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Archivi: Articoli d’archivio

  • L’apicoltura in Polesine

    L’apicoltura in Polesine

    L’apicoltura in Polesine ha origini antiche, tanto che questa attività ha suggellato il nome di un paese in riva al Po, ovvero Melara dal latino mel.

    Non mancano ancora oggi nella zona di Melara vari apicoltori che, in tutta la provincia, raggiungono il ragguardevole numero di circa tremila.

    Non ci sono nella nostra provincia aree dove gli apicoltori sono più concentrati, ma piuttosto zone dove, per effetto della presenza di una flora particolarmente nettarifera, troviamo un maggior numero di alveari, anche provenienti da altre province e regioni.

    La flora nettarifera presente in Polesine può essere divisa in due categorie: coltivata, ad uso agro-alimentare, e spontanea, piuttosto scarsa.

    Alla prima appartengono le seguenti essenze arboree: melo, pesco, ciliegio, albicocco, noci-pesche o nettarine, e qualche altra. Pero e actinidia, o kiwi, pur giovandosi della impollinazione delle api, sono piante poco mellifere. Fra le essenze erbacee: erba medica da seme, fragola, melone e, dallo scorso anno, i terreni sottoposti a “set-aside” per effetto dei Regolamenti C.E.E. e coltivati a girasole.

    La flora spontanea, che presenta un certo interesse apistico, è formata da: tarassaco (dialettalmente “brusaocio”), trifoglio bianco e pratense, medica lupolina, ginestrino; qualche arbusto come il biancospino o il rovo e, per gli alberi di alto fusto (alberature stradali, parchi, giardini, siepi interpoderali, ecc.): tiglio, robinia, (detta impropriamente acacia), salice, acero, ippocastano; per il polline viene molto bottinato il pioppo. Si aggiungano poi i fruttiferi selvatici.

    Gli apicoltori polesani aderiscono in buona parte alle due Associazioni presenti nel territorio; l’Associazione Provinciale Apicoltori Polesani e la Libera Associazione Provinciale Apicoltori Polesani. I semiprofessionisti, cioè gli apicoltori con qualche centinaio di alveari, si contano appena sulle dita di una mano; tutti gli altri sono da considerarsi dilettanti, ed operano mediamente con un limitato numero di alveari (5-15).

    È da rilevare, inoltre, che alcuni apicoltori, vista la scarsità nettarigena di buona parte dell’ambiente polesano, allo scopo di aumentare la redditività dell’apiario, praticano la “transumanza”. Con questo termine si indica il trasporto degli alveari in zone dove è imminente la fioritura di certe piante, come la medica in Basso Polesine, il castagno o la robinia sui Colli Euganei, o la semplice fioritura di un meleto. Il trasporto viene effettuato prima dell’alba o nelle ore di buio, con tutte le api chiuse nell’alveare: è una pratica che richiede attrezzatura, impegno e fatica. Un’attività della quale non beneficia soltanto l’apicoltore, ma anche il proprietario del fondo agricolo perché le api sono indispensabili per l’impollinazione dei fiori di molte colture frutticole e orticole.

    Al termine della fioritura, viene raccolto il miele, che in questo caso proviene prevalentemente da una sola essenza floricola e perciò è detto monofloreale (es. miele di robinia, di melo, di castagno, ecc.).

    Si sposta poi l’alveare verso altre fioriture o altre zone. Lo spostamento si rende necessario, al termine della fioritura, anche al fine di evitare la triste morìa delle api a causa degli insetticidi utilizzati, che non sempre sono selettivi verso l’ape.

    Per quanto riguarda l’attività degli apicoltori polesani, un particolare cenno merita la zona dei Colli Euganei, facilmente raggiungibile dalla nostra provincia: in questa zona si raccolgono soprattutto mieli di robinia e di castagno.

    La robinia è un albero importato dal Nord-America e sui Colli Euganei si è diffuso spontaneamente, anche con carattere infestante, soprattutto in certe zone. Fiorisce in Aprile-Maggio con una fioritura breve ma molto intensa, e dà un miele giallo opaco chiaro, quasi trasparente, sempre liquido, molto richiesto dal mercato. Il castagno fiorisce invece verso la fine di Giugno ed è un albero tipico di questa zona: il miele che se ne ricava è molto scuro, e non cristallizza quasi mai; l’odore e il sapore sono molto caratteristici e non sempre graditi a tutti i consumatori. Va detto ancora che i due mieli hanno caratteristiche incompatibili e vanno perciò raccolti separatamente.

    Inoltre, sui Colli Euganei, dopo il mese di Giugno, se l’Estate è siccitosa, subentra una fase di crisi dovuta a scarse risorse nettarifere, e gli alveari, se non sono sostenuti con nutrizioni, tendono a spopolarsi, per cui molti apicoltori attuano nuovi spostamenti.

    Per contro, sui Colli Euganei, in zone ben esposte a Sud, soleggiate e riparate dal freddo e dai venti, l’invernamento dell’apiario è meno rischioso, e il risveglio primaverile, rispetto a quello polesano, caratterizzato da inverni freddi, umidi e nebbiosi, è anticipato di quasi un mese; ciò dà alle api la possibilità di svilupparsi prima e di bottinare sulle fioriture precoci di nocciolo, erica, acero, ecc. È però doveroso rilevare che tutti questi spostamenti incidono, anche pesantemente, sui costi di produzione del miele.

    In Polesine il numero degli apicoltori si può ritenere mediamente stabile: il turnover è di circa il 15% annuo. Vale a dire che, se gli apicoltori che smettono l’attività per disaffezione, per raggiunti limiti di età, per morte dell’apiario o per delusioni varie sono il 15%, altrettanti ne sorgono di nuovi, con più o meno entusiasmo: molti abbandoneranno dopo le prime “punture” d’ape, altri, i più appassionati, resteranno fedeli all’apiario per tutta la vita. Va ancora rilevato che gli apicoltori non necessariamente sono anche agricoltori, anzi il 60%, esercita attività diverse dall’apicoltura e si possono definire hobbisti con piccolo commercio.

