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Archivi: Articoli d’archivio

  • Premio Letterario “Arturo Avanzi”

    Premio Letterario “Arturo Avanzi”

    Le pagine letterarie del presente numero di “Ventaglio Novanta” sono dedicate in larga parte al Premio “Arturo Avanzi”, ideato a Rosolina dal Circolo Culturale Ricreativo “2000”, e sostenuto dal Comune di Rosolina e dalla locale Azienda di Promozione Turistica.

    Il premio, nato dalla consapevolezza che l’ambiente di Rosolina ha ispirato autori polesani come Arturo Avanzi, Eugenio Ferdinando Palmieri, Gino Piva ed altri scrittori, ha avuto come obiettivo la sensibilizzazione letteraria verso “il paese dei laghi e delle dune”, rivolgendo la propria attenzione non solo agli autori, ma anche al mondo della scuola. Il premio è stato pertanto suddiviso in tre sezioni: Narrativa, Poesia e Poesia-Ragazzi.

    Notevole è stata la partecipazione per tutte e tre le sezioni, che hanno impegnato la giuria in diverse sedute per la scelta delle opere vincitrici, che pubblichiamo di seguito con la relativa motivazione del premio.

    È stata nel frattempo bandita la seconda edizione del premio, con il seguente tema: “Donne nel Delta del Po”.

    Le opere dei partecipanti dovranno pervenire entro il 4 Giugno 1994 al seguente indirizzo: Circolo Culturale 2000 – Premio Letterario “Arturo Avanzi” Casella Postale, 9 – 45010 Rosolina (Ro)

    La premiazione si svolgerà sabato 6 Agosto 1994 presso l’Isola di Albarella.

  • LIRICHE SCELTE

    LIRICHE SCELTE

    La chiave

    Nella notte, chiudere insieme, gli occhi
    ed aprire due finestre sul mondo dei sogni.

    Dormire, ignorare la realtà, bussare alle
    porte dell’altra dimensione.
    Spezzare catene, avere risposte a dubbi,
    lenire ferite inferte allo spirito.

    Infine, trovare la chiave, la formula magica, per aprire tutte le porte del mondo.

    Insieme!

    Sensi

    Tendi l’orecchio.
    Odi che suono malvagio
    esce dai mostri di ferro?
    Apri i tuoi occhi.
    vedi le lame di luce
    che offende le tue pupille?
    Respira.
    Senti l’odore di morte
    che ammorba l’aria?
    Tendi l’orecchio.
    Senti i singhiozzi
    del mondo sconvolto che muore?
    Tu stagli vicino, aiutalo a vivere,
    io intanto ho scoperto il suo assassino:
    IL PROGRESSO!!!

    L’attesa

    Sveglio!
    Notte tesa e maligna.
    Silenziosi rumori,
    battiti impazziti del cuore.
    Rumori di passi felpati, lontani:
    di misteriosi fruscii, vicini.
    Pensieri nati da antiche paure,
    ingigantiti dallo schermo
    vischioso della mente, che
    lasciano dentro il gusto amaro,
    di sempre.
    Dormi!
    Ti aspetta il sapore di una attesa
    ansiosa e vicina.
    Il giorno!

  • In coda

    In coda

    Caro Renato, l’altra mattina sono dovuto andare in Segreteria all’Università. Allo sportello c’era una coda lunghissima. Saranno state una trentina di persone, e io in fondo, ultimo arrivato. Una rabbia. I primi della fila dovevano essere persone lentissime, non si sbrigavano mai, mai uno che uscisse e che lasciasse il posto ad un altro. Guardavo, guardavo e macché. Pareva che là, in quel lontanissimo e dannatissimo sportello, si raccontassero delle barzellette. Accidenti. Per fortuna non ero più l’ultimo. Era arrivato qualcun altro e si era accodato tranquillo dietro di me. Bene. Questo mi faceva sentir meglio.

    Oh finalmente la lunga coda si è mossa, impercettibilmente, forse di venti centimetri, forse neanche; è stata una mia illusione. Che caldo. Faceva un caldo bestia perché si era tutti attaccati, a contatto di pance, di gambe, di gomiti, di seni senza alcun riverente pensiero per quello dietro cui pestavi i calli o per quello davanti che si ergeva come una montagna e ti impediva la visuale. Mi sarebbe venuta voglia di farmi largo a gomitate, di morsicare tutti, di correre alla disperata su tutte quelle teste.

    Stavolta la fila si era mossa davvero, ma chissà a che punto si era; io non vedevo che gente, dietro, davanti, di fianco a me. Lo sportello era la meta irraggiungibile al di là di tutti quei cappotti, di quelle giacche, di quei soprabiti, di quei tailleurs. Volgevo lo sguardo in alto perché, assurda speranza, volevo vedere uno sprazzo di cielo azzurro, libero, puro, e invece freddi globi diffusori opachi, pendenti dal soffitto come placidi ragni in riposo.

    Se almeno avessi potuto attaccare discorso con qualcuno, scambiare qualche parola; ingannare l’eterna attesa. Macché. Quei volti erano chiusi, ostinati; avevano ciascuno la sua rabbia, le sue preoccupazioni, i suoi misteri. La faccia davanti, bitorzoluta, con un naso grossissimo, con i radi capelli sporchi e pieni di forfora, le labbra grosse e flaccide, era sempre immobile, lo sguardo fisso all’inizio della coda; non si voltava, non guardava nessuno, non batteva una palpebra. La ragazza al mio fianco, esilina, con lunghissimi capelli neri e due occhioni che ci si poteva specchiare dentro, guardava sempre il pavimento e l’orologino d’oro al polso, pavimento-orologio-orologio-pavimento; ogni tanto sospirava pianissimo, battendo leggermente le lunghe ciglia.

