecipatissimo evento, è stato presentato il volume “Conco. Dal balcone al Balcone” di Graziano Zanin. La pubblicazione è • Graziano Zanin alla frutto dell’idea del suo autore di onopresentazione e, a rare un luogo di rara suggestione, fianco, la copertina scrigno di memorie storiche e beldel volume lezze naturali, regalando nel contempo ai lettori istanti di silenziosa contemplazione attraverso immagini fotografiche dal forte impatto emozionale: talune accompagnate dalle poetiche interpretazioni di scrittori del Polesine a suggellare il forte e animatore e operatore culturale che ha valiantico legame tra le due limitrofe realtà geocato i confini del suo territorio sia per le nugrafiche lambite dalle opposte rive dell’Adige. merose attività di insegnamento in vari La figura di Graziano Zanin, fondatore contesti, oltre a quello lavorativo, sia per i ridell’Associazione Culturale Athesis, – noto e levanti e numerosissimi incarichi presso Asapprezzatissimo artista in ambito nazionale, sociazioni e importanti Istituzioni – è stata efficacemente tratteggiata nelle pagine di questa Rivista (n. 48, Gennaio 2014) mediante un brillante e pregevole contributo della scrittrice Rosetta Menarello, la quale ha affiancato l’Autore nella realizzazione del libro. L’evento, organizzato tramite l’Associazione Culturale Athesis e CdG Athesis Museo Veneto Fotografia, è stato patrocinato dal Comune di Boara Pisani, rappresentato nell’occasione dal vicesindaco dottor Luca Pescarin il quale, dopo i saluti istitucorrispondente al comune zionali, ha elogiato l’artista di Lusiana Conco istituito Zanin per il suo incessante nel 2019 a seguito della fuapporto alla cultura e attisione dei due Comuni). vità nel territorio. Altro tema dominante è Briosamente condotta rappresentato dalla staticità dall’attuale presidente dell’osservatorio: il balcone dell’Associazione Culturale domestico metaforicaAthesis, Valentina Cavalmente assimilabile a un solaro, la serata è proseguita lido e confortevole fulcro di con la presentazione del affetti da cui, nell’assorta e progetto, dell’artista Grafelpata immobilità, cattuziano Zanin e degli scrittori rare gli umori del cielo e le e poeti polesani Flavia Alinfinite, mai uguali, esprestieri, Alberto Cristini, Ausioni del paesaggio. rora Gardin, Francesco Nelle immagini di Zanin Lanzoni, Rosetta Mena- “scivolano nuvole tra gli rello, Arnaldo Pavarin, Alspazi, sono polvere di latte, berta Silvestri Mampreso, magiche ombre e tessono Nuccia Venuto, Teresa Vansogni fra montuose cime, zini, Laura Viaro e Gramorbide armonie nei paesi ziano Zanin i quali hanno del silenzio, si arrendono tradotto con brevi e perso- • Celesti espressioni tormenti, inquietudini nali commenti le intime nell’attonita solennità del sensazioni ispirate dalle spettacolari istantamondo” (A.Gardin) e indugiano i colori dannee contenute nel libro. La proiezione delle zando su orizzonti d’emozioni” (G. Zanin) o, immagini sul grande schermo, accompaancora, “galleggiano eteree colline, velieri in gnata da una suadente musica d’atmosfera, rotta sul mare delle nuvole che il vento ha creato un’ambientazione immersiva nella spinge con respiro lieve” (R. Menarello). Fosala. tografie nelle quali si riflettono, con puntuale Ciò che caratterizza le varie sequenze, coalternanza, i mutevoli stati d’animo che acstituendone il leitmotiv, è senza dubbio l’unicompagnano le nostre giornate e che riconcità del soggetto ritratto, Il Balcone (così ducono all’intima consapevolezza dell’essere viene definito il territorio sito sul versante frammenti nell’incommensurabile tutto che meridionale dell’Altopiano dei Sette Comuni, ci circonda.