    L’alveare è definito stanziale se non viene mai spostato, e la sua resa generalmente non supera i 10-15 .kg. di miele, per arrivare ai 20 kg. di certe fortunate annate, quando, per il prolungarsi dell’estate e per un andamento climatico e florigeno favorevole, le api possono bottinare più a lungo. In contrapposizione, per fare un esempio, in certe zone di montagna, con annate fredde e piovose, la raccolta è limitata ai soli mesi di Giugno, Luglio e Agosto.

    Se un tempo l’allevamento delle api richiedeva solo doti di passione, oggi, anche in Polesine, le api richiedono cura e attenzione; due sono in particolare le malattie che le possono colpire: la peste americana e la varroa jacobsoni. La peste americana è sostenuta da un batterio che fa morire la covata, mentre la varroa è sostenuta da un acaro, la cui femmina si attacca al corpo delle api e ne succhia l’emolinfa. Questo acaro, descritto per la prima volta nel 1904 a Giava, per effetto del commercio di api, di materiale apistico e a causa delle sciamature, è giunto in Italia: a Gorizia, proveniente dai Paesi dell’Est, è stato registrato nel 1981, e dal 1984-85 è presente anche nel Polesine.

    Entrambe le malattie, se non arrestate in tempo, portano l’alveare a morte sicura. Ma a danno si aggiunge danno, in quanto la varroa trasmetterebbe all’ape una virosi, non ancora ben conosciuta.

    Per concludere, si deve aggiungere che il miele prodotto in Italia copre appena la metà del fabbisogno: il rimanente viene importato a prezzi molto bassi da paesi quali Argentina, Ungheria, ecc. Ciò mantiene basso il prezzo di mercato del miele che, il più delle volte, non è remunerativo, mortificando così le prospettive future dell’apicoltore.

    È bene però che i consumatori sappiano che non tutto il miele ha le stesse caratteristiche e perciò mi sento di concludere con un consiglio: per trovare del buon miele polesano, genuino e senza trattamenti termici, rivolgetevi ad un apicoltore che conoscete, di fiducia e disponibile a mostrarvi alveari e… api!

  • Trent’anni di freschezza

    Trent’anni di freschezza

    Ventimila vasetti di yogurt all’ora: un vero record, frutto di una tecnologia avanzatissima qual è quella adottata negli impianti di Badia Polesine, che rappresentano il fiore all’occhiello della Deltalat, azienda cooperativa tra le più affermate della regione, che ha festeggiato il trentesimo anniversario dalla data di avvio.

    Era infatti il 28 Settembre 1963 quando ad Adria, con una solenne cerimonia, veniva inaugurato il complesso produttivo e dirigenziale di una nuova impresa, denominata Soc. Coop L’Adriatica, che, grazie ad una costante azione di miglioramento produttivo e ad un’evoluzione sempre attenta alle modificazioni del mercato, si è progressivamente sviluppata divenendo un importante punto di riferimento ben oltre i confini della provincia. Un trend sempre in crescita che, anche nell’ultimo anno, ha fatto registrare un aumento del fatturato pari al 32% (65 miliardi nel 93, rispetto ai 50 del 92) con un incremento occupazionale di 27 unità lavorative.

    Alla base della struttura adriese vi fu, oltre trent’anni fa, un’intuizione di tipo sociale: si poteva, o meglio si doveva, avviare un’iniziativa economica per frenare l’esodo massiccio della popolazione rurale dal Polesine. Nell’aprile del 61, quasi dieci anni dopo la grande tragedia dell’alluvione che aveva minato profondamente la credibilità in questa terra, accentuandone la storica povertà, si costituiva legalmente la cooperativa.

    Un grande atto di fiducia, dunque, ma anche – si direbbe oggi – di “marketing”, in quanto si capì che le potenzialità della zona potevano essere preservate ed utilizzate, creando un’idonea struttura produttiva. E da Adria, gradualmente, la cooperativa allagò la propria base sociale, estendendo la raccolta del latte in tutto il Polesine, poi nel basso Veronese e nella fascia meridionale del Padovano, fino interessare un bacino veramente ampio, comprendente le province di Rovigo, Padova, Verona, Venezia, Vicenza, Ferrara e Mantova.

    Si è passati così dagli iniziali 500 quintali di latte conferito agli attuali 1.500, mentre l’allevamento di suini, che fruisce dei residui della produzione lattierocasearia, è passato dai 4.000 capi agli attuali 15.000.

    Circa la metà dell’intero quantitativo di latte conferito viene trasformato nello stabilimento di Adria nel quale, a seguito della realizzazione di un programma di riconversione produttiva approvato qualche tempo fa dal Consiglio di Amministrazione, si è completamente eliminata la produzione dello storico formaggio provolone, sostituendola con prodotti freschi e molli quali: la mozzarella, lo stracchino, la caciotta, il mascarpone e la ricotta.

    Tutto ciò ha comportato un radicale aggiornamento delle linee produttive attraverso la loro automazione, introducendo nuove tecnologie che hanno positivamente caratterizzato la nuova immagine dell’azienda.

    Oltre all’aspetto produttivo, l’Adriatica-Deltalat da alcuni anni è fortemente impegnata a potenziare il settore della commercializzazione, seguendo vari canali, che vanno dalla grande distribuzione, all’industria, ai punti vendita tradizionali, fruendo di 70 automezzi e 18 distributori, suddivisi nei depositi di Adria, Badia Polesine, Mestrino, Castelfranco Veneto, Quarto d’Altino, Trieste, Bibione, Firenze e Oristano. Oltre al Triveneto, all’Emilia e alla Toscana, anche la Sardegna è dunque interessata ai prodotti Deltalat, e vengono per di più raggiunte dalla commercializzazione molte altre zone del territorio nazionale, grazie alla presenza di 30 agenti e 10 concessionari.

    Un’azienda solida e dinamica dunque che dà lavoro a 133 dipendenti, a cui vanno aggiunti almeno altri 100 operatori, tra raccoglitori, distributori e piazzisti, costituendo inoltre un imprescindibile punto di riferimento per le aziende zootecniche che si dedicano all’allevamento di mucche da latte.

    A buon diritto pertanto i prodotti dell’Adriatica, col marchio Deltalat, si fregiano nel corso del corrente anno dell’indovinato slogan “Trent’anni di freschezza”, quale riconoscimento di un’incessante lavoro di miglioramento delle tecniche produttive, con l’obiettivo di garantire al massimo la qualità e la genuinità dei prodotti. Un’azienda tuttora in espansione, che punta al raddoppio del fatturato in un arco inferiore al quinquennio, con un prevedibile incremento occupazionale di una cinquantina di addetti e positive ricadute sull’indotto.

