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Archivi: Articoli d’archivio

  • La “Puazza” di Lendinara

    La “Puazza” di Lendinara

    Il tempo – ammette anche quel cherubino laico di Voltaire – è galantuomo e rimette ogni cosa a posto. Ma i suoi ritmi sono ineffabili e i nostri microcosmi cittadini sono pieni di muri, statue e pitture che – a prescindere dall’universo umano che le abita e le vede – attendono in lista d’attesa la loro chiamata alla verità, alla loro personale Spoon River. Quando ciò capita niente risulta più nuovo dell’antico, perché niente è più emozionante della rivelazione del volto genuino di ciò che ci attornia tutti i giorni, magari in vesti dimesse.

    Una scheggia polesana di questo incessante “revival” che fa riemergere lo spirito se non la vita del passato, va segnalata a Lendinara, a beneficio di chi transita per via Adua per portarsi in piazza Risorgimento (la piazza centrale della città). Nella parete a fianco dello splendido prospetto in cotto del palazzo estense, a quattro-cinque metri di altezza c’è murato un bassorilievo muliebre. Un mezzobusto, alto un metro e largo la metà, in marmo bianco. Non ha braccia né collo, e il volto è largo, pacioso, senza ombre, percorso da un sorrisino enigmatico e un po’ beffardo.

    Non si sa quando i concittadini, senza andare troppo per il sottile, l’hanno ribattezzata, la puazza. Che è come dire, bambolotta brutta e grossa (pua in dialetto equivale a bambola, e qualche lettore fra i più anziani ricorderà le puazze che le mamme un tempo facevano per i loro bambini con tela grezza e segatura, disegnandoci sopra naso, occhi e bocca).

    Gli storici locali si sono arrovellati per dare un inquadramento al ritratto. Quella attuale non è certamente la sua collocazione originaria. Pare, da memorie storiche di inizio ’700, che il bassorilievo sia stato rinvenuto verso il 1650 nei pressi del maestoso complesso conventuale di S. Francesco. Più o meno contemporaneamente venne scoperta in quel sito un’iscrizione votiva alla dea Iside, che il grande Teodoro Mommsen due secoli dopo descriveva presso il Museo Lapidario di Verona.

    Forse da questa duplice, e quasi concomitante scoperta, ebbe origine la credenza sette-ottocentesca che il busto marmoreo fosse un simulacro della divinità orientale e che il tempio dei francescani lendinaresi fosse sorto su un edificio a lei intitolato. Ma non ci sono documenti a suffragare questo accostamento popolare. E i dati iconografici noti di Iside andavano in direzione opposta. Da dove proveniva poi quella scultura? Da una stele sepolcrale? Quali i rapporti con gli altri reperti pagani che il poco tollerante mons. Scipioni aveva voluto gettare nelle fondamenta del nuovo campanile di S. Sofia? Quale infine la datazione della misteriosa puazza che con molta difficoltà si può riferire al periodo romano?

    Tanti interrogativi finora senza risposta, sui quali getta una luce nuova il contributo di un giovane studioso mantovano, Livio Zerbini, che fa parte dell’equipe di ricerca della cattedra di Storia romana dell’Università di Ferrara. In un articolo negli “Annali dei Musei civici di Rovereto” egli ritrova dei raffronti illuminanti tra la scultura lendinarese e le figure femminili scolpite sui sarcofagi fenici, d’ispirazione greca, ampiamente attestati a Sidone e nell’area circostante tra il V e il VI secolo a.C.

    Le analogie dello schema compositivo sono evidenti: dalla sproporzione della testa, incassata nelle spalle, al rilievo delle labbra e del mento, all’acconciatura grecizzante che riporterebbe agli anni iniziali dell’ellenismo; infine alla tiara e alle prominenze sporgenti all’altezza delle braccia (probabilmente degli appigli per la posa in opera del coperchio).

    La conclusione di Zerbini è che la puazza lendinarese fosse la parte superiore di uno dei sarcofagi “fenici” con figure femminili, datati al IV-III secolo a.C.

    La sua valenza storico-artistica, in quest’ottica, diventa notevole, in ragione del fatto che non vi sono testimonianze nell’Italia settentrionale di sarcofagi di tradizione fenicia, in quanto le uniche attestazioni sono emerse nell’area mediterranea (oltre a quelle di Sidone: in Tunisia negli scavi di Cartagine e di Kerouane; a Malta; in Sicilia nella necropoli della Cannita presso Salunto; in Iberia a Cadice).

    Riguardo al modo di provenienza in Italia, Zerbini esprime tre ipotesi: che la puazza sia stata portata da un marinaio romano o siriaco (della flotta di stanza a Ravenna); che sia giunta all’epoca delle crociate; che sia stata utilizzata come zavorra su di una nave veneziana.

    In qualche modo non più ricostruibile, ma all’interno di un mercato antiquario sempre fiorente, pervenne successivamente a Lendinara.

    Lo stesso pressappoco avvenne anche per la lapide dedicata ad Iside, già vista dal Mommsenn. Su di essa il nostro autore ha compiuto un’altra scoperta, identificandola proprio dove l’aveva trovata lo storico tedesco: a Verona, al Lapidario, appunto. E questa sarà materia – speriamo – per altre sorprese e per altre importanti puntualizzazioni.

    Il presente articolo è stato pubblicato anche su “Il Resto del Carlino” – pagina di Rovigo, settembre 1983 col titolo “Fenicia la Puazza di Lendinara”.

  • Le due “Marine” dell’Accademia

    Le due “Marine” dell’Accademia

    Richieste prima a Dortmund e poi a Padova le due tele del ’700

    Non era mai capitato prima d’ora che due dipinti della pinacoteca dell’Accademia dei Concordi venissero richiesti per due diverse mostre, una in Italia e una all’estero, nello stesso anno.

    Tornati da Dortmund, dove sono stati esposti nella mostra “Roma antica”, promossa dal museo di questa città tedesca, i dipinti raffiguranti una “Marina con ponte diroccato” e una “Marina con rovine classiche”, rispettivamente di Luca Carlevarijs e Johann Anton Eismann, sono rimasti ben poco nelle sale della pinacoteca rodigina essendo stati richiesti anche per la mostra “Luca Carlevarijs e la veduta veneziana del Settecento” promossa dal Comune di Padova e allestita nel Palazo della Ragione.

    Sono due opere che, per l’interesse iconografico che rivestono e per la qualità, non potevano mancare nella grande mostra di Padova che intende far conoscere l’origine e gli sviluppi del vedutismo veneziano.

    Luca Carlevarijs è un pittore di origine friulana che già all’inizio del Settecento, pubblicando una raccolta di 104 acqueforti con “fabbriche e vedute di Venezia”, giunge al superamento della veduta ideale attraverso l’uso sapiente della prospettiva, gli effetti particolari di luce e il realismo delle macchiette.

    Johann Anton Eismann è un pittore tedesco attivo a Venezia che precede nei modi stilistici il Carlevarijs e quindi risulta importante per la conoscenza degli sviluppi del vedutismo.

    Entrambi i dipinti sono stati donati alla pinacoteca dell’Accademia dei Concordi dalla contessa Maria Venezze Giustinian nel 1912.

    La partecipazione così frequente a grandi mostre nazionali e internazionali conferma la validità del programma di valorizzazione della pinacoteca avviato da tempo dai dirigenti dell’Accademia dei Concordi.

  • Il Delta ferito

    Il Delta ferito

    Domenica 18 settembre, puntuale come sempre, si è riaperta la stagione venatoria, lugubre sinonimo di nuove stragi. I problemi sul piatto sono quelli di sempre così come le polemiche e gli interventi di rito sui media. In questo quadro, di buon’ora mi sveglio per recarmi nel Delta del Po a dare una controllatina. Piove e tira vento. Il tempo non è clemente con uomini e bestie stamane.

    Bene, penso, le condizioni atmosferiche sono sfavorevoli e molti animali saranno risparmiati.