  • L’universo femminile di Montanari

    L’universo femminile di Montanari

    La sala Celio del Palazzo della Provincia di Rovigo ha ospitato, all’aprirsi della primavera, una interessante mostra del pittore Franco Montanari dedicata alle donne di ogni tempo e battezzata con l’azzeccato titolo: “L’altra metà del cielo” . Ventinove le opere in cui le donne sono presentate come autentiche testimoni, sacerdotesse del tempo, protagoniste di itinerari storici, narratrici di destini che le hanno rese immortali ed esemplari, abbigliate solo della loro femminilità. Il pennello dell’artista le ha materializzate dando loro un volto, un corpo, una movenza che ne ha sancito il fascino e la bellezza aleggiante in ciascuna con differente intensità.

    Ventinove donne, dunque, ventinove invenzioni che iniziano dalla Creatrice (Spirito creativo), la dea femmina che si contorce nello spasimo del parto cosmico e genera l’Universo. Una scelta originale e coraggiosa quella di Montanari che tributa alla donna l’onore di essere la Madre dell’ordine cosmico. La fecondità è quindi l’imprimatur che il pittore fissa nella sua Primavera fiorita e verdeggiante nella quale echeggiano reminiscenze botticelliane che l’Artista ripropone in diverse sue tele come omaggio alla femminilità di ogni epoca. La mostra si “legge” con nitida linearità per la purezza del segno che delinea le forme e si approfondisce nella plasticità che connota i dipinti. È questo forse il tratto distintivo del pittore rodigino che ha per molti anni ricoperto la carica di Presidente del Circolo delle Arti Decorative: crocevia di pittori e fotografi polesani che qui hanno trovato in molti casi un serio punto di riferimento artistico.

    Ragione e fantasia si compendiano nelle “creature” di Montanari divenendo piccoli tasselli contenenti i semi della cultura artistica che l’autore esibisce in molte delle sue tele, dove i riferimenti sono legati alla storia della pittura e ai pilastri della mitologia. E ciò appare evidente nei volti e nelle movenze del corpo che si fa acrobatico volteggio nello spazio: come in quello dedicato ad Andromeda incatenata e nel contempo “galleggiante” nel cielo; o nella “Nascita di Venere” dove il mare stesso diviene sciacquio che riporta ad invenzioni metafisiche. Il senso dedotto dal titolo si fa concretezza nei Kimono riprodotti con elegante dovizia di particolari e finezza cromatica che riproduce composizioni diverse. Donne che ci osservano da tele che sono divenute pagine da leggere con attenzione perché riportano a studi condotti dalla curiosità dell’Autore, come quella dedicata a Costanza Bonarelli, amante di Gian Lorenzo Bernini che per lei si macchiò di un’aggressione gravissima nei confronti del fratello divenuto suo rivale. A lei Montanari dedica una composizione nella quale campeggia il busto della donna ornato di fiori, simboli di bellezza accanto ai quali però sono presenti oggetti di ben diverso significato: un posacenere, alcune sigarette, un calice di liquore, una maschera, lussuriosi simboli di vite mondane. Nella mostra di Montanari non mancano le maternità: da quella modernissima raffigurante una giovane madre che si fa bella davanti allo specchio mentre allatta la sua bambina, a quella che ci riporta alla Vergine del Bellini alla quale il pittore dona un’aureola dorata per impreziosirne la sacralità. La prolifica produzione di questo Autore offre al visitatore una visione molto efficace che nulla pare dimenticare del mondodonna e attinge dalla classicità le sembianze della Nike di Samotracia che percorre le acque polesane tra pioppi e alghe sinuose. È il passato di Fetonte che torna per ricordare la nobile origine della terra benedetta dalle acque che poi conduce alla città di Rovigo raffigurata con il chiaro riferimento ai monumenti della città impreziositi dal tripudio delle rose che ne costituiscono il simbolo. Non poteva infine mancare un’opera che viene dal cuore: quella dedicata a Dolores, amatissima madre dell’Artista raffigurata con limpido realismo e un’aria regale, che sorride con sguardo rassicurante dall’ovale di una romantica cornice, quasi a porre un prezioso sigillo, solenne certezza di autenticità.

