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Archivi: Articoli d’archivio

  • Saguedo e dintorni

    Saguedo e dintorni

    L’11 Giugno si festeggia San Barnaba, santo originario di Cipro, a cui nei secoli scorsi in Italia furono dedicate varie chiese, la più famosa delle quali è indubbiamente quella di Milano, da cui prese il nome l’ordine dei Barnabiti.

    In Polesine il santo è patrono della chiesa di Saguedo, frazione di Lendinara, la cui comunità, nella ricorrenza annuale, organizza seguiti festeggiamenti, che quest’anno si preannunciano particolarmente importanti per la concomitanza del duecentesimo anniversario della realizzazione della chiesa.

    Approfittiamo dell’occasione per proporre un itinerario che, partendo da Saguedo, compie un anello di circa otto chilometri per conoscere le caratteristiche del luogo sotto il profilo artistico ed ambientale.

    Apriamo il nostro percorso ricordando una poesia di Bepi Bonafin, cantore del paesello natio, che così ritrae la sua terra:

    È un povero villaggio di pianura,
    fra il Ceresolo e l’Adige impetuoso,
    senza la cinta di vetuste mura,
    senz’alcun segno, impronta di grandioso.

    Tranne la bella chiesa arcipretale,
    col campanile ricco di memorie,
    le scuole e l’ex-palazzo comunale,
    non vanta monumenti od altre glorie.

    È tutto qui, qui tutto il mio villaggio,
    nell’abito del suo modesto arredo,
    ma quanto più squisito il tuo linguaggio,
    povero, sì, ma libero, Saguedo.

    Un paese indomito, dunque, stretto intorno alla sua bella chiesa, punto di riferimento fondamentale anche sotto il profilo della storia locale.

    Progettato dall’arch. don Giacomo Baccari (autore anche della chiesa di San Biagio e della Cappella del Bagno del Pilastrello in Lendinara) il tempio, completato nel 1794, segue uno stile di tipo neoclassico, equilibrato nelle proporzioni ed elegante nelle partiture.

    La facciata è scandita da quattro lesene culminanti con capitelli corinzi, sui quali si appoggia un frontone con bordatura dentellata, sormontato da tre statue rappresentanti la Fede, la Speranza e la Carità, attribuite a J. Pietro Muttoni.

    L’interno, ad unica navata, ospita alcune pregevoli opere, tra cui due tele di Palma il Vecchio: si tratta di una Resurrezione di Cristo con i Santi Barnaba e Paolo in primo piano, posta nell’abside, e una Natività conservata nell’attigua sagrestia.

    Pregevoli anche le sculture, tra cui una Madonna con Bambino, inserita nella decorazione del secondo altare di sinistra, e un bellissimo angelo a braccia conserte posto sull’altare principale. Famosa è poi la formella intagliata e dorata, inserita nelle decorazioni del pulpito, ritraente la Samaritana al pozzo, realizzata negli ultimi anni del XVIII sec. da Giuseppe Fava detto il Saccadei.

    Se la chiesa si esprime con il linguaggio composto e colto del neoclassicismo di fine ’700, le notizie sulla parrocchia di Saguedo risalgono però al XII secolo, quando si trovava sotto la giurisdizione dell’abbazia della Vangadizza, a cui rimase soggetta fino alla soppressione del monastero badiese, decretata dalla Repubblica veneta e poi confermata da Napoleone Bonaparte.

    Fino al 1567 la parrocchia di Saguedo si estendeva anche sulla vicina comunità di Barbuglio, piccolo paese che sorge proprio sotto l’argine destro dell’Adige. Ma da tale data ebbe origine una divisione in seguito ad un’azione promossa dagli abitanti del paesello rivierasco: nacque così la parrocchia di Barbuglio, che faceva riferimento alla chiesa di San Nicola, da poco costituita in loco. Evidentemente (come spesso succede tra confinanti) tra le comunità di Saguedo e Barbuglio vi era uno storico antagonismo che non si placò nemmeno nei secoli successivi, ma che anzi diede luogo a contese circa i diritti delle rispettive parrocchie, sfociate in vere e proprie risse con ferimenti e persino, si dice, uccisioni. Della lunga quanto incredibile contesa riferiamo in un apposito riquadro.

    Completata la visita al tempio di Saguedo ci avviamo alla volta di Barbuglio, percorrendo il breve tratto di strada che si snoda in mezzo ad una fertile campagna dove prevale l’orticoltura. Il centro del paesello è là dove la via si allarga di un paio di metri, proprio sotto l’argine dell’Adige, ove si interrompe anche la strada asfaltata per biforcarsi in due salite sterrate che raggiungono la sommità arginale.

    L’attuale chiesa di Barbuglio è di recente costruzione. Risale infatti al 1927 (come si legge nella facciata), in seguito alla demolizione dell’antico tempio, imposta da necessari lavori di rinforzo e allargamento delle arginature dell’Adige.

    Costruita con mattoni a vista, la chiesa, più modesta della precedente abbattuta, si presenta ad una sola navata che si conclude con un’abside, ove è collocata una statua lignea del santo patrono Nicola di Bari, mentre due altari laterali sono dedicati rispettivamente a San Valentino e alla Beata Vergine del Rosario. All’esterno del tempio, al centro di un’aiuola, si erge dal 1992 un monumento dedicato a Giovanni XXIII. (Notizie più dettagliate su Barbuglio e dintorni saranno pubblicate nel prossimo numero in un articolo di Sandra Cignoni).

    Fatta una breve sosta, saliamo sull’argine del fiume che divide la nostra provincia da quella di Padova. Sulla sommità potremo ammirare un ampio paesaggio, delimitato a nord dai colli Euganei e caratterizzato per il resto da una pianura intensamente coltivata, ove si indovina, dagli svettanti campanili, l’ubicazione di vari paesi.

    Potremo scendere nella piccola spiaggetta sottostante per osservare l’attività di recupero della sabbia, in una zona in cui il deposito è più consistente per la presenza di un’ansa del fiume che frena la corrente, per riprendere poi il nostro itinerario risalendo sulla strada arginale, muovendoci in senso contrario alla corrente del fiume.

    Dopo un paio di chilometri raggiungiamo una piccola chiesetta, con un minuscolo campanile a vela che si erge sul vertice della facciata: si tratta dell’Oratorio di Pradespin, costruito nel 1837 e dedicato alla Madonna del Pilastrello per uno scampato pericolo di rottura dell’argine del fiume. Il nome della località fa riferimento ad una zona incolta, infestata dai rovi, che nei secoli scorsi erano frequenti nei pressi del fiume. Come la chiesa di Barbuglio anche questo tempietto non è originale, essendo stato ricostruito nel nostro secolo dopo l’abbattimento del precedente per il rinforzo delle arginature.

    Fatta una breve sosta nel prato antistante la chiesetta, tradizionale meta di scampagnate, procediamo ancora per circa un chilometro lungo l’argine, soffermandoci ad osservare i campi perfettamente coltivati, alcuni rustici in stato di abbandono in un silenzio quasi totale, ove si colgono soltanto i rumori in distanza di alcuni motori agricoli.

    Imbocchiamo la discesa per ritornare al punto di partenza, seguendo una via sterrata quasi in abbandono che ci porta a Campomarzo. Da qui ritorniamo a Saguedo dopo una breve deviazione per vedere quanto resta della vecchia fornace, fino allo scorso anno dominata da una svettante ciminiera, abbattuta dalla tromba d’aria che ha determinato anche il crollo del campanile di Ramodipalo.

  • La “Rotta di Martino”

    La “Rotta di Martino”

    Un interessante relitto di palude sopravvive nell’isola di Ariano. Lo evidenzia uno studio che la Giunta regionale del Veneto ha pubblicato, a cura del dipartimento per l’informazione; si tratta di un pregevole volume per la collana “Scienze naturali”. Titolo: Le zone umide del Veneto. Sottotitolo: Guida alle aree di interesse naturalistico ed ambientale, F. Muzzio editore, Padova, 1988.

    L’opera, ricca di fotografie a colori, disegni e dettagli nitidissimi di cartine topografiche, è frutto di ricerche e studi compiuti da un gruppo di esperti per incarico della regione Veneto, in attuazione del piano regionale di risanamento delle acque.

    Le zone umide del Veneto appaiono puntualmente descritte, molteplici per forme e consistenza: lagune, spiagge, litorali marini, sponde lacustri, acquitrini, canneti, fiumi, laghi, risorgive… Insieme costituiscono uno straordinario patrimonio ambientale, una fonte di sensazioni gradevoli, armoniose e raffinate per chi riesce a compiere una lettura approfondita del paesaggio utilizzando appropriati filtri culturali.