    L’innovazione tecnologica e la costante attenzione ai flussi del mercato costituiscono dunque le linee direttrici su cui si muove la coopertiva di Adria, che intende potenziare forme di collaborazione con partner non solo del mondo cooperativo, ma anche dell’imprenditoria privata, con l’obiettivo di sviluppare al meglio le potenzialità aziendali, e far fronte in modo sempre più adeguato alle esigenze dei consumatori. Considerando il lungo cammino percorso, l’attuale presidente della società cooperativa, Carlo Mazzetto, a conclusione della sua relazione per la celebrazione del 30° anniversario, si è così espresso: “L’Adriatica, nata con lo scopo di sostenere le produzioni lattiere, in tutti questi anni, con i risultati ottenuti, credo abbia abbondantemente assolto a questo suo compito ed abbia dimostrato di avere tutte le carte in regola per continuare ad essere una realtà produttiva ed un polo di riferimento sicuro al servizio degli imprenditori agricoli, sensibile alle esigenze dei consumatori, in un continuo impegno di aggiornamento e di miglioramento”.

  • Libri in redazione

    Libri in redazione

    "Il duomo di Santa Sofia", Edizioni Il Piastrello, 1993, Lendinara.

    Realizzato per ricordare il bicentenario della riconsacrazione del tempio avvenuta nel 1792 a seguito del completo rifacimento della chiesa, le cui origini si fanno risalire all’XI sec., il volume si compone di vari interventi coordinati da Mons. Bernardino Merlo e dal dott. Pier Luigi Bagatin.

    L’opera di apre a cura del direttore della biblioteca lendinarese con un quadro storico della ricostruzione avviata con determinazione da don Domenico Scipioni; segue l’intervento di Paola Pizzamano sugli aspetti artistici del duomo e dell’attiguo svettante campanile; Monica Bianchi traccia un profilo storico-artistico su Giorgio Anselmi, affrescatore della cupola e della volta, mentre Angelo Volpe riferisce sull’attigua chiesa di San Giuseppe, divenuta battistero del duomo nel XIX sec.; Arnaldo Guaraldo parla della devozione alla santa, alla quale Paolo Grossi dedica un componimento poetico; don Bernardino Merlo tratteggia la storia della comunità parrocchiale all’epoca della ricostruzione del tempio, mentre mons. Giuseppe Peretto evidenzia il significato attuale della vita della parrocchia.

    Il volume, che offre un interessante ampliamento delle conoscenze intorno alla storica chiesa di Lendinara, si chiude con un’appendice di Donata Samadelli sul restauro della tela dedicata a Santa Sofia, opera del pittore settecentesco Alvise Fabris, e con una relazione del geom. Francesco Azzi sui lavori di restauro attuati e su quelli da realizzare.

    Roberto Bonaguro e Adriano Zanirato "La Fratta com’era", Tip. Riberto, 1993 Trecenta.

    Il volume (il secondo della serie), a forma di album, intende essere uno stimolo al recupero della memoria dell’originale paese, ricco di tracce ed opere del passato, circoscrivendo questa volta l’attenzione su un arco di tempo vicino: dall’inizio del Novecento agli anni Settanta. Il libro contiene una ricca raccolta fotografica, suddivisa in varie sezioni (ritratti, gruppi familiari e cerimonie religiose) offrendo un’ampia documentazione visiva di momenti di vita del nostro secolo.

    Non un passato fatto di grandi avvenimenti, dunque, ma momenti di vita vissuta e proprio per questo più veri della stessa storia codificata nei testi, perché più vicino alla realtà della gente comune, fatta di piccole cose e ricordi fissati in molteplici immagini, mute testimoni del tempo.

    La pubblicazione, arricchita da indovinate didascalie, nasce da una appassionata ricerca degli autori e dalla perizia tecnica di Marco Monesi, che ha portato alle leggibilità fotografie a volte in pessimo stato di conservazione.

    Aree naturali protette Commentario alla legge n. 394/1991 – Documenti a cura di Gianluigi Ceruti – Editoriale Domus, 1993

    Il volume a cura di Gianluigi Ceruti si articola in tre sezioni.

    Nella prima parte il saggio introduttivo di Gianluigi Ceruti ripercorre l’iter di un dibattito culturale e politico che mosse i suoi primi passi in Italia all’inizio del secolo quando la conservazione della natura fece il suo, contrastato, ingresso nella legislazione unicamente come tutela del “bello paesaggistico”, ricomprendendo anche gli intrinseci valori scientifici ed ecologici soltanto con l’approvazione della legge quadro sulle aree naturali protette avvenuta il 6 dicembre 1991, dopo decenni di attese e dispute sia nel Parlamento sia nel Paese.

    Nella seconda parte 19 autori, particolarmente esperti della materia, hanno curato il commento ai singoli articoli della legge, fondamentale per la sua interpretazione e applicazione.

    La terza parte consta di una ricca appendice di documenti, in parte inediti o poco conosciuti come le dichiarazioni finali delle quattro Conferenze mondiali sui parchi nazionali (Seattle 1962, Grand Teton 1972, Bali 1982 e Caracas 1992) che l’Editoriale Domus propone per la prima volta in Italia nella traduzione integrale dei testi originali.

    Un’opera, insomma, che non è soltanto uno strumento valido e insostituibile per chi è impegnato su temi della conservazione della natura, ma che sollecita interesse e curiosità culturali anche fra i non addetti ai lavori.

    "La Centuriazione dell’agro di Adria", AGS Edizioni, Stanghella, 1993

    L’opera, curata da Enrico Maragno, presidente del Gruppo Archeologico di Villadose, raggiunge un duplice obiettivo: da un lato fa il punto sulla situazione dei ritrovamenti e sugli studi inerenti l’antica centuriazione romana, che si estendeva ad oriente di Rovigo, e dall’altra fornisce un’ampia base di conoscenza dei costumi e più in generale della civiltà romana a quanti intendano accostarsi al passato della nostra terra, riscoprendo un’epoca della quale esiste una ricca documentazione archeologica.

