Il dossier dell’associazione lendinarese Amici della Musica “Club G. Verdi” ha ormai lo spessore di un libro. Il sodalizio, nato nel non lontano 1986, è partito fin dal suo esordio con il piede giusto, mettendosi in evidenza come una delle associazioni culturali più vivaci ed attive del Polesine nel settore della fruizione degli spettacoli lirici.
Ogni anno infatti il Club “G. Verdi” organizza per i propri soci – giunti ormai alla ragguardevole cifra di 150 – una serie di occasioni per raggiungere i più qualificati teatri dell’alta Italia (dal regio di Parma, alla Scala di Milano, all’Arena di Verona, al Sociale di Rovigo, alla Fenice di Venezia, ed altri ancora) al fine di permettere ad iscritti e simpatizzanti di godere le emozioni del bel canto.
L’associazione, attualmente presieduta dal rag. Ermanno Borile, gode di una consistente coesione tra i soci, che trovano modo di affiatarsi non solo nelle trasferte in pullman per la destinazione delle rassegne operistiche, ma anche nell’organizzare alcune importanti manifestazioni a Lendinara: dalla tradizionale “Serata della Lirica” nel contesto del Settembre Lendinarese, all’annuale Assemblea sociale di Novembre, alla consolidata manifestazione di primavera presso il palazzo Boldrin, fino alla “Giornata del Socio”, che si svolge in Giugno presso il Convento dei Cappuccini di Lendinara.
Un’attività quella degli Amici della Musica che dunque si caratterizza positivamente per la continuità e la serietà di intenti, grazie all’impegno assiduo del gruppo dirigente, che programma con largo anticipo i propri interventi e le prenotazioni ai vari spettacoli musicali. E quest’anno il Club lendinarese ha voluto aggiungere un ulteriore importante tassello alla propria lodevole azione: una “Giornata Speciale” con Renata Tebaldi, una delle più belle voci del canto italiano del dopoguerra.
L’incontro con la celebre soprano è stato veramente memorabile, anche per il calore che l’artista ha saputo infondere e il significato di rimpatrio che la giornata ha assunto: il 23 Maggio 1944 (giusto cinquant’anni prima della “Giornata Speciale” svoltasi il 18 Maggio scorso), Renata Tebaldi, nelle vesti di Elena, protagonista del Mefistofele di Arrigo Boito, faceva infatti il suo fortunato debutto nel mondo della lirica, presso il Teatro Sociale di Rovigo.
In quell’occasione il Coro del Sociale era diretto da Amelio Rigolin, allora giovane maestro esordiente, mentre era direttore artistico Dino Stefani, che ora vive a Belluno. Commovente l’incontro della Tebaldi con questi due sostenitori polesani del bel canto, che hanno voluto essere presenti alla manifestazione per rinsaldare i vincoli di una stima reciproca, ricordando i primi successi agli albori delle rispettive carriere.
Grazie agli Amici della Musica, Renata Tebaldi è stata accolta in Polesine, con calore ed ammirazione non solo dagli amanti della lirica, ma anche dalle autorità civili e dall’abate del Santuario del Pilastrello, ove la soprano ha voluto recarsi per ringraziare, come cinquant’anni prima, la Madonna di Lendinara, per il raggiungimento dei propri obiettivi.
È stata questa un’occasione che ha fatto risaltare positivamente l’azione del Club “G. Verdi”, che nel corso degli anni si è più volte posto all’attenzione per apprezzamenti e riconoscimenti venuti ben oltre i confini della provincia: da ricordare ad esempio la trasferta in Lendinara del prestigioso “Club dei 27” di Parma, e, in tempi recenti, l’inserimento di due consiglieri del club lendinarese (Franca Gasparetto e Ginetta Zocca) negli organismi dirigenti dell’U.N.C.A.L.M.
Per il ’95 – ci conferma il presidente Borile – l’attività associativa seguirà le orme degli anni scorsi, contando di ripetere la “Giornata Speciale” con un nome di grande prestigio. Per il prossimo anno inoltre il presidente esprime una speranza, ma nel contempo ribadisce il permanere di un cruccio: quest’ultimo è relativo all’inagibilità del teatro Ballarin per il cui restauro si prevedono tempi ancora quanto mai lunghi. La speranza è invece legata alla concessione di una sede da parte del Comune presso il palazzo Perolari, ove sono ubicate anche altre associazioni musicali, quali la Banda e l’Istituto Musicale. “In caso di mancato adempimento di questa attesa – afferma Borile – saremmo costretti a valutare l’ipotesi di trasferirci in un altro comune polesano che sta dimostrando molto interesse per l’attività che stiamo svolgendo”.
Non c’è stato numero di questa rivista in cui non si sia dato spazio ad argomenti di carattere archeologico, trattando di ricerche, scavi, ritrovamenti e raccolte museali presenti in varie località della provincia con funzione didattico-conoscitiva delle origini storico-etnografiche e dell’evoluzione ambientale del Polesine. Si è scoperto, così, che gli appassionati in questo settore sono numerosi e davvero interessati. È infatti veramente entusiasmante la scoperta di un sito archeologico “gelosamente” custodito fra gli strati torbosi del nostro sottosuolo. La stessa gioia di chi trova un tesoro. E non sono forse autentici tesori un bulino, una tegola, un’anfora, un semplice frammento di ceramica antica? Quale maggior profitto del poter ricostruire la nostra storia, del conoscere chi utilizzò i nostri fiumi sepolti, chi ingegnosamente vinse le ostilità del luogo, modellò la nostra terra e forgiò metalli in molteplici forme, seminò i nostri campi umidi, sicché possiamo dire di essere anche noi del Polesine documento prezioso dell’antica storia d’Italia.
Ne è testimone l’abbondantissimo e pregevolissimo materiale rinvenuto, dapprima casualmente, un po’ ovunque, in terreni arativi o di scasso per nuove strade o sistemazioni idrauliche. A dare un forte contributo alla ricerca e all’interpretazione logica dei reperti nell’ampia successione storica provvede un’importante associazione archeologica di Rovigo, il C.P.S.S.A.E. (Centro Polesano di Studi Storici, Archeologici ed Etnografici), costituitosi nel lontano dicembre del 1964, sotto la tutela della Soprintendenza Archeologica del Veneto, per volontà di quattro soci fondatori: il dott. Giambattista Siviero, il dott. Agostino Veronese, il Cavaliere Amorino Gottardo (ora scomparsi) e il rag. Gian Franco Bellintani, tuttora instancabile segretario del C.P.S.S.A.E.. Nonostante l’età avanzata, egli opera da volontario nell’angusto ufficio, né il tempo ha scalfito l’antica passione trasferita al figlio Paolo, dottore in archeologia e docente all’Università di Verona nella facoltà di lettere dove, come cultore di materia, insegna presso il Corso di Studi Archeologici “Metodologia della ricerca archeologica”, curando nel contempo gli studi e la ricerca nella realtà polesana.
In trent’anni di intensissima attività questa Associazione ha fatto del Polesine un centro di studi internazionali, cui guardano con grande interesse archeologi di tutto il mondo.
È vero, esisteva già il Museo Archeologico Nazionale di Adria che raccoglieva quanto era stato reperito da studiosi illustri quali, ad esempio, F.A. Bocchi, la cui famiglia fin dal Settecento aveva collezionato reperti dall’antico abitato di Adria, i Silvestri di Rovigo, che avevano riconosciuto nel paleoalveo passante per Rovigo, Sarzano, Mardimago la diramazione della Filistina; Alessio De Bon, convincente cartografo di morfologie fossili.
Ma se oggi tutto il Polesine, dall’Alto, al Medio, al Basso può essere considerato un enorme cantiere di scavi archeologici, ciò è dovuto proprio al C.P.S.S.A.E., al quale si ascrivono scoperte sensazionali nelle zone di Castelnovo Bariano, Canàr di S. Pietro in Polesine, Torretta sul Tartaro, Fratta Polesine, per citare le più ricche di memoria. Dato il vasto territorio interessato alle indagini, sono sorte tre sezioni del C.P.S.S.A.E. allo scopo di dare maggior impulso alle ricerche e alle prospere iniziative locali: il Gruppo Archeologico della traspadana ferrarese a Castelnovo Bariano, il Gruppo Archeologico “A. Bocchi” ad Adria, l’Associazione Amici del Museo a Rovigo, e ultimamente la sezione Subacquei “Padus Archeo Sub”.
Risale al 1974 la sezione di Castelnovo Bariano dove successivamente venne aperto un Museo, grazie ai felici risultati nelle ricerche, eccezionali per la molteplicità delle scoperte e la enorme quantità di materiale rinvenuto nei sei siti di varia importanza dell’antica età del Bronzo.
Una palafitta fu portata alla luce a Canàr di S. Pietro Polesine, dove la Soprintendenza Archeologica del Veneto ha continuato l’indagine quasi ogni anno in collaborazione con l’Università di Padova, Londra e Lanchester (Progetto “Alto-Medio Polesine” di survey archeologico di superficie). A Torretta Veneta sul Tartaro, ai confini tra Rovigo e Verona, nell”80 furono recuperati 5600 pezzi di ceramica padano-veneta, di metallo e altri materiali medioevali-rinascimentali in una torre con base in marmo rosso, durante la ristrutturazione degli argini del Tartaro.
“È un fiore all’occhiello”, afferma con orgoglio il segretario Bellintani, “e ha rappresentato un grosso contributo per l’Associazione”. Ne è seguita una mostra itinerante a Verona, Ferrara, Bologna, Padova, Bassano del Grappa, Rovigo, ed ora quei gioielli fanno parte del Museo Civico di Castelnovo Bariano, in accordo con la Soprintendenza ai Beni Storici e Archeologici per il Veneto.
Un altro prezioso sito archeologico è Adria: tutto quanto è stato scoperto recentemente è conservato nel locale Museo Archeologico Nazionale; si tratta di parte di corredi funebri reperiti nelle numerosissime necropoli individuate attorno all’abitato adriese con il contributo del Gruppo Archeologico “A. Bocchi”. In questa zona sono attuati due tipi di scavo: lo scavo abitativo, che interessa l’archeologia urbana ed è il più difficile, essendo l’abitato antico ricoperto da quello attuale, e lo scavo di necropoli, le quali si trovano sotto i campi agricoli, e si riferiscono ai periodi protostorico e romano del Polesine.
Le più recenti necropoli di rilievo, scoperte dal Gruppo adriese, in seguito ai tracciati per una nuova strada e un metanodotto, sono nei siti di Via Spolverin. Si tratta di ritrovamenti particolarmente interessanti, se si considera che solo in una tomba sono stati recuperati 130 oggetti conservati in grandi cassoni di legno, di cui sono rimaste ovviamente solo tracce; un altro è stato individuato a Ca’ Cima, dove in tombe a doglio, chiaramente greche per la sepoltura ad incinerazione, le urne cinerarie sono conservate insieme ad oggetti per la maggior parte dentro a pithos, enormi vasi di terracotta. Qui la benna di una gru ha dissotterrato una mezza kylyx, una coppa su cui era raffigurato il mostro di Argo.