    Seguendo un percorso secondario, lungo il quale ho già notato molti cacciatori all’opera, giungo a ridosso delle valli da pesca, nel punto in cui avevo previsto di trovare una discreta concentrazione di seguaci di Diana. Infatti eccoli lì, davanti a me, almeno una ventina, mentre perlustrano, frugano spasmodici ovunque, si mimetizzano, incitano i cani, si accucciano, sparano. Li scruto con attenzione attraverso il binocolo mentre attorno infuria la contraerea. Rimango in silenzio, osservo, ascolto e, naturalmente, medito.

    All’improvviso una raffica: PAM, PAM, PAM, PAM, PAM. Cinque colpi partiti dallo stesso punto. Ma non sono solo tre i colpi consentiti per legge? Cerco di individuare il galantuomo ma, maledizione, non ci riesco. Il binocolo mi restituisce nel frattempo sagome di povere bestie che volano alte nel cielo disorientate e in preda ad evidente terrore. Il tutto mentre, all’interno della valle, non si placano i continui rimbombi di un’artiglieria insaziabile.

    Dal canneto di fronte a me sei sagome saettanti schizzano allo scoperto, si abbassano, virano nervosamente prima a destra quindi a manca, puntando infine diritte verso la postazione di un cacciatore per fortuna distratto. Lo superano incolumi senza che questi se ne avveda. Tiro un sospiro di sollievo. Pericolo scampato, almeno per ora.

    Sono circa le otto quando un’anatra vola alta sulla mia sinistra dirigendosi proprio verso una zona di particolare pericolo. Cosa fai stupida! Mentalmente la scaccio verso mete più sicure. All’improvviso chiude le ali, perde quota, precipita, TONF! È caduta nel campò arato che mi si para dinanzi. Ferita a morte, con le ultime energie ha tentato invano di sottrarsi al destino e alla mano crudele che l’ha finita. Ma, ironia della sorte, due prodi “sportivi”, da tempo chiusi in macchina per le condizioni avverse, hanno assistito alla scena. Con incedere lesto si precipitano a recuperare l’animale. Lo trovano guidati a distanza da un terzo. È un bell’esemplare di germano reale maschio sui 7-8 etti. Questa sera avranno di che vantarsi con amici e parenti per le loro prodezze balistiche che, nel caso, non hanno richiesto neppure lo sparo di una cartuccia. Naturalmente a nessuno di loro passa per la testa di registrare la cattura sull’apposito tesserino regionale come prevederebbero viceversa le norme.

    Aspetto ancora un po’, tifando sempre spudoratamente per gli animali, mentre gli automatici a cinque e più colpi continuano periodicamente a farsi sentire. Ore 9, ho visto abbastanza e decido di allontanarmi.

    All’altezza di Porto Levante incontro una pattuglia di vigili provinciali; li fermo e li invito a controllare la zona da dove mi sono appena allontanato facendo presente che qualcuno usa fucili non regolamentari. Chiedo notizie sulla Vallona. Mi assicurano che lì fila tutto liscio. Mi mettono anzi al corrente che durante la notte alcuni cacciatori sono già stati “pizzicati” lungo il corso del Po a sistemare zimbelli prima dell’orario consentito.

    Riprendo la mia perlustrazione e, giunto nei pressi della Vallona, mi fermo a fotografare una garzetta intirizzita dal freddo. Appena scendo dall’auto odo, inconfondibili, i “polifon”, richiami acustici vietati per legge. Salito sull’argine controllo e individuo inequivocabilmente le postazioni che hanno in funzione questi micidiali richiami acustici fonte di inganno per i malcapitati animali. Mi chiedo perplesso come mai i vigili provinciali non abbiano sentito ciò che io sento ora così distintamente.

    Più avanti mi fermo ad osservare in valle Bagliona alcuni prodi al ritorno dalla faticosa giornata. Sono davanti a me tre “sportivi” di Vicenza che, mentre il barcaiolo spinge faticosamente sui remi, se ne stanno bellamente seduti nella barca ad attendere l’approdo. Scendono portandosi appresso le scarse catture. Neppure la fatica di portare i fucili, ché a questo pensa il fido cavalier servente mentre loro si puliscono e si sistemano all’interno di potenti macchine di grossa cilindrata. Non visto scatto alcune foto. Non si sa mai, potrebbero tornarmi utili in qualche conferenza sul tema.

    Proseguo il mio viaggio in direzione Boccasette. Lungo il percorso vedo ovunque persone armate che si aggirano per la campagna in cerca di malcapitate lepri e fagiani che, per il momento, possono ancora trovare rifugio nei campi di mais. L’impressione che ne traggo è che almeno per oggi nella desolata campagna del Delta siano senz’altro più numerosi i cacciatori che i cacciati.

    Arrivo infine in località Boccasette, lungo l’argine che separa la terraferma dal mare. Noto alcuni barcaioli che mi guardano con diffidenza. Mi spingo fino al punto in cui il Po di Maistra sfocia nel mare e salgo sull’argine.

    Come ogni anno nella laguna prospiciente è sistemato un appostamento che, al solito, è occupato da due signori di Ravenna. Anche qui il richiamo acustico fa sentire alto la sua voce, ma oramai si è fatto tardi ed animali in volo non se ne vedono. Al rientro passo per golena Ca’ Cornera, regno incontrastato dei vicentini che infatti sono presenti, nonostante l’ora, in numero cospicuo. Pensare che questa zona è stata salvata dalla devastazione, nella totale indifferenza delle associazioni venatorie, grazie ad una tempestiva denuncia di noi ambientalisti.

    Deluso mi avvio verso casa, mentre un pensiero di resa si insinua nella mente: Ma sì, probabilmente è giusto che gli eventi procedano in questo modo. In fondo degli animali e più in generale dell’ambiente interessa poco a chiunque, specie in questi tempi di disoccupazione, tagli e sacrifici. Forse le mie sono solo paranoie, allucinazioni di un ambientalista …

    Rientro a casa e dalla televisione apprendo che la prima giornata di caccia è filata via liscia, senza incidenti. Gli amici del W.W.F. che si sono recati a svolgere il servizio di guardie venatorie volontarie mi raggiungono al telefono per raccontarmi com’è andata: sono stati trattati in malo modo da alcuni seguaci di Diana, sempre pronti a tenere atteggiamenti aggressivi nei confronti degli agenti volontari. Sono avvilito, ho voglia di mollare.

    Ma l’immagine del povero germano che mi cade davanti agli occhi non mi lascia. Mi accompagna come una nota triste per tutta la giornata, e per lui, per la natura offesa dalla razza umana, decido di scrivere queste brevi note.

    La gente comune, quella stessa gente che il giorno del referendum decise di andarsene per gli affari suoi invalidando un risultato certo, deve conoscere, deve rendersi conto che non è più né il momento né il caso di essere neutrali. E, se la fiducia dovesse fare difetto, per capire da che parte sta il torto non resta che fare il piccolo sforzo di girare per il territorio ad osservare direttamente, proprio come ho fatto io tante, troppe altre volte.

  • Tre archi nella notte

    Tre archi nella notte

    Sono un nottambulo.

    Si pensa solitamente che il pittore trovi ispirazione nel chiuso del suo studio o “an plain air” come gli Impressionisti a contatto della natura. O magari lo si pensa quasi immobile nella attesa di quella specie di Provvidenza della categoria chiamata Ispirazione.

    Nel mio caso avviene il contrario.

    La mia strana Musa appare invece quando cammino.

    Infatti per ottenere i favori io devo camminare, creandomi una piccola crisi di identità tra artistica e podistica.

    Esercito questa mia duplice facoltà tra il verde delle rive dei nostri fiumi che io chiamo “I giardini dell’Ibis”, ma molto spesso semplicemente passeggiando per Rovigo.

    A notte fonda.

    L’ho già detto sono un nottambulo a cui (che imbarazzo!) l’ispirazione “viene dai piedi”.

    Mi piace camminare piano poiché non cerco un preciso luogo nel tempo e nello spazio ma evidentemente un mio luogo interiore.

    Passeggio per Rovigo seguendo praticamente sempre lo stesso tragitto, godendo un po’ del frutto divino di cui solo gli dei immortali si saziano: l’immutabile consuetudine (e non è forse l’infinita ripetizione del medesimo l’eternità?).