    E il tipo dietro, ecco, il tipo di dietro parlava senza un attimo di sosta con un altro (evidentemente un amico) spifferando tranquillamente tutti i suoi affari. Dopo un po’ quel monotono bla-bla-bla mi dava fastidio. Avrei voluto tappargli la bocca. Oltretutto aveva una faccia da antipatico veramente consolante. Più indietro ancora c’era una tizia che continuava a sbuffare, rossa e truccatissima, avvolta come una imperatrice in una sontuosissima pelliccia. Si vedeva benissimo che per lei era la cosa più obbrobriosa della vita il fare la coda lì, assieme a tanti plebei, vicino al tanfo di sudore che neutralizzava il suo costosissimo profumo francese.

    Intanto la fila si era spostata in avanti, di un passo, con i soliti spintoni e le solite gomitate. Io cercavo di sporgermi in fuori, di allungare il collo per vedere quanto era ancora lunga, ma per quanto mi sforzassi non vedevo che gambe, cappelli, ombrelli, borse, segni di gente in attesa con me. Ma non erano come me. Ci accomunava il fatto che eravamo tutti lì per arrivare a quello sportello; ma per il resto eravamo acerrimi nemici. Ognuno di quelli che mi erano davanti, tutti, uno per uno, da quello vicino con la borsa di cuoio marrone, a quello lontanissimo, sconosciuto, misterioso, che stava sbrigando le sue pratiche allo sportello, io li vedevo stritolati, consumati a fuoco lento, torturati, paralizzati, fulminati, inesistenti addirittura perché solo dopo essermi sbarazzato di tutti avrei potuto raggiungere la meta.

    D’improvviso uno starnuto; nella lunga coda ci fu un fremito, qualcuno si voltò per vedere chi aveva emesso quel sonoro starnuto: era un signore anziano, piccolo, con una gran barba bianca e un cappotto sgualcito. Era l’ultimo della interminabile coda. Anche lui aveva speranza di poter giungere all’agognato sportello. Qualche volto sorrise. L’anziano signore non si scompose minimamente, tirò fuori un grosso fazzoletto giallo e si soffiò il naso. Sembrava non avesse affatto fretta. Il tizio dietro continuava a contarla appassionatamente all’amico. Io per un attimo dimenticai tutta la rabbia ed ascoltai il discorso composto di avventure sentimentali, ragazze bellissime e leggere, professori arcigni e gaglioffi, soldi spesi a palate, gite in macchina conclusesi con vere e proprie orge. E ancora. Ma l’attimo era durato molto. Fuori era ormai scuro. Dietro di me qualcuno, poco paziente, aveva rinunciato e se n’era andato lasciando il suo posto contesissimo per una frazione di secondo, poi subito occupato da due, tre persone che si davano calci negli stinchi. Ero stanco di stare in piedi; e sopra di me quelle facce così ostili, quella coda brulicante di gente. Volevo ribellarmi ma stavo fermo, zitto. Non vedevo lo sportello ma sapevo che c’era; e che c’era l’impiegato con gli occhiali, in maniche di camicia, pronto a farmi i documenti richiesti. Dovevo solo avere la pazienza di arrivare.

    Aspetto. Discorsi vaghi, davanti, questa volta. Aspetto. Ragazzi da capelli lunghi mi guarda e sorride. Aspetto. Signora con la pelliccia sbuffa. Aspetto. Ragazzo con giaccone di cuoio e sigaretta nazionale bestemmia sotto voce. Aspetto. Una mosca si è posata sul nasone bitorzoluto di quello davanti. Aspetto. Uno spilungone sbadiglia senza mettere la mano davanti alla bocca. Aspetto. Pazienza. Non so quanto tempo. Oh, ecco, finalmente: sono arrivato anch’io… arri…vato.

    “Scusi, a me, occorrerebbero…”. Ma con chi parlo? Dinnanzi a me non c’è sportello di vetro, impiegato con gli occhiali in maniche di camicia, mucchi di pratiche, penne biro, mensole di marmo. No. No. No. C’è solo il muro. Un muro giallognolo, brutto, un po’ screpolato.

  • I movimenti del cuore

    I movimenti del cuore

    A conclusione della mostra di scultura e disegno allestita, alcuni mesi or sono, presso la sala Cordella di Adria, intitolata "I movimenti del cuore", ci è stata offerta l'opportunità di incontrare l'autore Riccardo Crepaldi nella casa di campagna in cui vive e lavora, per ripercorrere alcune significative tappe della sua vita di artista.

    Riccardo Crepaldi inizia a realizzare le sue sculture nel 1989, sollecitato da un gruppo di amici di Torino. Giorno per giorno apprende e perfeziona le tecniche dell'artigianato in generale e quelle del bassorilievo su tavole di legno in particolare, tesaurizzando i consigli dell'amico scultore Domenico Fanizza di Urbino.