Con programmate ricerche di superficie secondo il moderno metodo survey archeologico, il C.P.S.S.A.E. di Rovigo ha individuato siti importanti in numerosissime località del Polesine, tra cui di rilevante interesse è sicuramente l’abitato protovillanoviano di Frattesina di Fratta Polesine, rivelatasi uno dei giacimenti italiani più importanti dell’epoca.
La presenza etrusca, già nota ad Adria, è stata localizzata anche a Balone, fra Grignano ed Arquà Polesine, in una necropoli di notevole rilievo per la documentazione relativa alla media e tarda età del Ferro.
Ancora un abitato protostorico a Mariconda di Melara e uno protoveneto a Villamarzana, mentre insediamenti dell’età romana sono stati riconosciuti un po’ ovunque: una tomba romana a Bergantino, alcune a incinerazione a Salvaterra di Badia Polesine e a Polesella, una a inumazione a Guarda Veneta. Materiale sempre romano è stato poi recuperato intorno a Lendinara con lapidi epigrafiche, una di queste anche al mercato ortofrutticolo di Rovigo e a Fenil del Turco (Rovigo). Tracce di abitato sono state individuate anche a San Martino di Venezze, a Sarzano (Rovigo), San Bellino, Castelguglielmo.
A conferma del passaggio sul nostro territorio di popolazioni barbariche a Chiunsano, tra Ficarolo e Gaiba, nel 1992 durante la III campagna di scavo diretta dal prof. Hermann Busin dell’università di Bochum, è stato portato alla luce un corredo funebre di estrema importanza consistito in gioielli individuati nella tomba di una nobildonna gotica.
Il periodo Medioevale-Rinascimentale è stato ampiamente documentato con vari ritrovamenti ceramici, oltre a quelli di Torretta, a Frassinelle, Villanova del Ghebbo e a Rovigo. E l’elenco potrebbe continuare.
Le ricerche archeologiche dirette e coordinate dal direttore del Museo Civico delle Civiltà in Polesine di Rovigo, il dott. Raffaele Peretto, profondo conoscitore del nostro territorio nonché cultore della romanità antica, effettuate con l’ausilio di foto aeree, hanno consentito la definizione del popolamento in età romana in alcune aree con la documentazione di infrastrutture produttive e di una fitta rete fluviale e stradale. Così, grazie a questi studi, sappiamo che, ad esempio, la villa di S. Basilio, il sito archeologico di maggior interesse del Basso Polesine, dopo la costruzione della via Popillia nel 132 a.Cr. rappresentò un fondamentale nodo stradale sulla direttrice costiera nord adriatica, pur conservando la funzione di approdo portuale fino agli albori dell’Alto Medioevo per i numerosi canali endolagunari. La chiesa romanica allora costruita, infatti, non a caso si affaccia sulla vecchia via Romea¹.
Sempre tramite le foto aeree e il lavoro del G.A.V., Gruppo Archeologico di Villadose, nell’area di Villadose è stata riconosciuta una estesa centuriazione romana con chiara individuazione del decumano massimo e della caratteristica suddivisione in centurie dell’agro adriese compreso tra due rami della Filistina, che ne condizionarono l’impostazione, estesa paleograficamente fino ai margini della laguna di Chioggia. Le alluvioni dell’Adige nell’Alto Medioevo impaludarono questo territorio in cui sono stati documentati insediamenti anche dell’età del Bronzo².
Il dott. Paolo Bellintani osserva, paradossalmente, che nel passato solo talvolta, e cioè con l’impaludamento nelle epoche medioevali, il Polesine fu isolato nel modo in cui oggi forse economicamente e culturalmente si trova. Infatti, le documentazioni e gli studi confermano che “il Polesine antico, dalla protostoria all’età romana, è stato uno dei principali protagonisti della mediazione culturale e commerciale, che l’area alto adriatica ha esercitato per 2500 anni tra l’Europa e l’Oriente mediterraneo: si pensi a Frattesina, Adria, Spina, Aquileia, Ravenna e Venezia”. Pertanto, il Polesine moderno deve conservare le sue acque “fino a ieri viste come limite allo sviluppo economico e sociale, per diventare una delle poche prospettive di crescita economica”*.
NOTE:
¹ Cfr. “Padusa – Notiziario del C.P.S.S.A.E., I Quadrimestre 1994, di Simonetta Bonomi, “Indagini Archeologiche nella chiesa di S. Basilio”.
² Cfr. “Atria” (1989), “I territorio paleoambientali” p. XLV.
³ Cfr. Paolo Bellintani in “Chi è che cosa vuole il C.P.S.S.A.E.”, “Il Museo Civico di Rovigo e altri Musei polesani: proposto di una struttura consorziale”, p. 3.
* Sul prossimo numero parleremo delle più recenti iniziative del C.I.P.S.S.A.E. e dei nuovi progetti dell’associazione.
L’aveva detto da tanto tempo: mi piacerebbe tornare in Polesine, visitare con calma il Delta. Ma più passa il tempo e più gli impegni crescono.
Quand’ecco si inserisce un elemento nuovo, il Rifugio Parco Delta del Po di Gorino Sullam, struttura ricettiva tutta particolare, con un tipo di ospitalità stimolante. È la miccia che riaccende l’interesse e sblocca il risultato. La Dr.ssa Fulvia Fogagnolo Fabiani, segretario generale del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, decide finalmente di tornare al suo Polesine, nel modo più bello: con la famiglia, assolutamente in forma privata, volendo godere dei ritmi e delle scoperte che una vacanza di questo tipo può riservare, gustando la gioia autentica di un rapporto amichevole.
In questo clima privato, si inserisce – unica eccezione (e per questo vero e proprio scoop!) – l’intervista del direttore della nostra rivista, percorsa da cima a fondo da una tensione indirizzata al collegamento della realtà locale con problematiche culturali di ampio respiro.
Lei è nata in Polesine. Perdoni questa domanda subito un po’ intima: come vive il rapporto con Sua terra d’origine?
Con nostalgia, quando ne sono lontana, ma con un senso di disagio quando ritorno, poiché non ritrovo più la città, quella città, che ho lasciato, le persone che ho conosciuto e le memorie della mia infanzia e adolescenza.
L’alta funzione ricoperta Le dà modo di intessere rapporti a livello nazionale e internazionale, di conoscere operatori e valutare situazioni. C’è spazio secondo Lei per una “Immagine Polesine” e per cosa si potrebbe caratterizzare?
Ritengo che le iniziative intraprese per il rilancio del territorio, anche e soprattutto per l’entusiasmo e la capacità degli operatori che attualmente si interessano al rilancio del Polesine, possano proficuamente pubblicizzare l’immagine di una così particolare tipologia ambientale naturalistica legata al grande fiume che ne governa e ne condiziona la vita.
Perseguendo nella attuale politica di valorizzazione e salvaguardia (non di protezionismo, che non è una risposta culturale) e allargando il circuito di conoscenza – che è diventata oggi il capitale raele delle economie sviluppate e che vieppiù andrà incrementandosi con lo sviluppo della tecnologia dell’informazione – l’immagine del Polesine riceverà un sicuro beneficio. È ipotizzabile una sempre maggiore attenzione anche da parte di coloro che, fino ad oggi, hanno inteso il turismo “veneto” ristretto alle sole città d’arte tradizionalmente note e alle rituali bellezze paesaggistiche. Si è troppo a lungo trascurato un così tipico “enclave” che ha l’inconveniente di non essere facilmente raggiungibile e di non trovarsi sulle normali rotte del turismo tradizionale.
Sarebbe necessario, pertanto, che l’immagine Polesine, pur conservando le connotazioni storico-geografico che da sempre la caratterizzano, venisse inserita nel “lancio promozionale” del turismo regionale, sensibilizzando opportunamente istituzioni e operatori pubblici che hanno mezzi e strumenti per attuarlo.
C’è qualcosa in particolare che le nostre Istituzioni potrebbero fare per valorizzare il territorio, magari agganciandosi alla politica portata avanti dall’attuale dirigenza del Ministero dei Beni Culturali?
Dovrebbe essere interesse primario delle istituzioni valorizzare i loro “beni”, essendosi ormai da tempo formata e consolidata una tendenza allo “sfruttamento” del patrimonio culturale, inteso come sviluppo economico, capace di creare reddito, impresa, occupazione, nuove professionalità. Ci sono nel paese numerose iniziative mirate alla conoscenza e conservazione del patrimonio storico artistico culturale, perseguite con tecniche moderne, tecniche scientifiche che presuppongono un approccio ampiamente interdisciplinare, con la partecipazione di tecnici e studiosi, ognuna con la propria specificità e l’azione congiunta di enti pubblici e di altri Centri impegnati nel restauro, quali l’ENEA e il CNR.
È stato recentemente siglato un accordo di programma tra il Ministero per l’Università e la Ricerca Scientifica e quello di Beni Culturali per sviluppare e coordinare la ricerca nel settore del patrimonio culturale e favorire la formazione del personale scientifico e tecnico.
D’altronde, l’accresciuto interesse verso questo settore sta determinando anche un cospicuo aumento dell’impegno finanziario, a livello nazionale e internazionale, per sviluppare ricerca, metodologia e prodotti atti a rendere sempre più efficienti gli interventi nel campo della conservazione e della salvaguardia.
In questo processo hanno un ruolo fondamentale anche le aziende, convinte che l’arte stimoli lo sviluppo economico, che abbia un effetto moltiplicatore e influenzi tutta la comunità. Questo nuovo approccio pratico verso il patrimonio storico culturale da parte sia del pubblico che delle aziende da alcuni viene riconosciuto come un “megatrend”.
Non vorrei trasformare l’intervista in una consulenza mascherata, anche se la nostra provincia ne avrebbe estremo bisogno. Ci spostiamo quindi su di un piano più generale. Lei sa che la nostra cooperativa “Turismo e Cultura”, editrice tra l’altro della rivista, si occupa di animazione culturale e ambientale, di valorizzazione e di fruizione di musei, monumenti, ambienti. Pensa che la politica ministeriale possa muoversi con più decisione nella direzione di una maggiore integrazione tra pubblico e privato, tra istituzione titolare dei Beni e imprenditoria privata, specie cooperativa, per la gestione e la fruizione dei Beni stessi? Esempi in tal senso stanno emergendo in varie parti d’Italia, mi pare. Non potrebbero, attraverso questo strumento, essere superate difficoltà a livello di disponibilità di personale e della relativa formazione?
Premesso quanto osservato, ritengo rammentare la recente disciplina innovativa nella fruizione, anche a livello economico, dei beni culturali che discende dalla “legge Ronchey”, la legge corredata dal Regolamento e da un tariffario, prevede la collaborazione dei privati nella gestione del patrimonio e l’affidamento a cooperative di alcuni servizi aggiuntivi da attivarsi presso Musei e aree archeologiche’.
Spetta al privato, alla cooperativa, ai gruppi di volontariato proporsi offrendo un “pacchetto” di iniziative che dovranno essere valutate e opportunamente indirizzate.
L’obiettivo è quello di far decollare “l’azienda turismo” come una vera e propria industria, realizzare un grande progetto per il turismo italiano, di forte coesione fra tutti gli operatori interessanti, per dar vita ad un sistema costruito con una mentalità imprenditoriale fino ad ora, a detta di molti, clamorosamente mancata.