    Il ben conosciuto susseguirsi delle architetture che si affacciano sulle strade è come il volto di persone amiche alle quali la frequentazione quotidiana confonde i segni dell’inesorabile incedere del tempo.

    Sono quindi un metodico (in barba al genio e sregolatezza) e partendo dal mio studio scendo per via Sichirollo con le sue architetture austeramente religiose, attraverso Porta Augustina con il suo improbabile arco a schiena d’asino; subito dopo incontro Palazzo Casalini sobrio e un po’ tarchiato che sembra perennemente corteggiare la Villa del Vescovado di fronte, tutta ritrosa, nel suo cortile.

    Lascio il fianco destro e costeggio il retro del “Duomo senza volto” per Via Colorni e, superando l’Ospedale Vecchio, ritorno a destra verso il centro.

    Mi piace attendere l’esplosione verticale delle Torri medioevali attraverso le piante del giardino retrostante.

    Poi, abbassando lo sguardo, lancio la solita occhiata esteticamente inconsolabile al “ditone” del monumento a Matteotti.

    Attraverso quindi il Corso e scendo per via Minelli con il suo Palazzo dal grafismo aereo. A destra attende, come sempre, l’acciaccato Palazzo Angeli, tutto proteso a farsi vedere di sguincio ancora padrone della sua via.

    E poi i portici placidi e per essi alla Piazza a girarne l’anello sotto lo sguardo del Re Galantuomo.

    Tornando sui miei passi nuovamente intravvedo, a giro compiuto, Palazzo Roverella “il rosso”, a cui segue la consueta riflessione su come Palazzo Roncale riesca ad essere ombroso persino la notte.

    Infine nuovamente nel Corso, a sinistra verso Ca’ Venezze, bianca e canora. Non mi resta poi che la breve strada del ritorno, generalmente appagato del mio viaggio notturno in città, senza saluti in falsa cortesia, incontri spesso molesti e frasi fatte.

    Inoltre senza auto ingombranti, rumorosi motorini, aria pessima e, per finire, senza lo sfavillio dei negozi del centro che vendono cose inutili ma, pare, di prima necessità. Insomma, fiero di aver stoicamente rinunciato, nottetempo, ai molti dei vantaggi del vivere associato.

    In genere non accade mai nulla di nuovo, tutto come da copione, tutto divinamente noioso.

    Ma qualche notte fa, tornando sul Corso dalla Piazza e sul punto di girare a sinistra per tornare, che cosa vedo? Tre archi nella notte mi appaiono sulla destra: LA PESCHERIA RESTAURATA!

    Non più quel luogo che emanò per lungo tempo ancora l’inconfondibile odore dell’abitatore dei mari! (ora immortalato solo nei bassorilievi di facciata). Non più quel cadavere architettonico coperto per molto tempo più per pubblica decenza che per ferma volontà di restauro.

    Ora era lì, rinnovata, con i suoi tre archi a sesto acuto di un neogotico senza gli slanci dell’originale, ma pur sempre decoroso.

    “Finalmente – pensai – una sede espositiva polifuzionale a Rovigo”.

    Sperai che questo luogo, pur inautentico, potesse contribuire alla valorizzazione dell’arte autentica e del patrimonio umano ed artistico del Polesine; senza i provincialismi amministrativi di chi, in fondo, non si perdona di esserci nato in provincia e imita goffamente la città.

    Era chiaro che il mio solito tragitto veniva scompaginato e la Pescheria sarebbe diventata una nuova meta obbligata.

    Mentre tornavo nella notte mi apparve la Musa provvidenziale e, accompagnandomi, benevolmente mi consigliava di disegnare tre archi gotici simili alla Pescheria nel giardino di domani, alla luce del sole.

  • Corte Polesine Camerini

    Corte Polesine Camerini

    Sono molteplici i beni architettonici ed ambientali del Polesine che richiedono un sollecito intervento di recupero. Da segnalare in particolare la casa padronale che sorge nell’isola di Polesine Camerini, in comune di Porto Tolle¹. Più volte si è parlato di un suo recupero ma finora senza esito alcuno.

    Recentemente si sono fatti promotori di richiamare l’attenzione sul degrado della struttura i consiglieri comunali di “Alleanza riformista”. Con un’interrogazione al sindaco hanno denunciato il “precario e fatiscente stato in cui tutt’ora versa il manufatto del secolo scorso, che resta uno degli ultimi simboli di quella civiltà contadina che ormai nel nostro territorio è andata perduta, sia per le avversità della natura che per l’insensibilità di una classe politica la quale non ha avuto alcuna cura verso la storia e la cultura del nostro territorio”.

    Per la “storia” è da dire che i Camerini, romagnoli di origine, acquistarono i territori del litorale polesano (dal Po di Goro alla foce del Po di Maistra) nel 1836 assieme ai Sullam-Ravenna (famiglia di origine ebraica) ed ai portotollesi Chiereghin e Turolla. Due anni dopo la società si “rompe” ed i Camerini vendono tutto ai “conterranei” Sullam-Ravenna.

    I Camerini sono anche duchi. Il titolo nobiliare è per “dettato pontificio” del 1886 in favore del fondatore della Casa, Silvestro, quando cioè la “ditta Camerini si aggiudica la manutenzione generale del sistema viario di tutto lo Stato pontificio”.

    L’interesse della nobile famiglia per il Delta non viene mai meno e fra il 1870 e il 1878 i Camerini, con Luigi e Paolo, ritornano nell’isola portotollese dopo aver acquistato tutti i terreni paludosi dei Chiereghin e dei Sullam. A questi ultimi il Duca ebbe a pagare la somma di 2.500 lire italiane dell’epoca. Alcuni anni dopo per la “redenzione” attuata dal Duca Camerini, i territori e l’intera isola vengono chiamati Polesine Camerini.

    Il palazzo intanto era stato costruito al centro della corte con un’ampia aia sulla quale, fino a qualche anno fa, dopo la mietitura si celebrava la “ganzega”. È ora evidente che il complesso architettonico ha bisogno di un urgente restauro.

    Il nome dei conti di Polesine Camerini oltre alla casa padronale è passato – come detto – ad indicare tutta l’isola di oltre duemila ettari, con 950 abitanti circa. E una fra le più belle dell’estremo delta; si protende nell’Adriatico, delimitata dal Po delle Tolle e dal Po della Pila.

    La chiesa parrocchiale è recente come la scuola elementare del resto: tutto è avvenuto con la riforma fondiaria degli anni cinquanta. Degli anni settanta invece è la costruzione della centrale termoelettrica Enel. Recentissimo, a sua volta, il Centro informazioni dell’Enel. In proposito è da dire che la sede del centro informazioni doveva essere palazzo Camerini dopo una progettata ristrutturazione a carico dell’Enel. Perché poi questo non sia avvenuto resta un mistero.

    Il restauro si presenta ormai indilazionabile ed è inoltre da rilevare che il mancato recupero dell’edificio comprometterebbe anche, da parte del Comune, la candidatura a sede del Parco del Delta del Po.

  • Barbuglio e dintorni

    Barbuglio e dintorni

    In un pomeriggio di settembre, quando il granoturco fattosi ormai giallo mette in vista le grosse pannocchie, e l'uva già matura attira sciami di moscerini, è piacevole percorrere viottoli nella campagna e strette strade asfaltate che, come nastri fra i campi, da Saguedo portano a Barbuglio. A metà strada il cimitero. La cancellata è chiusa, tutt'attorno è silenzio e solitudine. Più avanti un incrocio, a sinistra via Crosara porta a Campomarzo, mentre proseguendo diritto si arriva a Barbuglio.

    Si incontrano poche persone. Sono tutti al lavoro. Operosi oggi come secoli fa, quando gli abitanti si dedicavano alla costruzione o alla risistemazione di barche e burchi. Per questa loro particolare attività gli abitanti di Barbuglio erano abbastanza ricchi e si differenziavano dagli altri paesi.

