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Archivi: Articoli d’archivio

  • Le liriche

    Le liriche

    Nata il 30 marzo 1919 a Stra (VE) e residente a Lendinara (RO), Augusta Baldan ha insegnato per quarant’anni, donando alla scuola, alla famiglia e alla sua terra tutto ciò che aveva di più bello nel suo animo.

    Cessata l’attività di insegnamento e restata poco dopo senza il conforto del marito, la professoressa ha attinto dal suo cuore generoso un ingrediente non sconosciuto: il coraggio. Occorreva innanzitutto mandare avanti un’azienda agricola; occorreva supplire all’attività del marito precocemente mancato; occorreva tacitare il cuore che voleva dar sfogo alla disperazione e al pianto.

    E, a poco a poco, come un balsamo che lenisce le ferite, il momento artistico ha preso il sopravvento. Ed è sbocciata la poesia, una poesia della terra antica e buona, che si insinua e si allarga nelle composizioni in versi, e che canta i suoi miti nelle realizzazioni pittoriche fatte di nature morte, di fiori, di frutta matura, immersa in dolci paesaggi.

    Natale in Oriente

    La tua casa è là, bianca!
    come nido di colomba
    tra cedri e ulivi d’argento
    nel tuo lido d’Oriente
    impregnato di sangue e pianto antico.

    Non voli d’angeli
    non cori celesti
    su la tua terra martoriata!

    E tu sei là, madre eterna…
    Un canto di ninne nanne
    si spegne ne la tua voce
    e guardi il mare…

    Non volo di gabbiani
    spicca nell’azzurro intenso
    del tuo cielo!
    È luce improvvisa, fuoco d’uragano
    che squarcia il silenzio
    e trascina pietre immacolate
    sabbia, terra e foreste!
    Fragore di raffiche, bagliori di fuoco
    ne la notte d’inferno!

    La cometa, imprigionata nell’orbita,
    tra ordigni di ferro rovente,
    non addita la strada ai pastori!
    Non arde la profetica luce
    per te che non hai pace…

    Amaro il profumo dei fiori
    su la culla di polvere e pietre
    tra le macerie che ardono
    di pianto e di dolore!

    Cadono i rampicanti…
    i gelsomini bianchi
    da le pietre umide
    de la tua casa di sabbia,
    e un canto triste palpita
    ne la bufera di cenere…

    E tu sei là, madre eterna!
    …

    Come vorrei avere ali
    d’antico guerriero: approdare
    come un tempo al tuo lido,
    intrecciare una muraglia
    con cristalli di pace!
    Sogno voli di gabbiani…

    Cori e canti di cornamuse
    vengono a te da verdi colline,
    dall’immensità degli spazi,
    de la steppa sconfinata…

    …è un canto di ninne nanne!
    Una preghiera di pace
    abbraccia la terra e il cielo

    Questa notte per te!
    sarà notte di luce.

    Tra poco sarò da te

    Tra poco sarò da te!
    In alto, al primo sole,
    mi appare la rocca.
    Tra il verde cupo
    de gli abeti… abbraccia
    il tuo cielo.

    Il fiume mi accompagna
    con il suo lento andare
    tra le rive fiorite
    de la dolce vallata.
    L’onda, d’un canto
    che più non mi appartiene,
    carezza d’antico sapore,
    mi inonda… riluce,
    si spegne nel vortice amaro
    del tempo;
    più viva
    mi torna al cuore… e tu,
    tu sei con me,
    respiro del mio respiro!

    L’eco di una musica
    infinita, mi riporta
    la tua voce e, come allora,
    cantiamo insieme
    la nostra canzone preferita.

    Ricordi?
    Nei giardini scoppiava
    il blu, il rosa de le ortensie
    e nei tuoi occhi
    la primavera de la mia vita
    che donavo a te
    per la nostra calda estate.

    Come allora
    tra le crepe de l’antico
    muraglione coglierò
    erbe e rose selvatiche
    e tra i rovi un fascio
    di erica in fiore…
    per il tuo giardino.