  • Hammershøi e i pittori del silenzio

    Hammershøi e i pittori del silenzio

    Vilhelm Hammershøi (Copenaghen, 1864-1916) è considerato il più celebre pittore danese del suo tempo. Dopo la recente riscoperta del famoso Maestro, avvenuta negli anni Novanta del secolo scorso, è di Palazzo Roverella il merito di offrire al grande pubblico la prima mostra italiana a lui dedicata. Curata da Paolo Bolpagni e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, l’esposizione è aperta al pubblico dal 21 febbraio al 29 giugno 2025. Hammershøi e i pittori del silenzio tra il Nord Europa e l’Italia è il titolo scelto per l’inedita retrospettiva: importanti capolavori provenienti da collezioni private e musei italiani e stranieri, selezionati dal curatore all’interno della rarefatta produzione del pittore, dialogano con dipinti di autori principalmente a lui coevi, di diverse provenienze geografiche, e che hanno fatto della poetica del silenzio una tematica artistica. Vilhelm Hammershøi nasce da una famiglia abbiente, che già all’età di otto anni gli permette di ricevere lezioni di disegno e pittura da precettori privati, e a soli quindici anni di frequentare la Reale Accademia di Belle Arti Danese, per poi concludere il percorso di formazione presso la Scuola di studio indipendente. Importanti riferimenti culturali per l’artista saranno inoltre le opere di pittura olandese del Seicento e della Scuola dell’Aja dell’Ottocento, ammirate durante i viaggi intrapresi nei Paesi Bassi a partire dal 1887 e dalle quali trarrà ispirazione per i suoi noti dipinti di interni: spazi chiusi, dai toni dimessi, con figure umane talvolta ivi presenti impegnate in attività silenziose.

    Con un allestimento studiato ad hoc, che richiama le modanature e i colori freddi dei contesti domestici dipinti dall’artista nei suoi quadri, il visitatore rivive le atmosfere nordiche da lui evocate: idealmente, varca l’uscio della sua casa – principalmente quella di Strandgade 30, che egli ama spesso citare nei titoli delle opere, e che fu da lui abitata a Copenaghen per buona parte della vita – alla scoperta di silenzi sapientemente dipinti. Caratteristici sono gli ambienti disadorni dal singolare stile minimalista e intimista, che comunicano una sensazione di solitudine, ma che lasciano presagire drammi nascosti. Di notevole importanza sono La porta bianca (Interno con vecchia stufa), il primissimo Interiør vuoto hammershøiano realizzato in villeggiatura a Lyngby in compagnia dello storico dell’arte Carl Madsen nel 1888, e Luce del sole nel salotto III del 1903, paradigmatico per la luce che attraversa la composizione, filtrata da una finestra celata al nostro sguardo. Al pari di uno scenografo, il maestro danese modifica a piacimento la disposizione degli oggetti d’arredamento che lo circondano e allestisce gli ambienti domestici che poi traduce in dipinto, talvolta abitandoli di figure solitarie colte in minime azioni quotidiane. Autore altresì di una ritrattistica non convenzionale, che rifiuta i dipinti su commissione, il pittore ritrae modelli che appartengono alla sola cerchia di famigliari e conoscenze: la sorella, la madre, la fidanzata divenuta poi moglie, gli amici o, al massimo, il figlio del suo principale mecenate e collezionista Alfred Bramsen. Il quadro Riposo del 1905, presentato dall’artista all’Esposizione Internazionale d’Arte di Roma nel 1911 e acquistato dal Musée d’Orsay nel 1996, vede come protagonista la moglie Ida, seduta di spalle, con i capelli raccolti e la nuca scoperta. Il museo parigino nel 1997 dedica poi al maestro un importante evento, che permette di rilanciare l’interesse internazionale per il pittore danese in epoca recente: negli anni, grandi mostre sono state ad esempio ospitate anche a Tokyo, New York, Londra, Monaco, Toronto, Barcellona e Cracovia, fino ad arrivare a Rovigo, che ha aperto la stagione espositiva primaverile 2025 con una prima nazionale.