    La prima opera a tutto tondo (un incontro di due figure risalente al 1990) è, nei modi, straordinariamente vicina ai celebri manichini della pittura metafisica di Giorgio De Chirico e testimonia già la volontà di approdare alle difficili terre dell'arte.

    I contatti con maestri assai rinomati (come il professore Giuseppe Lotto di Piove di Sacco e il professore Graziano Pompili dell'Accademia di Bologna) e con appassionati d'arte (come il pittore Paolo Gasparetto di Contarina) gli consentono di risolvere i problemi relativi alla impostazione delle figure e di sciogliere dubbi e incertezze sulla combinazione dei volumi, mentre le osservazioni e le riflessioni di alcune persone care gli permettono di staccarsi dall'opera e di avere una visione più oggettiva dei risultati di volta in volta conseguiti.

    L'attività grafica preliminare (accompagnata spesso dalle prove preparatorie in argilla), poco amata dall'artista perché non comporta, al contrario della scultura, grande dispendio di energia fisica, diviene premessa indispensabile alle rappresentazioni plastiche che, per la natura stessa del materiale da cui sono tratte (legno ed ora anche marmo), richiedono una precisione tale da non lasciare spazio alcuno ai ripensamenti.

    Il legno è, ovviamente, selezionato con attenzione: si prediligono gli alberi da frutto della zona, oppure l'ulivo, il castagno, il faggio, il platano e soprattutto il frassino per la compattezza delle sue fibre, la tendenza a rimanere stabile nel tempo e la resistenza che oppone agli attacchi dei tarli.

    I ceppi, sempre di grandi dimensioni, ripuliti dalla corteccia, sono trattati con trementina e successivamente con olio di lino, sostanza in grado di evidenziarne colore e venature.

    Ciò che importa a Crepaldi non è la figura in sè ma l'impressione del movimento che lo scalpello, condotto da abile mano, sa creare sulla superficie del legno. L'oggetto rappresentato è sempre identificabile, non è deformato o scomposto, ma conserva legami profondi con la realtà sensibile. A certa solidità e compostezza, però, si sostituisce l'idea del movimento, l'ansia di imprimere la tensione del moto ad una "cosa" di per sè immobile.

    Ecco allora che il gioco delle superfici, in parte lisce, in parte scalpellate, o scanalate totalmente, nato per ragioni d'indole d'artista, è divenuto poi il mezzo privilegiato per togliere staticità alla forma. È come se l'albero continuasse a vivere, partecipasse ancora della vita della natura ed esprimesse questa vita nell'immagine del moto che ora il legno, per merito della tecnica e dell'arte, riesce a comunicare con un linguaggio nuovo. L'albero, insomma, resta ad esprimere il movimento del lavoro e l'atmosfera che lo circonda.

    Il pensiero, o meglio, la riflessione che Crepaldi affida alle sue opere, ripropone l'antico invito oraziano del carpe diem: cogli l'attimo, afferra l'istante che fugge, sii presente al presente. La morte, che determina il senso del nostro essere uomini, ci impone di operare, di agire, di vivere il nostro tempo con intensità e l'arte non è che la testimonianza di questo impegno totale, assoluto.

    Già a partire dal 1981 la passione per le arrampicate in montagna ispirava all'artista: non solo una precisa concezione della vita, ma anche l'idea che tale concezione avrebbe potuto trovare espressione in qualcosa di concreto destinato ad identificarsi, dopo il 1989, con un certo tipo di scultura, la scalata e l'opera scultorea richiedono infatti le medesime cose: fatica, attenzione, capacità di concentrarsi e utilizzare tutte le energie fisiche e mentali; e offrono, entrambe, la verifica e la misura delle proprie qualità.

    Tutto questo Crepaldi ha raccontato e racconta realizzando un tipo di scultura principalmente vicino ai modi di Medardo Rosso (1858-1928), poi a quelli di Arturo Martini (1889-1947), di Augusto Murer (1922-1985), di cui egli ama soprattutto la produzione degli anni '50-'60 caratterizzata dalla finitura rustica e drammatica dei pezzi, e, in questi ultimi tempi, di Marino Marini (1901-1980) e di Alberto Viani (1906-1989).

    Del Marini Crepaldi condivide l'asserto teorico espresso con limpidezza in queste poche parole: "Considero profondamente artistica soltanto quell'opera che, pur attingendo alla natura, se ne astrae e la supera. Arte è anche allucinazione perfetta, tutte le verità della natura in tal modo si trasformano"¹; del Viani apprezza la capacità di modificare e far scomparire i corpi reali attraverso la stilizzazione delle forme. Negli ultimi lavori, infatti, l'artista adriese si sforza di mantenere il soggetto in costante unione con l'atmosfera esterna e, nel contempo, di superare l'immagine classica del busto.

    Oggi, dopo aver partecipato a diversi concorsi di pittura e scultura ottenendo lusinghiere affermazioni (Fano, Chiampo, Cesenatico e in particolare Como, dove il lavoro presentato dall'artista è stato premiato con il secondo più importante riconoscimento su centoventi opere), senza dimenticare la mostra collettiva organizzata dal Circolo rodigino di Bolzano in occasione della fiera della città, Crepaldi frequenta, come uditore, il corso di scultura presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna.