    A ciascuna delle zone umide individuate, raggruppate per tipologia, provincia di appartenenza e contraddistinte da un toponimo, è dedicata un’agile scheda di lettura. Essa contiene un sintetico inquadramento geografico, un itinerario di visita, le componenti flora-fauna, le disposizioni a salvaguardia e a tutela del paesaggio.

    Tra le quaranta schede dedicate alle zone umide della provincia di Rovigo, una ci interessa in modo particolare. Descrive un sito, pressoché sconosciuto anche ai residenti, denominato “Rotta di Martino”: si tratta di uno stagno posto nelle immediate vicinanze delle paleo-dune di Ariano nel Polesine, notevole per la sua collocazione e la sua unicità. È un ulteriore elemento da apprezzare nel contesto di una microzona ad alta vocazione turistica, San Basilio, nota per la millenaria chiesetta del X secolo, i reperti archeologici rinvenuti in recenti campagne di scavo, la quercia secolare, l’idrovora di Ca’ Verzola.

    La “Rotta di Martino” appartiene, assieme al “Bacino acque di scarico dell’idrovora di Ca’ Mello” e al “Relitto di valle Bonello” (comune di Porto Tolle) ad una particolare tipologia di zona umida, denominata relitto palustre d’acqua dolce.

    Le piante acquatiche vi crescono rigogliose. Abbonda la cannuccia palustre. Nel terreno circostante svettano i pioppi. D’estate possiamo soprendere, nelle vicinanze, un lento istrice o una lesta donnola. Il canneto si anima di cinguettii e trilli d’uccelli. E all’improvviso “sguscia una biscia d’acqua – tra erbe e ninfee…”.

    Un tempo le paludi, luoghi inospitali per l’uomo ma di incomparabile bellezza, raccoglievano i più grandi ecosistemi di piante e di animali che si potessero ammirare. Oggi, a seguito delle vaste opere di bonifica, sono del tutto scomparsi o ridotto a pochi esempi di limitate estensioni (es. biotopo palustre nel Veronese).

    Nell’isola di Ariano questa bassura di aspetto lacustre, a forma di stagno, sopravvive dunque quale relitto di una più estesa area impaludata, ove terre, acque ed uomini si contendevano gli spazi.

  • Villa Grassi-Baroni

    Villa Grassi-Baroni

    “Vicolo: una croce di case
    che si chiamano piano,
    e non sanno ch’è la paura
    di restare sole al buio”.

    Certe volte penso che Quasimodo, scrivendo tali versi, avesse impresso nella mente l’immagine di un rurale paesino quale è il mio: Baricetta, formata da poche case tutte raggruppate lungo la via principale. Ma Baricetta, bagnata dal Canal Bianco, possiede qualcosa di molto particolare che Quasimodo non immaginava: Villa Grassi.

    Dirigendosi verso Adria e percorrendo la strada che costeggia il Canal Bianco, tra estesi campi, alcuni appena arati e altri già seminati, non si può non essere colpiti dal caratteristico complesso risalente ai primissimi anni del Seicento, che sovrasta la zona circostante.

    La struttura architettonica, secondo la più genuina tradizione veneta, comprende al centro la casa padronale con le barchesse disposte simmetricamente ai lati, altre adiacenze destinate ad usi rustici, ed un ampio parco.

    Tutto ciò è circondato da un lunghissimo muro di cinta in laterizi da cui emergono alcuni episodi interessanti come le graziose torrette angolari semicilindriche o la grande Colombara sul retro, con piano terra aperto in un passaggio tra archi a tutto sesto, considerata una sicura testimonianza del fatto che la villa sia sorta sul luogo di un precedente edificio, forse un "cason di valle", per cui viene confermata la presenza sul posto dei conti Grassi già dal primo Cinquecento.

    L'edificio centrale è concepito con sobrietà, presentando una facciata di nitida ed austera eleganza: apprezzabile in quest'ultima, in particolare, il breve aggetto, con portale bugnato e poggiolo in pietra.

    Sul fronte posteriore ricorre invece la tripartizione, mediante camini a sbalzo, consueta nell’architettura della pianura veneta.

    Gli interni conservano sostanzialmente l’assetto originario con altissimi saloni soffittati a travatura, uno scalone in marmo ed alcuni interessanti camini.

    Secondo alcune ricerche storiche i conti Grassi di San Samuele avevano possessi nella zona fin dall’inizio del ’500 ed eressero la villa attuale probabilmente tra la fine di quel secolo e gli inizi del successivo.

    A quel tempo il patriziato della Serenissima era attratto dalla grande disponibilità di terre polesane da acquistare e bonificare. Ottenute le terre, i ricchi veneziani vi costruivano le ville, dove trascorrrevano lunghi soggiorni estivi segno di ricchezza e di potere.

    Nella villa erano accentrati i servizi, le foresterie, le scuderie, i magazzini, i granai. Vi era inoltre l’abitazione del fattore che sostituiva il proprietario nelle lunghe assenze, controllava l’andamento delle lavorazioni, teneva i rapporti con i contadini; costui diventava una vera e propria figura d’intermediario tra il proprietario veneziano e i lavoratori, talvolta con ampie facoltà di trattare e decidere quando il patrizio, per necessità politiche o rappresentative, doveva tornare a Venezia.

    Villa Grassi per eredità passò nel 1842 ai conti Tornielli, per finire successivamente nelle mani del loro amministratore dott. Ermenegildo Baroni.

    Nel 1978 fu acquistata dal sig. Duoccio Romeo, mentre la cappella di San Clemente, originariamente oratorio privato dei conti Granssi, con le sepolture dei fondatori, venne in epoca recente ceduta all’ente parrocchiale di Adria.

  • S.O.S. per la flora

    S.O.S. per la flora

    La scarsità di lavori più o meno recenti sulla flora e sulla vegetazione del Polesine sta a dimostrare come questo campo di studio sia stato sempre trascurato o sottovalutato.

    Per avere informazioni esaurienti in proposito occorre risalire ai lavori di Grigolato (1843, 1847, 1854) che riassumono per questo territorio una flora composta da 807 unità.

    Ulteriori contributi si hanno poi da De Visiani e Saccardo (1868-'69), Terracciano (1890-'91) e De Bonis (1892-'93); ma è Beguinot, nel 1911, a segnalare la mancanza di un censimento completo della flora polesana e ad arricchire le conoscenze per l'area del Delta del Po.

    Dopo tale periodo un'indagine sistematica in questo campo viene avviata solo nel 1985 da Benetti e Marchiori presso il Dipartimento di Biologia dell'Università di Padova.

    L’ambiente alla fine del 1800

    All’epoca in cui i ricercatori dell’ottocento hanno indagato sulla flora del Polesine, l’ambiente conservava un apprezzabile grado di spontaneità. Nel Delta del Po i cordoni dunosi che si formavano alle bocche dei rami del fiume erano occupati dalle specie pioniere delle sabbie, mentre sulle dune stabili più interne era diffusa una vegetazione arborea ed arbustiva di tipo moderatamente termofilo.

    Verso la fine del secolo scorso le zone umide salmastre e d’acqua dolce avevano ampia diffusione: ben 12.700 Ha di valli interessavano il distretto di Adria, 18.520 quello di Ariano (Bisinotto, 1882), mentre nell’alto Polesine le zone umide rappresentavano l’1% del territorio provinciale (Morpurgo, 1882).

    Su questi luoghi avevano grande sviluppo le specie igrofile e palustri, oppure quelle proprie delle barene.

    Gli estesi canneti situati alle foci dell’Adige e del Po si traducevano verso l’interno in una boscaglia di salici, pioppi e ontani che nel Delta poteva estendersi su 1120 Ha di golene e da qui irradiarsi attorno ai fontanili, ai “gorghi” e alle bassure umide dei terreni agricoli.

    In campagna la fitta rete di canali irrigui, di fossati e di maceri era governata senza che fosse ostacolato lo sviluppo di svariate entità sommerse, oppure legate alle sponde, ai canneti e ai prati umidi.

    Il paesaggio agrario alla fine dell’ottocento è descritto come un susseguirsi di regolari appezzamenti riquadrati da fossi; siepi e filari di alberi. Macchie arboree ed arbustive dovevano poi conservarsi sulle aree marginali, riproducendo in parte le condizioni microclimatiche favorevoli alla sopravvivenza delle specie tipiche dei boschi di pianura. Poiché i sistemi di coltivazione erano unicamente di tipo estensivo e ricorrevano solo in parte alla rotazione agraria, numerose infestanti potevano insediarsi con successo nelle colture annue a ciclo invernale primaverile e in quelle sarchiate a ciclo estivo.