    Parte integrante del progetto curatoriale è l’indagine del rapporto tra Hammershøi e il Belpaese, che il pittore visita in compagnia della moglie nel 1893, 1902-1903 e 1907: durante questi viaggi l’artista apprezza soprattutto la pittura dei Primitivi e del primo Quattrocento e, nel 1902, realizza l’unico dipinto italiano della sua produzione, Interno della chiesa di Santo Stefano Rotondo a Roma, presente al Roverella. L’artista, inoltre, partecipa alle Biennali di Venezia del 1903 e 1932 e all’Esposizione Internazionale d’Arte di Roma nel 1911: con la presenza della sua opera nel nostro Paese, il danese contribuirà a influenzare l’arte di autori italiani, come testimonia il confronto con i capolavori di Umberto Prencipe, Giuseppe Ar e Oscar Ghiglia. Altro filone di ricerca alla base del percorso di visita è il confronto stilistico e tematico con una selezione di artisti europei principalmente coevi, che al pari di Hammershøi si dedicano a una pittura basata sulle tematiche del silenzio e della solitudine. In una prima sezione si indaga il tema della veduta urbana deserta, le cui suggestioni pittoriche si ispirano agli scritti “Bruges, la morte” di Georges Rodenbach del 1892 e “Le città del silenzio” di Gabriele d’Annunzio del 1926: a titolo esemplificativo, città solitarie e notturni desolati compaiono nelle opere dei francesi Emile-René Ménard, Henri Duhem, Lucien Lévy-Dhrumer, Charles-Marie Dulac, Henri-Eugène Le Sidaner, Charles Lacoste, dei belgi Fernand Knopff, Georges Le Brun e William Degouve de Nuncques e degli italiani Mario de Maria, Domenico Baccarini, Giuseppe Ugonia. Nella seconda sezione, invece, protagonista è il paesaggio dell’anima: luoghi deserti o abitati da figure eteree solitarie del francese Alphonse Osbert, vedute malinconiche degli italiani Giulio Aristide Sartorio, Vittorio Grassi, Napoleone Parisani, Pio Bottoni, Enrico Coleman, scene notturne dell’italiano Mario Reviglione. Appendice al percorso di mostra è infine la sezione dedicata agli scatti di Andrés Gallego, fotografo spagnolo classe 1983, che qui ricrea le scenografie degli interni hammershøiani per poi fissarle con il mezzo fotografico. Così come Hammershøi si serviva del supporto della fotografia per dipingere le sue opere, altrettanto Gallego si lascia ispirare dai quadri del maestro per realizzare le proprie foto, a testimonianza di come il danese abbia lasciato una sua eredità culturale in epoca contemporanea. Visite tematiche rivolte agli adulti, laboratori domenicali pensati per i bambini, eventi dedicati alle famiglie e percorsi didattici ideati per le scuole sono le proposte di Palazzo Roverella: una ricca offerta di attività ed eventi volta a valorizzare la prima mostra italiana dedicata ad Hammershøi, con l’intento di celebrare il grande maestro danese e dare voce ai suoi silenzi magistralmente dipinti.