    Nel corso del corrente anno Crepaldi riproporrà la mostra intitolata "I movimenti del cuore" a Rovigo (settembre) e a Cavarzere (novembre). Attraverso questi appuntamenti ed altre esperienze ancora in fase di definizione egli svilupperà ulteriormente l'idea dell'essere presenti al presente, né ricuserà, crediamo, quel pessimismo appena accennato, quel latente malessere e quella sottile amarezza che unificano e contraddistinguono tutta la sua produzione presente e passata.

    ¹ C. PIROVANO, Scultura italiana del Novecento, Milano 1991, p. 162.

  • Le sculture di Baschierato

    Le sculture di Baschierato

    Legato al Polesine per la serie di bronzetti realizzati per il Premio Quadrivio, Stefano Baschierato si è sempre qualificato come un artista sorprendente, non vincolato a tecniche aprioristiche, ma interprete della realtà, intento a cogliere l’estrema potenza delle emozioni che colorano la vita. Per fare ciò l’artista si discosta dagli equilibri formali, creando opere intrise di passione e ironia.

    I materiali e le tecniche diventano allora interpretabili solo se considerati parte stessa dell’opera, perché sono utilizzati da Baschierato come ingredienti per rappresentare i temi che gli sono cari.

    E sempre egli manifesta una costante attenzione per la dimensione dell’esperienza, dell’umanità e dei dolori dell’uomo comune, attore indiscusso della vita. Le sue figure sono sempre graffianti e sensuali, pur restando essenziali ed inducendo l’osservatore a riconoscere le istanze essenziali della “materia umana”.

    Ogni opera di Baschierato rappresenta infatti una particolare esperienza umana che viene esteriorizzata completamente grazie anche alla cura estrema posta nello scolpire i dettagli, che spiccano nel contesto di sculture la cui superficie è lasciata spesso ruvida, poco elaborata.

    È proprio il “particolare” che aiuta a creare lo spessore delle creazioni plastiche. Ed in ogni opera Baschierato profonde il suo carattere: il suo messaggio è l’ironia, l’indulgenza. Il suo tono è dissacrante e a volte anche crudo, nel costante tentativo di “gridare”, con la scultura, che c’è dignità in ogni esperienza umana.

    Nato a Celeseo, frazione di S. Angelo di Piove, Padova, il 14 aprile 1922, Stefano Baschierato, ancor prima di diplomarsi all’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1941, era già noto in varie città d’Italia dove aveva ricevuto premi e riconoscimenti.

    Dal 1941 al 1942 ha insegnato alla scuola d’Arte del Legno di Ortisei ed ha partecipato alla seconda guerra mondiale come ufficiale. Ha ripreso la produzione scultorea solo nel 1972, con numerosissimi lavori in ferro, bronzo e pietra.

    Nel 1977 ha vinto il premio mondiale alla biennale dantesca a Ravenna e attualmente si possono trovare sue sculture in 11 musei e monumenti in 9 piazze.

    Alla fine del 1993 ha portato a termine la scultura della porta della chiesa di S. Angelo di Piove costituita di 12 formelle che rappresentano le opere della Misericordia e della Catechesi, con l’ultima cena nella parte superiore; i personaggi raffigurati sono tutti amici e conoscenti dell’autore che abitano o hanno abitato nel paese; anche in questo caso Baschierato ha scelto delle “comparse”, a significare che la vita si riferisce all’uomo comune.

    Dal 1979 al 1986 è stato l’autore delle statuette relative al Premio Quadrivio di Rovigo, opere in bronzo rappresentanti Pierrot, saltimbanchi e attori del Ruzzante, che lo hanno fatto conoscere a molti polesani, che gli hanno manifestato stima e ammirazione.

  • Metamorfosi meccaniche

    Metamorfosi meccaniche

    In un’epoca dove il consumismo dilaga, i rifiuti sono diventati un vero problema. Si produce, si compra e poi si getta, e noi tutti siamo ormai sommersi da una massa di cose nuove e un gran numero di cose inutili, già usate, già passate.

    Ma, come sempre, ci può essere qualcuno che si muove in direzione diversa, ossia alla ricerca di tutto ciò che è stato messo da parte, buttato via, per farne ancora qualcosa di utile, per restituire quella vita che aveva un tempo.

    È il caso di Giuseppe Albertin, artista che crea sculture vivissime con materiali abbandonati, scartati e inutili: un pistone, una biella, un lama di badile, i chiodi per ferrare i cavalli, le ruote dentate di una vecchia bicicletta, diventano la materia prima per le inedite composizioni. Si tratta pertanto di realizzazioni che si presentano in forme dinamiche, acquistando, negli assemblaggi ideati dall’artista rodigino, nuove possibilità di “essere”.

    I buchi al centro del corpo dei suoi pescatori o dei suoi famosi guerrieri, che non sono altro che la testa delle bielle, che lo scultore usa per formare l’esile tronco dei suoi personaggi, mi fanno riflettere: dove per secoli si è creduto che avesse sede l’anima, qui c’è un foro, un vuoto. Sembrerebbe uno spazio da riempire, rimasto vacante e forse in attesa di nuovi sogni e di nuove speranze; oppure, guardandolo da un altro punto di vista, il foro potrebbe essere espressione di un cuore aperto, libero, pronto a dare e ricevere.

    Albertin crea dunque figure incredibili: fiori, galli, aragoste, ballerine, motociclisti che sembrano proprio sul punto di muoversi; pare che gli ingranaggi accostati così sapientemente possano all’improvviso cominciare ad incastrarsi, a muoversi l’uno sull’altro e così passare a nuova vita.