Una domanda che Le avranno fatto molto spesso forse: è in grado l’Italia di gestire degnamente il sempre più ingente patrimonio culturale? E che cosa sarebbe necessario per migliorare l’attuale situazione?
La domanda non mi è stata rivolta molto spesso, ma io stessa me la sono posta. Non è facile rispondere – non è facile prevedere quale sviluppo potrà avere nell’immediato la conservazione e la salvaguardia del nostro patrimonio, essendo lo stesso di tale vastità e interesse e capillare distribuzione da pretendere un’opera assidua e costante, che sicuramente c’è; mezzi e risorse finanziarie invece fino ad ora non ci sono state dato il modesto “budget” assegnato al nostro Ministero, come noto, assolutamente insufficiente.
Un’operazione tuttavia, di grande rilievo, culturale e scientifico è stata intrapresa per la conoscenza del patrimonio, la cosiddetta “operazione emergenza” che prevede una attività di censimento, precatalogazione e, ove possibile, catalogazione scientifica della consistenza patrimoniale nazionale, inizialmente indirizzata soprattutto alle opere “a rischio”, cioè alle opere di arte mobili conservate in luoghi non protetti a sufficienza (pubblici o privati) che potrebbero diventare oggetto di furti e, soprattutto, di esportazione clandestina, anche in vista della ormai avvenuta libera circolazione delle merci in ambito europeo.
In questa attività sono impegnate tutte le strutture del Ministero, a livello nazionale, coadiuvate da un gruppo di lavoro a livello centrale che ne coordina le attività; si prevede che le schede utilizzate per la ricognizione sul territorio, contenenti i dati di riferimento (storico-artistici, logistici e “sanitari”) vengano informatizzate per essere raccolte nel Catalogo unico delle opere d’arte.
Penso ai nostri musei statali: quello di Adria, quello istituendo di Fratta Polesine, ambedue archeologi, completati dal Museo Civico di Rovigo e da altre raccolte sparse in vari Enti. Emerge un “Polesine archeologico” di notevole spessore. Ha speciali raccomandazioni da indirizzare ai nostri amministratori per agevolare la nascita di un eventuale “sistema museale”?
Esiste, fra le iniziative messe in essere dall’Ufficio Centrale per i Beni AAAA e S., anche quello di un “sistema museale nazionale”, pubblicizzato in apposite conferenze, fatte oggetto di discussioni e di dibattiti e portato alla conoscenza della periferia con apposita circolare.
Alle Soprintendenze competenti per materia e per territorio, pertanto, si potrà richiedere di essere al riguardo informati.
Ritorniamo al personale. Qualche tempo fa la rivista “Capital”, nell’ambito di un servizio sulle donne manager nella Pubblica Amministrazione in Italia, Le assegnò la copertina. Per una donna così impegnata quanto incide il lavoro sulla vita privata?
Spero di essere riuscita a fare bene l’uno e l’altro con soddisfazione di tutti!
Ricordiamo che in questa rubrica viene data notizia dei volumi pubblicati, espressamente inviatici in redazione. Non vi è pertanto alcuna pretesa di esaurire il panorama dell’editoria della nostra provincia; ciononostante non possiamo non sottolineare con compiacimento il costante arricchimento del patrimonio sul nostro territorio.
Ottorino Turolla: “A t’t’i to tuti ti, a t’t’i to!”, Taglio di Po, Arti Grafiche Diemme, 1993.
Il significato dell’arcano titolo è il seguente: “Te li prendi tutti tu, te li prendi!”. Si tratta del secondo volume del dizionario della parlata arianese, dedicato pertanto alla lettera “B”, che l’autore ha realizzato attenendosi a fonti unicamente orali, raccolte quindi dalla viva voce di amici o interlocutori vari della zona di Ariano. Il testo, che supera le 200 pagine, presenta, accanto alla spiegazione in lingua italiana dei vari vocaboli, anche molti modi di dire e comparazioni con termini di altri dialetti dell’alta Italia. L’opera complessiva si configura pertanto di indiscutibile rilievo; uno sforzo consistente finalizzato, come avverte l’autore nella presentazione del testo, a raccogliere le voci del luogo, tanto ricche di sfumature e colore, perché non vadano perdute. L’autore avverte pure che ha già in serbo il materiale elaborato per quasi tutte le lettere dell’alfabeto, e che la pubblicazione dei prossimi attesi volumi potrebbe essere accelerata – lo auspichiamo vivamente – dal reperimento dei fondi necessari.
“Badia Polesine, contributo per la conoscenza della città”, Biblioteca Civica G.G. Bronziero, 1993.
Elegante nella veste grafica e denso di contenuti, finalmente ha visto la luce – a cura della Biblioteca Civica G.G. Bronziero – il volume guida per la conoscenza della città”. Corredato di foto molto significative, il testo è una guida valida per chi vuole conoscere il capoluogo altopolesano dalle sue radici storico-culturali ai giorni nostri.
Il tema del territorio e la ricostruzione storico-umana del luogo è stato felicemente delineato da Camillo Corrain, le evidenze archeologiche sono state trattate con rigore scientifico da Enrico Zerbinati. Architettura e urbanistica e i badiesi da ricordare sono stati affidati alla penna sapiente di Ivan Tardivello. Eccellenti le note storiche di Adriano Mazzetti e Giampaolo Romanato. Nostalgica e commossa la penna di Ferruccio Zapponi. Rigoroso l’apporto di Bruno Rigabello, G.B. Siviera, Rita Negri Carugini, Vielmo Duò e Leonardo Salvadori. (G.G.)
Paolo Tiribello: “Girasoli Andalusi”, Rovigo, 1994.
L’autore, apprezzato nella nostra provincia anche per la sua attività artistica nel campo della pittura, ripercorre con questa sua opera poetica un itinerario in cui la realtà esterna e la voce del cuore si fondono in versi di autentica suggestione lirica. Grazie all’uso sapiente della metafora, prendono vita immagini luminose e di grande fascino, evitando momenti di compianto, per ricercare nella poesia motivi di speranza e di amore.
“Proverbi Rosolinesi” a cura del Centro Studi Rosolinese, 1993.
Il volume, frutto della ricerca di vari gruppi locali, che si sono avvalsi della viva voce di alcuni attendibili informatori, per lo più anziani del paese, presenta 263 proverbi locali. Le massime, suddivise per argomento, sono presentate dapprima in dialetto originario e successivamente tradotte in italiano e in tedesco, rivolgendosi in tal modo anche ai turisti di lingua germanica, interessati a conoscere più approfonditamente usi e tradizioni della nostra provincia. La raccolta, che ha visto la luce grazie al contributo del Comune di Rosolina e della locale A.P.T., non deve considerarsi conclusa. Si prevede infatti una seconda edizione, alla cui redazione i lettori possono contribuire inviando le massime di loro conoscenza.
Natale Chinaglia: “Corpo bandistico città di Lendinara. Compendio storico”, Tipografia Lendinarese 1994.
Un filo ininterrotto unisce l’attuale “Corpo Bandistico Città di Lendinara” con la “Società Filarmonica” creata alla metà del secolo scorso, che diede vita per la prima volta a Lendinara ad un complesso bandistico. Da allora nella cittadina polesana, con alterne vicende, un gruppo di volonterosi attivisti, di varia estrazione sociale, si prodigò per mantenere in vita l’istituzione musicale forse più immediatamente legata alla popolazione locale.
Con il suo volume, frutto di ricerche di archivio, ma anche di informazioni orali, (per quanto possibile sempre vagliate con controlli incrociati) Natale Chinaglia ha ricostruito la storia dell’istituzione, caratterizzata da cicliche crisi ma anche da altrettanti momenti di rivitalizzazione ed ottimismo. Un’istituzione quella della banda forse non di primissimo piano nel tessuto socio-culturale di Lendinara, ma pur sempre di rilievo per l’attività svolta con passione nel campo musicale, a cui la ricerca di Natale Chinaglia riconosce gli indubbi meriti.
Gino Cappello, “La Batana”, 1994.
Gino Cappello la poesia la sente, la vive e sa esternarla.
Giorni fa mi ha voluto donare un libricciolo dall’aspetto modesto, ma elegante “La Batana”, trentaquattro poesie in dialetto rodigino.
Per chi non lo sapesse, la “batana” è un’imbarcazione a fondo piatto, adatta alla navigazione nei canali a basso fondale e lungo i nostri fiumi; trasporta merci, ma nel nostro caso contiene un’enorme quantità di sentimenti, espressi in modo semplice, piacevole, ingenuo.
Da molti anni Gino Cappello scrive poesie, prediligendo il dialetto rodigino alla lingua italiana. È la sua parlata, e ne è orgoglioso.
L’autore si presenta con una lirica d’amore per la sua terra, per il suo Polesine: “Te s’ì nata dal’acqua – tera mia – e l’acqua la te bagna e la te insùpa” e altrove “A ciàpo on fiantenin del nostro cielo co’ qualche nuvoleta, on campo arà – e li destìro insieme co’l penelo so ’na gran tela aposta preparà”… L’è proprio qua pà farse rimirare, – ’sto bel quadreto tuto colorà – bagnà dal Po, dall’Adese e dal mare – e mi pa’ sempre, a resto inamorà”.
Anche gli affetti familiari vengono espressi con gentilezza e malinconia. La madre: “Ormai te ga i caveji cofà l’arzento – e tante rughe le te cuèrze ’l viso, – ma te s’ì vegeta e sapiente, mama, – che te rancùri fregole d’amore”. (Angelo Ravanello).
Li sento parlare pacati
dei loro progetti:
mia madre ha il vestito di seta
e profumo di rosa:
io amo i colori e le stelle
e li tengo per mano.
Ed è subito il tempo migliore:
inizia la tela della mia conoscenza:
voglia di capire e di andare avanti
voglia di fare e di riuscire.
E ogni giorno è un giorno vissuto.
Laborioso il meriggio
non ha udito il tempo passare.
È già sera?
Nello specchio cerco il mio sguardo:
amo i miei occhi
che guardano senza chiedere
che piangono muti questa solitudine
che sanno morire un poco ogni giorno
per vivere,
e accarezzano, lievi, qualcuno
che per un momento mi è accanto.
DONNA DEL DELTA
Donna! Canna fluttuante
che il vento sferza e accarezza,
che il limo nutre e… riprende,
che il passeggero non coglie,
al di là del rivo.
Antica tessitrice di quotidiano vivere,
di arcaici riti,
di scontato fatigare.
Qui, libertà non sovvertono stereotipi modi.
Tacita la natura batte le pulsioni del vivere.
Donna! Uccello libero
che frulla oltre le dune,
si libra nel cielo;
lo culla, lo abbaglia, lo inebria
l'abbraccio del fiume
che subito
è mare infinito.
ONIRICO
Mi aggrappo alle cattedrali
per essere con loro: e mille e alte e grandi
e imperiture;
vivido arabesco
che di ora in ora
lùmina
l'alto buio attorno
Pace.