    Il volume, di ben 350 pagine, corredato di interessanti prospetti, di illustrazioni delle aree oggetto delle indagini e di fotografie dei reperti (la maggior parte dei quali collocata in una accurata mostra a Villadose) si apre con un ampio apparato di schede didattiche sulla centuriazione romana, curate da Enrico Maragno, cui fa seguito la descrizione dell’attività dei coloni nell’agro centuriato. Segue, a firma di Enrico Zerbinati, la storia delle scoperte archeologiche nell’area centuriata e, a cura di Sandro Maragno, la pianificazione dello sviluppo del territorio in epoca romana.

    Una parte consistente del libro è poi dedicata agli atti dell’importante Convegno sulla centuriazione romana dell’agro adriese, (tenutosi a Villadose nel giugno del 1992) per concludersi con una serie di schede dei siti archeologici del comune di Villadose realizzate da Enrico Maragno.

    Una pubblicazione importante dunque, ben curata graficamente e facile nella consultazione, destinata pertanto a proporsi come un imprescindibile punto di riferimento per quanti intendano approfondire la conoscenza su un passato tutt’altro che oscuro della nostra terra.

    Patrizia Sprocatti: "Quell’idea strana di amore", PressCom, Bondeno, 1993

    Ha avuto consensi il romanzo di Patrizia Sprocatti, storia tenera di Mirella e delle sue esperienze sentimentali. Verismo e poesia si mescolano in un gioco intrigante e sottile che fa nascere nel lettore la domanda: "Fino a che punto Patrizia è Mirella?" Solo l’autrice potrebbe rispondere a questa impertinente curiosità.

  • Il mio mare, Rosolina!

    Il mio mare, Rosolina!

    Era una mattina
    d’estate.
    Caldi i primi raggi
    e fresca una brezza
    mi sfiorava il viso.
    Attorno a me
    i gabbiani erano in festa
    e svelti volavano
    sfiorando il mare,
    il mare immenso
    ricco di ricordi
    di emozioni…
    Le onde forti
    abbracciandosi
    rubavano la sabbia umida
    sotto i miei piedi.
    Il castello di sabbia
    che avevo costruito
    con tanto amore
    non c’era più.

    Lo cercavo nell’acqua
    trasparente e chiara
    e il mare cantava,
    cantava per me
    una canzone nuova!
    Dolce e tranquilla era…

    E così, ascoltandolo
    continuavo il mio viaggio
    contenta… verso la vita!

  • Nel silenzio

    Nel silenzio

    Immersa nel dolce silenzio
    della penombra
    la valle di Rosolina
    si sveglia.
    Da addormentata
    ritorna a vivere.

    L'ignoto silenzio
    si trasforma
    in un fragore alternato
    dalla stridula voce
    del gabbiano.
    L'irreprensibile e
    impenitente
    airone,
    nascosto
    tra un ciuffo
    di canneti,
    osserva quel
    che gli resta
    della povera
    valle inquinata…

  • Rosolina

    Rosolina

    Le onde se’ ramena sù la spiaja
    stuzzegà dal vento che le spintona
    le pare criniere infissie e despetenà
    de bionde cavale dopo ’na corsa.
    Intanto el sole, come a fare l’oceto,
    spunta paciocon dal mare in bòrezzo
    ranpegandose come ’n’alpin sù pa’ el zielo
    svejando el dì ancora mezo insonà.

    I osei i taca cantare tra le spiere
    che cascando da ’le zime dei pini
    in piè e colegà par tuta la pineta
    pare fin che le ricama el verde e la sabia
    come coltrine de ’na ’olta in dòta a ’la sposa.
    La spiaja molesina ’carezza i piè descalzi
    e la zente ruza bisega in tel zarvelo
    remusinando amicizie pensieri ricordi
    che dopo on paro de strapuzzi gà desmentegà.

    Mentre cala el sole vien ’vanti la sira
    s’inpizza le stele slusegando in zielo
    pa’ speciarse tremolando come tanti lumini
    in tei oci e ficarse in tel cuore
    tra la musica de’ pini e ’l canto del mare
    de chi sbasuciando fà promesse d’amore.
    …a Rosolina i sè capisse co’ ogni parlare.

  • Lame di fuoco

    Lame di fuoco

    Lame di fuoco accendono la valle
    quando l’inverno è quasi al suo morire.
    Tra le barene l’acqua trascolora,
    scorre sul limo il passo della luce.
    Già livide ombre le nubi
    velano con lento brivido il cielo.
    Vibra improvviso il cuore
    nell’inatteso miracolo.

    È fuggito l’istante ormai perduto
    ma nel silenzio fondo ancora
    nutre il cuore spirali di fiamme
    quasi lontano preludio
    non di un mesto tramonto
    ma di un’alba preziosa.

  • La strada delle Valli

    La strada delle Valli

    “Trenta!” esordì Giulia raggiungendo gli amici, riuniti sul far della sera nel consueto capannello della piazza centrale.

    “Con quella minigonna avrai corrotto il prof.!” osservò Marco un po’ acido.

    “Secchiona, secchiona!” intonarono in coro gli altri.

    Parole che agli orecchi di Giulia suonarono come dolcissimi complimenti. Solo lei sapeva quanto aveva penato per quell’esame e quanta importanza gli avesse attribuito, condizionando al suo superamento perfino la prosecuzione degli studi universitari. Pienamente soddisfatta, rinfrancata in se stessa, si sentiva piena di energia, di voglia di vivere e di divertirsi. Ed era sabato, la serata più adatta per qualcosa di interessante.

    “Ragazzi, dove si va stasera?” disse subito volitiva.

    “A festeggiare Giulia nella discoteca più ‘in’ col ricco premio del… ‘Secchiello d’oro’” fece Enrico di buonumore.

    “Approvato!” ratificò Elena.

    “Partenza alle 22,30” si inserì Monica.

    “E le stelle?” intervenne Marco. “È una serata limpidissima”.

    E tutti ricordarono l’appuntamento col direttore dell’Osservatorio di S. Apollinare. Con loro era stato gentilissimo, chiaro nelle spiegazioni sul moto degli astri e coinvolgente nel documentarli sul funzionamento teorico degli strumenti. “Ma dovete venire di sera!” aveva aggiunto. “Bisogna passare dalla teoria alla pratica”. E loro avevano acconsentito con entusiasmo, prendendo appuntamento, se non ci fosse stata qualche perturbazione, proprio per quel sabato sera.

