Lusia, una comunità che ha dovuto pagare con un consistente tributo di sangue la tragedia della guerra: di quegli anni cronologicamente non tanto lontani le testimonianze vanno via via scomparendo, dissipate da ansie diverse, inghiottite dai modi più frenetici e vivaci con cui si affronta oggi la nostra quotidianità, e così si crea un vuoto, colmato in parte dalle opere murarie, a segnare la ricostruzione di un paese che ha radici lontane.
Lusia, come territorio e come comunità è molto antica, la sua origine è attestata con sicurezza in epoca romana, come comprovano numerosi reperti archeologici qui rinvenuti: lapidi, oggetti votivi e monete.
Il nome stesso del paese è di origine latina, infatti sembra che Lusia derivi da “Gens Luxia”.
Uno tra i documenti più antichi ove si nomina una “Corte di Lusia” risale, tuttavia, al 993, d.C., quando questo territorio venne ceduto da Ugo il Grande, marchese di Toscana, all’Abbazia della Vangadizza.
Al tempo delle Signorie, questo territorio fu dominato dai Veronesi, dai Carraresi, dagli Estensi; questo fino alla fine del Quattrocento quando la Repubblica Veneta se ne impossessò definitivamente, come anche di tutto il resto del Polesine.
Nei secoli di dominio della Serenissima, e cioè fino al XVIII secolo, Lusia fu una zona che godette di una certa pace dal punto di vista delle guerre e delle devastazioni militari; molto più difficile fu difendersi nel campo della sicurezza idraulica: l’Adige ruppe con violenza più volte gli argini, provocando nella popolazione sofferenza e miseria.
Il costante pericolo del fiume impedì alla comunità di Lusia di svilupparsi. Le condizioni di vita della gente furono veramente difficili, tanto da determinare, in modo particolare negli ultimi decenni dell’Ottocento, un grande esodo migratorio, come fu per quasi tutto il Polesine; oltre un migliaio di persone se ne andò in Brasile a cercare fortuna.
Qualche motivo di speranza per quelli rimasti apparve verso la fine del secolo. La vicina Lendinara sembrava offrire possibilità di lavoro, grazie all’avvio di alcune industrie; per i lusiani infatti unica “industria” erano i mulini natanti sull’Adige.
Ma nella storia del paese vi è una data che segna un fatto drammatico e atroce: il 20 aprile 1945.
Era già iniziata, anche se confusa, la ritirata dei tedeschi, da lì a cinque giorni sarebbe stata dichiarata ufficilamente la “Liberazione”, quando alle ore 11 di quel 20 aprile 1945, un tragico bombardamento si abbatté sul paese.
Pare che l’obiettivo prefissato dalla squadriglia aerea alleata fosse il ponte sull’Adige. Purtroppo fu una tragedia; le fortezze volanti, in ondate successive, scatenarono dal cielo un uragano; gran parte del paese fu distrutto, causando ben sessantuno vittime, alle quali se ne aggiunsero altre nove trucidate per rappresaglia.
Senza dubbio quello di Lusia fu uno dei più terribili bombardamenti d’Italia. Dove caddero le bombe non rimase nulla.
In molti è ancora stampata nella mente la visione apocalittica del disastro: la chiesa accasciata su se stessa, il campanile in frantumi sino alla base, molte case rase al suolo, municipio e servizi pubblici distrutti, devastato il cimitero, tutto travolto.
La distruzione, il dolore, il pianto di quei momenti e dei giorni successivi non frenarono l’opera della figura ancora oggi tanto cara ai lusiani: il parroco, don Terenzio Pezzolo, che ovunque volle essere presente a confortare, a incoraggiare, a offrire speranza.
L’incubo della guerra si allontanò, e piano piano riprese l’attività e si diede inizio all’opera di ricostruzione, che vide risorgere il paese a circa 300 metri dall’Adige.
La vecchia Lusia di un tempo era scomparsa.
Nonostante ciò, pur di non lasciare il loro paese, i lusiani affrontarono con grande dignità ogni disagio e lentamente videro sorgere dalle ceneri del vecchio paese, una nuova Lusia, frutto di sofferenze, di fatiche ma anche di tante speranze.
Non erano solamente le opere murarie da ricostruire, erano soprattutto gli animi da rincuorare: bisognava ritrovare la forza per credere nella vita. La forza d’animo di questa gente permise alla comunità di Lusia di avviare una lenta quanto inarrestabile ripresa, culminata negli ultimi vent’anni in una economia fiorentissima, basata soprattutto sull’orticoltura, intesa su larga scala industriale e con alle spalle strutture cooperative e commerciali, che assicurano importanti e intense esportazioni in Italia e all’estero.
Per dieci anni il servizio religioso-pastorale si svolse nella povertà di un vecchio fienile. La ricostruzione della chiesa fu molto lenta e tormentata.
L’arciprete don Terenzio si era subito messo al lavoro, e già nel 1947 era pronto il progetto, su disegno dell’architetto Orlando Veronese; ma bisognava attendere il 19 agosto del 1953, quando l’allora Sen. U. Merlin, ministro dei lavori pubblici, emanava il decreto che dava inizio ai lavori, affidati alla Ditta Zerbo, Francalancia e C. di Venezia.
Il 16 giugno 1954 il Vescovo Mons. G.M. Mazzocco benediceva la prima pietra, e dopo quattro anni di lavoro intenso, l’edificio era completato.
Il 27 aprile 1958 la cerimonia inaugurale, con una straordinaria partecipazione di gente.