    A formare la “Terra Barbulei” era un gruppo di case lungo l’argine dell’Adige, in tutto si contavano 380 abitanti. Nel 1555 la piccola comunità avviò i lavori per la costruzione di una chiesetta, avendo ottenuto il permesso dall’Abate della Vangadizza ed il consenso del Parroco di Saguedo. Il distacco dalla matrice di Saguedo fu stabilito dalla Santa Sede con Bolla Pontificia nel 1567 (il documento è conservato nell’archivio parrocchiale).

    Il piccolo tempio fu dedicato a S. Nicola da Bari e consacrato nel 1569. Perché questo patrono con origini tanto lontane? Nicola era stato vescovo di Mira (Turchia); nel 1087 le sue reliquie furono trasferite dalla Turchia a Bari dove si costruì la cattedrale e il Santo divenne S. Nicola da Bari, e da allora S. Nicola è considerato il patrono dei marinai. La gente di Barbuglio, formata da barcaioli, si pose sotto la protezione di questo Santo.

    Barbuglio era infatti il piccolo porto fluviale di Lendinara. Da qui, su barconi, trainati da terra da cavalli, partivano le merci, soprattutto granaglie, per Venezia. La strada detta delle “carrette” che passava davanti all’oratorio di S. Chiara e superava il ponte “Carletto”, univa Lendinara al suo porto.

    Dopo la separazione dalla chiesa di Saguedo, i capifamiglia di Barbuglio fissarono la dote annuale per il parroco (si costituì il “giuspatronato laicale” di natura popolare): 24 staia di frumento (misura del Castello di Lendinara) più 12 ducati d’oro. In seguito aggiunsero una quarta di frumento per ogni abitante maschio (sopra i 12 anni) e mezza quarta per ogni abitante femmina (sempre sopra i 12 anni). Il parroco era nominato dai capifamiglia. Tutto questo rimase in vigore fino all'unità d'Italia.

    Ma i rapporti fra le parrocchie di Barbuglio e quella di Saguedo furono sempre difficili. Dopo la separazione, sancita dalla Bolla Pontificia che non parla di particolari funzioni religiose da parte del Parroco di Saguedo, quest’ultimo si credette in diritto di fare, nella festa dell’Ascensione, una annuale processione all’Adige per la benedizione delle acque, passando per il centro di Barbuglio ed entrando in chiesa per cantare il Vangelo delle rogazioni davanti all’altare maggiore.

    Questa “intrusione” dava fastidio ai barbugliesi, e spesso scoppiarono dissensi, discordie e zuffe collettive, tanto che si arrivò (così è tramandato) a impugnare come armi, le grosse e lunghe candele portate in processione! Vi furono denunce alle autorità religiose e civili.

    Trovando tutto ciò disonorevole, si stabilì tra le due parti di sostituire la funzione con una messa solenne che il Parroco di Saguedo doveva celebrare nella festa della SS. Trinità. La chiesa di Barbuglio doveva essere preparata nel modo migliore, per onorare la Chiesa matrice.

    Questo accordo non piacque però ai Barbugliesi che cercarono di ostacolarne l’attuazione ma fu confermato prima dal Tribunale dei 10 di Venezia con decreto ducale (1786), poi dal Tribunale Vescovile (1789) e in seguito a nuovi screzi, con decreto imperiale asburgico (1800), poiché tutto il territorio di Venezia era passato sotto l’Austria.

    L’annuale cerimonia fu ripetuta dal parroco di Saguedo fino al 1963, nonostante che nel frattempo il primitivo tempio fosse stato abbattuto (anno 1919), per rinforzare gli argini dell’Adige.

    Ricordiamo che l’antica chiesa era posta sulla prima parte dell’argine, di fronte al paese, orientata da levante a ponente.

    Nel 1763 la primitiva struttura era stata ingrandita e dotata di una facciata simile a quella della chiesa di Saguedo e ornata con 5 statue; all’interno presentava 5 altari in marmo di squisita fattura. Altre opere importanti erano la pala di S. Nicola del pittore Novelli, la cantoria dell’intagliatore Ponzilacqua di Lendinara, l’organo di G. Calido (si spesero lire 887), il pavimento di marmo con due sepolcri.

    Nel 1742, soppressa l’Abbazia della Vangadizza, la parrocchia passò sotto la giurisdizione di Adria e nel 1793 il sacerdote ebbe il titolo di Arciprete.

    Ma nel 1875 un regio decreto deliberò il rinforzo dell’argine dell’Adige. Più volte rimandata, l’esecuzione dei lavori fu avviata nel 1919, comportando la demolizione di tutto il complesso: chiesa, campanile e casa canonica. Fino al 1939 gli altari demoliti e tutti i marmi furono accatastati e lasciati alle intemperie e la suppellettile sparsa nelle case. Per le sacre funzioni un privato mise a disposizione un piccolo ambiente e il parroco visse in un granaio.

    Nel 1922 era cominciata la ricostruzione: fu benedetta la 1ª pietra ed eretti i muri, ma poi vennero a mancare i soldi e tutto si fermò. Per fortuna intervenne un gruppo di volontari di Rovigo a prendere in mano l’amministrazione: la chiesa fu ultimata e il 2 aprile 1927 si celebrò la 1ª messa. Ma per pagare il debito residuo si vendettero altari, candelabri, statue, lampade, la cantoria, l’organo, il pulpito e gli oggetti sacri! Coi pezzi rimasti, e malamente ricomposti, si ricostruì l’altar maggiore, e due paliotti furono collocati nelle cappelle laterali della B.V. del Rosario e di S. Valentino. Un altare finì invece nella chiesa di Costa.

    L’attuale chiesa è semplice ma non disadorna e nella penombra l’animo può raccogliersi sotto lo sguardo del patrono S. Nicola che da una nicchia dell’abside vigila sul popolo. E a vigilare, all’esterno del tempio, è pure Papa Giovanni XIII: il monumento eretto nel giardino della canonica, di fianco alla chiesa, è stato voluto da Don Pietro Padovan: fu inaugurato e benedetto nel 1982 e visitato nel 1986 da monsignor Loris Capovilla. Questo parroco volle essere sepolto nel cimitero locale: un fiore non manca mai sulla sua tomba.

    Mi allontano, mentre il mio sguardo si posa sulla trifora che sovrasta il portale d’ingresso, da dove si alza in volo una colomba dopo una sosta per riposare.

    Voglio arrivare nel vicino paese di Campomarzo. Via Stradella del coppo, via Sette campi: nomi legati a fatti, a tradizioni o all’ambiente. Le case sembrano stringersi quasi a voler tenere lontani occhi indiscreti. La strada porta tra campi, a volte si restringe circondata da alberi e viene il dubbio se si potrà uscire da qualche parte o si dovrà ritornare sui propri passi. Si dice che gli abitanti di questo paese siano molto riservati. (Un retaggio del periodo in cui la Repubblica di Venezia utilizzava questa terra come zona di deportazione?). Qui visse uno strano personaggio che gli anziani dovrebbero certamente ricordare: “Gnurfa”, piccolo boss locale, furbo e temuto: riusciva con mille stratagemmi ad imbrogliare anche le guardie!

    Risalgo sull’argine: osservo la vastità della campagna coltivata, specchi d’acqua in mezzo ai campi di granoturco, vecchie case abbandonate e vicino le nuove abitazioni, moderne, funzionali ma dall’architettura non sempre in armonia col paesaggio.

    Mi giro, in quel punto il fiume presenta una grande ansa, è maestoso ma incute timore. E smisurata doveva essere la paura quando le acque crescevano fino a raggiungere la sommità dell’argine. La gente allora ritrovava una viva fede e pregava; pregava la Madonna affinché l’argine non rompesse e costruiva capitelli e chiese: eccola lì la chiesetta di Pradespin dedicata alla Madonna nera. Non è la primitiva chiesa, demolita per il rinforzo degli argini (1892), ma quella fatta ricostruire nel 1893 dalla fabbriceria del Pilastrello. Sembra sorgere da un mare verde perché l’erba cresce compatta tutta intorno. Mai nessuno desidera entrare per una preghiera? Forse non serve. Il luogo è così appartato, silenzioso, le pareti della chiesa sembrano dilatate in modo da rendere tutto quell’angolo di natura una chiesa. La campana del piccolo campanile a vela tace.