    Giulia non dissimulò la propria delusione: “Avrei preferito uno scatenato ‘boogie-woogie’ !” disse. “Ma le stelle ci reclamano”.

    “Eppure ti assicuro che Venere al telescopio ha la sua suggestione” riprese Marco. “E poi avrei un’idea” aggiunse con fare misterioso.

    “Sentiamo!” intervenne Enrico un po’ diffidente.

    “Dopo le stelle, una boccata d’aria marina e domani tutti in spiaggia!”.

    “E magari nell’intervallo un sonnellino sotto un ponte!” fece Elena ironica.

    “Ho pensato a tutto!” riprese Marco con un tono serio che non ammetteva battute demolitrici. “Siete mai stati al Rifugio del Delta? È un ostello vicino ad un ponte di barche, sul Po di Gnocca. È gestito dal C.T.G.; sono amici miei, lì troveremo da dormire. Oppure, meglio ancora, chiederemo loro di poter usare il casone galleggiante, ormeggiato non molto lontano dal rifugio. Che ne dite?”.

    Questa volta Marco aveva certamente aperto una breccia nel muro di diffidenza degli amici, che lo guardavano molto più interessati.

    E subito fioccarono le domande: “Ma dov’è precisamente quest’ostello? Cos’è questa storia del casone galleggiante? Bisogna portare i sacchi a pelo?”.

    Marco sentiva che ormai erano dalla sua parte, e cominciò con una certa teatralità, imitando la voce del professore di italiano del liceo, grande cultore del Manzoni: “In un ramo del Delta padano, che corre verso oriente, c’è… C’è tutto per una notte alternativa!” tagliò corto. “Vestirsi in modo sportivo, portare il sacco a pelo per dormire e il costume da bagno per domani. Alle 21.30 – aggiunse – appuntamento all’Osservatorio: un paio d’ore con le stelle, un’oretta per il trasferimento a Gorino Sullam, ninna nanna sul fiume e domani tutti al mare. Che volete di più?”.

    “Magari una discoteca” fece Enrico, ma la frase gli morì in gola: era infatti evidente che l’idea della notte alternativa aveva ottenuto l’approvazione di tutti.

    E puntualmente alle 21,30 si ritrovarono all’Osservatorio, dove Enzo, il direttore, li accolse prodigo di informazioni di astronomia e sempre disponibile a puntare l’obiettivo del telescopio sugli anelli di Saturno o sui crateri lunari.

    Poco prima di mezzanotte, dopo ringraziamenti non di rito e promesse di un prossimo ritorno, presero commiato per raggiungere il Delta.

    Lungo il tragitto parlarono a lungo di astri, cercando di riconoscerli ad occhio nudo, mentre si infittiva il concerto dei grilli, intervallato dal canto delle querule rane.

    Man mano che si avvicinavano alla meta, l’aria si faceva più fresca ed un alito notturno accarezzava le canne lungo le rive del fiume.

    “Ecco l’ostello!” indicò Marco illuminando con i fari dell’auto la struttura rosa che sembrava immersa nel sonno.

    Ma qualcuno ancora vegliava. Ai ragazzi furono consegnate le chiavi del galleggiante di Ca’ Lattis, con il consiglio di trovarsi l’indomani all’ostello entro le 7,30: dopo la colazione del mattino era infatti in programma un’escursione al Delta settentrionale, lungo la stretta “via delle valli”, un percorso suggestivo che collega il Po di Levante all’Adige.

    Raggiunsero il casone galleggiante che, nel silenzio della notte, sembrava il signore del fiume a riposo. Costruito con cura, seguendo i dettami di una sapienza antica, era ormeggiato in una insenatura circondata da salici, pioppi e da un fitto canneto. All’interno, un’indefinibile atmosfera di pace e ristoro coinvolse i ragazzi che, scambiatasi la buonanotte e manifestato un convinto apprezzamento per quel rustico e ineguagliabile ricovero, si predisposero a dormire.

    Lo sciabordio della corrente fluviale, che lambiva le fiancate del galleggiante, si confondeva col fremito lieve delle fronde dei pioppi. Si percepivano in lontananza indecifrabili voci improvvise della natura, e su tutto dominava la nota rassicurante del canto dei grilli. Un senso di tranquillità sconfinata invase l’animo dei giovani che non tardarono a prendere sonno.

    L’indomani fu Monica a dare la sveglia, allegra e volitiva, aprendo decisa le imposte. “Il fiume ci aspetta e il sole è già alto” disse soffermandosi a guardare la corrente che, oltre l’insenatura, fluiva rapida e incessante verso la foce.

    Filtrati dal verde fogliame, i raggi del sole disegnavano mutevoli arabeschi sul pavimento, mentre ad uno ad uno i ragazzi si appressarono alle finestre, conquistati dal gioco dell’acqua, alla quale i raggi mattutini conferivano un caldo colore dorato. Un frullo di uccelli si mosse rapido dal canneto.

    “Vedremo gli aironi?” chiese Giulia.

    “Certo, sbrighiamoci!” intervenne Marco.

    All’ostello la colazione fu rapida e allegra, intervallata dalle presentazioni di un gruppo di ragazzi torinesi con cui avrebbero condiviso la giornata. Fuori li attendeva un pullman con Lauretta, l’animatrice turistica dell’ostello. Caricate le bici, i giovani presero posto sul mezzo, che partì salutato da altri soggiornanti per i quali era previsto un programma in loco.

    Lauretta fu prodiga di informazioni sul territorio, sottolineando come la formazione del Delta padano debba ascriversi sia all’azione del grande fiume, sia all’intervento dell’uomo, particolarmente memorabile nell’anno 1604 con il taglio di Porto Viro, una realizzazione idraulica voluta dalla Serenissima per deviare a Sud-Est il ramo principale del Po, e salvare la laguna veneta dall’interramento. In seguito, con opportuni interventi di delimitazione e di deflusso delle acque, furono create le grandi valli da pesca, mentre solo dalla fine del secolo scorso, con l’introduzione di idrovore a vapore, si realizzò in modo definitivo la bonifica delle zone paludose del Delta, trasformate in fertili campagne. E proprio nei pressi della grande idrovora di Ca’ Vendramin fu fatta la prima sosta, per una rapida visita ai vecchi impianti, nucleo fondamentale del progettato Museo Regionale della Bonifica.