Senza ansiosi oceani
che accecano
o remoti uccelli che sbiancano
Petali di rosa
i baci di Raffaello e Piero
Pallidi di Zombie
l'infinita schiera.
CATEGORIE VIVE
Sul muro non vedo che ombre,
ombre passare.
La luce, riflessa,
racconta le ombre.
Non grido:
le tremule foglie
la limpida acqua che increspa leggera
il rosa che scioglie nel cielo
il gioco fatato riflesso
l'abbraccio sereno,
– non ombre –
son dentro di me,
meriggi da sempre,
visione per gli occhi,
tessuto che è mio
e l’anima,
ricca,
proietta.
NOSTALGIA
Di teneri abbracci
di riso di canto di grida
di morsi su tenere carni
di baci su riccioli bruni
su bocche vermiglie su occhi ridenti.
Di giochi infiniti
di notti rosate
dai dolci silenzi
nei sogni leggiadri
di giorni splendenti da favola vera,
un giro di valzer: di tuffi di spruzzi di gioia
di baci di riso di vita.
Aprii gli occhi lentamente, svegliato dal raggio di sole che filtrava attraverso la finestra e che mi batteva sul viso.
Misi a fuoco la stanza dove mi trovavo e, ricordando cos'era successo negli ultimi tempi, mi girai dall'altra parte, fissando la parete bianca a cui era appoggiato il letto.
Sentii una voce che mi chiamava dal piano di sotto, in una lingua che non era la mia. Mi alzai di scatto e iniziai a tirare di boxe contro l'aria, per scaricare la mia rabbia.
Dal giorno in cui i nostri genitori erano morti, quando io avevo solo nove anni, avevo sempre vissuto con mio fratello Ricky, allora diciottenne. Ma ora quel cretino si era fatto beccare con dell'eroina ed era stato arrestato. Ed io, pur avendo quindici anni ed essendo completamente autosufficiente, ero stato affidato ad una lontanissima zia, mai conosciuta e mai sentita nominare.
Ma la legge aveva stabilito così. Mio fratello era in prigione, io ero minorenne e dovevo essere affidato a qualcuno.
La zia entrò in camera mentre io stavo osservando dalla finestra il paesaggio: campi che si perdevano a vista d'occhio, d'un verde intenso punteggiato qua e là di rosso; sparse in modo irregolare, le macchie colorate di case e giardini; poi alberi, che spezzavano la monotonia e piattezza di quei campi, ed una strada, che zig-zagava da una casa all'altra. Per me, abituato ai grattacieli tutti di vetro, acciaio e cemento, tutto questo era una completa novità.
Anna, la zia, iniziò a parlarmi in un fittissimo italino e io riuscii a captare solo qualche parola. Ma non avevo voglia di spiegarle che io l'italiano l'avevo studiato solo per due anni e anche con scarsi risultati. Mi infilai i jeans, le scarpe da tennis e la mia adorata maglietta con scritto "I LOVE NEW YORK" e scesi a fare colazione. Come la zia aveva detto, non c'era e non ci sarebbe stato nessuno in casa per tutta la mattinata. Mi aveva preparato del caffè, ma io avevo bisogno di mangiare qualcos'altro.
Iniziai a rovistare nel frigo e nella dispensa in cerca di cereali; non trovandoli, optai per un po' di formaggio, mezza scatola di biscotti e un bel bicchierone di latte. Avrei dovuto dire alla zia che io ero abituato a mangiare molto a colazione. Ma chissà come si diceva colazione in italiano! Non riuscivo proprio a ricordarmelo.
Tornai in camera e iniziai a disfare la valigia. Tra le cianfrusaglie che mi ero portato c'era anche un poster di New York. Era il più bello che avessi trovato in tutta la città. Lo distesi sul tavolo sotto la finestra, tornando a guardare quella distesa di campi.
Il cielo era luminoso come non avevo mai visto. Le case tutte bianche, con quel tetto rosso e quei giardini pieni di fiori davanti. Il mio sguardo si perdeva tra quei colori: verde, blu, giallo, rosso…
E in quel momento mi chiesi se ce l'avrei fatta ad abituarmi a quel posto, che era completamente nuovo per me.
Città, Stato, lingua, modi di vivere, cultura, luoghi e persone di cui non sapevo niente o pochissimo. Quel paesino italiano era troppo diverso dalla grande, frenetica, sporca, eccitante metropoli in cui avevo vissuto fino a pochi giorni prima e da cui non ero mai uscito.
Volevo tornare a casa mia, a New York.
Ma non potevo.
25 LUGLIO
Ero seduto sui gradini d'entrata di casa e stavo sorseggiando una lattina fresca di Coca-Cola. Per fortuna la Coca-Cola esisteva in tutto il mondo!
Faceva caldo, un caldo insopportabile.
Ero stato costretto a tagliarmi i capelli, che portavo lunghi fino alle spalle, con un fermaglio rosa di Fiorella, mia cugina. "Se solo tu ti tagliassi quei capelli, non avresti così caldo!". La zia me lo ripeteva tutti i giorni, ogni volta che mi lamentavo per l'afa. Avevo addosso solo un paio di jeans tagliati corti ed ero persino scalzo, ma sentivo la schiena ed il collo imperlati di sudore. Mi passai la lattina sul viso e rabbrividii al freddo, piacevole contatto. E pensare a quanto mi ero lamentato del caldo di New York! Bastava infilarsi in un locale con aria condizionata, ordinare una Coca con gli amici e restare lì un paio d'ore, finché i momenti critici non erano passati. Qui l'aria condizionata c'era solo negli uffici e nei ristoranti più lussuosi. In casa c'era un piccolo ventilatore e io ci stavo davanti per delle ore.
Cercai di lasciar perdere questa fissa del caldo e di concentrarmi su qualche altro pensiero che non fosse New York.
Ero arrivato i primi di giugno, ed ora eravamo alla fine di luglio.
I campi, da verdi erano diventati dorati ed anche l'erba sembrava aver cambiato colore. Era gialla e secca, e non c'erano più tanti fiori nei giardini. e se prima c'era poca gente in giro, ora sembrava di abitare in mezzo al deserto. Passavano pochissime auto e l'unico segno di vita umana erano le grida di alcuni bambini che giocavano in una di quelle piscine gonfiabili. Anche a New York ne avevo una, montata sul tetto del nostro condominio. Ci giocavamo e ci divertivamo un mondo.
Schiacciai una zanzara che aveva tentato di pungermi una gamba. Era strapieno di insetti che mi davano fastidio. E mi facevano schifo.
“Sei peggio di una ragazzina”, mi prendeva in giro Fiorella con quella voce squillante e la sua aria sempre serena.
Lei era la tipica immagine delle ragazze italiane che, anche in America, la TV ci propinava: non molto alta, capelli scuri, occhi scuri ed intensi, pelle chiara, sempre sorridente e molto, molto carina. E poi, ogni volta che le parlavo di New York restava ad ascoltarmi a bocca aperta, come se le stessi raccontando “Le mille e una notte”. Per fortuna c’era lei in quella casa. Aveva la mia età e all’inizio era stata la mia salvezza: sapeva parlare inglese. Grazie a lei ora sapevo cavarmela con l’italiano, nonostante un terribile e comicissimo accento. Dovevo ammetterlo, anche se a fatica: stavo iniziando ad affezionarmi a lei.
23 OTTOBRE
Mi alzai ed aprii la finestra: non si vedeva più niente.
Era scomparso tutto.
“Nebbia” disse Fiorella entrando a vedendo la mia espressione sconcertata. Non riuscivo a credere che la stessa nebbia che avvolgeva i grattacieli a casa mia, dando loro un’aria tetra, potesse nascondere anche qui i bei colori dell’autunno e far sembrare questo posto così squallido e triste. Uscii. Ora ero anch’io nella nebbia e sentivo le minuscole goccioline nell’aria che si incollavano al mio viso e ai miei capelli. Sentivo il freddo e l’umidità penetrarmi nelle ossa. E un senso di malinconia, tristezza, solitudine e nostalgia scendeva su di me e mi si appiccicava come le goccioline di nebbia.
Rientrai e chiusi fuori quel grigiore opprimente.
2 MARZO
Era arrivato Marzo. Era quasi primavera ma continuava ad esserci freddo come in inverno. Ecco, qualcosa di uguale a New York c’era: la temperatura, il vapore che ci usciva dalle bocche quando parlavamo, la pioggia e la voglia di non uscire mai di casa e di stare raggomitolati sul divano davanti alla TV.
Io e Fiorella eravamo proprio lì, con foto dell’estate scorsa davanti e ridevamo guardando le nostre facce non proprio fotogeniche. Ce ne era una mia dove ero seduto sui gradini davanti alla porta d’ingresso con una Coca in mano ed una buffissima espressione assorta e scocciata allo stesso tempo. E un’altra dove io e Fiorella ci stavamo spruzzando con la canna dell’acqua per annaffiare il giardino. Era divertentissimo, era un piacevole modo per rinfrescarsi in quelle afose giornate.
Quanto mi mancava il caldo ora che c’era freddo!
8 MAGGIO
Presi la bici, sorridendo al ricordo del giorno in cui la zia e Fiorella mi avevano insegnato ad usarla. A New York non andavo di certo in giro con la bici. Usavo solo la metropolitana o i miei piedi.
Che divertimento quel giorno! E che ginocchia sbucciate! Ero l’unico quindicenne del paese che non sapeva andare in bicicletta. Ma ora, anche se con un po’ di incertezza, riuscivo a fare un bel po’ di strada senza cadere.
Non avevo una precisa idea di dove sarei andato. Sapevo solo che volevo godermi quel paio d’ore in cui la zia e Fiorella erano da un’amica. Così, uscito dal portone, girai a sinistra, seguendo la strada che costeggiava il canale a destra di casa nostra.
Erano circa le sei, il sole si stava abbassando sull’orizzonte e tingeva di un arancione vivissimo il cielo. Le mie gambe pedalavano veloci e vedevo scorrere sotto le ruote la strada, con la striscia bianca nel mezzo ormai scolorita e l’asfalto aggredito dall’erba che cercava pian piano di ricrescere.
Mi piaceva la sensazione di fresco dell’aria che faceva svolazzare i miei capelli lunghi. La zia continuava a ripetermi di tagliarli ma non potevo farlo. Erano un’altra delle cose che mi tenevano legato a New York. Tutti i miei amici e anche mio fratello portavano i capelli lunghi. Se li avessi tagliati sarebbe stato come rinnegarli.
L’aria era fresca e carica di odori, anzi di profumi. Cercavo di inspirare il più profondamente possibile per capire da dove venissero e cosa fossero.
Il mio naso era abituato a sentire solo i gas di scarico delle auto e la puzza dei cassonetti quando andavo a gettare i rifiuti. Lì sentivo profumo di fiori, l’odore di terra e di erba, l’odore acre, pungente, fastidioso di animali quando passavo vicino ad una stalla. Anche i rumori erano nuovi e mi affascinavano perché si perdevano attraverso il silenzio e potevo immaginare da dove venivano, senza vedere il punto preciso. Sentivo un cane, o erano due?, abbaiare, un gallo cantare, il rumore attutito di un tagliaerba, i grilli nascosti chissà dove tra l’erba e un fitto cinguettio. Quel cinguettio era forse ciò che mi affascinava di più. Anche quando c’era un silenzio pazzesco, si sentiva cinguettare, ed era un suono così dolce, vario, naturale, che stavo per ore in ascolto.