    Poco lontano un’altra piccola cappella. Era un capitello eretto ancor prima della chiesetta di Pradespin, ed ora ricostruito, modificato e ben tenuto. Sull’altare sempre l’immagine della Madonna. Ma questi luoghi di preghiera si animano nella 1ª domenica di ottobre quando il popolo si reca in processione per celebrare la Madonna del Rosario. È la festa anche delle giuggiole e del melograno.

    Ritorno verso Ca’ Morosini rimanendo sulla strada arginale. A tratti le rive sono fitte di alberi e il sole al tramonto crea luci ed ombre sempre più scure. Il vecchio mulino con la grande ruota… non c’è più: è scomparso nel 1953.

    Ecco il ponte di Ca’ Morosini (costruito in legno nel 1872, in ferro nel 1928, colpito dalle bombe il 20 aprile 1945, rifatto e reso agibile nel 1948).

    Ma ecco che qualcos’altro attira la mia attenzione. Scendo la scarpata e, camminando fra campi arati lungo un fossato, arrivo a uno specchio d’acqua, quasi interamente ricoperto di ninfee, al centro un piccolissimo isolotto con alberi che danno rifugio a uccelli canori. Qualcosa scivola sotto acqua lasciando appena una scia, mentre si dirige verso l’isolotto. Non arrivano voci umane: la natura dà rifugio a piccole creature che qui si sentono ancora al sicuro. Un viottolo fra campi di granoturco e filari di viti mi porta sull’asfalto. Lascio alle spalle un angolo di Polesine ancora antico, immoto, col desiderio e la certezza di ritornarci magari in primavera quando colori e forme ricominciano a vivere.

    I più vivi ringraziamenti a Monsignor Giusberti per le notizie fornitemi sulla chiesa di Barbuglio.

  • Attenti a quel fiume

    Attenti a quel fiume

    "Operazione fiumi 1994": questo è il titolo dell'iniziativa assunta da "Legambiente" per il terzo anno consecutivo.

    Undici i fiumi monitorati tra aprile e giugno, migliaia i prelievi e le analisi a bordo della goletta verde.

    I campioni d'acqua prelevati lungo il corso degli argini (ogni 10 chilometri) e i dati raccolti, hanno permesso a chimici, biologi e naturalisti di stendere un quadro ambientale obiettivo, di recente esposto da legambiente presso il circolo Canottieri di Revere (MN). L’associazione ha infatti organizzato, il 22 maggio scorso, una conferenza stampa, in occasione della tappa sul Po, al fine di illustrare il prossimo stato di salute del suo bacino. Il compito di esporre i risultati delle analisi e le proposte di legambiente per salvare il fiume è toccato a Maurizio Malavasi, presidente del circolo Legambiente di Ostiglia, e a Giulio Conte, portavoce scientifico di "Operazione fiumi".

    La relazione esposta è stata purtroppo una conferma: la quantità di coliformi fecali (bacilli presenti nelle deiezioni animali e nelle feci umane) limitano la balneazione su tutto il corso del fiume. A valle del Lambro, bacino milanese che immette le proprie acque nel grande fiume, la situazione è addirittura spaventosa: si evidenziano valori di inquinamento perfino superiori ai limiti imposti dalla Legge Merli per le fognature. I campioni analizzati sono ricchi di ammoniaca, segno ancora più evidente di liquami non depurati. Da sottolineare che anche a Moncalieri e a Ferrara (tanto per citare due stazioni di rilevazione rispettivamente vicine alla sorgente e alla foce) le concentrazioni di questa sostanza sono quasi sempre superiori ai valori-guida previsti dalla normativa per la tutela della vita acquatica.

    Il responso degli indicatori biologici conferma pertanto la gravità della situazione: lo studio della fauna di macroinvertebrati che popola l’alveo del fiume, spia del suo stato di salute, ha individuato a monte condizioni buone, o discrete, mentre nel tratto centrale e a valle la situazione peggiora: ambiente inquinato e molto inquinato).

    Ma ci sono altri dati allarmanti legati al lento abbassamento del letto del fiume, dovuto all’escavazione selvaggia che ha provocato, nel corso del tempo, una drastica modificazione del fondale. È stato, inoltre, riscontrato che vaste superfici di terreno (stimate attorno ai 12.000 Kmq contro i vecchi 5.000) sono state rese impermeabili dalla cementificazione, frutto di una proliferante edilizia. Conseguentemente le acque piovane scolano direttamente nei corsi d’acqua.

    In questa situazione è d’obbligo una domanda: che succederebbe con condizioni metereologiche sfavorevoli, come quelle verificatesi nel lontano novembre ’51, anno della tragica inondazione del Polesine? La risposta è drammatica: l’onda di piena sarebbe superiore del 20% rispetto quella di 43 anni fa.

    È vero che nel frattempo gli argini sono stati costantemente rinforzati, ma per dormire sonni tranquilli occorrono interventi volti a contenere il rapido scaricarsi di tutte le acque nel fiume.

  • Il nuovo campanile di Lusia

    Il nuovo campanile di Lusia

    Lusia, una comunità che ha dovuto pagare con un consistente tributo di sangue la tragedia della guerra: di quegli anni cronologicamente non tanto lontani le testimonianze vanno via via scomparendo, dissipate da ansie diverse, inghiottite dai modi più frenetici e vivaci con cui si affronta oggi la nostra quotidianità, e così si crea un vuoto, colmato in parte dalle opere murarie, a segnare la ricostruzione di un paese che ha radici lontane.

    Lusia, come territorio e come comunità è molto antica, la sua origine è attestata con sicurezza in epoca romana, come comprovano numerosi reperti archeologici qui rinvenuti: lapidi, oggetti votivi e monete.

    Il nome stesso del paese è di origine latina, infatti sembra che Lusia derivi da “Gens Luxia”.

    Uno tra i documenti più antichi ove si nomina una “Corte di Lusia” risale, tuttavia, al 993, d.C., quando questo territorio venne ceduto da Ugo il Grande, marchese di Toscana, all’Abbazia della Vangadizza.

    Al tempo delle Signorie, questo territorio fu dominato dai Veronesi, dai Carraresi, dagli Estensi; questo fino alla fine del Quattrocento quando la Repubblica Veneta se ne impossessò definitivamente, come anche di tutto il resto del Polesine.

    Nei secoli di dominio della Serenissima, e cioè fino al XVIII secolo, Lusia fu una zona che godette di una certa pace dal punto di vista delle guerre e delle devastazioni militari; molto più difficile fu difendersi nel campo della sicurezza idraulica: l’Adige ruppe con violenza più volte gli argini, provocando nella popolazione sofferenza e miseria.

    Il costante pericolo del fiume impedì alla comunità di Lusia di svilupparsi. Le condizioni di vita della gente furono veramente difficili, tanto da determinare, in modo particolare negli ultimi decenni dell’Ottocento, un grande esodo migratorio, come fu per quasi tutto il Polesine; oltre un migliaio di persone se ne andò in Brasile a cercare fortuna.

    Qualche motivo di speranza per quelli rimasti apparve verso la fine del secolo. La vicina Lendinara sembrava offrire possibilità di lavoro, grazie all’avvio di alcune industrie; per i lusiani infatti unica “industria” erano i mulini natanti sull’Adige.

    Ma nella storia del paese vi è una data che segna un fatto drammatico e atroce: il 20 aprile 1945.

    Era già iniziata, anche se confusa, la ritirata dei tedeschi, da lì a cinque giorni sarebbe stata dichiarata ufficilamente la “Liberazione”, quando alle ore 11 di quel 20 aprile 1945, un tragico bombardamento si abbatté sul paese.

    Pare che l’obiettivo prefissato dalla squadriglia aerea alleata fosse il ponte sull’Adige. Purtroppo fu una tragedia; le fortezze volanti, in ondate successive, scatenarono dal cielo un uragano; gran parte del paese fu distrutto, causando ben sessantuno vittime, alle quali se ne aggiunsero altre nove trucidate per rappresaglia.