    Si attua pertanto una metamorfosi con il magico passaggio da rifiuti inutili a sculture creative che rivelano chiaramente le doti creative dello scultore rodigino.

    Solo una domanda: ma questi fiori, questi ballerini, questi pescatori sono per Albertin lo specchio di come egli vede gli uomini? Assemblaggi di bulloni e chiodi che si muovono meccanicamente? Lasciamo ai fruitori delle opere dell’artista rodigino la risposta, osservando che questi fiori meccanici continuano a sollevarsi per cercare il sole, i guerrieri ad avere una loro indomita fierezza, i pescatori la loro calma vigile, i ballerini la loro voglia di danzare.

    In definitiva quindi, sono sempre uomini, animali, fiori, certamente diversi, ma uguali a quelli di sempre, se guardati nella loro essenza più profonda e pertanto l’attività di Albertin si configura come un’ intuizione artistica di una realtà, con creazioni davvero originali.

  • Le Icone di Luciana Arduini

    Le Icone di Luciana Arduini

    Cominciò fin da piccola, Luciana Arduini, a tenere in mano la matita per disegnare.

    È figlia d’arte, come si suol dire, poiché molti della sua famiglia si sono dilettati nella pittura. Il mistero dei colori e delle immagini l’appassionò subito; continuò con il gioco delle matite e del disegno, tanto che, durante gli anni scolastici, vinse anche qualche premio di pittura.

    Fu però un’anziana parente, alla quale era molto affezionata, ad indirizzarla verso le icone. Costei ne possedeva una, un’immagine cara e sacra, che portava sempre con sè nei suoi viaggi; e lei, Luciana, si perdeva nella contemplazione di questa figura che sentiva vera e viva, palpitante e reale. Fu così che la giovane, seguendo le narrazioni dell’anziana donna, cominciò ad interessarsi sempre più a tali opere, alla loro origine, alla loro storia e alle lontane terre di Russia e di Polonia, attratta, come gli antichi mistici, dal mondo misterioso dell’est europeo.

    Quasi per gioco cominciò presto a creare piccole opere da sola, in seguito si interessò pure alla lavorazione del legno, del ferro, creando piccoli oggetti: animaletti, rosari, crocefissi, oggetti sacri o figure religiose, quali il Cristo.

    Le vicissitudini della vita quotidiana per anni rallentarono un po’ l’impegno artistico, fino a circa quindici anni fa, quando Luciana Arduini riprese con più intensità ed accanimento a lavorare, a disegnare e a dipingere quelle figure ieratiche e dolcissime, ispirate all’arte povera della Russia e della Polonia. Un’espressione artistica, pregna di sentita religiosità, nata nei tempi antichi, quando i contadini russi preparavano le loro icone, protettrici della casa, come fossero dei Lari.

    Quando le persone contemplano un’icona, spesso rimangono perplesse, stupite dalla sacralità della figura che hanno davanti: questo il messaggio che la pittrice vuole lasciare a quanti si soffermano ad ammirare le sue realizzazioni, le quali si rifanno ad alcune immagini note, come la Madonna di Czestochowa, oppure talvolta alle figure quattrocentesche del Beato Angelico.

    Ma è la Madonna della città di Vladimir, “La Madonna della Tenerezza” con il bimbo divino accostato alla guancia della madre, che Luciana Arduini preferisce riproporre spesso, proprio per la dolcezza, la raffinatezza e la tenuità dell’immagine. I colori della “Madonna della Tenerezza” sono più chiari e la Madre divina sembra piena di affetto e di dolce amore.

    È una ricerca della spiritualità, del diafano, del mistero e del sacro che Luciana esprime nelle sue opere, eseguite con tecniche che usavano in Russia e in Polonia tra il 1500 e il 1700. Ed il lavoro per raggiungere l’obiettivo è molto impegnativo. L’artista infatti dapprima prepara la tavoletta, che può essere di legno scuro, chiaro o rosato, poi schizza il disegno, riempie i vari spazi con i colori adatti o prepara la base d’oro o, ancora, divide gli spazi secondo l’immagine che vuol dipingere. Stende uno strato di colore e lascia riposare la tavoletta per un paio di giorni; ripassa più volte il colore a fasi alterne, fino a che l’immagine è in rilievo, ed è pronta per l’ultimo intervento, quello dell’invecchiamento, necessario per conferire all’icona quella particolare atmosfera di antica dolcezza.

    Luciana Arduini, oltre alle icone, ama dipingere anche paesaggi e soggetti del Basso Polesine, paesaggi di Venezia, oppure ispirarsi a scene oniriche. Ama la pittura perché la sente viva e vibrante, perché le piace tutto ciò che è bello, armonioso e colorato; e proprio le sue icone sono una testimonianza dell’equilibrio interiore e del sentimento di profonda tenerezza che sa trasmettere agli altri, nella continua ricerca del divino e del mistico intorno a sè.

    CURRICULUM

    Nata a Porto Tolle (Ro), dove ha incominciato ad amare l’arte, guardando i colori del Basso Polesine, Luciana Arduini attualmente vive a Rovigo dove si dedica all’attività artistica.

    Studiosa e profonda conoscitrice di culture ortodosse e di religioni orientali, ne ha assimilato profondamente la sensibilità, portando con sè il ricordo e l’amore per i soggetti sacri, dipinti sul legno: “le icone”, che lei stessa riproduce e crea dando loro vita con la stessa tecnica e con gli stessi materiali usati nelle epoche del passato.