Mi fermai e posai la bici tra l’erba. Mi sedetti sull’argine del canale e, guardando le erbacce che scorrevano lentamente sull’acqua, mi misi ad ascoltare tutti quei suoni: infondevano pace.
Non c’era quella frenesia e quella corsa per guadagnare qualche minuto, che aleggiava in ogni angolo di New York.
Era così bello stare lì!
18 MAGGIO
Il giorno del mio compleanno: era quasi un anno che abitavo in Italia. Quella mattina mi era arrivata una lettera di Ricky, mio fratello: l’avrebbero rilasciato tra un mese per buona condotta. Ero felicissimo, lo sapevo che Ricky era un bravo ragazzo! In fondo quella droga l’aveva in tasca solo perché un amico gli aveva chiesto un favore.
Tra un mese sarei tornato a New York.
27 GIUGNO
Ancora un giorno e poi sarei partito.
Ricky era già in libertà e mi aveva telefonato. I nostri amici avevano organizzato una festa per il ritorno dei fratelli Ferrari. Avevo regalato il mio poster e la mia maglietta di New York a Fiorella. Tra un po’ avrei potuto ricomprarli. E in fondo, avrei rivisto New York tutte le mattine.
Ero eccitatissimo. Le mie valigie ora erano due ed erano già pronte. Ogni volta che ripensavo alla vetrata dell’aeroporto da dove si vedeva il profilo della mia città, fremevo. Ma poi guardavo Fiorella e mi spiaceva lasciarla. Ormai eravamo come fratelli e quei suoi occhioni tristi mi davano malinconia. Sarebbe stato duro alzarsi a New York e non vederla più girare per la stanza raccontando senza pausa le cose più disparate. Oppure non fare più quelle corse in bicicletta insieme. O arrampicarsi sull’albero per mangiare ciliegie fino a farsi venire il mal di pancia. O divertirsi giocando con l’acqua.
Sì, mi sarebbe mancata. E mi sarebbe mancato anche quel posto, con i suoi silenzi e dolci rumori, la sua natura incontaminata, il suo sole caldo, la frutta, gli orti, i fiori, i meravigliosi colori delle foglie in autunno, i movimenti dei contadini nei campi, e… sì, anche la nebbia, gli insetti, l’umidità, l’afa, il freddo!
29 SETTEMBRE
Fiorella aprì la porta e gridò, sorpresa: “Ronnie, che ci fai qui?”.
“Mi mancavate”, dissi deponendo le valigie. “Tre mesi a New York ed ora di nuovo qui”, soggiunsi.
“Con che cosa sei arrivato da Milano?” mi chiese la zia ancora incredula.
“In autostop… ci ho messo due giorni!”
“E non hai telefonato?”
“No, era una sorpresa…”
Sì, Fiorella e la zia Anna erano proprio sorprese e chiaramente felici del ritorno del loro Ronnie. Ma ciò che le stupì di più erano i capelli del ragazzo: li aveva tagliati.
In un piccolo paese vicino al mare, in un appartamento all’ultimo piano di un tozzo edificio, vivevano Giorgio e Bianca, marito e moglie da circa un anno. Avevano la stessa passione: la pittura. Il loro soggetto preferito era la vista sul mare dalla finestra della camera da letto che tuttavia era oscurata in parte da un edificio di colore rosso.
All’inizio dell’autunno, quando ormai il caldo estivo si era assopito, si introdusse in quel paesino uno straniero freddo e invisibile, che i dottori chiamarono malaria e si mise a toccare qua e là con le sue dita gelide.
Il Signor Malaria non guardava di certo in faccia a nessuno e con forza distruttrice marciò spavaldo, facendo una gran quantità di vittime, tra cui proprio Bianca. La ragazza giaceva, quasi immobile, nel lettone di legno massiccio, guardando oltre i vetri della piccola finestra la vicina casa rossa.
Dopo aver visitato accuratamente la povera Bianca, il dottore fece uscire Giorgio nel corridoio e, scuotendo il termometro per far scendere il mercurio, disse: “Ha una possibilità, diciamo, su dieci. E la possibilità dipende dalla sua voglia di vivere. Sua moglie si è messa in testa di non guarire?”.
“Ma no, dottore, anzi ama la vita. È solo che sta attraversando un brutto periodo di depressione” rispose Giorgio.
“Sua moglie non ha in mente qualcosa che possa spingerla a desiderare la vita?” replicò il dottore.
“Sì, un figlio… quel figlio che tanto abbiamo desiderato e che non siamo ancora riusciti ad avere. Forse è questo che la turba”.
“Farò tutto quello che la scienza mi permetterà di realizzare” disse il medico. “Comunque la parte più importante la deve fare lei, mio caro Giorgio”.
Tentando di nascondere il suo stato interiore, Giorgio entrò in camera da letto fischiettando con la tavola da disegno. Bianca, stesa sul letto, non faceva quasi alcun rigonfiamento nelle coperte. Teneva la faccia verso la finestra.
Pensando che dormisse, Giorgio smise di fischiare; sistemò la sua tavola e cominciò a disegnare.
Mentre schizzava un paesaggio marino, udì un bisbiglio basso, ripetuto più volte. Si affrettò ad accostarsi al letto. Bianca teneva gli occhi spalancati. Guardava fuori dalla finestra e contava… contava consecutivamente.
Giorgio guardò prontamente fuori dalla finestra. Che cosa c’era da contare? Si vedeva solo il mare gonfiato da un leggero vento freddo, e la vicina casa rossa. Una vecchia pianta d’edera si arrampicava sino a metà muro. L’alito freddo dell’autunno aveva fatto cadere le foglie della pianta e i suoi rami scheletrici si aggrappavano, quasi nudi, all’intonaco sgretolato.
“Che cosa c’è, cara?” domandò Giorgio.
“Otto” disse Bianca, quasi in un bisbiglio. “Adesso cadono più in fretta. Solo ieri ce n’erano un centinaio. Mi veniva il mal di testa a contarle. Ma adesso è facile. Ecco, ne è caduta un’altra e un’altra ancora. Ne sono rimaste solo sei”.
“Sei, che cosa, cara?” disse Giorgio.
“Sei foglie, sull’edera. Quando cade l’ultima debbo andarmene anch’io. Sono alcuni giorni che lo so. Non te l’ha detto il medico?”.
Non ho mai sentito una sciocchezza simile”, replicò Giorgio indignato. “Che cosa hanno a che fare le foglie secche dell’edera con la tua guarigione? Non essere stupida. Il dottore mi ha detto che hai buone probabilità di rimetterti. Cerca di mangiare qualcosa adesso”.
“No, no, lascia stare” disse Bianca tenendo gli occhi fissi alla finestra. “Se ne va un’altra. Di foglie ne sono rimaste solo cinque. Voglio veder cadere l’ultima prima che faccia buio. Poi me ne andrò anch’io”.
“Bianca”, disse Giorgio curvandosi sul letto, “vuoi promettermi di tenere gli occhi chiusi e di non guardare fuori dalla finestra, finché avrò finito il mio lavoro?
Non voglio che continui a fissare quelle stupide foglie secche. Fallo per me”.
“Avvertimi quando avrai finito” disse Bianca, diafana e immobile come una statua, “perché voglio vedere l’ultima foglia che cade. Sono stanca di aspettare. Sono stanca di pensare. Voglio staccarmi da tutto e veleggiare giù come una di quelle foglie stanche”.
“Ma che dici? Il nostro amore deve spingerti a sopravvivere” disse Giorgio mentre Bianca esausta chiudeva finalmente gli occhi cadendo in un breve sonno profondo.
La mattinata seguente Giorgio trovò Bianca con gli occhi spalancati che fissavano immobili la tenda tirata della camera.
“Sposta la tenda, voglio vedere”, ordinò in un bisbiglio.
Prontamente Giorgio obbedì.
Dopo la pioggia battente durata tutta la notte e le violente folate di vento, contro il muro rosso c’era ancora una foglia d’edera. L’ultima della pianta. Ancora verde vicino allo stelo, ma con i bordi già tinti di giallo, indice del disfacimento autunnale, la foglia restava coraggiosamente appesa ad un ramo.
“È l’ultima” disse Bianca. “Ero sicura che sarebbe caduta durante la notte. Ho sentito il vento. Comunque cadrà oggi e io morirò!”.
“Tesoro!” disse Giorgio abbassando la faccia stanca sul guanciale. “Se non vuoi pensare a te stessa, pensa a me. Che farò senza di te?”.
Bianca non rispose. La sola cosa che le interessava era quella foglia, l’ultimo suo appiglio alla vita.
Il giorno stava finendo, e anche attraverso la luce incerta del crepuscolo, si poteva vedere la solitaria foglia d’edera attaccata allo stelo, contro il muro rosso. Poi, con l’avanzare della notte, il vento riprese a soffiare più forte.
La mattina seguente la foglia d’edera era ancora lì. Bianca rimase a fissarla a lungo. Poi chiamò Giorgio, impegnato a preparare la minestra calda che puntualmente Bianca rifiutava.
“Che cosa ho fatto per meritarmi questo?” disse Bianca. “La foglia è ancora là. È un peccato desiderare di morire? Portami pure un po’ di minestra e magari anche uno specchio per sistemarmi”.
Il medico venne nel pomeriggio e disse: “Buone probabilità. Con un’assistenza adeguata vincerà”.
Il giorno dopo Bianca disse a Giorgio: “Caro, spero un giorno di avere quel figlio che abbiamo tanto desiderato”.
Il dottore tornò a visitarla: “Ormai è fuori pericolo: la febbre e le crisi sono passate. Ha vinto!”.
Ben presto Bianca cominciò ad alzarsi e a fare i primi passi; si sentiva forte e soprattutto desiderava vivere per Giorgio e per il figlio che avrebbe voluto avere. Si era quasi dimenticata della foglia d’edera, quando guardò dalla finestra della camera da letto verso la parete della casa rossa. “È rimasta lei sola. Chissà perché non vola via quando soffia il vento”, disse sottovoce rivolgendosi al marito.
“Non vedi, tesoro”, ribatté Giorgio, “è il mio più bel capolavoro. L’ho dipinta la stessa notte in cui è caduta l’ultima foglia.
È tardi e la nostra auto avanza lungo una strada dritta e anonima come tante altre, ravvivata solo dal regolare alternarsi dei platani schierati su entrambi i lati: è quasi un sinistro tunnel che si perde nel buio della notte. Le luci la illuminano ma per poco, e la fiducia in chissà che cosa, forse l'incoscienza o la pigrizia di pensare al domani, ci fanno proseguire verso un ignoto senza certezze, che diviene tutt'uno con i fragili meccanismi del nostro esistere.
È tutto il giorno che scende una pioggia sottile e rabbiosa e qualche volta, quando persino lei si annoia troppo, smette di cadere lasciando il mondo in una immobile sospensione quasi irreale.