    Senza dubbio quello di Lusia fu uno dei più terribili bombardamenti d’Italia. Dove caddero le bombe non rimase nulla.

    In molti è ancora stampata nella mente la visione apocalittica del disastro: la chiesa accasciata su se stessa, il campanile in frantumi sino alla base, molte case rase al suolo, municipio e servizi pubblici distrutti, devastato il cimitero, tutto travolto.

    La distruzione, il dolore, il pianto di quei momenti e dei giorni successivi non frenarono l’opera della figura ancora oggi tanto cara ai lusiani: il parroco, don Terenzio Pezzolo, che ovunque volle essere presente a confortare, a incoraggiare, a offrire speranza.

    L’incubo della guerra si allontanò, e piano piano riprese l’attività e si diede inizio all’opera di ricostruzione, che vide risorgere il paese a circa 300 metri dall’Adige.

    La vecchia Lusia di un tempo era scomparsa.

    Nonostante ciò, pur di non lasciare il loro paese, i lusiani affrontarono con grande dignità ogni disagio e lentamente videro sorgere dalle ceneri del vecchio paese, una nuova Lusia, frutto di sofferenze, di fatiche ma anche di tante speranze.

    Non erano solamente le opere murarie da ricostruire, erano soprattutto gli animi da rincuorare: bisognava ritrovare la forza per credere nella vita. La forza d’animo di questa gente permise alla comunità di Lusia di avviare una lenta quanto inarrestabile ripresa, culminata negli ultimi vent’anni in una economia fiorentissima, basata soprattutto sull’orticoltura, intesa su larga scala industriale e con alle spalle strutture cooperative e commerciali, che assicurano importanti e intense esportazioni in Italia e all’estero.

    Per dieci anni il servizio religioso-pastorale si svolse nella povertà di un vecchio fienile. La ricostruzione della chiesa fu molto lenta e tormentata.

    L’arciprete don Terenzio si era subito messo al lavoro, e già nel 1947 era pronto il progetto, su disegno dell’architetto Orlando Veronese; ma bisognava attendere il 19 agosto del 1953, quando l’allora Sen. U. Merlin, ministro dei lavori pubblici, emanava il decreto che dava inizio ai lavori, affidati alla Ditta Zerbo, Francalancia e C. di Venezia.

    Il 16 giugno 1954 il Vescovo Mons. G.M. Mazzocco benediceva la prima pietra, e dopo quattro anni di lavoro intenso, l’edificio era completato.

    Il 27 aprile 1958 la cerimonia inaugurale, con una straordinaria partecipazione di gente.

    La nuova chesa, concepita secondo le forme ispirate alla tradizione romanica, ha un interno ampio e luminoso; presenta le caratteristiche della pianta a croce con transetto raddoppiato, lo spazio dell’ampia navata è interrotto da grandi colonne, il soffitto è in legno carenato e patinato.

    Le forme esterne dell’edificio si avvicinano alla tradizione romanico-gotica, la facciata è adornata da una galleria mentre sui fianchi si ergono archi rampanti.

    Le pareti all’esterno sono in mattoni a vista con elementi in pietra naturale chiara.

    Nella parte alta della facciata è posto un gruppo statuario che raffigura i SS. Patroni Vito e Modesto. I bassorilievi sulle due porte sono opera di Virgilio Milani.

    Tutto il complesso architettonico, realizzato con il contributo dello stato, risulta essere, tra gli edifici sacri moderni, una costruzione di indubbio valore.

    Nel 1991 sono stati ultimati altri lavori come la casa canonica e le opere parrocchiali, per interessamento dell’Arciprete Mons. Settimo Malin.

    L’ultimo atto di ricostruzione è stata infine la realizzazione del campanile e l’installazione delle nuove campane.

    La ricostruzione del campanile è avvenuta attraverso un cammino sofferto, conclusosi soltanto da pochi mesi. Per chi crede in determinati valori, il significato dell’opera è abbastanza facile da comprendere: il campanile è segno di unità. Di un’unità dentro la quale possiamo vedere raffigurata soprattutto la comunità cristiana e parrocchiale ma anche quella civile. Lo sguardo che si alza verso il cielo fa indubbiamente pensare all’operosità umana e alla tenacia con cui l’opera è stata realizzata.

    Anche le campane del nuovo campanile possono annoverare una storia abbastanza lunga. Don Terenzio Pezzolo, predecessore dell’attuale arciprete Mons. Settimo Malin, ha vissuto direttamente tutti gli avvenimenti delle campane di Lusia.

    Per ordine di Mussolini esse furono portate via in tempo di guerra per far cannoni; terminato il conflitto nuove campane furono consegnate alla comunità di Lusia; purtroppo erano però state fuse con materiali scarsi e perciò il loro suono non corrispondeva più neppure alla nota originale di ogni campana.

    Nel pensare alla realizzazione del nuovo campanile con il rispettivo concerto di campane, il problema delle campane emerse come un imprevisto a cui dare soluzione. Valutate varie ipotesi, si decise alla fine di rifare completamente il concerto.

    La più significativa è la prima campana in re bemolle; è la campana della pace, divisa in quattro settori: il primo rappresenta l’immagine di un aereo che sgancia bombe su Lusia, con incisa la data del 20 aprile 1945; nel secondo settore vi sono tre croci per ricordare i morti di quel bombardamento; nel terzo settore vi sono incise queste parole: “Alle vittime civili di Lusia che la guerra privò della vita degli affetti e dei beni perché il loro sacrificio affermi una comune volontà di pace”.

    Questo a ricordare le 55 vittime del bombardamento, le sette vittime civili per rappresaglia ad opera dei tedeschi, e i quattro morti per scoppio di granate; è inoltre incisa la data del 20 aprile 1994, 49° anniversario del bombardamento.

    Intorno a questa campana della pace, è stata inoltre riportata la frase di papa Pio XII, pronunciata in un famoso radiomessaggio del 24 agosto 1939, alla vigilia dello scoppio della seconda Guerra mondiale: “È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la giustizia si fa strada, nulla è perduto con la pace, tutto può essere perduto con la guerra”.

    Vi è poi la campana detta dei santi; in essa sono raffigurati S. Giuseppe, la Madonna del Carmine, compatrona della parrocchia, S. Francesco d’Assisi e Sant’Antonio di Padova.

    Un’altra campana è dedicata ai santi protettori della comunità di Lusia, Vito e Modesto; vi sono inoltre raffigurati il crocefisso, i santi Pietro e Paolo e vi è incisa una frase latina che invita il credente alla preghiera al tempio.

    La campana dell’Ave Maria porta la raffigurazione dell’angelo che dà l’annuncio a Maria e del presepio, con un’invocazione che annuncia al popolo di Dio i momenti della preghiera quotidiana.

    Vi è poi la campana della gioventù; in essa sono raffigurati i santi dei giovani: San Giovanni Bosco, il Beato Piergiorgio Frassati, Santa Maria Goretti e San Leopoldo Mandic.

    Da ultimo la campana dedicata a papa Giovanni XXIII. Nei vari settori, accanto all’immagine del pontefice sono descritte le tappe salienti del suo pontificato e le sue encicliche più importanti; vi è poi una formella, la stessa che si trova sulle porte del duomo di Orvieto che raffigura la visita del papa ai carcerati.

    Il 10 aprile scorso, con grande presenza di fedeli, il Vescovo Martino ha benedetto le nuove campane di Lusia che il giorno dopo sono state fissate sul nuovo campanile.

    Mercoledì 20 aprile 1994, alle ore 11, 49° anniversario del bombardamento, il primo suono festoso. Nello stesso momento, su espresso invito del vescovo, tutte le campane delle chiese della diocesi si sono unite in festa e in preghiera nel suono. In quella circostanza anche il Papa con un suo telegramma ha espresso la propria partecipazione agli avvenimenti.

    Con l’edificazione del campanile e la posa delle nuove campane si è dunque completato a Lusia il ciclo della ricostruzione. Quale messaggio si può ricavare da questa significativa opera?

    La risposta può essere data dicendo a tutti che le guerre sono sempre orrore, realtà da ripudiare.