    Le aree incolte, che raggiungevano i 1500 Ha, erano sia di tipo arido, con argini, dune fossili e dossi naturali, sia di tipo umido nelle numerose depressioni del terreno attorno ai fontanili, agli stagni e in prossimità dei fiumi.

    L’ambiente attuale

    Nel corso di questo secolo, numerosi interventi hanno modificato l’assetto territoriale del Polesine come mai era avvenuto in precedenza. I dati statistici (Morpurgo, 1882, C.C.I.A.A. Rovigo, 1938-'52, I.S.T.A.T., 1963, 1982, 1990) relativi alla suddivisione territoriale della provincia dal 1882 al 1988 danno la prova dei mutamenti rapidi e caotici che hanno coinvolto nel degrado ogni tipo di ambiente con esiti in taluni casi irreversibili.

    Così, ad esempio, le bonifiche hanno ridotto dal 20,8% al 3,8% l’estensione degli ambienti salmastri vallivi, mentre le zone umide d’acqua dolce sono pressocché scomparse da tutto il territorio, penalizzando le specie igrofile e in special modo quelle legate ai prati umidi e alle torbiere.

    I seminativi, estesi nel 1961 sul 75,9% del territorio, hanno sottratto terreno a tutti gli ambienti naturali, mentre le nuove tecniche colturali hanno rapidamente eliminato macchie, piantate arboree e siepi. L’utilizzo di presidi chimici ha poi annullato la gran parte delle specie infestanti le colture primaverili ed estive.

    Le zone boscate sono state in gran parte eliminate, soprattutto in conseguenza delle imponenti opere per la sistemazione idraulica lungo i grandi fiumi, sconvolgendo l’assetto delle golene.

    All’interno degli scoli di bonifica e dei fossi sono invece le cementificazioni, gli sfalci e gli incendi a limitare l’affermazione di specie erbacee altrimenti comuni.

    Con l’esclusione di alcuni biotopi costieri del Delta, gli ambiti in cui oggi può affermarsi qualche forma di vegetazione sono pertanto i cigli stradali, i margini dei campi, gli argini fluviali e le rive e i corsi d’acqua.

    Gli studi recenti

    Su questi ambienti ampiamente degradati e su quei pochi che ancora conservano un discreto grado di spontaneità, la minuziosa indagine floristica di questi anni ha permesso di accertare in Polesine, nel 1993, la presenza di 913 entità di piante vascolari, registrando un decremento di oltre il 20% rispetto alle 1118 descritte dalla biografia come spontanee all’inizio di questo secolo.

    Il catalogo floristico attuale consente fra l’altro di valutare le modificazioni intervenute sulla flora e le cause che le hanno determinate.

    In attesa di completare questo elenco, i dati a disposizione hanno reso possibile la segnalazione delle specie non più ritrovate e di quelle divenute particolarmente rare e da ritenersi pertanto notevoli per il Polesine (Benetti e Marchiori, 1993).

    Le specie qui riportate sono descritte all’interno dei loro habitat preferenziali e comprendono solo gli elementi di eccezionale rarità, mentre per contenere la trattazione se ne tralasciano molti altri ugualmente poco frequenti e circoscritti a limitati ambiti territoriali. Per la stessa ragione non si riferisce delle numerose specie quasi certamente scomparse dall’ambiente polesano.

    A) Cordoni dunosi litoranei e fossili

    Sul litorale di Rosolina Mare e sulle dune fossili di Donada si può ritrovare il fiordaliso di Tommasini (Centaurea – tommasinii), endemico dell’alto Adriatico. La minuscola ed effimera Clypeola jonthlaspi è assai sporadica sia sulle dune costiere che su quelle fossili di Rosolina. Su qualche tratto litoraneo e a Porto Levante è presente l’apocino veneziano (Trachomitum venetum) che sulle coste adriatiche ha l’estremo occidentale del proprio areale.

    B) Luoghi umidi retrodunali o salmastri

    I retroduna umidi accompagnano qua e là il decorso delle dune costiere, mentre gli ambienti salmastri sono ancora notevolmente estesi nelle valli da pesca e lungo i bordi delle lagune. Le entità più rare sono confinate in qualche depressione retrodunale e particolarmente a Porto Galeri, dove appunto sono state ritrovate la piantagione di Cornut (Plantago cornuti), la piantaggine a foglie grasse (P. crassifolia) e il lino marittimo (Linum maritimum).

    Quest’ultima specie, quasi dovunque estinta, è stata accertata anche a Scano Boa, alla foce del Po di Pila.

    C) Prati aridi

    Sono presenti sulle dune litornee più interne, sulle dune fossili e sugli argini dei grandi fiumi. A Rosolina Mare, su questi ambienti si è scoperto solo qualche esemplare di Loroglossum hircinum e Aceras anthropophotum, orchidee fra le più spettacolari. Sugli argini del Po presso Canaro vi è l’unica stazione nota di calcatreppola campestre (Eryngium campestre); lungo l’Adige nei dintorni di Lusia, sopravvive ancora il lino purgativo (Linum catharticum), mentre nello stesso ambiente presso Rovigo, l’unico ritrovamento dell’orchidea Spiranthes spiralis risale ormai a diversi anni orsono.

    D) Boschi termofili mediterranei e submediterranei

    Oggi compaiono solamente a Rosolina Mare e su esigue superfici delle dune fossili di Donada e Rosolina. Ai margini delle leccete e delle pinete talvolta si osservano orchidee di rara bellezza, come Ophrys sphecodes subsp. sphecodes e, solo eccezionalmente, la superba Orchis purpurea.

    E) Boschi mesofili

    Da lungo tempo non esistono in Polesine lembi degli antichi boschi di pianura. Alcune entità tipiche di queste formazioni si sono però rifugiate ai margini dei boschi termofili litoranei; è il caso dell’orchidea Cephalanthera longifolia e della rosa delle siepi (Rosa agrestis), entrambe conosciute solo per Rosolina Mare.

    F) Fontanili

    Sopravvivono qua e là solo lungo il corso dell’Adige. Analoghi a questi ambienti sono i “gorghi”, stagni naturali su alvei abbandonati di antichi fiumi, che però, in genere, sono piuttosto degradati dal punto di vista floristico. Ancora a Rosolina Mare è stato ritrovato il falasco (Cladium mariscus), mentre Caltha palustris trova qui il suo ultimo rifugio in Polesine. A Concadirame invece fa bella mostra di sé l’erba vescica (Utricularia australis), una delle poche piante carnivore presenti in Italia. Varie specie di gamberaia (Callitriche) sono del tutto eccezionali nel territorio per la mancanza di acque limpide nei canali e nei fossi di campagna.

    G) Torbiere

    Queste formazioni sono del tutto scomparse in Polesine. Terreni torbosi permangono presso i fontanili: qui è talvolta possibile rinvenire la carice migliacea (Carex panicea).

    H) Canali e fossi

    Benché formino una fitta rete estesa su tutto il territorio, numerose sono le specie scomparse da questi ambienti e quelle presenti solo eccezionalmente. Fra queste va menzionata la cicuta (Cicuta virosa), osservata a Donada e talvolta lungo il Canalbianco nel medio Polesine. Sugli stessi ambienti la lisca trigona (Schoenoplectus trigueter) è del tutto sporadica, mentre l’unica stazione di finocchio acquatico tubuloso (Oenanthe fistulosa) accertata alcuni anni fa presso Rovigo sembra ormai distrutta.

    I) Cariceti e canneti

    Rare ed esigue sono oggi le superfici occupate dalle carici. In uno di questi ambienti, presso la foce dell’Adige, la soldanella acquatica (Hydrochotyle vulgaris) trova probabilmente la sua unica stazione in Polesine. Anche il senecione palustre (Senecio paludosus), è sporadico lungo il corso polesano dell’Adige.

    L) Prati umidi

    Sono ambienti estremamente rari nel territorio: gli esempi più interessanti sono noti attorno al fontanile di Concadirame, dove unicamente è conosciuta l’erba di S. Giovanni alata (Hypericum tetrapterum), sulle rive del Collettore Padano ad Adria dove, prima dei recenti lavori di escavo compiuti dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco, la dentaria dei prati (Cardamine pratensis) trovava il suo ultimo rifugio. Infine, lungo alcuni fossati di Grignano Polesine sono state osservate Gratiola officinalis e Allium angulosum, quest’ultimo forse ormai eliminato dalle pratiche agrarie.