    Il tragitto riprese raggiungendo la strada Romea e superando il Po di Venezia prima e di Levante poi, per procedere sulla strada che costeggia la riva sinistra di quest’ultimo ramo settentrionale del fiume, la cui foce – informò la guida – è visibile qualche chilometro più avanti presso l’isola di Albarella.

    Ben presto sulla sinistra si delinearono le valli, grandi specchi azzurri dalle forme irregolari, bordati da lingue di terra verdeggianti.

    “Hai presente le vetrate di una cattedrale gotica?” disse Marco rivolgendosi a Giulia.

    “Certo, perché?”

    “I vari riquadri di vetro colorato sono uniti da legature in piombo che percorrono tutta la vetrata. Ecco, quei cordoni di terra che emergono dalle acque vallive mi ricordano le venature in piombo delle vetrate gotiche”.

    “Suggestivo!” osservò Giulia con vivo compiacimento, mentre si accingevano a scendere dal pullman.

    Scaricate le bici, fu imboccata la stretta strada delle valli che si snoda sinuosa tra arginature secolari.

    “Ci troviamo nel comune di Rosolina, nota ai più per le bianchissime spiagge…” informava l’animatrice turistica, mentre i ragazzi pedalavano allegri verso la prima tappa: il casone Venier, la cui originale architettura avevano avuto modo di ammirare in un poster dell’ostello.

    All’arrivo, i click delle macchine fotografiche facevano da sfondo alla voce di Lauretta che illustrava le caratteristiche della struttura, il significato del grande camino circolare con comignolo a dado, l’importanza della “cavana”, costruita in canna per il ricovero delle barche, e l’utilizzo del “casonetto” con pareti in muratura e tetto in canna per riporre i vari attrezzi dei “vallesani”. Poi parlò dell’eccitazione che si vive nella valle nel periodo della “fraìma”, la stagione della pesca che va da ottobre a Natale, allorché il pesce cerca di uscire dalle acque della valle, che si stanno raffreddando, per raggiungere il mare. Orate e branzini, attratti da l’acqua marina più calda, appositamente immessa nella valle attraverso il “colauro”, vengono convogliati nei “lavorieri” dove si attua il prelievo degli esemplari che hanno raggiunto lo sviluppo richiesto.

    Tutti ascoltavano attenti, affascinati da un modo di vivere e lavorare fino a poco prima completamente sconosciuto e inimmaginabile. La brezza marina mitigava il calore del sole, mentre i ragazzi, conquistati dal sapore genuino del luogo, continuavano a porre nuove domande all’animatrice. Poi, inforcate nuovamente le biciclette, si portarono presso il vicino oratorio Moceniga, muto testimone di un illustre passato, incredibilmente privo di difese nei confronti degli attacchi dell’implacabile incedere del tempo. Solo un attimo di mestizia, perché tutto lì intorno sembrava parlare il linguaggio della vita, esaltata dalla dolce fragranza dei fiori solatii delle ginestre e dai mille voli nel cielo cristallino.

    Vari stormi di gabbiani fendevano l’aria con ampie volute, interrompendo il cadenzato remigare per sfruttare al meglio il gioco dei venti: con le ali tese, quasi immobili nel cielo della valle, mostravano di contro una incessante mobilità del capo, sempre intenti ad ispezionare le acque alla ricerca di cibo.

    Più tranquille e solitarie, candide garzette dal lungo becco scuro compivano brevi voli, sostando con portamento elegante nelle acque basse, mentre poco oltre due tuffetti sembravano giocare a rimpiattino.

    Riconoscere gli uccelli di valle divenne ben presto una specie di gara tra i ragazzi, che si disputavano l’utilizzo dell’unico binocolo per cogliere il tarabuso affacciarsi dai canneti o il cavaliere d’Italia che, orgoglioso sulle sue gambe lunghissime, superava disinvolto un guado interdetto agli altri volatili.

    “E l’airone?” chiese Giulia rivolgendosi a Lauretta.

    “Il Delta bisogna conquistarlo, non si può avere tutto la prima volta” rispose saggiamente l’animatrice, aggiungendo: “Spero che tornerai”.

    “Su questo non c’è dubbio” rispose convinta.

    “Abbiamo imparato un sacco di cose!” intervenne Elena soddisfatta.

    “E se non mi sbaglio con vero piacere” sottolineò Marco.

    “E pensare che qualcuno ieri sera quasi piangeva quando si decise di lasciar perdere la discoteca” si inserì Enrico con autoironia.

    Lasciandosi la valle di Bocca Vecchia alle spalle, completarono l’itinerario, raggiungendo la località di Portesine, dove li attendeva il pullman che li avrebbe portati al ristorante per il pranzo.

    “Ragazzi, sono proprio contenta!” esclamò Giulia. “Ho visto il paradiso terrestre”.

    “Vorrai dire la prima metà”, intervenne l’animatrice turistica che, allo sguardo interrogativo dei ragazzi, si affrettò ad aggiungere: “L’altra metà la vedremo nel pomeriggio; stamattina ci siamo soffermati sulla fauna, più tardi, al Giardino Botanico di Porto Caleri ci faremo una cultura sulla flora, guidati da una guardia forestale preparatissima”.

    “Ma tu, Marco – intervenne Giulia – lo sapevi che qui c’erano tutte queste cose da vedere?”.

    “Qualche sospetto per la verità ce l’avevo, ma so che è difficile essere creduti. Sentite, ragazzi – aggiunse con finta serietà – non diciamolo a nessuno. Chi ci crederebbe?”.

  • La fola vecia

    La fola vecia

    Capitava ogni tanto di ritrovarsi in valle Morosina, con tutto il parentado seduto in "cason", attorno al grande "fogolàro" dall'enorme cappa, per divorare delle solenni grigliate miste, cotte alla brace, di bòseghe, mecie, orate, branzini, anguille fresche di "colauro".

    Era quello il momento preferito dall'anziano valligiano "Toni Rodelo" per raccontare l'origine del nome del nostro paese, e che noi nipoti, ormai con qualche mezza "ombra" in corpo, per via delle fette di focaccia "tocià" nel vin clinton, chiamavamo senza più alcuna soggezione: la solita "fòla".