    L’augurio è che su tutti i fratelli, che ancora soffrono oggi per i conflitti in atto, possa quanto prima sorgere un arcobaleno di pace.

  • A Badia in “piazza grande”

    A Badia in “piazza grande”

    Fin dai tempi dell'“agorà” e del “forum”, di greca e latina memoria, il cuore della città pulsava in piazza, luogo destinato agli scambi commerciali e culturali. Il Polesine non fa eccezione alla regola, con piazze ampie come quelle di Rovigo e Lendinara – solo per citare due esempi – o anomale nella forma, come piazza Vittorio Emanuele di Badia.

    Anche se contraria ai canoni urbanistici classici, sotto il profilo morfologico – più simile ad una via ampia che ad un vero e proprio foro – la piazza badiese ha le caratteristiche di area libera in cui convergono importanti strade, limitata per buona parte da edifici forniti di portici e di considerevole dignità monumentale, creando un impatto visivo armonioso che prende più lato respiro confluendo nello slargo della piazzetta Grani, in cui è situato l'antico Monte di Pietà, ora Museo Baruffaldi (vedi Ventaglio Novanta n. 9).

    Quattro passi in “piazza grande” si possono fare sostando dapprima davanti al Palazzo Municipale, distrutto da un incendio nel ’500 e rifatto nel secolo seguente. Sulla facciata alcune lapidi ricordano i Podestà veneti che furono a capo della città. Sull’angolo di via S. Alberto si può notare una formella in pietra a contorni dentellati, raffigurante S. Giovanni, proveniente forse, dalla vicina Arcipretale. Sullo stesso lato si trova una statua in pietra della Madonna, opera del ’700, a testimoniare l’uso della Serenissima di porre una scultura della Vergine sulla facciata municipale nelle città più importanti. Sotto l’aerea loggia sono murati stemmi, lapidi e busti celebrativi.

    Tra il 1984 e il 1989 il palazzo è stato completamente ristrutturato. Degno di riievo il restauro delle tempere murali della sala consiliare, opera del pittore Amedeo Bianchi, che hanno ritrovato l’antico smalto, per mano del badiese Ivan Tardivello.

    Anche la torre civica ha tratto beneficio dal recente “maquillage” che le ha restituito anche un vecchio orologio in pietra, forse proveniente dall’Abbazia della Vangadizza. Costruita verso la fine del ’500, la torre ha portato in cima – fino agli anni ’30 – una torretta metallica con la campana del consiglio, ora custodita al “Baruffaldi”. Sono murati sulla torre una lapide del ’600 dedicata a un podestà veneto e il monumento ai Caduti in guerra, opera dello scultore rodigino Virgilio Milani.

    La sosta seguente – per chi vuol meglio conoscere la piazza principale di Badia – è d’obbligo nella chiesa Arcipretale, le cui prime vestigia risalgono al secolo XII. Dapprima Cappella Monachorum, dipendente dall’Abbazia della Vangadizza, poi chiesa plebana, nel corso dei secoli subì restauri ed ampliamenti. L’aspetto attuale risale ai lavori del ’700, durante i quali venne ampliata con il transetto e l’abside e venne rifatta la facciata a due ordini architettonici. Il grande medaglione del soffitto è opera ottocentesca del veneto Pio Piati, che ha dipinto a fresco l’ascesa in cielo di San Giovanni Battista. Nel primo altare, sul lato sinistro, si trova una pala di San Giacomo Apostolo e Santi della fine del XVII sec., sul secondo altare un paliotto marmoreo barocco, proveniente dalla Vangadizza, ai lati le statue di San Filippo Neri e S. Ignazio di Lojola.

    Nell’ultimo altare si trova la statua lignea della Madonna della Vangadizza, già nell’abbazia fin dal ’400. Particolarmente pregevole l’altare seicentesco a colonne tortili, nella seconda cappella di destra, dove trovano dimora le reliquie dei santi Primo e Feliciano. Segue l’altare di San Teobaldo la cui immagine appare anche in una parete di fondo, ove l’ottocentista Sebastiano Santi (dotato di un cognome più che mai in carattere!) ha affrescato l’ascesa di san Teobaldo sostenuto dagli angeli.

    La reliquia della mano del Santo, che si portava in processione ogni anno alla Bova, per la benedizione delle acque dell’Adige, è stata oggetto di un furto che ha particolarmente indignato la città.

    Notevole per elegante fattura – alla destra dell’altar maggiore – un bassorilievo quattrocentesco raffigurante un “Ecce Homo”, attribuito alla scuola dei grandi fratelli Lombardo. La scultura proviene dall’oratorio della confraternita del S.S. Sacramento, divenuto atrio del nuovo ingresso laterale sinistro della chiesa, durante i lavori del 1923-1924. Di pregevole esecuzione la cantoria e l’organo dell’intagliatore veneziano Antonio Flaibani e il pulpito di Lorenzo Urbani, eseguiti nell”800. Il campanile è del ’600.

    Chi sta visitando la piazza non dovrebbe perdere l’occasione di dare un’occhiata all’interno del Teatro Sociale – di cui abbiamo diffusamente parlato nel Ventaglio n. 7 – un monumento di rara fattura, miniaturizzazione della veneziana Fenice.

    Al di là dell’eleganza dei palazzi, dell’armonioso porticato, la piazza badiese attrae il visitatore per i negozi ed i bar accoglienti, dove si può sostare in comodi divani, come in quello adiacente al teatro, da cui trae nome, oppure bere un drink alla staffa come in quello del “Portico”; botteghe del caffè in cui si alternano signore eleganti o appassionati della conversazione sugli ultimi fatti del giorno.

    Dunque la piazza vale soprattutto per la vita che vi pulsa dentro, per la gente che la anima, la rende viva, immenso salotto all’aperto, nella buona stagione. Il sabato, quando la gioventù si raduna in piccoli crocchi, la piazza diventa “complice” di incontri, amicizie, inizi di flirt, regalando una nota di piacevole freschezza a luoghi datati, muti testimoni della vita che si rinnova.

  • San Nicola di Adria

    San Nicola di Adria

    “ET IPSI VIVENT”
    Nel Tempio di S. Nicola da Tolentino, ad Adria, si ricorda, si riflette, si prega.

    …La canzone d’amore,
    la disadorna preghiera
    del tuo innamorato
    finisce.
    E finita è l’estate
    della tua sagra
    Santa Gorizia.
    I nostri morti sognano
    dentro i tuoi cimiteri
    nei tuoi monti
    e nel tuo piano:
    l’Isonzo li piange,
    come avrebbero fatto
    qui le mamme lontane,
    che sbiancano in silenzio
    nelle case deserte.
    I vincitori che vivono
    fanno la guardia più innanzi:
    nei guazzi di Vertòiba,
    con fango fino alla cintola,
    sul rosso San Marco,
    oltre il Vèliki, oltre il Pecinka…

    Oh, se in quel tempio si potesse trascrivere, per intero, la Sagra di Santa Gorizia di Vittorio Locchi, ad omaggio perenne di quella Gente, di quei Caduti…!

    Nel silenzio della Chiesa, nella riflessione dell’anima vigile al tremolio di pochi ceri accesi davanti alla Madonna, in un silente colloquio che parla di attenzione ed invoca l’amore, nasce la riflessione dell’omaggio dovuto, del rispetto per ideali che hanno coinvolto e travolto le generazioni in guerre volute o non volute, in una disperata ricerca di stabilità e pace.

    Nel silenzio del tempio la riflessione muta parla al cuore ed il pensiero esprime un omaggio riverente a tutte le vittime della guerra.

    Quello di Adria è, senza dubbio, il Monumento ai Caduti più bello del Polesine. L’antica Chiesa di S. Nicola da Tolentino, la cui origine si data intorno al tredicesimo secolo, pone una data certa di rifacimento nel 1634, anno nel quale un decreto “ducale” della Serenissima, sotto il cui dogado la città era governata – era Doge Francesco Erizzo (1631-1646) – stabiliva la sistemazione dei beni di proprietà del Comune retto da un Podestà-Capitano nominato nel 1628. La disposizione del Doge consentiva la ricostruzione della Chiesa di S. Nicola da Tolentino, iniziata il 13 luglio e terminata ed inaugurata il 13 gennaio 1636. Lo stesso “ducale” ordinava la costruzione, insieme alla Chiesa, di due conventi cittadini che avrebbero subìto mala sorte alcuni anni più tardi, nel 1810, ad opera della tracotanza napoleonica, com’è noto, contraria al Papato.