La nuova chesa, concepita secondo le forme ispirate alla tradizione romanica, ha un interno ampio e luminoso; presenta le caratteristiche della pianta a croce con transetto raddoppiato, lo spazio dell’ampia navata è interrotto da grandi colonne, il soffitto è in legno carenato e patinato.
Le forme esterne dell’edificio si avvicinano alla tradizione romanico-gotica, la facciata è adornata da una galleria mentre sui fianchi si ergono archi rampanti.
Le pareti all’esterno sono in mattoni a vista con elementi in pietra naturale chiara.
Nella parte alta della facciata è posto un gruppo statuario che raffigura i SS. Patroni Vito e Modesto. I bassorilievi sulle due porte sono opera di Virgilio Milani.
Tutto il complesso architettonico, realizzato con il contributo dello stato, risulta essere, tra gli edifici sacri moderni, una costruzione di indubbio valore.
Nel 1991 sono stati ultimati altri lavori come la casa canonica e le opere parrocchiali, per interessamento dell’Arciprete Mons. Settimo Malin.
L’ultimo atto di ricostruzione è stata infine la realizzazione del campanile e l’installazione delle nuove campane.
La ricostruzione del campanile è avvenuta attraverso un cammino sofferto, conclusosi soltanto da pochi mesi. Per chi crede in determinati valori, il significato dell’opera è abbastanza facile da comprendere: il campanile è segno di unità. Di un’unità dentro la quale possiamo vedere raffigurata soprattutto la comunità cristiana e parrocchiale ma anche quella civile. Lo sguardo che si alza verso il cielo fa indubbiamente pensare all’operosità umana e alla tenacia con cui l’opera è stata realizzata.
Anche le campane del nuovo campanile possono annoverare una storia abbastanza lunga. Don Terenzio Pezzolo, predecessore dell’attuale arciprete Mons. Settimo Malin, ha vissuto direttamente tutti gli avvenimenti delle campane di Lusia.
Per ordine di Mussolini esse furono portate via in tempo di guerra per far cannoni; terminato il conflitto nuove campane furono consegnate alla comunità di Lusia; purtroppo erano però state fuse con materiali scarsi e perciò il loro suono non corrispondeva più neppure alla nota originale di ogni campana.
Nel pensare alla realizzazione del nuovo campanile con il rispettivo concerto di campane, il problema delle campane emerse come un imprevisto a cui dare soluzione. Valutate varie ipotesi, si decise alla fine di rifare completamente il concerto.
La più significativa è la prima campana in re bemolle; è la campana della pace, divisa in quattro settori: il primo rappresenta l’immagine di un aereo che sgancia bombe su Lusia, con incisa la data del 20 aprile 1945; nel secondo settore vi sono tre croci per ricordare i morti di quel bombardamento; nel terzo settore vi sono incise queste parole: “Alle vittime civili di Lusia che la guerra privò della vita degli affetti e dei beni perché il loro sacrificio affermi una comune volontà di pace”.
Questo a ricordare le 55 vittime del bombardamento, le sette vittime civili per rappresaglia ad opera dei tedeschi, e i quattro morti per scoppio di granate; è inoltre incisa la data del 20 aprile 1994, 49° anniversario del bombardamento.
Intorno a questa campana della pace, è stata inoltre riportata la frase di papa Pio XII, pronunciata in un famoso radiomessaggio del 24 agosto 1939, alla vigilia dello scoppio della seconda Guerra mondiale: “È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la giustizia si fa strada, nulla è perduto con la pace, tutto può essere perduto con la guerra”.
Vi è poi la campana detta dei santi; in essa sono raffigurati S. Giuseppe, la Madonna del Carmine, compatrona della parrocchia, S. Francesco d’Assisi e Sant’Antonio di Padova.
Un’altra campana è dedicata ai santi protettori della comunità di Lusia, Vito e Modesto; vi sono inoltre raffigurati il crocefisso, i santi Pietro e Paolo e vi è incisa una frase latina che invita il credente alla preghiera al tempio.
La campana dell’Ave Maria porta la raffigurazione dell’angelo che dà l’annuncio a Maria e del presepio, con un’invocazione che annuncia al popolo di Dio i momenti della preghiera quotidiana.
Vi è poi la campana della gioventù; in essa sono raffigurati i santi dei giovani: San Giovanni Bosco, il Beato Piergiorgio Frassati, Santa Maria Goretti e San Leopoldo Mandic.
Da ultimo la campana dedicata a papa Giovanni XXIII. Nei vari settori, accanto all’immagine del pontefice sono descritte le tappe salienti del suo pontificato e le sue encicliche più importanti; vi è poi una formella, la stessa che si trova sulle porte del duomo di Orvieto che raffigura la visita del papa ai carcerati.
Il 10 aprile scorso, con grande presenza di fedeli, il Vescovo Martino ha benedetto le nuove campane di Lusia che il giorno dopo sono state fissate sul nuovo campanile.
Mercoledì 20 aprile 1994, alle ore 11, 49° anniversario del bombardamento, il primo suono festoso. Nello stesso momento, su espresso invito del vescovo, tutte le campane delle chiese della diocesi si sono unite in festa e in preghiera nel suono. In quella circostanza anche il Papa con un suo telegramma ha espresso la propria partecipazione agli avvenimenti.
Con l’edificazione del campanile e la posa delle nuove campane si è dunque completato a Lusia il ciclo della ricostruzione. Quale messaggio si può ricavare da questa significativa opera?
La risposta può essere data dicendo a tutti che le guerre sono sempre orrore, realtà da ripudiare.
L’augurio è che su tutti i fratelli, che ancora soffrono oggi per i conflitti in atto, possa quanto prima sorgere un arcobaleno di pace.