    Un altro giorno

    La luna bianca
    rancura le stele sbiadie
    e le sconde
    in mezo a le piope

    Trista, se lieva
    la fumara e pian pian
    se destende
    su l’acoa scura

    Sospiri de luse
    tra lagreme d’ambra
    desfa… dolse e amare
    le ultime ombre

    Un sbater de ale
    volo ramengo desperà
    su campi grami
    su un mondo desfà

    Timida al cuore
    na fola antica
    el son de na campana
    un canto de cesa
    un sogno… na careza

    Zerco na rosa
    sul muro sgretolà

    …un altro giorno
    sola!
    a sunare le spine…

    Risalendo il fiume

    Io vivo ancora qui
    nella mia terra
    desolata e triste, immersa
    nel pianto antico del fiume.
    Io vivo ancora qui
    a cogliere albe e tramonti
    fatiche e dolori
    della mia gente,
    a cullare sogni
    scritti solo nel vento
    di chi resta
    ad asciugare il pianto…

    …Ancora qui
    a cogliere erbe
    e stelle cadenti
    a serbare in grembo
    come madre eterna
    le foglie morte
    della terra mia.
    Nelle notti chiare,
    risalendo
    a piedi scalzi il fiume
    sulle rive argentate
    della mia solitudine
    dal mio pianto
    nascerà amore!
    Nei silenzi fioriti
    coglierò
    gocce di rugiada
    cristalli di speranze;

    e là, dove nasce il fiume
    tra le nevi bianche
    il profumo incantato,
    miracolo eterno,
    di nuove impalpabili aurore!

  • Lo sguardo

    Lo sguardo

    Vide il suo sguardo riflesso nello specchio, le parve che gli occhi si fossero enucleati dal volto e che avessero acquisito una loro identità, staccata dal resto: due piccole luci azzurro pallido.

    “Inespressivi”, erano stati definiti in passato i suoi occhi da un ammiratore galante che non brillava per proprietà linguistiche. In effetti, quel seduttore non proprio oxfordiano, atticciato nella figura, orologio vistoso al polso e auto da nuovo ricco, avrebbe voluto dire “dolci”, occhi dallo sguardo delicato che non frugano con crudeltà nell’animo del prossimo, ma sanno giustificare, consolare fino in fondo.

    Lo specchio, adesso, rifletteva anche la sua bocca, quasi senza labbra. Un taglio come la fessura di un salvadanaio che aveva avuto in giovinezza, cura di riempire con un rossetto lucido. La pelle era ancora liscia, trasparente. A vent’anni era stata uno dei suoi fiori all’occhiello, assieme alle gambe lunghe e ben fatte, svelte nella falcata. Oggi quell’età se l’era scordata da un pezzo e aveva tanta storia dietro le spalle. Situazioni paradossali si erano accavallate nel suo tessuto umano.

    Si guardò le unghie dallo smalto screpolato e pensò: “Devo riprendere ad avere più cura di me stessa e del mio aspetto. Il fatto di non avere un partner a cui piacere non mi dispensa dall’essere almeno presentabile”.

    Il suo ultimo marito – quello di cinquant’anni – la rimproverava spesso per i suoi momenti di trascuratezza esteriore.

    “Almeno pettinati. Giulia – le diceva – e indossa della biancheria fresca, non dico stuzzicante, che non sarebbe da te, ma almeno di bucato”.

    Giulia era appagata dal suo destino di intellettuale. Il resto era contato sempre poco per lei. Fino ai quarant’anni suonati aveva creduto che il sesso fosse una noia da praticare qualche volta, tanto per non perdere l’esercizio.

    Discendeva da una famiglia puritana e un po’ bigotta che riteneva di averla cresciuta con il destino di un matrimonio confortevole e socialmente appagante.

    Sotto i vent’anni, per curiosità – o meglio per non essere scortese, diceva non senza ironia – aveva perduto la verginità con un compagno di studio maldestro che le aveva lasciato il ricordo di un gran male fisico.