    La Chiesa veniva affidata alla Confraternita laicale dei “Cinturati” o della “Cintura” e ne fa fede una relazione del vescovo Girolamo dei Conti Porcia (1598-1612) alla Sacra Congregazione del Concilio di Trento; la stessa associazione aveva curato la preesistente Chiesa per molti anni ed ora, in secolo burrascoso, aveva nuova sede di culto per sé e per la pia devozione degli Adriesi che poteva essere espressa, ininterrotta, fino al 1810, anno di chiusura disposta dal governo italico, che soppresse anche le confraternite religiose su ordine di Napoleone Buonaparte. Per quarant’anni le sacre porte rimasero invalicate e tempo ed incuria inevitabilmente danneggiarono il tempio che venne demolito nel 1850 poste le condizioni ritenute irrecuperabili.

    Due anni dopo però il Vescovo Antonio Bernardo Squarcina (1842-1851) lo fece riedificare, così come curò il recupero e la riapertura della Chiesa “Santa Maria degli Angeli alla Fontana”, dei Padri Riformati, annessa all’ospedale cittadino, e di molti altri templi della Diocesi di Adria rinsaldata nel culto e nei valori spirituali dalla sua saggia reggenza.

    Altri anni trascorsero sereni per la nobile Chiesa, ora divenuta sacra custode della devozione cittadina, finché la municipalità adriese decise, dopo la Grande Guerra 1915-18, di onorare i propri caduti con un monumento che esternasse la riconoscenza di chi restava a quanti avevano generosamente donato la propria vita per la patria.

    E non si trovò idea migliore di quella di adattare la centrale Chiesa di S. Nicola da Tolentino, nel cuore dell’isola cittadina, a tempio dei Caduti, affidandone il progetto e la direzione dei lavori all’insigne architetto Giovanni Battista Scarpari, affermato professionista, che seppe realizzare un’opera d’arte veramente significativa ed ammirabile.

    Dall’austero portale ad arco in ferro battuto, sorvegliato da due bronzei leoni a grandezza naturale, opera dello scultore Gaetano Samoggia di Castelfranco Emilia (così come, dello stesso, la superba aquila reggente la vittoria alata che sostiene il pennone della bandiera sulla gustosa piazzetta antistante al tempio), fino ad arrivare alla magnifica colonna con lucerna, sempre del Samoggia, posta all’interno a custodia di un sarcofago di guerriero romano, in pietra d’Istria, inviato dalla Città Eterna.

    Tutto, armonicamente, si intona allo splendore di una Chiesa la cui ampia facciata, in marmo, riporta dieci bronzee tabelle, in otto delle quali sono indicati i nomi dei caduti adriesi, mentre, espressi nelle ulteriori due laterali, il proclama di guerra di S.M. il Re Vittorio Emanuele III ed il bollettino finale della vittoria. Alta e significativa la scritta dettata dal nobile Vescovo Mons. Anselmo Rizzi “Et Ipsi vivent” (ed Essi vivranno) posta sulla maestosa facciata a gloria ed onore dei caduti, per richiamare costantemente al rispetto una città che sa quanto valga, per la sua storia, il culto dei morti.

    L’attenzione sulle decorazioni marmoree della facciata rileva le artistiche faci rovesciate e le croci con ghirlande che simboleggiano il transito della vita, mentre, ai lati del portale, si evidenziano lo stemma della città di Adria ed il simbolo della Pietà Funebre che segnalano come l’opera sia sorta ad auspicio della Chiesa e della Municipalità. Bronzee rilevanze alla base dei leoni menzionano il governo della nazione, con un fascio littorio e la scritta anno VI dell’Era fascista, e la regnante casa monarchica dei Savoia, con la croce sabauda.

    Il rinnovato tempio venne inaugurato il 9 dicembre 1931. Sobrio e nello stesso tempo gustoso l’interno ove, ancora, si possono ammirare opere e motivi d’arte come una cinquecentesca “Natività”, probabile fattura di Jacopo da Ponte e tre paliotti d’altare a più colori, in scagliola su fondo nero con gioiose pregevoli decorazioni che si vogliono attribuiti a Guido Fassi da Carpi (1584-1649). Di Jacopo della Quercia una deliziosa terracotta policroma del 1400, rappresentante la Madonna della Carità.

    La modesta ma attenta dotazione della Chiesa, ora affidata alle cure spirituali dei Padri Cappuccini, richiama ancora al nostro sguardo una pala raffigurante S. Antonio e S. Giuseppe, di autore non noto ed altre tele di buona fattura, non attribuite, come la “Madonna del Carmelo”, “S. Monica e S. Agostino” e la “Madonna della Cintura con S. Agostino e S. Girolamo Dottore”.

    Del nostro secolo, anni sessanta, una magnifica Via Crucis scolpita in legno, opera ultima dell’adriese Antonio Sacchetto detto “il Brustolon adrioto” che la portò a termine in tarda età, con notevole fatica fisica, colpito ormai da incipiente artrosi; la stessa ha sostituito una più vecchia, analoga e preziosa opera del medesimo scultore, datata 1934 e trasferita insieme ad altre tele, nella Basilica “S. Maria Assunta della Tomba”.

    L’interno del tempio viene ulteriormente arricchito da una grande lapide in marmo che ripete il “Bollettino della Vittoria” diramato da S.M. Emanuele Filiberto di Savoia al termine della Grande Guerra e da altre memorie, pure in marmo, dedicate agli aviatori adriesi ed a quanti caddero nella seconda Guerra mondiale; preziose le lapidi a muro significanti la storia e consacrazione del tempio.

    Negli anni ottanta, a cura della Municipalità adriese, il trasferimento, con grandi onori, dei resti di caduti della Grande Guerra dal cimitero cittadino al tempio di S. Nicola, collocati sulle pareti laterali all’altare maggiore.

    Improvvida ed inspiegabile la grave decisione presa, alcuni anni or sono, della demolizione di un edificio retrostante alla Chiesa, e che della stessa formava sacristia, per ricavarne un condominio. Oh, quanto più adatto gesto sarebbe stato quello di un utilizzo dell’ampio spazio per la creazione di un museo o mausoleo che avesse raccolto le testimonianze cittadine a storici eventi!

    Ma il tempio non cessa di rinviare la memoria al passato: chi sosterà a S. Nicola, in Adria, immaginerà lo sfilare di eserciti o sentirà risuonare nomi storici come Adamello, Bainsizza, Caporetto, Carso, Cengio, Col di Lana ed ancora, Isonzo, Ortigara, Montello… O forse, più semplicemente ricorderà il pietoso lamento di una giovane donna della nostra terra:

    “Desfo el ninzolo che gavea cusido
    per la nostra cuceta de nogara.
    Lo desfo adasio co la testa bassa
    pianzendo solo come lo sa Dio,
    o bell’alpin restà su l’Ortigara!…”

    BIBLIOGRAFIA:

    Vittorio Locchi, “La Sagra di Santa Gorizia” da “La Sveglia” ediz. L’Eroica, Milano, Pasqua 1932.

    Arturo Rossato, Lagno dal volume “Nuvole”, ediz. Orobiche, Bergamo, 1935.

    Antonio Cappellini, Adria antica e moderna, Ediz. Zanibelli, Adria 1936.

    Mario Schettini, La Prima Guerra Mondiale, ediz. G.C. Sansoni, Firenze 1965.

    Alcide Boccato, Adria nel mito, nella leggenda, nella storia, Tip. Comm. Giuliani, Vicenza 1966.

    Aldo Rondina, Una Diocesi millenaria, Minedi 1984.

    A. Bocca, Annali adriesi 1506-1649, trascr. da Antonio Lodo, Minelliana editrice 1985.

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