    Ha partecipato a varie mostre private, personali e collettive in varie città, riscuotendo ovunque consensi, riconoscimenti, diplomi, medaglie d’argento e d’oro.

  • Quei mitici anni settanta

    Quei mitici anni settanta

    Fa una certa impressione ritrovarsi nei libri.

    Sfogliando “Badia Polesine – Contributo per la conoscenza della città”, recentemente edito dalla locale Biblioteca, lo sguardo si è fermato a metà di pagina 229. Qui, parlando di cultura e tempo libero tra ’800 e ’900, si ricorda che in Badia “… intorno agli anni ’70 e ’80 si assiste al fiorire di associazioni culturali spontanee, tra cui il Gruppo di Iniziativa Culturale – Compagnia del Teatro Badiese che, oltre a proporre incontri col cinema ed allestire alcuni spettacoli teatrali, offre l’occasione di conoscere da vicino il mondo dello spettacolo e si ricollega a una tradizione assai vivace e ricca in Badia…”.

    Sono parole che mi riportano a una ventina d’anni fa, ad una fresca mattina di settembre, a un viaggio in treno verso Bologna. Forse è lì che nasce quell’avventura. Casualmente, da un incontro con Roberto Cadore, la cui breve vita fu contrassegnata da un’attività intelligente e preziosa.

    A dire il vero, non ci si conosceva più di tanto. Un ciao veloce, incrociandosi sotto i portici. Ma quella mattina ci si trovò d’accordo nel fotografare la realtà culturale di Badia. E, trovandola molto stanca, insoddisfacente per noi ventenni, si decise di “sporcarsi le mani”.

    Negli ultimi tempi si erano ormai esaurite le attività portate avanti dalla generazione precedente. Da anni non si parlava più nemmeno dei cineforum, i mitici luoghi di dibattito per tutta un’epoca.

    Tentativi di portare il teatro erano miseramente falliti. Basti pensare alla vuota sala del Politeama di fronte all’“Arlecchino” di Strehler.

    Intelligenze come quella del mio primo professore delle medie, Giovanni Baggio, erano state costrette ad emigrare. Altri – disillusi – stavano alla finestra.

    La biblioteca Bronziero era imbalsamata, un santuario del libro. Nemmeno dalla parrocchia giungevano voci significative (tenendo poi presente che ancora ci si ostinava a celebrare girando le spalle ai fedeli).

    È in questo clima che si decise di venir fuori. Con successo.

    Le prime riunioni, affollate da decine di giovani, si tennero in un ambiente spettrale. Un’aula delle vecchie medie abbandonate e in attesa di essere riconvertite in uffici finanziari.

    Riunioni interminabili da cui nacquero gli “Incontri col cinema”, prima al Caenazzo e poi al Concordia e al Politeama.

    Già una cosa profondamente diversa rispetto ai vecchi cineforum, in cui il film era un pretesto per un dibattito. Qui si guardava al cinema anche come mezzo espressivo, si faceva attenzione al suo linguaggio e alla maniera di trasporre e interpretare la realtà.

    Dibattiti che continuavano oltre la chiusura della sala. Magari in campagna, alle Giare dalla Corinna, seduti in tinello – il locale, mezzo osteria e mezzo ‘casolin’, era piccolo per farci stare tutti – davanti a panbiscotto e al profumo di mortadella appena tagliata.

    Non era facile però fare cultura.

    La biblioteca ci fu negata, per presunti motivi di staticità, per uno spettacolo di teatro da camera. Ma noi non cedemmo. E così dopo anni il Teatro tornò a Badia per la porta di servizio, nel refettorio della Vangadizza.

    Toccò alla Cooperativa Teatro Orazero di Padova, guidata da Guido Rebustello, portare in scena il pirandelliano “Uomo dal fiore in bocca”, con Filippo Crispo e Toni Andretta. Un successo. Tanto che quest’ultimo, tornato poi in Politeama per una stagione teatrale con una compagnia nazionale, ancora anni dopo ricordava con piacere quella serata di recitazione e scuola di teatro.

    Grazie al gruppo badiese, Orazero, ritornò in seguito e così Proposta per un Teatro Collettivo e il Proteatro.

    Singolare lo spazio scelto per quest’ultimo: la palestra delle elementari, col pavimento da noi completamente rivestito di… cartoni per non danneggiare il fondo. Naturalmente vietatissimo fumare e rischio di blocco da parte dei pompieri.

    Ma non ci si limitò solo a importare teatro e cinema da fuori.

    La mostra fotografica di Armando Bolan e di Chiara Ghinato sui vecchi casoni veneti permise di riaprire le scuole elementari al Ferragosto Badiese. E dal teatro da vedere si passò a quello da fare.

    Da un ‘matrimonio’ tra aspiranti attori locali e attrici lendinaresi (chi ha detto che tra le due città ci si guarda sempre in cagnesco?) nasce la Compagnia Teatro Badiese. Ne è primo regista Primo Griguolo, ‘pescato’ chissà come e da chi tra Villanova e Fratta.

    Il primo lavoro portato in scena (a Masi, perché Badia non ha un teatro disponibile per prove) è “I Girovaghi Commedianti”, un testo originale ispirato alla Commedia dell’Arte, in cui dei saltimbanchi cercano da vari repertori un’azione da rappresentare.