    M) Boschi igrofili

    Le formazioni più estese di questo tipo si trovano lungo le rive del Po, specialmente nel Delta. Alla foce del Po di Tolle si segnala il campanellino (Leucojum aestivum), dovunque in via di scomparsa; in alcuni fossi presso Rovigo fino a qualche anno fa è stata osservata l’erba scopina (Hottonia palustris), ma per lo stato di degrado in cui versano quegli ambienti, la specie non è stata ritrovata di recente.

    N) Colture annue primaverili

    Rappresentano la gran parte della superficie agraria del Polesine e sono adibite per lo più a frumento. Ai margini di questi coltivi, il fiordaliso (Centaurea cyanus) è stato accertato prevalentemente a San Basilio, la viola dei campi (Viola arvensis) solamente a Grillara e il ranuncolo dei campi (Ranunculus arvensis) solo con qualche esemplare nei dintorni di Rovigo.

    O) Colture sarchiate, risaie, prati concimati

    Non si segnalano specie rare per questi ambienti; le entità più singolari risultano invece tutte scomparse.

    P) Ambienti ruderali e incolti

    Con l’eliminazione e il restauro dei vecchi edifici, i ruderi sono oggi poco diffusi; gli incolti corrispondono per lo più ad aree sottoposte a recenti manomissioni di terreno o situate ai margini dei campi. Per questi luoghi si segnala Ornithogalum sphaerocarpum, localizzato tra Guarda Veneta e Pontecchio Polesine, e la codolina (Phleum paniculatum) rinvenuta solo a Fenil del Turco.

    Unicamente a Grignano Polesine, ai margini di alcuni fossi, è stato invece osservato il camedrio scordio (Teucrium scordium subsp. scordioides).

    Q) Muri, tetti, pozzi

    L’espansione della nuova edilizia ha in gran parte sostituito questo tipo di ambienti. Così, la borracina bianca (Sedum album) sembra crescere solamente sui vecchi tetti di Badia Polesine, la felce (Gymnocarpium robertianum) è stata vista in un vecchio rudere a Polesella; infine, la cedracca comune (Ceterach officinarum) sembra presente con pochi e stentati esemplari solo a Palà di Ceregnano.

    Conclusioni

    Il mancato ritrovamento di 309 entità della flora polesana, pari al 27,7% di quelle presenti ai primi del 1900, testimonia che i cambiamenti numerici e le variazioni intervenute sull’ambiente in meno di un secolo sono state notevoli.

    Ogni tipo di ambiente risulta infatti modificato se si considera che 201 di queste specie sono legate ad ambienti naturali e 108 ad ambienti antropici.

    Sia la rarefazione, quanto il mancato ritrovamento di tante entità è chiaramente da riferirsi alle trasformazioni intervenute nel territorio ad opera soprattutto di un’agricoltura sempre più meccanizzata e gestita con criteri di tipo industriale.

    Questi processi di degrado, che per il momento non sembrano cessare, continueranno a far sentire la loro influenza negativa ancora per anni causando la scomparsa di altre entità. Fra queste corrono il pericolo maggiore le 74 specie particolarmente rare segnalate da questa indagine.

    La gravità della situazione richiede che si giunga quanto meno ad attuare in tempi ristretti il piano ambientale per la zona che riguarda il parco naturale del Delta del Po.

    In esso si auspica di addivenire ad una diversa gestione delle aree agricole, salvaguardando ciò che resta della flora vascolare del Polesine e creando le premesse per una sua rivitalizzazione.

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    Grigolato G. (1854) – Illustrazione delle piante vascolari crescenti spontanee nel Polesine di Rovigo. Rovigo, XI pp., 82 pp..

    Istituto Centrale di Statistica (1963) – Annuario di Statistica agraria, 10: 25. Roma.

    Istituto Centrale di Statistica (1982) – Annuario di Statistica agraria, 29: 35. Roma.

    Istituto Nazionale di Statistica (1990) – Statistiche dell’agricoltura, zootecnica e mezzi di produzione. Anno 1988, 36. Roma.

    Morpurgo E. (1882) – Relazione del Commissario Comm. Emilio Morpurgo sulla XI Circoscrizione (Provincie di Verona, Vicenza, Padova, Rovigo, Venezia, Treviso, Belluno e Udine). In: Atti della Giunta per la inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola. 4. Roma.

    Terracciano A. (1890) – Le piante dei dintorni di Rovigo. (Centuria I). N. Giorn. Bot. Ital., 20: 414-421.

    Terracciano A. (1891) – Le piante dei dintorni di Rovigo. (Centuria II). N. Giorn. Bot. Ital., 23: 287-295.

  • Il Museo Baruffaldi di Badia Polesine

    Il Museo Baruffaldi di Badia Polesine

    Anche G.A. Cibotto ha scritto nel suo “Il doge è sordo”, edito dalla Marsilio, sapide pagine inerenti il museo di Badia Polesine, intitolato ad Antonio Eugenio Baruffaldi, studioso di storia locale. Il pretesto, allo scrittore-giornalista rodigino, lo ha offerto involontariamente la Sip, pubblicando in copertina dell’elenco telefonico polesano la foto di un piatto conservato nella sezione ceramiche del museo, riproducente una scena circense ingenua e gentile.

    Il punto di forza del museo badiese è la grande passione, quasi un amore, del suo fondatore. Non è nato per volere istituzionale, ma per la fervida iniziativa dello studioso locale Ivan Tardivello che, con entusiasmo, ha messo insieme testimonianze del passato polesano, le ha catalogate, ricucite, restaurate, ponendo sempre al centro delle varie raccolte l’Uomo.

    La visione antropomorfa della storia locale ha così dato un calore speciale alla vasta collezione di oggetti che perdono la caratteristica di cose morte, per acquisire i connotati di manufatti, documenti e testimonianze del vissuto della nostra gente.

    Tardivello, direttore del museo, aveva iniziato già negli anni ’60 la prima Raccolta Civica che – prendendo alloggio nel ’77 in alcune stanze dell’ex Monte dei Pegni – assunse gradualmente l’identità del vero e proprio Museo Civico “Baruffaldi”.

    Vi si accede dal portico che mette in comunicazione la piazzetta Martiri della Libertà con quella della Fontana. Siamo nel cuore storico della Badia seicentesca. La costruzione ha un’eleganza severa, ripristinata con molto buon gusto nel restauro. Si respira il passato di un Polesine povero, ma pieno di operosa dignità. La storia piccola della nostra città trova qui spazi cronologici ed umani dentro quelli più vasti della storia italiana.

    Salendo le scale, che conducono alle tredici sezioni, si ha la gradevole sensazione di entrare in un luogo di vita – anche se passata – di un tessuto umano trascorso, ma che ha continui agganci con il presente. Non si ha l’impatto polveroso con una realtà mummificata e fine a se stessa. Questo è certamente uno dei pregi del museo altopolesano.

    Nel corso della visita, guidata dallo stesso direttore del “Baruffaldi”, sostiamo nella sezione dedicata alle istituzioni civili e religiose: qui ammiriamo la campana del consiglio del sec. XVII e la statua di S. Teolbaldo, patrono della città, che un tempo veniva portata in processione in un clima deliziosamente “rètro”, in mezzo a bambini vestiti da angioletti e a uno svolazzare di rose.

    Una delle sezioni che ci attraggono maggiormente è quella della ceramica antica badiese: quasi una metafora del vivere domestico e sociale dei nostri concittadini dal XV al XIX secolo, uscito da scavi e restaurato con ammirevole pazienza.

    Nella sezione del Risorgimento troviamo importanti documenti della Carboneria locale e traccia di garibaldini badiesi che parteciparono allo sbarco dei Mille.

    La sesta e la settima sezione ci parlano di guerra: testimonianze di un dolore lontano che resta parte di noi e ci fa apprezzare la pace.

    Particolarmente suggestiva la sezione ottava, depositaria delle nostre radici, quella della storia più antica. I reperti romani provengono da ritrovamenti in superficie nella zona “Le Giare” di Salvaterra, mentre i reperti medievali e del XVI e XVII secolo, sono stati recuperati nel centro storico della città, durante lavori di scavo.

    Veramente singolare il calco in gesso dell’ara romana del I sec. dopo Cristo, usata come pietra angolare del campanile della Vangadizza, ornata dal bassorilievo riproducente una maliziosa baccante.