  • Poesie sull’aia

    Poesie sull’aia

    L’arte della poesia ha il potere di toccare le corde più profonde dell’animo umano: traduce le emozioni in parole, le sensazioni in versi, ma quando la natura è la fonte d’ispirazione, assume una bellezza ancor più straordinaria. In piena campagna, a Bornio di Villanova del Ghebbo, tra i filari dei vigneti, l’Azienda agricola “Ghirotto” da alcuni anni ospita poeti e appassionati di poesia. Il prossimo appuntamento è fissato per sabato 6 settembre 2025 alle ore 16.30. Si tratta del 10° Reading Poetico denominato “Poesie sull’Aia” che coniuga l’arte della poesia con la cultura del territorio, snodandosi in un viaggio tra parole, versi, musica e canto che, anche grazie alla magia del luogo, conduce il pubblico alla ricerca della luce, speranza e rinascita. L’iniziativa, curata da Michele Ghirotto e dalla sua famiglia, con il prezioso contributo del giornalista di Tele Modena Tito Taddei e dei molti collaboratori, è giunta alla decima edizione e si svolge nell’Aia rustica dell’antico palazzo padronale in via Colombara, 13. La partecipazione di poeti, cantanti e musicisti è sempre molto numerosa, con provenienze da varie regioni d’Italia, prevalentemente Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. I componimenti, declamati dagli autori e dai qualificati lettori, offrono al pubblico una panoramica variegata di stili, temi e sensibilità, spaziando dall’introspezione personale, alla riflessione sulla natura e sull’attualità. Michele Ghirotto, alla chitarra, si propone come interprete dei suoi brani, mentre gli amici musicisti e i cantanti forniscono un contributo di notevole valore all’iniziativa faÈ giunta alla decima edizione l’iniziativa del reading poetico che si svolge con successo presso l’azienda Ghirotto nella località Bornio vorendo il dialogo armonioso tra la parola e il suono. Anche la videopoesia trova spazio per un’esperienza multisensoriale, tant’è che ogni anno viene proposta in una specifica sezione. L’evento, nel corso degli anni, si è rivelato di grande successo, non solo per la partecipazione sempre più numerosa, ma soprattutto per la qualità delle composizioni che hanno saputo unire la bellezza della poesia con il fascino del tema via via proposto. Un susseguirsi di temi, dunque, di grande interesse come l’amore, i sentimenti, il benessere, la luce, la scienza e la tecnologia. Il sensibile aumento dei partecipanti, sottolinea l’importanza della cultura nel territorio che, ancora una volta, trova terreno fertile capace di coinvolgere e arricchire la comunità. Il titolo mette in risalto la cultura del territorio – afferma l’ideatore dell’evento Michele Ghirotto – favorisce riflessioni profonde e intime. È l’occasione per immergersi nella bellezza della natura, dei profumi dei frutti, del verbo poetico e di lasciarsi trasportare dall’energia solare che ciascuno custodisce nel proprio cuore. Il viaggio nella poesia che si svolge nella località di Bornio, ogni anno viene registrato nel portale del Veneto Legge, agli eventi che si tengono nella provincia di Rovigo alla sezione Riscaldamento. Il tema di quest’anno è: “La Poesia un intreccio di anime”. Sapientemente scelto dal curatore, vuole anche ricordare come numerose minacce rendano la bellezza dell’essere umano e della natura, fragile e vulnerabile. Occorre allora preservare il buono che ogni essere umano porta con sé, nella consapevolezza di come la custodia dei sentimenti sia intimamente legata all’anima poetica della nostra stessa esistenza. Durante il pomeriggio e la serata, i poeti emergenti e affermati condividono le loro opere, per un confronto di stili, prospettive ed esperienze. “Un attimo di pace” è il titolo del libro di poesie che ha pubblicato Michele Ghirotto nel 2024 è che sta presentando nelle biblioteche del Polesine, del padovano, ferrarese e modenese. Per ulteriori informazioni rivolgersi all’indirizzo e-mail: mghirottoeventi@gmail.com

  • Il giorno perfetto

    Il giorno perfetto

    TRAILER M.A.V.

    Stefano Caranti, nato a Imola (BO) il 07/07/1965 e residente a S. M. Maddalena (RO), è conosciuto ed apprezzato come poeta, videopoeta, videomaker e regista. Artista poliedrico, dal 2009 ha unito la sua passione per la poesia con le sue capacità informatiche, avventurandosi nella realizzazione di opere videopoetiche. Il suo obiettivo è di abbracciare e attirare un pubblico diversificato nel campo artisticopoetico, compreso il coinvolgimento delle scuole nel suo processo creativo. Alcune sue opere di videoarte, videopoesie e video storytelling d’autore sono state presentate a mostre e musei d’arte moderna e contemporanea. Hanno ottenuto riconoscimenti in Campidoglio, vincitrici del Poetry Video Art Festival a Istanbul in Turchia, proiettate in eventi cinematografici, trasmesse in podcast su emittenti radiofoniche e webradio, visualizzabili su piattaforme televisive e web-tv. Nel 2018 ha pubblicato la silloge di poesie e videopoesie “I custodi dell’aurora” introducendo contenuti multimediali direttamente dal libro tramite l’ausilio di qr-code dinamici aggiornabili da remoto. Le sue composizioni (poesie e haiku) sono state inserite e recensite in diverse antologie nazionali, internazionali e riviste, alcune opere tradotte in greco, spagnolo, serbo, inglese e turco. Dal 2019 è stato nominato segretario nazionale per l’Italia del movimento artisticopoetico “Poetas del Mundo” coordinando il progetto per la realizzazione dell’Inno Nazionale Italiano del movimento. A gennaio 2020 è Co-Fondatore di WikiPoesia. A luglio 2021 è Co-Fondatore del Movimento Artistico Videopoetico (M.A.V.) ufficialmente presente sull’enciclopedia italiana della Treccani con la pubblicazione di 3 neologismi. Dal 2023 partecipa a stimolanti laboratori del centro operativo di cinema e televisione coordinati dal direttore e regista Ferdinando De Laurentis, con la realizzazione anche di format televisivi e radiofonici artistico-poetici sperimentali e innovativi. Nel 2024 dopo il video storytelling sul poeta e artista “Tito Balestra” realizzato in collaborazione con la fondazione Tito Balestra e “Donne fatali tra Medioevo e Rinascimento” in collaborazione con Andrea Antonioli, realizza lo storytelling “Paolo e Francesca, amanti per l’eternità” un progetto multidisciplinare nel quale è inserita anche la videopoesia “Paolo e Francesca all’altare dell’infinito” creata dal testo di Maria Gabriella Conti. Tra i vari siti realizzati e gestiti da Stefano Caranti, segnaliamo in particolare: www.inuoviorizzonti.it (lo storico sito tra poesia, videoarte e scienza attivo da oltre 24 anni.