    Il consenso ottenuto anche nella messa in scena alla Vangadizza, durante il Ferragosto, spinge la compagnia a continuare.

    Si porta a termine l’Intervista di Moravia e subito dopo Tingeltangel di Karl Valentin, testo col quale il gruppo gira per un anno il Polesine e le province vicine, con tutta una serie di auto da cui sporgono pezzi di scenografia. Si fa proprio vita d’attori. E a cena, dopo lo spettacolo, è sempre una festa. Ma è anche un canto del cigno.

    Per le ristrettezze economiche, per la difficoltà di trovare un regista stabile e un adeguato locale per le prove, la compagnia si scioglie.

    Non prima di aver fatto un tentativo col ‘mitico’ Cesare Magon, emigrando a Lendinara. La compagnia muore, ma alcuni suoi attori contribuiscono alla nascita della vicina città di una nuova formazione. Con questa, un lavoro di Griguolo – La memoria del soldato Hans – va in scena al Goldoni di Venezia.

    Perché si scioglie il Gruppo di Iniziativa Culturale-Compagnia del Teatro Badiese? Forse perché le finalità iniziali erano state raggiunte ed era giusto così.

    Infatti, negli anni successivi, gli animatori del gruppo arriveranno a gestire la cultura locale da cariche pubbliche. La palestra fatta sarà preziosa per persone che cureranno in seguito la Biblioteca, l’assessorato alla cultura e un nascente Centro Giovanile Papa Luciani.

    Il compito di aprire la strada ad una nuova politica culturale in Badia era stato raggiunto. Gli anni ’70 erano finiti.

    E quel vecchio gruppo, sempre sulla strada, senza mai trovare una sede fissa per le riunioni, poteva andarsene in pensione.

    Il ruolo di nave rompighiacci era terminato.

  • Giuseppe Marchiori, una vita per l’arte

    Giuseppe Marchiori, una vita per l’arte

    Finalmente il Polesine ha reso omaggio al critico di fama europea, Giuseppe Marchiori (1901-1982) lendinarese di nascita e veneziano di formazione, con una mostra e un catalogo, a cura di Sileno Salvagnini, edito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    Il grande critico ha visto la luce e ha chiuso i suoi giorni nell’aristocratica piccola città altopolesana e fin dai primi anni di vita ha respirato cultura, avendo avuto il privilegio di nascere in una famiglia dotata di un pregevole patrimonio artistico e librario che lo spinsero precocemente a molteplici esperienze, prima nel campo della poesia e della pittura, poi – a partire dall’inizio degli anni Trenta – in quello della critica d’arte.

    Giuseppe Marchiori ha scritto su molti dei più importanti artisti italiani e stranieri che spesso ha frequentato e con i quali ha avuto lunghi scambi epistolari. Dopo gli eventi bellici, a Venezia, con Birolli e altri ha dato vita al “Fronte Nuovo delle Arti” e ha proseguito la sua attività con ritmo instancabile fino alla fine dei suoi giorni.

    La prima testimonianza sulla vita dello squisito uomo di cultura che apre il ricco catalogo, nasce dalla penna di Cibotto che – come è suo costume – offre al lettore uno spicchio di atmosfera, di quella Lendinara regina del “Veneto in ombra”, ricca di chiese e ville nobiliari, come la splendida Ca’ Dolfin, in cui Marchiori trascorse l’infanzia e che fu – in seguito – luogo d’incontro di artisti e uomini di cultura legati al critico lendinarese.

    Cibotto insiste sulla valenza anche di scrittore di Marchiori. “Vale la pena di sottolineare i due filoni – scrive – perché troppo in passato si è insistito sul suo ruolo di interprete di una situazione artistica da rivedere, lasciando in disparte l’artista, che invece merita di essere riportato in luce. Dal primo volume di poesie, influenzato dalla moda crepuscolare, però con risvolti autonomi, creativamente risolti, che poi hanno cadenzato altri suoi lavori, al sapido “Almanacco”, compilato a quattro mani con Eugenio Ferdinando Palmieri, stampato in raffinatezza dallo Spighi”. Cibotto prosegue elogiando l’indipendenza di giudizio dell’uomo di cultura che “ha saputo camminare lungo sentieri indifferenti all’arte del compromesso, tipica nel nostro paese, di molta gente”.

    Da Paola Pizzamano Marchiori è letto con affettuosa intelligenza, quale “ultimo cavaliere della critica d’arte contemporanea”. Possiamo così ripercorrere l’infanzia del critico, estroso autodidatta, anticonformista, cultore di un illuminismo sui generis, dentro cui serpeggia un’accorata poesia. Gli esponenti della cultura nazionale e polesana gli ruotano intorno e gli fanno corona. “I suoi interessi per la poesia e l’arte e il Polesine – scrive la Pizzamano – vengono raccolti nel 1931 in un bel volume “L’Almanacco del Polesine”, curato da lui e dal pittore Juti Ravenna, con il contributo di Ferdinando Palmieri. Gli scritti di Marino Marin, Gino Piva, Livio Rizzi, Giannino Zanelli, Pino Bellinetti, Luigi Romano Molinari, Pio Mazzucchi, Marchiori e Palmieri, sono integrati da disegni e incisioni di Filippo De Pisis, Leone Minassian, Giorgio Morandi, Juti Ravenna, Gabriella Sacerdoti Oreffice. Sono questi i suoi compagni di viaggio con i quali Marchiori condivide parole, pensieri, esperienze e frammenti di vita”. Poi, circa ventenne, il giovane, destinato alle vette della critica, esce dalla sua terra e giunge a Venezia, viaggia, spazia, spirito libero, ansioso di conoscere, sperimentare, scoprire.