    La sezione del tempo libero è interessante per le testimonianze di una Badia ginnica e gaudente di cui ignoravamo l’esistenza.

    Nella dodicesima sezione viene riproposta una parte di storia particolarmente sentita dai badiesi: quella dei mulini natanti sull’Adige. Ammiriamo qui un modellino funzionante – su scala ridotta – costruito veramente con mano maestra da Albano Bettagno. Sembra di sentire lo sciabordio delle pale che fendono l’acqua del fiume.

    Ritorna tutta una vita del secolo scorso, di burchi carichi di ghiaia, di lavandaie che sbattono i panni, di scarriolanti oppressi dalla fatica. Questo museo fa tornare il passato con flash di poesia.

    Elegante e luminosa, la sala Bonsignori è diventata sede di importanti convegni culturali. Ospita il “Cenacolo” del cinquecentista Girolamo Bonsignori, dipinto per San Benedetto Po, in terra mantovana, fortunosamente giunto – per ribalderie napoleoniche – in Vangadizza a Badia Polesine. (Vedasi, per maggiori informazioni, “Ventaglio” n. 1). Dopo rocambolesche vicende e un sapiente restauro che l’ha recuperata dagli sfregi di un incendio, qui la preziosa tela dorme ora un sonno di pace. Copia della famosa “Cena” leonardesca, offre ai visitatori il caldo verismo del volto degli apostoli e il gusto dei particolari della mensa che prelude all’opulenza del Veronese.

    Ritorniamo all’aperto con la mente piena di sensazioni, di squarci di passato che si fa presente e con il fermo proponimento di ritornare per spiare ancora dentro le bacheche, frugare fra i documenti, contagiati dall’amorosa cura di chi ha saputo mettere assieme questo patrimonio museale.

  • Porto Levante: uno sviluppo negato

    Porto Levante: uno sviluppo negato

    Gabbiani s’innalzano in volo al rumore di mani battute, e ce ne sono due più bianchi degli altri che inscrivono nell’azzurro del cielo la linea delle loro ali. All’orizzonte le nubi si confondono con una striscia di fumo che sale dallo svettante camino della centrale termoelettrica di Polesine Camerini, che sembra spuntare dal nulla, dallo sfondo calmo dell’acqua come una mostruosa sovrapposizione. Il silenzio è rotto dal passaggio di un’auto tedesca (è targata HD, Heidelberg, la più vecchia città universitaria della Germania) che esce da Albarella, l’isola-rifugio dei ricchi; dall’altra parte dell’insenatura si affaccia Porto Levante, “un piccolo aggregato di case in fila… con l’intonaco dei posti di mare” come racconta lo scrittore Gianni Celati nel suo viaggio “verso la foce”. Poco più in là si estende Scano Cavallari, una sottile lingua di terra ancora selvaggia e solitaria, ultimo baluardo prima dell’immensità del mare.

    È qui che termina il Po di Levante, naturale prolungamento dell’idrovia Fissero-Tartaro-Canalbianco.

    Della sistemazione di questa via navigabile se ne parlò sin dal 1928 e l’opera ottenne i finanziamenti con un decreto del 1938. I lavori, interrotti a causa della guerra etiopica e del secondo conflitto mondiale, vennero ripresi dopo il periodo bellico, ma solo agli effetti idraulici.

    La provincia di Rovigo, situata tra i due maggiori fiumi d’Italia e attraversata da importanti canali come il Canalbianco (“alla cui facitura – dice il Bocchi – concorsero soltanto gli abitanti dell’allora Polesine di Rovigo e del territorio di Adria”), ha visto per lungo tempo trascurata la valorizzazione della sua ricchezza l’acqua.

    Già a partire dagli anni sessanta appariva chiaro come la navigazione interna potesse porre le basi per un “profondo mutamento strutturale dell’economia” della zona. E lo dimostra un Convegno tenutosi ad Adria nel 1962, sulla “Funzione del Tartaro-Canalbianco nel sistema idroviario padano”, presenti alcuni ministri del governo dell’epoca, esponenti del mondo accademico e dell’imprenditoria. In una relazione si affermava: “Qualora Porto Levante… fosse attrezzato per ospitare navi provenienti dal Mediterraneo, la Locarno-Milano-Adriatico avrebbe il suo porto, estremamente comodo e capace di influire direttamente su tutta l’attività industriale e commerciale della Valle Padana, …un punto chiave di tutto il sistema idroviario padano”. Un sistema che oggi l’Art. 1 della legge 380/90 dichiara di “preminente interesse nazionale”.

    Il lettore si chiederà: perché allora sono stati sprecati inutilmente trent’anni? La risposta, di una semplicità sconvolgente cui la storia italiana ci ha ormai abituato, me la fornisce il dottor Ermenegildo Ghezzo, sindaco di Rosolina: “In quest’arco di tempo – mi dice – il condizionamento di un certo settore economico (Fiat, Pirelli, …) sulle scelte dei governi è stato talmente schiacciante da impedire il corretto sviluppo dell’idrovia, un modello di trasporto che gli altri paesi industrializzati hanno portato avanti con una grande determinazione”. L’esempio più eclatante viene dagli U.S.A.: ai tempi del New Deal, attraverso un canale di 1.040 km., si collegarono gli Appalaches con il Mississipi rivoluzionando l’economia e il livello di vita della Tennessee Valley.

    Il Po, imputato di tanti e immani disastri, questa volta non ha colpe: è l’attenzione dell’uomo che sin qui è venuta a mancare. Tuttavia non sempre le cose sono andate male per il grande fiume. Nel breve periodo del Regno d’Italia (1805-14), Napoleone istituì il servizio statale di “Strade e Acque”, un ambizioso piano di lavori pubblici (con tanto di mappa del Polesine) dove “il Po, reso navigabile fino al suo sbocco al mare nel Polesine di Rovigo, avrebbe dovuto diventare l’asse portante di un vasto sistema destinato a collegare il Mediterraneo e l’Adriatico all’Italia Settentrionale e alla Francia”.

    Lo sviluppo della navigazione interna continuò ad essere un tema di grande attualità sino alla metà dell’Ottocento e anche il Cattaneo non mancò di affrontarlo scrivendo che qualora “potessero dai Paesi Bassi e dagli altri porti dell’Oceano rifluire ai porti dell’Adriatico le tante merci dirette al Levante, si darebbe un pronto impulso alla navigazione del Po e del litorale Adriatico”.

    Ma con l’Unità d’Italia il progetto della grande idrovia subì una battuta d’arresto; infatti i governi sostennero lo sviluppo della ferrovia, intesa a favorire gli scambi tra mezzogiorno agricolo e settentrione industrializzato. Se ne riparlò nel 1915, “quando per necessità militari fu iniziato il canale Po-Brondolo, con la costruzione del Bacino della Pioppa e di quella magnifica opera d’arte idraulica che è la Conca di Volta Grimana a due salti che mette in comunicazione il Po con il Po di Levante e il canale Po-Brondolo”. Il bacino fu visitato dal Re Vittorio Emanuele in quanto il manufatto doveva servire da ricovero a sommergibili e torpedinieri in caso di attacco nemico dal mare.

    Il progetto dell’idrovia fu ripreso durante il fascismo, ma senza la necessaria convinzione. Mussolini infatti, firmando l’accordo con l’Assolombarda, finì col privilegiare il trasporto su gomma dando il via, in questo modo, allo sviluppo dell’industria automobilistica. Questa decisione, seguita poi dall’incoscienza con la quale nel corso degli anni il nostro Paese ha affrontato il problema dei trasporti, ha portato al collasso ambientale le grandi città e all’insopportabile aumento del traffico stradale.

    LA SAIPO

    Oggi torna d’estrema attualità il seguente leitmotiv: ridare al Po la sua funzione di strada fluviale, quella stessa funzione che ha svolto per secoli e che ha contribuito ad arricchire la Padania.

    Qualcosa finalmente si è mosso nella nostra provincia, e nel 1987 è nata la SAIPO, “una società – mi spiega il presidente Ermenegildo Ghezzo – che persegue l’obiettivo di gestire la portualità in Polesine”.

    “La Regione – continua il dott. Ghezzo – non ci ha però mai dato le deleghe per la gestione diretta della fluvialità nel nostro territorio e, pertanto, abbiamo svolto esclusivamente un’azione di promozione, di inserimento della provincia all’interno di tutti quegli organismi preposti ai problemi della navigazione interna, sollecitando le istituzioni per le approvazioni dei progetti riguardanti l’armamento della foce del Po di Levante e l’avviamento del porto fluvio-marittimo di Cà Cappello. La nostra azione ha però trovato un freno imprevisto: il Ministero dell’Ambiente e quello dei Beni Culturali hanno dato parere negativo sull’armamento della foce. Cercheremo di rivalutare con più precisione i punti che hanno portato a questa bocciatura”.