    IL GIORNO PERFETTO

    Ho cercato un senso in questo spazio disgiunto tra miliardi di vite che si accendono e si spengono nella corsa, frenetica, al tempo infinito.

    Non siamo immortali.

    Sarà un giorno perfetto quando vedremo i prepotenti dalla terra cadere ad uno a uno e senza invocar titani o dei possenti innalzeremo all’unisono quel canto di un popolo che acclama la propria dignità per rinsaldare il tempo infranto e perso a rincorrere chimere.

    NOI

    Èquesto il nostro tempo di tendere la mano e volgere lo sguardo verso l’oltre. Chiudo gli occhi per ascoltare questo mio respiro primordiale, quel battito che colma di speranza la mia vita. Ed ora sono un sarto che cuce le ferite e questo è il metro mio,

    Siamo ancora umani.

    Sarà un giorno perfetto quando non vivremo più in terre di mezzo e quella macchina del tempo tanto ambita per ricercare la nostra identità o scovare lontani pianeti della vita non ci servirà più.

    Un luogo dove la materia è luce.

    Sarà un giorno perfetto quando il caos trasformato in fresca luna al decadere di ipocriti pensieri assumerà una forma nuova per non sentirsi soli, riordinato nell’istante immenso da un battito di un cuore all’universo.

    con l’ago che risana la voglia, bramosa, di rivedere la felicità. Questo per me sarà tra risa e pianto, nel tremolio che prende la mia voce, il più bel dono che il tempo terreno mi può dare. Svestirmi dall’io per abbracciare il Noi.

    COME VORREI

    Vorrei uno spazio dove raccogliere, deformando le linee di forza, ogni minuta lacrima in una ciotola d’ametista, per trasformare ogni dolore in speranza.

    Vorrei splendidi soli, coltivarne i raggi per disgelare l’anima, riaccendere gioie come pietre preziose tra sorrisi spenti e una falce di luna a far da mietitrice d’inappagati desideri.

    Vorrei solo una carezza, vera, per allietare questo nostro viaggio, mutare come una farfalla lontano da ipocondriache illusioni e migrare verso il nobile coraggio di segnare nelle profondità del cielo le nostre linee di pace e tracce di passione.

    OLTRE IL CONFINE

    Siamo stati istanti preziosi di coraggio per vedere oltre il confine della vita, tra le follie di un mondo, prigionieri. Siamo ora nel viaggio del ricordo dei caduti e audaci combattenti, di un tempo che s’inchina a gesta anonime d’onore. Portate la voce nostra, il canto ed il respiro, le fatiche, nell’alito di vento e sentirete un brivido, insieme, ancora uniti, in quel volo che si chiama libertà.

    Vorrei unirle lassù, senza paura alcuna, assieme alle nostre speranze per costruire un sogno, ridisegnare l’uomo con in viso un sorriso fino a danzare dove il tempo s’inchina nell’abbraccio etereo di un silenzio.

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