    Del fatto, narrato di generazione in generazione, fu diretto testimone il capostipite della sua famiglia, un certo Marchese "Juan Alfonso de Rodelo y Crepaldes" – il cui nome veniva abbreviato da tutti in "Don Rodelo" – arrivato dalla Spagna verso la metà del XVI secolo e stabilitosi in valle Morosina come maestro d'armi e di caccia della nobile famiglia veneziana dei Morosini.

    La storia vuole che il nome Rosolina sia dovuto alla graziosissima Contessina "Rosolina Ferrònie Farnese" figlia del Conte "Jean-Baptiste Ferrònie", del Casato d'Orange, e della Duchessa "Matilde Farnese", nipote di Ottavio Farnese, Duca di Parma, nonché nipote del più noto Conte "Marçel Ferrònie". Questi si era trasferito dai Paesi Bassi in Italia nella prima metà del XVII secolo stabilendosi ad ovest del cordone delle dune di sabbia che proteggeva l'antica "Via Popilia" dal Mare Adriatico, nei pressi dell'odierno Ponte Rantin, sul Po di Brondolo, dove oggi c'è il confine che divide i comuni di Loreo e Rosolina. Col passare degli anni, data la sua bassa statura, venne comunemente chiamato "Conte Marçelin" e nel nostro dialetto polesano più semplicemente "El Masselin".

    Tutto ebbe inizio da una fortuita congiuntura.

    La Contessina Rosolina, affidata alla custodia del filosofo domenicano Giordano Bruno, era partita dai Paesi Bassi per andare a far visita al cugino Alessandro Farnese. Avevano appena ripreso il viaggio alla volta del Ducato di Parma, dopo aver trascorso la notte nella città di Cavarzere, quando avvenne l'incontro con il nobile veneziano Giovanni Mocenigo.

    Il patrizio della Repubblica di San Marco era partito da Venezia per raggiungere il proprio "casòn de vale" (situato vicino alla chiesetta di Cà Moceniga che ancora oggi troviamo sulla strada per l'isola di Albarella) accompagnato, come sempre, dal fido cocchiere "Menego", conosciuto come "El Pajarolo", dato che era uso e famoso cornificare i contadini della zona nei pagliai, e dallo scudiero di origine teutonica "Lothar von Donaezel", da tutti ribattezzato come "El polissaio", visto che amava ripetere sempre lo stesso ritornello: "Ich bin Polizei".

    Lungo il tragitto avevano operato una deviazione verso "La Torre Nova" (l'odierna Tornova di Loreo) per far visita ai familiari – lì stabiliti dopo il triste evento – del Provveditore Marcantonio Bragadin, comandante della guarnigione di Famagosta, catturato, torturato ed ucciso dai turchi nell'agosto del 1571.

    Per il signorotto della Serenissima vedere la Contessina Rosolina ed innamorarsene fu un tutt'uno. Decise subito di invitarla, insieme al suo illustre accompagnatore, a trascorrere un breve periodo in quell'oasi di pace immersa nella natura che era Cà Moceniga.

    Il primo ad avvistare la carrozza con l'illustre blasone dipinto sugli sportelli fu il capovalligiano "Tonon Canocia", originario di Chioggia, lì stabilitosi dopo il matrimonio con una certa "Giustina da Loreo", donna frivola e vanitosa, malgrado la misera e umile estrazione sociale, che passava il tempo nell'ozio più assoluto mangiando in continuazione "seme de suca". Nonostante il parere contrario della moglie, il buon "Tonon" si portò a vivere con loro anche l'anziana madre che, in breve, divenne per tutta Cà Sanudo la "vecia scaldarisi", dato il vizio, subito corso di bocca in bocca, di servire ai malcapitati commensali del "cason" il riso con i fagioli e le cotiche dopo averlo riscaldato anche per cinque giorni di seguito.

    La "vecia scaldarisi", a dispetto dell'età avanzata, era senza alcun dubbio la persona più attiva e capace del "cason", una vera regina, despota della casa, che non perdeva occasione di ribadire la propria avversione nei confronti delle donne di Loreo "bibiando" continuamente il detto: "Donne luriane e cavai marinoti, luntan tri metri dai baguoti".

    Giusto il tempo per ossequiare Sua Eccellenza e poi via, tutti alle proprie mansioni.

    Il valligiano "Cesarin Briato" era già con la "negossa" in mano, pronto a pescare il pesce dal "colauro": branzini per il lesso, anguille e bòseghe per l'arrosto alla brace. Al brodin con l'orata, insieme ad uno straordinario esemplare di "masurin", selvaggina preferita dal munifico "siòr paròn", aveva già pensato la "vecia scaldarisi".

    "Pierolo Spera", guardiavalle ed esperto "barcarolo", partì alla volta di una vicina valle per prelevare "Nane Munarin", noto cantastorie locale, molto conosciuto ed apprezzato "ché el tegnèa su 'na compagnia da lu solo".

    Sarà stato il luogo incantevole, il piacere dell'originale cena al lume di candela, l'allegra compagnia, qualche "ciàcola" a lucirosse dello spassosissimo "Munarin", o la capacità di seduzione del signorotto veneziano, fatto sta che il cuore della Contessina andò in subbuglio, tra passioni, turbamenti, slanci romantici ed erotici. Solo con un abile gioco ad incastro, nelle prime settimane, riuscirono a fronteggiare l'asfissiante controllo messo in atto dal Bruno, abbandonandosi ad incontri amorosi sempre più audaci e aggrovigliati. L'intrigo clandestino ed il gusto del proibito si prestarono ad incandescenti maratone amorose e ben presto al ricco feudatario fu chiaro di non potere più fare a meno dell'incantevole Rosolina. Prese risolutamente la decisione di tagliare la zavorra ingombrante che bloccava il decollo del loro tenero e appassionante amore. Giovanni Mocenigo denunciò per eresia Giordano Bruno consegnandolo al Sant'Uffizio di Venezia il 21 maggio 1591. Nove anni più tardi il filosofo, condannato al rogo come eretico da Papa Clemente VIII, venne bruciato a Campo dei Fiori in Roma.