    Il problema è dunque quello di rendere agibile la foce di Porto Levante, una struttura che oltretutto, secondo la normativa, è indicata come porto-rifugio, cioè dovrebbe esercitare la sua funzione come punto di riferimento per quelle imbarcazioni che durante la navigazione incontrassero serie difficoltà o avessero delle avarie. “In caso di incidenti, anche gravi, – si chiede il dott. Ghezzo – a chi andrebbe la responsabilità del mancato attrezzamento del porto nel senso previsto dalla legge? È una domanda che bisogna porsi perché si rischia di andare contro ciò che deve esistere e invece ancora non c’è”.

    Non meno importante è l’insediamento delle attività produttive. Già adesso lungo l’asta navigabile lavorano circa 1.500 persone: “Se i progetti sopra citati verranno approvati, si avrà una repentina espansione economica con notevoli benefici nel campo dell’occupazione. Si veda per tutti l’esempio dei Cantieri Navali Visentini che ora, a causa dell’inagibilità parziale o totale del tratto terminale del Po di Levante, sono costretti a veder ultimato l’allestimento delle loro opere a Genova”.

    Va poi considerato il problema dell’occupazione: “Se non si vuole penalizzare ulteriormente l’attività produttiva attorno al fiume, bisogna che la situazione si evolva rapidamente e che si dica un forte ‘sì’ allo sviluppo in questo senso. I Polesani devono capire – conclude il presidente della SAIPO – che il rilancio della nostra terra può venire dall’acqua, rendersi conto della valenza economica, sociale ed ambientale dell’idrovia”.

    L’UOMO DEL FIUME

    “I giovani – esordisce Danilo Borsetti, comandante di navigli fluviali – che vivono lungo il Po non conoscono abbastanza il fiume, tengono in scarsa considerazione il fatto che possa dare loro un lavoro. Un lavoro che è di assoluta professionalità. La navigazione sui corsi d’acqua è diversa da tutte le altre, richiede abilità e tecnica, non c’è mai niente di scontato. Il fiume ti offre sempre qualcosa da imparare, ma vuole essere rispettato. Bisogna instaurare con lui un rapporto di amicizia”.

    Danilo vive ad Ariano nel Polesine, e da 25 anni fa il “marinaio d’acqua dolce” come lui stesso ama definirsi. Lavora per la Fluviopadana, una grossa compagnia di navigazione interna che “carica e scarica” prodotti chimici, combustibili, sfarinati ed alcuni manufatti industriali (difficilmente trasportabili su strada) della Belleli, una ditta di Mantova che si è assicurata diverse commesse internazionali proprio grazie ai bassi costi del trasporto idroviario. È d’accordo con chi sostiene la necessità di dare vita ad un porto-canale a Cà Cappello: “si risparmierebbe una notevole quantità di tempo, si eviterebbe la laguna di Venezia e quindi non si provocherebbero danni (vibrazioni alle arginature, rumori con decibel elevati) a zone come S.Anna di Chioggia, S.Pietro in Volta e Pellestrina. Una volta armata la foce del Po di Levante, si consentirebbe l’ingresso a navi di 3.000 tonnellate di stazza con un conseguente incremento dei traffici commerciali e la creazione di un indotto (manutenzione e riparazione delle imbarcazioni, trasbordo dei containers con le grù,…) che farebbe rinascere economicamente la zona bassopolesana. La Fluviopadana, per esempio, arriverebbe a trasportare un milione di tonnellate all’anno contro le 420 mila attuali”.

    Ma allora, gli chiedo, se il sistema idroviario è un fattore rilevante per lo sviluppo economico, per una migliore distribuzione delle merci e per un riassetto delle aree depresse, perchè non decolla definitivamente?

    Danilo sorride e mi parla sicuro di una “malaugurata scelta politica”. Non può che essere così visto che “il trasporto via acqua vanta una maggior economicità rispetto a quello stradale: i consumi energetici sono inferiori (con cinque litri di gasolio gli autotreni fanno cento chilometri mentre le imbarcazioni ne fanno cinquecento); la capacità di carico è maggiore e il costo della manodopera è minore (un natante di 1.350 tonnellate trasporta una quantità di merci pari a quella di 72 Tir e comporta la presenza di 4-5 persone”. Si devono poi aggiungere alcuni benefici sociali quali la quasi totale assenza di incidenti, il minor ingombro e una forte riduzione delle emissioni inquinanti”.

    Da uomo del fiume Danilo Borsetti ha le idee chiare: “L’idrovia andrebbe gestita dai privati. Sono gli unici in grado di garantire una manutenzione costante dell’alveo. Adesso lo si fa con mezzi inadeguati come la draga dei Fratelli Rosselli. È una draga del 1973, la più moderna che abbiamo. Ce ne sono, però, altre tre: due hanno più di ottant’anni e sono state cedute dall’Austria all’Italia come saldo per i debiti della guerra 1915-18, la terza è del 1933. Inoltre lungo il fiume, da Cremona fino al faro della Pila, non esiste un moderno sistema di ecoscandaglio. A misurare i fondali ci pensano ancora i “meatori” (dal latino “meatus”, corso, moto, n.d.r.) con delle semplici pertiche centimetrate”.

    “La sistemazione dell’idrovia – continua Danilo – può incrementare notevolmente un turismo escursionistico che, specie nel Delta, è nelle mani di pochi pionieri. Durante i miei spostamenti incontro spesso lo Stradivari, una motonave di 400 posti che effettua i suoi viaggi da Cremona a Venezia con scali lungo le città rivierasche”.

    Viaggiando lungo il corso del Po è facile venire assaliti da sensazioni particolarmente piacevoli. La lentezza della marcia permette di cogliere inebrianti geometrie d’acque, alberi e cielo, fantasiosi giochi di luci, di trasparenze, di contrasti tonali. Chissà poi quali bellezze naturali – gli antichi boschi fluviali, le zone umide intrise di misteriosi richiami faunistici – poteva osservare un passeggero ai tempi del Lombardo-Veneto, quando funzionava regolarmente una linea di trasporto persone da Trieste a Pavia.

    Quello di Porto Levante è un nodo che bisogna sciogliere, altrimenti il futuro di questo tratto dell’idrovia Fissero-Tartaro-Canalbianco-Po di Levante non si realizzerà mai, negando ancora una volta all’area bassopolesana un polo di sviluppo che darebbe un nuovo dinamismo all’intera provincia e offrirebbe un maggior grado di flessibilità del sistema dei trasporti.

    Ci sarebbe un riequilibrio territoriale: lungo l’asta navigabile verrebbero a insediarsi diverse attività economiche, con un decongestionamento delle zone oggi sovraffollate. Questo dirottamento verso le località di pianura a ridosso del fiume consentirebbe ad un territorio poco sviluppato come il nostro di agganciarsi alla parte più produttiva del Paese.

    Danilo, che continua a pilotare navigli lungo le anse del fiume ammirando infuocati tramonti, è convinto che si capirà l’importanza di questa via naturale tra una ventina di anni.

    E pensare che i mercanti comacchiesi risalivano il Po per portare il sale ai Longobardi.

    BIBLIOGRAFIA

    AA.VV., Atti del Convegno di Adria “Sulla funzione del Tartaro-Canalbianco nel sistema idroviario padano”, Istituto Padano d’Arti Grafiche (1963).

    AA.VV., Padania – Navigare il Po – rivista semestrale dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, n. 8 del 1990.

    GIANNI CELATI, Verso la foce, Feltrinelli, 1989.

    BRUNO PIRANI, Il Po arteria di vita, Istituto Padano D’Arti Grafiche, 1991.

  • TERRA E ACQUE

    TERRA E ACQUE

    Considerati nel passato con apprensione in occasione delle piene, e con terrore al verificarsi delle disastrose alluvioni che, ciclicamente, per secoli hanno duramente segnato il territorio polesano, da qualche tempo i corsi d’acqua sono finalmente guardati con un’ottica ben più ottimista: ai nostri fiumi si attribuisce sempre più il valore di vie nautiche, che offrono l’opportunità di vivere con pienezza l’ambiente.