Max è tutto preso dalla guida, smanioso di farci sentire tutti i cavalli della sua macchina nuova, ma pronto a farsela sotto per ogni sfanalata sospetta.
Finora la serata non è stata certo delle più entusiasmanti, e in macchina regna un'atmosfera di tacita insoddisfazione per un ennesimo sabato che ci vediamo scorrere tra le mani e che se ne sta andando inesorabilmente a puttane.
Ci siamo appena fatti una birra in un locale aperto da poco e ora ci stiamo dirigendo in discoteca.
La radio martella i timpani con ritmi indiavolati di musica tecno e non mi dà tregua. Ad un certo punto non ce la faccio più e chiedo a Giovanni di cambiare stazione. Lui mugugna qualcosa tra i denti e rimane immobile; mi arrabbio e lo costringo a dare un giro alla manopola delle frequenze, ed ecco uno straziante acuto di Masini; è una delle canzoni più sfigate, e così, dopo un rapido giro di scongiuri, mi ritrovo più stressato di prima a rimbecillirmi il cervello con quella musica.
Ormai siamo arrivati, parcheggiamo la macchina e, intirizziti dal freddo e dall'umidità, ci dirigiamo veloci verso l'entrata sfavillante di luci di mille colori.
Sto ancora tremando quando consegno il mio biglietto riduzione a quel pezzo di ragazza addetta alla biglietteria; lei mi porge la tessera delle consumazioni e mi schiaccia con uno sguardo di sufficienza, freddo e distaccato. Quei due occhi mi si stampano dentro facendomi tremare, ma non lo do a vedere. Prendo la tessera, la guardo a modo mio mandandola mentalmente affanculo mentre mi allontano speditamente.
Già nell'anticamera si sentono le vibrazioni violente di una musica esageratamente alta, ritrovo i miei amici e, dopo un cenno di Max, entriamo. È passata da poco la mezzanotte e ci si può ancora muovere con una certa libertà. Mi guardo attorno e mi sento addosso una miriade di sguardi che mi scrutarono curiosi, ma bastano pochi istanti per far perdere a me e ai miei compagni quell'alone di interesse che ci contraddistingueva dalla folla. Ora siamo come tutti gli altri e tra poco forse, anche noi saremo lì a guardarci attorno senza capire bene cosa stiamo facendo, pronti a scrutare i marziani che si accingono a diventare come noi. I nostri sguardi non si incrociano più e guardiamo in giro ostentando una serietà e una superiorità che altro non sono che una reazione al senso di disagio che ci pervade.
Lupo ha visto un suo amico e corre a salutarlo con una faccia che è tutta un sorriso; un attimo fa era lì, con un muso lungo da fare schifo e adesso guardalo allegro come una pasqua, che stronzo!
Ci sentiamo tutti un po' a disagio, lo aspettiamo per un po' poi decidiamo di fare un giro, giusto per vedere che aria tira. Max e Gere si incamminano e io li seguo a ruota. È d'obbligo il solito tragitto attorno alla pista dove guardando ci facciamo guardare. Cerchiamo di districarci tra la folla con un atteggiamento il più possibile dignitoso. C'è chi si dimena in pista, chi è attaccato ad un bicchiere o abbracciato ad una ragazza e chi come noi osserva senza spiegarsi il motivo di quell'andare in tondo senza scopo.
Il nostro giro è finito come era cominciato, Lupo è tornato dello stesso umore di prima e decidiamo di buttarci in pista per muoverci un po'. I primi movimenti sono impacciati ma poi il ritmo mi entra dentro e addomestica il mio corpo. I bassi mi fanno vibrare il ventre e forse sono loro i responsabili di quel mio ambiguo sculettare, ma non mi preoccupo, tanto lo fanno tutti.
Il più bravo tra noi è indubbiamente Giovanni, Max cerca di muoversi fluidamente ma pare che il suo lungo corpo legnoso glielo impedisca. Lupo balla in un modo tutto suo, sembra uno sciamano indiano: abbassa la testa e si fa cadere i lunghi capelli riccioluti sugli occhi mentre con le braccia determina ampi movimenti ondulatori. Questo suo modo di muoversi spesso gli crea dei problemi specie nelle ore più tarde quando si è bevuto e la gente è diventata più numerosa.
Questa sera però mi sento scarico, non mi diverte ballare, forse sono stanco, forse arrabbiato e non me ne rendo conto. Tutto mi appare desolato e triste, forse la paura è tornata, me l'aspettavo. Paura della malinconia, della monotonia, del disgusto. È terribile che la vita debba essere un vorticoso susseguirsi di azioni scontate. Che insipido che è il mondo!
La musica diviene più frenetica e i movimenti sempre più limitati per il continuo affluire di gente in pista. Il D.J. non la finisce di sparare stupidaggini e, come se non fossimo già abbastanza rincoglioniti con la musica e le luci, ti spruzzano addosso quello schifo di fumo che ti lascia senza fiato. Mi sento stanco, ma nel mio frenetico e passivo volteggiare, noto una ragazza che mi guarda. È strana e non riesco a capire se è bella o no, comunque è alta e ha i capelli scuri; un trucco molto pesante sottolinea lineamenti duri che non stonano affatto con i suoi occhi chiari e gelidi. Mi guarda e si avvicina con movimenti languidi che esaltano la sua forte sensualità: alla sua ennesima provocazione scatto, me la stacco di dosso e mi dirigo fuori dalla pista scocciato come non mai. Mi prendo da bere e mi lascio cadere in un divanetto un po' appartato.
Mi riesce difficile spiegarmi il comportamento di poc'anzi, ci penso ma non trovo una risposta e forse non me ne frega niente. Bevo e, alzando la testa, guardo i dipinti che si trovano alle mie spalle: sono orrendi, due uomini mostruosi che si voltano interrompendo per un attimo l'infinito cammino che li attende. Mi guardano e ridono aspramente, maledetti, e i loro occhi sono lame che mi lacerano dentro; guardo la gente e capisco che quel cane di pittore (che forse tanto cane non era) dovette vederla come ora la vedo io e forse per questo i suoi "uomini che si voltano" hanno quel loro volto terribile di peccatori e giustizieri.
Mi sento torbido e amareggiato perché ormai sono caduto in quell'orribile stato di torpore morale dovuto ad una rabbia frustrata, all’impossibilità di cambiare rotta al mio esistere.
Musica, fumo e luci pazze si ripresentano con combinazioni sempre nuove creando l'atmosfera ideale per quel gruppo di idioti che si muovono come animali nel periodo degli amori. Più li osservo dal piedistallo della mia cinica indifferenza, più si fa largo nella mia mente l'idea dei maiali, strano pensiero davvero al quale solo un valido discendente di Freud potrebbe dare una spiegazione plausibile. Grossi e sporchi maiali in un moderno e raffinato porcile. Si sono dimenticati il valore dell'esistenza e della dignità per la bramosia di addentare la mela della giovinezza. Come dei veri maiali cercano di saziarsi, sono uno contro l'altro ma senza guardarsi negli occhi per paura di scoprire nell'altro la parte di se stessi che si accingono a distruggere. – Maiali! – penso ad alta voce e subito mi figuro bistecche, salami e mortadelle rosa decorate con lamiere contorte e cortecce di platani assassini.
Una ragazza mi si siede vicino, mi stringe le braccia al collo stampandomi un bacio a tradimento che quasi mi lascia senza fiato. È la stronzetta di prima. Impassibile la guardo stanco, senza espressione, senza voglia.
– Ma allora proprio non ti piaccio – Mi dice ricomponendosi.
– Certo che mi piaci, sei molto carina –.
– Carina… – ripete tra sè pensandoci, poi sorride ironicamente.
– Come ti chiami? – le chiedo.
Rimane un istante assorta – Rosa può andare? –
– Bel nome davvero; io mi chiamo …Mattia – e le porgo la mano. Un istante dopo la vedo cambiare espressione, diviene tutta triste e si sprofonda nella poltroncina. D'istinto mi avvicino per capire cosa è successo.
– Hai voglia di farlo? – mi chiede voltandosi di scatto.
Mi ha preso di contropiede, non me lo aspettavo, prendo il bicchiere tra le mani per guadagnare tempo. – Lascia perdere – le dico guardandola fissa negli occhi.
– Sei proprio un tipo strano tu –.
Lo prendo come un complimento e mi volto guardandomi attorno.
La discoteca è tutta un fermento, chi balla in pista incitato da quel mona di D.J., chi preso da manie di protagonismo si esibisce sui cubi e chi gira attorno cercando uno stimolo per agire.
Ma ecco, che, come da copione, un gruppo di ragazzi incrocia un gruppo di ragazze; vi è un grande lampeggiare di sguardi più o meno compiaciuti. Uno dei più spavaldi si fa avanti e bacia la ragazza con la minigonna più corta, appoggiandole la mano sulla coscia; lei lo spinge via fingendosi indignatissima ma poi ride compiaciuta voltandosi verso le compagne che a loro volta sono tutte un risolino. Troia! Tra poco forse sarai anche tu là all’ombra a divertirti dietro una di quelle colonne.
Rosa si è assopita al mio fianco, ha uno strano ghigno malinconico e triste del quale però, non riesco a cogliere l'essenza. – Chi sei? – vorrei chiederle, forse una studentessa annoiata del greco e del latino, forse lavori e cerchi di sfuggire il monotono quotidiano senza fantasia, forse sei una persona tristemente consapevole di non poter raggiungere la pienezza dell'essere che tuttavia percepisci con estrema chiarezza?
– Chi sei tu veramente? –
Mentre mi lascio trasportare da questi strani pensieri, mi vengono alla mente le parole di un'antica canzone celtica: "Ho aperto la tua porta e ho tentato di tenerla aperta con delle rose rosse, ma quando sono entrato te ne eri già andata".
È strano ma gli scuri pensieri di poc'anzi sembrano essere definitivamente scomparsi dalla mia mente per lasciare spazio ad uno stato d'animo più tranquillo e rilassato. È piacevole assaporare questa situazione, abbandonarsi all'ascolto delle sensazioni che ribollono dentro e mi danno gioia. Basta veramente così poco a ridare senso alla vita, a bloccare un processo di auto-distruzione che pare non finire mai; è bastata questa ragazza addormentata per fare tutto questo?
Chi sei tu? Perché mi sfuggi?
Sto ancora pensando a queste cose quando Rosa si desta. Con fare meccanico prende una banconota e la arrotola, versa due strisciette di polvere bianca dal grosso pendaglio che porta al collo, se ne sniffa una e, ancora rimbecillita, mi porge la cannuccia invitandomi a fare altrettanto.
Qualcosa mi è crollato dentro, mi sento avvilito deluso e morto allo stesso tempo. L'espressione di disgusto deve essermi trapelata fuori.
– Cosa ti prende, ti scandalizzi per così poco? Dai, annusa anche tu, se no non mi diverto –.
Quelle ultime parole continuano a martellarmi il cervello come un eco che non vuole saperne di spegnersi: "Mi serve qualcuno che…"
Sono incapace di reagire a questa squallida situazione, penso nuovamente ai maiali e questa volta li sento anche, mentre affondano le loro luride fauci nella mia carne. Basterebbe guardarli negli occhi per annientarli, ma non ho la forza né la voglia di reagire.