    Sileno Salvagnini porta un grande contributo alla ricostruzione della personalità artistica di Marchiori poeta e pittore, rifacendosi anche a scritti autobiografici dell’artista, capace di cantare le solitudini del Polesine, terra a cui è legato da un particolare rapporto di odio-amore e capace di tracciare un autocritico profilo di se stesso. Nella documentata relazione, Salvagnini evidenzia anche l’importanza di una recensione di “Arte e artisti di avanguardia in Italia 1910-1950”, un’opera veramente capitale in cui il critico lascia testimonianza del suo pensiero dal Futurismo al Fronte Nuovo delle Arti.

    Flavio Fergonzi evidenzia il rapporto che il critico aveva con la scultura e ci regala uno squarcio di Venezia negli anni Quaranta e offre inoltre bilanci storici e suggestive aperture, non trascurando il dualismo tra Manzù e Marini e sottolineando come Marchiori (a detta di Giò Pomodoro) avesse conoscenza rara delle tecniche, dei materiali e dei diversi livelli qualitativi della pratica dello scolpire: non era dunque un critico solo intellettuale e teorico.

    Non va taciuto come negli anni giovanili (dal ’25 al ’30) Marchiori espose a Venezia al fianco di Levi, Casorati, Ravenna e Semeghini, per citare solo alcuni dei compagni della sua grande avventura artistica. Le sue capacità risultano a chiare lettere e non si limitarono dunque a quelle di critico. In lui c’era un’originale ed eclettica vis creativa.

    Sensibile poeta, Giuseppe Marchiori seppe cogliere con lucida consapevolezza il divenire della vita, scrivendo: “A quelle rose di color carnale / piegate a forza in mezzo alla fanghiglia / io penso e vedo i petali poltiglia…”.

  • Un successo della cucina polesana

    Un successo della cucina polesana

    Il ristorante “Due Leoni” di Ariano, una vecchia locanda del ’900, fu rilevato nel 1951 dai fratelli Sandoli, Renzo ed Edgardo. Costoro, con le mogli Iva e Franca, rimboccandosi le maniche e con rigore e fantasia, arrivano in dieci anni ad una prima ristrutturazione radicale, ampliando la sala da pranzo e la cucina, con notevole sviluppo della ristorazione. I piatti proposti sono: selvaggina, anguilla, la torchiata (bigoli di farina integrale fatti con il torchio e conditi con la trippa).

    È un successo: nel 1973 i “Due Leoni” vincono il “Fogher d’oro” con la “anatra alla valesana” e sono fra i primi 4/5 ristoranti ad essere accolti, dopo i dodici fondatori, nel club del “piatto del buon ricordo”.

    Nel 1974, il ristorante subisce una nuova ristrutturazione; entra in sala il figlio di Renzo, Valerio, che successivamente verrà coadiuvato anche in cucina dalla moglie Marina.

    Nello stesso anno Edgardo si trasferisce a Milano per una esperienza nuova ed esaltante.

    Il ristorante continua frattanto nella sua tradizione e, nel 1986, invitato, presenta al Congresso Mondiale dei Sommelier il “Bisato alla polesana” con la polenta bianca: è un nuovo successo.

    Il ristorante, con la presenza del Signor Renzo ai fornelli e la regia di Valerio in sala, continua tuttora in una rigorosa tradizione di cucina polesana, aperta alle innovazioni ma sempre con moderazione e buon gusto.

    Ed ora parliamo di Edgardo Sandoli, purtroppo recentemente scomparso, che molto ha dato per la divulgazione della cucina e della Ristorazione Polesana.

    Nel 1974, egli si trasferisce a Milano per una nuova esperienza (Ariano gli è troppo stretta ed il suo carattere estroverso e vulcanico non gli permette soste).

    Dopo pochi anni di consulenza gastronomica al ristorante dello Sporting Club di Milano Due, gestisce in proprio il ristorante “Cascina Borremeo” e sono i piatti di Ariano, i piatti del Polesine che vengono portati in tavola.

    Nel corso della sua collaborazione con Veronelli nelle trasmissioni enogastronomiche di Rai 2 fa trasparire dai piatti proposti sempre la cucina del Polesine, magari rivisitata, ma sempre con lo spirito ed il sapore, a volte bastardo, delle rive del Po.

    Nel 1979 lascia il ristorante “Cascina Borromeo” ed apre il “Montalcino” sempre a Milano e nel menù ci sono sempre “Anatra alla valesana”, il “Bisato alla polesana” e la “Bastarda”.

    La collaborazione della figlia Marta, che ora gestisce il ristorante di Milano, gli permette di aprirne un piccolo ristorante esclusivo (solo 20 coperti) in Montalcino, ed anche in terra Toscana, così radicata alle sue tradizioni, riesce ad imporre i piatti polesani ed a stupire.

    A questo ambasciatore della ristorazione del Polesine deve andare il ricordo riconoscente ed ammirato non solo dei colleghi e dei cultori della cucina locale di tradizione ma dei polesani tutti.

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