    Basta sfogliare il presente numero del “Ventaglio” per rendersi conto di quante iniziative sul versante ricreativo-culturale, sportivo e turistico abbiano come punto di riferimento le vie d’acqua. Resta ancora incerto invece l’obiettivo economico, connesso al completamento dell’idrovia, nonostante il problema sia da tempi immemorabili oggetto di studi e favorevoli pronunciamenti.

    La vocazione fluviale del Polesine e la sua tradizione idraulica hanno certamente inciso in modo favorevole sulla scelta degli abitanti di Contarina e Donada di unificare il territorio dei due comuni: compatto è stato l’esito dell’apposito referendum, e per la nuova realtà comunale si intende riattualizzare l’antico nome di “Porto Viro”. Il toponimo, di storica memoria, contrassegnava il luogo ove, nel 1604, fu realizzato il famoso taglio dell’argine destro del Po, deviando a sud la corrente fluviale e il conseguente ramificarsi del Delta padano. Opera questa sostenuta appassionatamente, come è noto, dal Cieco Groto di Adria, ed intrapresa dalla Repubblica Veneta per allontanare da Venezia i detriti del Po, scongiurando l’interramento della laguna.

    Se sembrano dunque moltiplicarsi le iniziative volte a rivalutare gli aspetti originali di questa mesopotamia italiana, d’altro canto si è però incredibilmente radicata, in vari strati della popolazione, l’idea che grandi scelte di tipo ambientale, il primis il Parco, possano contrastare ogni ipotesi di sviluppo: si è insomma formata una improduttiva dicotomia tra valori ambientali e supposte prospettive economiche alternative. Uno iato antistorico, che deve essere superato con impegno e buon senso, facendo riferimento a ciò che più marcatamente caratterizza la nostra terra, per imboccare una strada costruttiva e guardare al futuro con un concreto fondamento di speranza.

  • Mani pulite … da Sariano con amore

    Mani pulite … da Sariano con amore

    Sariano… Cos’è? Un paese, una discoteca, un supermercato…?

    Una spruzzata di linde casette facenti corona attorno ad una chiesa dotata di pregevole campanile romanico cuspidato, ed un palazzotto-castello testimonianza del dominio ducale di Ferrara, il tutto annegato nel mare verde della piana altopolesana in quel di Trecenta. Questo è Sariano.

    Poco più di 400 abitanti, dediti i più anziani all’agricoltura ed i giovani alla ricerca di altri impieghi nelle cittadine maggiori; un passato di bonifca ed imigrazione. Sariano, un luogo qualunque, come Rottanova, Mazzorno, Veratica, Presciane. Curiosità geografiche per gli stessi conoscitori della provincia polesana.

    Eppure da qualche anno Sariano ha cominciato ad uscire dall’anonimato occupando, prima sporadicamente le cronache locali, poi sempre più fittamente anche le testate nazionali, ed ottenendo infine l’intervento dell’informazione televisiva.

    Cos’è successo? Una disgrazia? La minaccia di allagamenti del Po assai prossimi? L’annuncio della costruzione di un mastodontico complesso industriale?

    Niente di tutto questo… Su Sariano, a smuovere la sua quiete millenaria, si è invorticata una corrente d’aria purificatrice, l’opera, la presenza attiva e trascinatrice di un prete: Don Giuliano Zattarin.

    Siamo andati con lo spirito del pellegrino a rendergli visita. Già lo conoscevamo per aver il sacerdote attivamente operato in passato a Badia Polesine, dove era riuscito a stabilire con i ragazzi, ma non solo con loro, un rapporto profondo, che spaziava dall’amicizia alla partecipazione religiosa, dalla riflessione sui temi dell’esistenza all’intervento diretto verso i bisognosi e gli emarginati. Un certo modo di fare e vivere il proprio impegno sociale, conciliandolo col richiamo potente dei valori dell’animo, per sottrarlo alle trappole ed alle lusinghe di una società consumistica. Uno stile di vita che a Badia ha lasciato ricordi e rimpianti indelebili.

    Non è cambiato Don Giuliano; l’abbiamo trovato a Sariano ancora più determinato, sorretto da una serenità e forza interiore che sono proprie dei grandi uomini, e che si sublimano al calore della fiamma perenne della Fede.

    Quel suo parlare a voce bassa, misurando le parole, toccando argomenti che rimandano invariabilmente alla riflessione, scavano dentro l’anima, fanno venire i brividi.

    Si ha la certezza di essere di fronte ad un uomo straordinario, un religioso toccato dalla Grazia che intende vivere fino in fondo la sua missione propagando un messaggio cristiano essenzialmente d’amore.

    Ma se si trova inopportuno incensare l’uomo, il sacerdote Don Giuliano (del resto è talmente schivo nel portamento e nei tratti da scoraggiare qualsiasi sospetto di protagonismo) bisogna pur far menzione dei fatti straordinari (essi sì!) che egli è stato in grado di suscitare e alimentare, servendosi di una manciata di sale (i giovani della parrocchia di Sariano) e di un pugno di lievito (la sua fede ed il suo credo).

    In varie occasioni, calamitati dalla personalità irresistibile di Don Giuliano, personaggi come Leoluca Orlando, Diego Novelli, Valdo Spini, il giudice Palermo ed altri ancora, sono calati a Sariano come erano arrivati tempo addietro a Badia Polesine, messaggeri di un nuovo comune sentire, uomini già da tempo in crisi con le loro bandiere d’appartenenza.

    Hanno portato nuove idee, o meglio suscitato novelle speranze che danno coraggio alla gente semplice, alla gente comune che agli appuntamenti di Sariano accorre numerosissima, disorientata e frastornata da una classe dirigente che crolla sotto il peso ed il puzzo dei suoi piramidali errori. La gente che viene messa in crisi di coscienza perché un mondo consumistico e materialistico si è rivelato incapace di dare risposte vere, non soltanto alle difficoltà immediate derivanti dal suo abnorme negativo sviluppo, ma soprattutto al futuro, dietro il quale non s’intravede che il nulla, il caos, l’annullamento dell’uomo e dei suoi valori.

    E allora si spiega perché a Sariano, al richiamo di un umile servo della Chiesa, un piccolo uomo di una forza interiore gigantesca, si siano dati appuntamento perfino i giudici di Mani Pulite, Gherardo Colombo, la sorella di Falcone caduto sotto i colpi assassini della mafia, Agnese Borsellino (intervenuta attraverso una sua lettera aperta), ed ancora Antonino Caponnetto venerando magistrato di Palermo, padre e maestro di Falcone e Borsellino, in compagnia del prefetto Giancarlo Caselli in prima fila nella lotta alla criminalità organizzata a Palermo, infine Violante presidente della commissione antimafia.

    Tanti personaggi emananti un carisma illimitato, una forza a muoversi che va diritta al cuore della gente che sente fame e sete di giustizia, bisogno di pulizia e chiarezza, necessità di specchiarsi in uomini e donne che offrano il loro cuore e la loro mente al bene vero della collettività.

    Sono giunti pure personaggi dello spettacolo, come il comico Paolo Rossi, o della musica, come Tullio d’Episcopo, ad intrattenere un pubblico variegato, ma senza la grancassa del clamore, anzi con lo scopo precipuo di essere intermezzo ed insieme veicolo a temi maggiori.

    Personaggi paradossali per un paesino come Sariano, e qui scaturisce in tutto e per tutto il merito di Don Giuliano Zattarin il quale, durante la cerimonia di commemorazione di Falcone e Borsellino, ha letto una preghiera, un’invocazione davanti ad una folla scossa e commossa in piedi sull’erba davanti al piccolo castello, una scena che ricorda (ci sia perdonato) il discorso della Montagna con le turbe sedute sull’erba del colle, rapite nell’ascoltare parole eterne, laceranti, frecce dirette all’animo di chi possiede sensibilità e buoni propositi, ma anche leve possenti capaci di smuovere il macigno che schiaccia gli indifferenti.

    Ci confidava Don Giuliano che il giudice Colombo è in qualche modo la mente del pool Mani Pulite che opera a Milano, un uomo che sa interrogarsi profondamente sull’individuo e sulla collettività e che si domanda continuamente quale sia il bene per essa e la strategia da seguire; poi, come il regista di una squadra di calcio, apre con un passaggio smarcante a Di Pietro il centravanti, lo sfondatore d’area che avanza dribblando gli ultimi ridicoli difensori cacciando goals incredibili nella rete dei corrotti, dei ladri, dei concussi, degli ipocriti affaristi che hanno trascinato nel fango gli ideali e la buona fede di tanti.