Quegli orrendi mostri rosa stanno strappando le mie membra, mangiando le viscere e succhiando il mio sangue ancora caldo; grugniscono di piacere per quel succulento ed insperato banchetto e io godo nel divenire parte di loro perché ormai sono accecato dal fortissimo desiderio di morirgli dentro.
Sul treno che da Rovigo si avvicinava rapidamente a Mogliano Veneto, la mia inquietudine mi imponeva di ripensare ad un libro letto recentemente, il cui protagonista stava viaggiando sul convoglio ferroviario per raggiungere Pietroburgo. Il Principe Lev Nikolajevič Myškin, nel famoso romanzo “L’idiota” di Dostoevskj, si apprestava a conoscere una nuova vita, a scoprire un mondo “normale” che sino ad allora, a causa della sua malattia, l’epilessia, gli era stato precluso.
In effetti anch’io, come lui, mi accingevo ad affrontare un’altra realtà, ma, al contrario del Principe, io rappresentavo la normalità, mentre il luogo a cui dovevo arrivare costituiva il “diverso”. Gris era la mia meta, un centro per ammalati psichici e fisici nel quale avrei dovuto prestare per quattro giorni assistenza come volontaria.
Come Lev Nikolajevič sentivo, dentro me, da un lato una grande inquietudine, il desiderio ardente di ritornare alla mia quotidiana tranquillità, dall’altro avvertivo la consapevolezza che eludere il problema non mi avrebbe certamente giovato.
Un pensiero martellante, però, mi assillava: “Ma che cosa mi spingeva a perdere il mio tempo per delle persone “manchevoli” in qualcosa? Tanto sarebbe stato come parlare al vento…”.
Per lo meno non ero senza compagnia: con me si trovavano altri sette amici e laggiù, per tutto il tempo, avrei potuto contare sull’appoggio di Don Davide, padre che assiste gli ospiti del Gris.
Certo non ero sola, ma il contatto con quelle persone, fu tutt’altro che facile: ben presto mi trovai isolata, con gente sconosciuta e per lo più inferma…
Era giunto, quindi, il tempo di mettere da parte pregiudizi e rigidità, di inserirmi in questa nuova, quanto sconcertante realtà. Subito cercai di assumere un’espressione più rilassata, di adottare atteggiamenti amichevoli dal momento che tutti loro, handicappati fisici o mentali, avvertono in modo particolare gli stati d’animo di una persona, ed intuiscono immediatamente se essa è a loro ostile o meno.
Ecco un altro fatto che mi accomunava al Principe Myškin: egli sentiva il bisogno viscerale di essere in relazione con gli altri, per trovare un proprio equilibrio interiore, una propria identità; così io avrei voluto abbattere quel muro dell’incomunicabilità che ci divideva, ma non per loro, bensì per l’egoistica volontà di uscire dall’isolamento che quelle persone avevano creato attorno a me.
Lev Nikolajevič bramava, difatti, l’affetto della gente che “lui” riteneva facente parte di un’altra realtà che con loro voleva condividere; io sentivo, invece, che non ero io a necessitare dell’amore di quelle persone, ma essi avevano bisogno di me. Questa era la mia convinzione.
Così il primo giorno mi servì per conoscere i miei assistiti, per imparare i loro nomi e particolarità. Due di essi mi colpirono subito: Francesco, un autistico e Alberto, un handicappato che aveva un desiderio ardente di uscire all’aria aperta, smania che, non potendo soddisfare, reprimeva con una continua, aggressiva, repentina inquietudine.
E così, tra enormi fatiche, quali portarli avanti e indietro per ore intere in un angusto corridoio, dare loro da mangiare e sistemare le camere, la prima giornata volse al termine.
I discorsi tra noi volontari, quella sera, a tavola, riguardarono per l’appunto solo le difficoltà che ognuno aveva incontrato e il disgusto per il modo di vivere di quegli sfortunati (non pensando, forse, ad un fatto determinante, ossia che essi non avevano scelto la loro vita!).
Il secondo giorno avvertii che qualcosa dentro me era cambiato: avevo avuto tutta un’intera notte per pensare e per cercare di capirmi e di comprendere quella gente.
Il loro mondo, semplice, ingenuo, istintivo, si presentava, difatti, assai diverso dalla realtà che ero abituato a vivere tutti i giorni.
Ora io, in quel luogo, rappresentavo “l’anomalo” ed essi la “normalità”.
Dovevo penetrare ed afferrare il loro mondo, un mondo fatto di silenzio, un mondo dove l’affetto e la vicinanza fisica rappresentano l’unica via per instaurare un rapporto, un mondo dove non c’è traccia di ipocrisia e di egoismo, non intaccato dai punti neri che offuscano la nostra realtà, un mondo di bambini dal volto invecchiato e stanco, ma dalle movenze ancora ingenue e sincere.
Io, abituata al dialogo, alle parole, al confronto trovavo difficoltà nel comunicare tramite i gesti affettuosi, segno, forse, che avevo perso, come un po’ tutti noi, la naturalezza e l’efficacia del contatto corporeo. Ma, piano piano, mi lasciai coinvolgere, rapire da questa nuova realtà, tanto che, quasi mi sembrava la normalità e non badavo più al fatto che le parole che dicevo non potevano trovare risposta né conferma ma “solamente” un volto meno diffidente.
E così accarezzare quei ragazzi, prenderli per mano, avvicinare la mia guancia alla loro, da gesti “artificiali” quali erano all’inizio, a poco a poco, divennero più sinceri e spontanei, tanto che anche loro, specialmente Francesco ed Alberto, lo avvertivano chiaramente.
Qualcosa era, quindi, cambiato, non tanto nel loro mondo, quanto nel mio.
In treno, al ritorno, ripensando ai quattro giorni trascorsi, speravo che il forte affetto che provavo per quelle persone non rappresentasse solo pietà; la compassione è un sentimento che non sostiene quegli ammalati, perché li ritiene sempre uomini inferiori e sfortunati…
Essi, invece, hanno molto da offrire e, ora, io mi ritengo in tutto e per tutto uguale al Principe: secondo la mia nuova convinzione, difatti, tra esseri umani, quando vi è la volontà e la capacità di dare, non esistono priorità né diversità, ma ci si accetta e ci si rispetta per quello che si è.
Uomo qual sei non dire mai ciò che sarà domani,
né se un uomo vedi felice quanto a lungo sarà.
Neppur di mosca che l’ali ha distese
così repentino è lo scatto.
Simonide, fr. 16/521 Page)
Ricordo molto bene la prima volta che incontrai il Poeta. Passeggiavo una sera d’inverno lungo il grande viale illuminato che immetteva nella piazza del villaggio. Camminavo lentamente strascicando i piedi quasi incollati al duro selciato, anima errante, vagavo nella miserabile notte affollata dalle tenebre. Con l’animo marcio e desolato regnavo incontrastato sulla città dormiente: il mio scettro era il mio vecchio bastone, la corona il mio cappello di paglia, la mia reggia la strada. Privo d’energia, cercavo di evitare le pozze d’acqua formatesi per terra quali residui putridi e maleodoranti del cupo temporale che si era abbattuto il giorno prima nel mio palazzo, quasi segno presagio di future disgrazie. La vista mi si annebbiava a causa della stanchezza di otto giorni di viaggio e di una vita di stenti, quando mi ritrovai d’un tratto con la faccia immersa in una pozzanghera. Riflesso nell’acqua vidi un volto irriconoscibile dove sangue nerastro scorreva su duri solchi scavati dal tedio e dal patimento. Parole soavi giunsero allora alle mie orecchie, versi poetici, vampe di verità:
"Dimenticherai lo spirito che ti guida e la tua meta,
dimenticherai il vento che il cuore stanco t’allieta,
dimenticherai le vane gesta di esseri mortali,
che muori come un uccello che invano sbatte le ali.
Dimenticherai la Terra-madre e il suo fiero Tiranno,
dimenticherai che la vita è, come il sogno, un inganno
scorderai che siamo navigli in un tempestoso mare
che stanchi vaghiamo tra oscurità che ci appaion chiare.
Dimenticherai poi gli inverni che accesero il tuo cuore.
ma quell’ombra, quell’ombra, viaggiatore,
che su una pozza riflessa ti guarda senza parlare,
no! Tu mai la potrai dimenticare".
Le aveva pronunciate un’ombra sdraiata su una delle panchine ai lati della strada. Rialzatomi riuscii a scorgerne i tratti del viso: era un uomo di mezz’età, due crateri che eruttavano azzurra lava al posto degli occhi, un naso piccolo e arrossato, una bocca sorridente e una folta barba brizzolata. Riconobbi in lui il Principe dei viaggiatori, il Capitano delle imprese fallite, l’Omero dei deragliati, degli spiriti persi, il Cantore dei bassifondi. M’immersi in quegli occhi come un naufrago in cerca della Salvezza e in quel mare trovai la scialuppa dei miei pensieri.
Quell’ombra, quell’essere evanescente ma immortale, divenne il mio compagno di viaggio, l’unica persona che in poche parole aveva dimostrato di aver capito il mio passato e il mio presente ma che non aveva speso inutili espressioni per il mio futuro. Ci stringemmo la mano, mi aiutò a rialzarmi e, senza scambiar parole, ci incamminammo insieme verso quella che sarebbe stata la nostra vita da fuggiaschi.
Da cosa fuggivamo non lo sapevamo bene neanche noi, forse dall’obbligo di chiudersi nelle luci splendenti di caffè rumorosi a bere birre e limonate, o forse semplicemente da un mondo che nelle sue leggi e nelle sue regole non tiene conto degli uomini come noi, dai cuori folli ed ingenui che non credono alla libertà del Potere, ma al potere della Libertà.
Da allora viaggiammo molto tempo insieme intessendo dialoghi sospesi tra le mie insipide parole e i suoi pregnanti versi poetici. Una volta gli domandai perché non pubblicasse le sue poesie, grazie alle quali sarebbe diventato famoso e avrebbe fatto una fortuna. Mi rispose: "Per un uomo valoroso è bello cadere morto combattendo in prima fila per la patria, è bello cadere morto lasciando dietro di sé grandi cose ed eroiche imprese, ma per gli spiriti randagi, per la stirpe degli esiliati non vi è né cura né rispetto, poiché, come diceva un poeta greco moltissimi anni fa, vagare mendìco è di tutte le sorti la più misera. Questo è lo spirito che aleggia ancora oggi nell’animo di molti ed io non ci posso fare un bel niente.