    Fu sicuramente in omaggio alla conturbante bellezza della Contessina se troviamo, in alcune stampe topografiche dell'epoca, il nome "La Rosolina", in luogo di Cà Sanudo, per indicare il nostro territorio. La denominazione di Rosolina divenne ufficiale nel 1835 quando si affrancò da Loreo, di cui era frazione, divenendo comune indipendente.

  • La dichiarazione

    La dichiarazione

    Lo specchio lievemente crespato su cui Toni contemplava i tratti evanescenti della propria immagine era quello di una sottile nicchia di mare. Stretta per tutta la lunghezza in entrambe le sponde da un intrico di arbusti e canneti, essa si stendeva muta fino a lambire non molto lontano i piedi di una grande duna dai contorni irregolari; guardando laggiù lui non riuscì a distinguere il cinereo della battigia dai sussulti di schiuma dei flebili flutti che vi si spegnevano.

    La “piccola laguna”, come la chiamava, era alimentata da infiniti rivoli di acqua salata che penetravano furtivi fra i cespugli senza movimentarne la superficie; provenivano da un mare invisibile da qualsiasi punto della riva e lontano abbastanza da celare anche all’orecchio più attento il suo sciabordio.

    Quel pomeriggio d’agosto l’acqua era la copia tangibile del grigiore che incombeva alto nel cielo. Ad abbracciare tutto l’orizzonte era uno strato di nubi uniformemente diffuso che sembrava pregno al punto da potersi scaricare in un copioso acquazzone. Eppure non si avvertiva nessun concreto indizio, cupo borbottio o distinto bagliore, che facesse pensare ad un imminente peggioramento del tempo. La cappa che Toni osservava sopra la sua testa era identica a quella di qualche ora prima, quando era uscito dall’appartamento per tirare fuori l’auto dal garage. E la totale assenza di brezza, che appesantiva l’afa, induceva a credere che il tempo non sarebbe cambiato nemmeno nelle ore successive.

    Si voltò. Ad una ventina di metri di fronte a lui stava la villa di Maddalena, l’unico edificio ad affacciarsi su quello specchio d’acqua: una vecchia casa padronale, rimodernata e poi lasciata deperire, con una terrazza al piano superiore ricoperta di edere. Proprio lì, in un giorno di aprile di due anni fa, lui incontrò Maddalena. Accadde durante una festa organizzata dal padre di lei, un piccolo industriale milanese.

    A Toni il posto era piaciuto molto con i suoi dintorni selvatici e incontaminati così come gli si erano presentati in occasione di quella festa; ora però, senza quell’andirivieni di risa e allegri schiamazzi e senza quella dolce frescura primaverile a diradare la densa umidità e l’acre salmastro dell’acqua stagnante, ora era un’altra cosa.

    “Ehi, Toni!”.

    Toni si volse in direzione di lei che si stava sbracciando dalla terrazza.

    “Su, vieni dentro” gli gridò. “Ti devo parlare”.

    L’interno della villa era dominato da un’ampia sala che dall’ingresso si estendeva su per due scalinate simmetriche fino al piano superiore. Maddalena, vestita di una blusa verde, stava appoggiata al parapetto in cui confluivano le due scalinate tra alcuni filamenti di ragnatela, che dalle travi del soffitto pendevano su di lei come impalpabili stalattiti, e girandole di moscerini che le turbinavano attorno alla faccia.

    Quella mattina non si era truccata, non ne aveva avuto voglia, così il pallore del suo volto, naturale eppure inconsueto, appariva la maschera più adatta allo scenario che la circondava.

    Dopo aver tentato di schiaffeggiare un paio di volte i moscerini che la infastidivano, si rivolse a Toni stizzita: “Ti ho visto ieri sera insieme alla mia amica, tu e lei soli soletti…”.

    “Beh, che vuol dire? Non posso più parlare ad una ragazza?”.

    “Senti, te lo ripeto per l’ultima volta: cerca di rigare dritto. Va bene? La mia pazienza è al limite”.

    “Guarda che non hai capito. Io stavo soltanto…”.

    “Invece ho capito perfettamente. Non sono mica scema. Il fatto che hai dieci anni meno di me e hai un fisico decente non ti dà il diritto di fare il playboy con tutte le donne che incontri. Credi che non lo sappia che stai insieme a me solo per interesse? Oh, ma io ti pianto, ti lascio così come ti ho trovato, senza una lira. Avessi almeno un minimo di classe, di savoir-faire… Invece non sei altro che un contadino, sempre con la tua solita cadenza veneta. Ah, proprio qui mio padre doveva dare quella festa, a Rosolina”.

    Toni rimase in silenzio. Immaginava che qualunque cosa avesse detto in quel momento gli si sarebbe ritornata contro, così la rabbia che covava dentro si scatenò in un gran mal di testa. Sentendosi togliere il respiro dall’umida calura che impregnava l’interno della casa, uscì sulla terrazza alla ricerca di un po’ di frescura.

    Ma là fuori a differenziare l’aria era solo una più intensa gradazione di salsedine. La cappa afosa che premeva da sotto le nubi sembrava aver inibito di ogni vitale mobilità le canne e gli arbusti, che incorniciavano la “piccola laguna” simili a rigidi steli d’avorio, e i grovigli di rovi più all’interno sparsi fra i cumuli di sabbia e la sterpaglia. E l’acqua stagnante, la cui uniformità non era intaccata nemmeno dal guizzo di un pesce, pareva un decantare di sogni remoti rispetto ai quali qualsiasi futuro cambiamento, che non fosse una rovina, era arduo anche solo da immaginare. Lo scenario che lui scorgeva, al di là del cinereo sipario di fronte ai suoi occhi, era quello di un’incondizionata resa fra le braccia di Maddalena, senza più avventure o interessi troppo coinvolgenti, senza più insomma spazi di libertà.

    Così si rassegnò. Rientrò nella sala e, annullando la propria cadenza in un tono studiatamente contrito, dichiarò a Maddalena: “Scusami se ti ho offso, non l’ho fatto apposta. Ma, ti giuro, delle altre non me ne importa proprio niente e neppure dei tuoi soldi. Non lasciarmi. Farò tutto quello che vuoi. Ti amo”.

    All’eco di quelle parole un gracchiare di gabbiani alto nel cielo risuonò come un applauso beffardo.

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