    Ci piace concludere la vivificatrice esperienza di un evento messo in moto da Don Giuliano immaginando, anzi sognando Sariano come una novella Canossa in cui i soggetti migliori della Storia già sono giunti al castello, ospiti della contessa Matilde. Il popolo li ha veduti, uditi, applauditi, li ha sentiti simili a sé, si è incarnato in essi e in chi come loro sia disposto a lottare e operare per valori veri, duraturi, senza sotterfugi, senza la superbia, l’alterigia e la violenza del Potere. Ora attendiamo al castello gli altri oggetti della Storia, ma dubitiamo che possano mai giungere.

    Per un Enrico IV che cammina scalzo sulla neve vestito di sacco, implorando perdono, una pletora di potenti e di violenti è pronta a camuffarsi e confondersi tra la folla.

    Restiamo vigili: il messaggio di speranza e di concordia che sgorga a Sariano ci stimola a non demordere… possibilmente con amore.

  • Musica in paese: gli Xabaras

    Musica in paese: gli Xabaras

    Sono in sei, e anche se in paese non tutti ricordano i loro nomi, sanno che “sono di qui” e vogliono sentirli, un po’ per compagnia, un po’ per ammirare qualcosa di nuovo che è nato proprio a Ceneselli. E poi c’è la loro musica, così contagiosa di sprint e insieme di dolcezza.

    I componenti del nuovo complesso musicale, denominato Xabaras, sono Alberto Benatti alle tastiere, Luca Fioravanti, batterista; Walter Gazzi al basso e Stefano Masatti alla chitarra elettrica; Massimo Furini e Mauro Manoli, le due voci del gruppo, e forse, per il futuro, la sopresa di una terza voce al femminile. Hanno terminato a settembre una “tournée” estiva che li ha portati in alcuni locali della zona: da “La Capannina” a Ceneselli, a “Il Carro” di Occhiobello, allo “Smeraldo” di Trecenta, a Bondeno, a Bergantino e di nuovo a Ceneselli, per la tradizionale Fiera di settembre. Hanno suonato, per un pubblico eterogeneo, sempre sostenuti da un cerchio di amici di tutte le età che li segue e li incalza con la costanza di “fans”; musiche di Zucchero, dei Nomadi, degli Stadio, dei Blues Brothers, dei Kream, e di… Walter Gazzi.

    Infatti, oltre ad essere il bassista di questo gruppo, che raccoglie sei “ragazzi” di generazioni diverse, Walter scrive – e ha scritto anni fa – i testi di alcune canzoni che entrano a far parte del repertorio del gruppo. Ho avuto i testi di tre canzoni sue, e con lui ho parlato dei cambiamenti che in nove anni – da È di nuovo mattino (1984) in poi – sono stati operati. C’era allora la certezza che ogni giorno porta qualcosa di nuovo e tralascio le parole dette a voce per dirne il più possibile di quelle della canzone:

    …E il sole ti annusa, / distratto e innocente, / il giorno che nasce tranquillo e ridente / …Ogni giorno ti inizia / un giorno nuovo da inventare / e se inizia, forse, / con un fresco sorriso / ti accorgi che il mondo / è sempre più vivo, / che ti bussa alla porta / o che ti soffia sul viso. Questo, l’originario ottimismo …seguito, più tardi, da un testo che indugia sui primi dissensi, sui percorsi di violenza quotidiana (Ma un giorno …forse):

    …E il tuo egoismo, uomo, / è sempre lo stesso. / Non si guarda in faccia a nessuno. / La guerra è guerra e tu / sarai qualcuno.

    La canzone più recente, datata agosto 1993, s’intitola Noi, e se da un lato dice è incapacità di collocarsi in una vita difficile e spesso ipocrita, dall’altro dispiega il suo significato riferendosi ad una volontà di riuscita: …A guardarci / sembriamo molto strani. / A volte un poco assurdi, / seppure qui, lontani. / …E quando il giorno / sbadigliando finirà / ci lascerà più stanchi / ma la musica / ci porterà più avanti / e la realtà / avrà paura e fuggirà. / E noi / siamo in fondo come Voi. / Attenti solo ai nostri guai. / Ma noi / abbiamo un sogno più di Voi. / Voliamo in alto, anche per Voi.

    Ho trascritto queste parole perché, insieme a quelle di Zucchero, dei Nomadi, degli autori citati, sono le loro parole, quelle che, oltretutto, nella scorsa estate hanno saputo riunire un po’ di paese attorno al nuovo complesso musicale.

  • Rassegna Nazionale dell’Epifania

    Rassegna Nazionale dell’Epifania

    Nata quasi per caso nel gennaio 1992, oggi la Rassegna Corale dell’Epifania è ritenuta l’appuntamento di chiusura delle manifestazioni natalizie più importante della Provincia. Ideata e curata dal coro femminile “Eco del fiume” di Bottrighe, la Rassegna dell’Epifania, oltre ad essere momento di incontro e aggregazione tra le diverse realtà corali, si pone quale principale scopo quello di aiutare in modo concreto associazioni ed enti sociali per lo studio di rare malattie.

    Dopo il successo della prima edizione (5 gennaio 1992), quando le offerte raccolte furono devolute ai bambini profughi della guerra in Croazia, il coro “Eco del fiume” decise di rivolgersi alla stampa specializzata nel canto corale alla ricerca di complessi italiani disposti a partecipare gratuitamente a questo appuntamento, secondo i fini della manifestazione.

    Il risultato fu subito sorprendente: oltre quaranta complessi italiani risposero all’appello! E così si mise in moto la macchina organizzativa, come ci racconta Anna Maria Trombetta Romagnollo, presidente dell’“Eco del fiume”, inserendo i cori nella graduatoria in base alle richieste arrivate alla segreteria.

    Alla Rassegna partecipano ogni anno cinque o sei cori: l’“Eco del fiume” quale organizzatore, il coro polifonico “S. Francesco” di Bottrighe (in quanto coro della chiesa ospitante) e tre o quattro cori provenienti da altre regioni italiane.

    Anche nell’ultima edizione la Rassegna dell’Epifania ha ottenuto un lusinghiero successo sia per la perfetta conduzione, sia per il notevole aspetto artistico proposto dai cori partecipanti che sono stati vivamente applauditi da un pubblico entusiasta nella chiesa di S. Francesco. Le offerte raccolte sono state devolute all’Associazione AVEC per lo studio dell’emofilia e le coagulopatie.

    Presentatore ufficiale della manifestazione è il rag. Romano Beltramini, giornalista-pubblicista, noto esperto corale nonché ideatore e principale organizzatore dell’importante Concorso Nazionale Corale di Adria. Visti quindi i successi ottenuti, e in considerazione delle richieste da parte di cori che continuano ad inviare domande di partecipazione, il consiglio direttivo del coro “Eco del Fiume” ha deciso all’unanimità di cambiare la denominazione della manifestazione che dal prossimo 5 gennaio 1994 si chiamerà: “Rassegna Nazionale Corale dell’Epifania”.

    Il ricavato delle offerte sarà devoluto al “Gruppo Vita” di Contarina, Centro di Ascolto della Comunità “Incontro” fondata dal noto Don Pierino Gelmini, il quale sarà nell’occasione ospite a Bottrighe.

    Soddisfazione crescente si registra tra i dirigenti del complesso polesano diretto dalla dinamica e solerte Chiara Casazza. Per organizzare il palinsesto della Rassegna si è provveduto ed ottenuto il patrocinio dell’ASAC (l’associazione regionale per lo sviluppo delle attività corali), dell’Amministrazione Comunale e di molte aziende commerciali e artigianali del centro bassopolesano.

    Va inoltre ricordata una piacevole coincidenza: il coro “Eco del fiume” ha festeggiato proprio quest’anno i suoi quindici anni di ininterrotta attività concertistica, essendo appunto nato nel 1978. Oltre cinquecento sono state le esibizioni svolte dal gruppo corale in tutta Italia. I festeggiamenti dell’anniversario sono stati sottolineati dalla presentazione ufficiale della nuova elegante divisa sociale e della prima musicassetta contenente tredici canti popolari e di montagna; due importanti obiettivi raggiunti grazie alla ditta SICES di Bottrighe divenuta sponsor del coro nel giugno 1991.

    Il coro bottrighese si propone quale elemento veicolare per la promozione turistica della nostra provincia ed in particolare del Delta del Po: ad ogni concerto fuori regione porta con sé delle pubblicazioni: tra queste, “Polesine Delta del Po” e “Ventaglio ’90” editi dalla Coop. “Turismo & Cultura”, che risultano molto apprezzate per le informazioni dettagliate che danno della nostra terra.

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