Era inverno, l’inverno più gelido della mia vita. Eravamo da quasi dieci giorni in un piccolo paese di mare, molto lontano dal posto in cui ero nato e molto tempo era passato da quando finalmente ero riuscito ad evadere dal carcere di una società tutta rivolta a conseguire l’amaro benessere e a progredire nell’umana sventura. La vicinanza delle onde biancastre, che si infrangevano regolarmente sulle rocce costiere, l’incontro di quell’enorme quantità di "sperma vitale", unico vero Padre di noi tutti con la Terra Madre e Maestra dell’umanità, ebbe l’effetto di renderci entrambi di buonumore, tanto che decidemmo di rimanere lì ancora per molto tempo. Stavamo camminando sulla spiaggia in una di quelle sere in cui la Natura parla all’uomo attraverso i suoi messi messori, ed il Cielo ci svelava le nostre sciagure future: ci parlava col tuono ma noi non lo capivamo perché urlava con troppo vigore; ci indicava col Lampo la via da seguire, ma era troppo veloce per le nostre stanche membra; e anche le foglie con il loro fruscio ci sussurravano parole mai scritte e melodie mai cantate, il cui significato restava oscuro ai nostri cuori gretti e meschini.
Procedevamo a stento, colpiti da forti raffiche di vento al quale ci opponevamo facendo schermo con le mani, quando vedemmo in lontananza un vecchio faro decrepito che sembrava inutilizzato già da molto tempo, e decidemmo di raggiungerlo per trovare un riparo dalla bufera che di lì a poco si sarebbe scatenata.
Il Poeta, ammutolito fino a quel momento, quasi annichilito dalla prepotenza delle forze naturali, tutt’un tratto cominciò a recitare alcuni suoi versi che io ormai avevo preso l’abitudine di annotare.
"Siam cheti giganti in terra straniera
esuli erranti nella notte nera
scalfiti dal vento che soffia invano
soffriam la bufera, stretti per mano…
In confuse vie ci guida la Sorte,
unica luce là scorgiam: la Morte.
Siam cheti giganti in un muto deserto,
muti uomini col volto coperto".
Raggiungemmo correndo il faro e salimmo velocemente per le scale che portavano al grande occhio di luce spento, l’occhio di un triste gigante buono ora lasciato solo, dimenticato da tutti nella vasta distesa di sabbia.
La vista, ormai annebbiata, non gli consentiva di riposare in pace, di dimenticare quei giorni in cui era costretto a guardare l’orizzonte e a chiedersi continuamente che cosa ci fosse al di là del mare. Ma i vecchi marinai e i salomonici nocchieri da lui salvati lo ricordano con amore e ogni notte emergono dal mare, dove si ritrovano a passare in rassegna i grandi viaggi e le grandi traversate, e gli dedicano canti nostalgici accompagnati dalle melodiose sirene.
Passammo tutta la notte dentro la lanterna del faro: io sdraiato sul pavimento di legno, il Poeta seduto su una sedia di paglia che aveva trovato e che probabilmente era servita al vecchio guardiano. Dormii bene quella notte, anche perché, dopo tante notti passate all’addiaccio, avevo dimenticato il particolare piacere che prova chi è al riparo sotto un tetto rassicurante, sapendo che fuori c’è sicuramente qualcuno sorpreso dallo scatenarsi della tempesta che non trova il modo di potersi proteggere dalla cascata di pioggia e dal freddo pungente.
Quando il giorno dopo mi svegliai trovai il Poeta ancora seduto sulla sedia mentre stava fumando un sigaro d’importazione nella stessa posizione in cui l’avevo visto prima di addormentarmi: era visibilmente stanco, come se non avesse chiuso occhio per tutta la notte; i suoi occhi azzurri si vedevano appena, affossati nelle dure orbite che sporgevano dal viso molto più del solito. Era scalzo ed inzuppato dalla testa ai piedi.
"Dove sei stato?" gli chiesi.
"Sono stato nell’acqua del mare e ho nuotato con la Libertà. Ah, dovevi esserci amico! È stato bellissimo, è stato davvero bellissimo!".
"E poi come è andata a finire, che ne è stato della Libertà?".
"Si è chiusa dentro una lattina di Coca Cola e se ne è andata al largo, trasportata dalle onde. Ah, dovevi esserci, dovevi esserci sul serio!", concluse il Poeta mentre i suoi occhi estasiati continuavano a fissare il mare.
Passammo altri giorni in quel villaggio. Ormai avevamo conosciuto molta gente, gente alla buona come lo è del resto tutta la gente di mare. Stavamo camminando un giorno diretti al negozio di Ernst, il costruttore di scacchi, quando giunti ad un incrocio, vedemmo dall’altra parte della stradicciola un uomo una donna e un bambino appena distaccatisi da una tela di Botero che ci venivano incontro. Il bambino fu il più lesto dei tre ad attraversare la strada: ben pettinato, vestito a nuovo, odoroso di civiltà passando accanto al Poeta che mi precedeva, disse strafottente: "Sono questi straccioni che rovinano il mio Bel Paese!".
Io non ci prestai molta attenzione, ma il Poeta si fermò e vidi d’un tratto che la vena del collo gli si stava gonfiando a dismisura, come di solito gli capitava quando era furioso. Si avventò sul bambino e, sollevatolo per il bavero della candida camicia, gli disse: "Razza di escremento, ora resterai fermo qui e ascolterai quello che ti devo dire!". Frattanto i due genitori, allibiti da quanto stava succedendo, erano rimasti impietriti come statue.
"In una fattoria viveva un tempo un bel maiale rosa che si credeva il più bell’animale di tutto il cortile. Si gloriava della propria pelle delicata, deridendo gli altri animali per il pelo fulvo e pieno di zecche e si vantava della propria stalla molto più calda e confortevole di quella degli altri. Un giorno però il padrone della fattoria prese quel maiale per le zampe per scuoiarlo e quello capì, mentre gli trapassava la pelle con il coltello, di quanto vane fossero state tutte le sue ciance. Ecco vedi, tu sei come quel maiale!".
Il bambino, liberatosi dalla presa, corse dalla madre piangendo: "Mamma, quell’uomo mi ha dato del maiale, io non sono un maiale!".
"È vero – disse il Poeta mentre ce ne stavamo andando – quel maiale aveva molta più dignità di te".
Non diedi molta importanza a quell’episodio; episodio che invece avrebbe condizionato il resto della mia vita, come spesso si comportano gli uomini che sono costretti a pesare tutto quanto gli accade su una vecchia bilancia imprecisa che fa apparire pesante il leggero, candido il torbido e impuro il puro.
Arrivammo in un baleno al negozio di Ernst individuabile da qualunque punto del villaggio per l’alta e vistosa insegna su cui si poteva leggere molto distintamente "Ernst il re degli scacchi". Ernst era senza ombra di dubbio il più grande costruttore di scacchi vivente. Suo padre, un torero morto in una corrida quando egli aveva appena dodici anni, gli aveva dato quel nome perché era un lettore accanito dei romanzi di Hemingway e voleva che il figlio seguisse le orme del grande scrittore americano. Ma ad Ernst di diventare uno scrittore non era mai passato per la testa. Lo trovammo che stava rimproverando il suo giovane aiutante di aver sbagliato a scolpire un cavallo di legno. "Ma Cristo Santo, è possibile che tu non lo abbia ancora capito, – gli diceva – l’abilità del giocatore di scacchi deriva tutta dai pezzi con cui è costretto a giocare e non dalle mosse che decide di fare durante la partita! Guarda questo tuo cavallo bianco ad esempio, ha la criniera più corta di quest’altro nero e sicuramente sarà costretto a cadere per primo: nella scacchiera accade come nella vita, sono sempre i più deboli i primi a soccombere!".
"Non è vero – dissi appena entrato –, guarda noi due, ad esempio, che forti non siamo, eppure siamo ancora in piedi".
"Chi si rivede – disse stupito il vecchio Ernst –, i fantasmi del faro! Come va ragazzi? Vi trovate bene qui? Fino a quando avete intenzione di restare?".
"Per sempre – rispose il Poeta –. Qui non solo ho trovato la Libertà, ma ho nuotato con lei tutta una notte".
"Avessi io la libertà di spiegare le mie teorie sul gioco degli scacchi! Qui tutti lo considerano un semplice gioco e mi deridono quando tento di spiegargli il contrario; anche questo mio nuovo aiutante, non ha ancora imparato quanto lunga debba essere scolpita la criniera del cavallo, perché duri tanto tempo sulla scacchiera".
"Tu sei il più grande, il più divertente folle che io abbia incontrato in vita mia!" dissi interrompendolo.
"Potresti essere mio fratello – aggiunse il Poeta mentre ce ne stavamo andando – forse anche tu riusciresti a nuotare con la Libertà!".
Quando uscimmo era già buio e gli alberi del viale si stagliavano neri contro la luna che s’era già levata. Decidemmo di camminare un altro po’ prima di ritornare al faro. Passammo dinanzi a una sala da biliardo affollata di vecchi marinai senza famiglia o con mille famiglie sparse per il mondo, di fronte ad un ingiallito casino pieno zeppo di ubriachi e di ragazze ubriache anch’esse, dal quale uscivano grida, gemiti, insulti, bestemmie e lacrime. Più avanti c’era un negozio di barbiere e più avanti ancora un vecchio magazzino abbandonato. Lasciammo alfine il viale e raggiungemmo la spiaggia dove trovammo una giovane donna, scalza nei piedi, danzare leggera con i flutti del mare.
Il Poeta, sedutosi sulla sabbia, rimase ad osservarla, mentre io salii le scale e fu allora che pensai agli alberi illuminati sparsi per le strade e capii che il giorno dopo sarebbe stato il giorno di Natale. Giunti in cima al faro lo urlai a pieni polmoni, ma il mare incurante continuò la sua danza, e pian piano il grido si perse nell’aria. Quando il giorno dopo scesi sulla spiaggia vidi il Poeta, di ritorno dal villaggio che mi veniva incontro.
"È finita – mi disse con gli occhi sbarrati da terrore – è davvero finita, non c’è speranza per noi vagabondi, non nuoterò mai più con la Libertà! Ci pensi vecchio amico, non nuoterò mai più con la Libertà!".
"Che cosa è successo, cosa significano le tue parole?" gli chiesi preoccupato. Lui continuò per la sua strada diretto al faro come se non mi avesse sentito. Andai allora da Ernst che mi spiegò come la famiglia del bambino presuntuoso che avevamo incontrato il giorno prima fosse una delle più ricche ed influenti del paese. Non era consentito alcuna critica nei confronti dei componenti di tale famiglia che, per lo sgarro subito da parte del Poeta, avevano deciso di cacciarci.
Deluso e amareggiato camminai per tutto il pomeriggio e la sera di quel gelido giorno di Natale per le vie del villaggio pensando a quello che avremmo fatto io e il Poeta in futuro, e mi domandai il motivo per cui il Fato ce l’avesse con noi. Mentre passavo di fronte alla vetrina del negozio di armi, sentii Arthur, il proprietario, che mi chiamava. Impallidii e cominciai a tremare non appena mi disse che il Poeta quel pomeriggio aveva comprato una pistola. Cominciai a correre con quanto fiato avevo nei polmoni verso il faro, sforzandomi di pensare che non sarebbe accaduto niente, ma non appena arrivai sulla spiaggia udii il rimbombo di uno sparo. Alzai gli occhi al cielo e vidi un mostruoso essere ignaro di tutto: odiai quella luna, e odiai l’odore acre che in quell’istante proveniva dal mare.
In lontananza intanto vedevo la danzatrice scalza che continuava a ballare e udivo i gemiti rauchi di un cane sfinito dalle botte.