    Poi venne la laurea in lettere antiche con tesi in greco. Aveva adorato Omero e Lucrezio, perdendo interi pomeriggi, che non le erano mai apparsi una perdita, intestardendosi a trovare un avverbio o un pronome, persuasa di respirare all’unisono con gli autori.

    Teneva a bada a fatica certi snobismi linguistici che si scatenavano in lei quando la gente massacrava gli accenti. L’aveva anche divertita parecchio la teoria di una vicina di casa per cui i cubisti sarebbero stati gli abitanti di Cuba…

    Scrisse due saggi su umanisti caduti nel dimenticatoio, consapevole di cimentarsi in una fatica letteraria per pochi. Quasi all’improvviso si diede alla narrativa e decise di vivere sulla sua pelle, sperimentare direttamente, emozioni, sentimenti, pericoli.

    La decisione ardita le procurò una gioia febbrile, come se si fosse spogliata all’improvviso, di tanta vieta borghesia, dell’educazione raffinata, dei freni sociali e potesse fare un’orgia di esperienze.

    Andò a vivere in un quartiere nuovo dove nessuno sapeva chi fosse. Voleva creare un’identità diversa, liberarsi del passato. Divorziò dal marito un po’ grigio, un dentista senza ambizioni, fanatico di cartoni animati e film western.

    Si sbarazzò dei mobili di famiglia, gettò nelle immondizie le tazzine di zia Erminia e la parure di asciugamani finemente ricamati dalla nonna, ma soprattutto rinnegò le sue passate smanie intellettuali.

    “Mezzo secolo non lo compio più – si disse –; adesso voglio vivere, vivere quel poco che mi resta, senza risparmio di energie”.

    Accettò l’appuntamento con un “parvenu”, un self-made-man che aveva conosciuto ad un party. Era incuriosita, un po’ stralunata.

    Bevve molti, troppi drink. Non era abituata all’alcool e questo fatto le stravolse le idee.

    “Giulia, Giulia…” Le parve di sentire le voci di gente di casa sua che la rimproverava. Alberto la invitò a fare un viaggio.

    Mise in valigia biancheria nera, trasparente, che aveva acquistata per l’occasione. Aveva ancora una figura piacente: i seni stavano su bene e figuravano attraverso l’intrico del pizzo. Il ventre era piatto, con un ombelico piccolo, da bambina. Da qualche tempo si specchiava un po’ troppo.

    Si era fatta tagliare i capelli. Il nuovo look le dava un’aria maliziosa che in gioventù non le era stata propria.

    Lo scatto della valigia che si chiudeva, metallico e definitivo, le parve una chiusura decisa con la vita passata, con le abitudini di un tempo. Assomigliava ad una staffilata secca sulla groppa di un cavallo che avrebbe dovuto correre in nuove praterie della vita.

    Alberto non era tanto male.

    Non certo il suo ideale maschile. Ma aveva uno “charme” primitivo di uomo forte, senza troppe inibizioni e negli affari era un vincente.

    “Come sono cambiata!”. Pensò di se stessa e non sapeva se compiacersi o dolersene. La prima tappa del loro viaggio fu in collina. Si fermarono in un alberghetto confortevole senza essere lussuoso. Dalla finestra potevano tenere d’occhio l’auto.

    Questo era stato il primo pensiero di lui. Giulia aveva invece osservato che si vedeva tutta la vallata ricamata di luci, accese nelle case.

    I letti di vimini erano separati, e il suo partner usò un laccio di canapa, che trasse dal bagagliaio dell’auto, per unirli.

    “Soffre di solitudine, di legami interrotti” – pensò Giulia – divertita per quell’operazione di “allacciamento” che la mise di buon umore.

    Cenarono in una trattoria all’aperto, quasi senza parole. Un cantante alla moda singhiozzava un ritornello stupido, ma alla donna non dispiacque, con quell’uomo un po’ tronfio, sicuro di sè – almeno in apparenza – stava bene, in quel momento.

    Poteva prendersi il lusso di non pensare a cose importanti, di non rimpiangere il passato, di vivere in completo abbandono questa avventura di viaggio.

    La notte le portò un piacere fisico sfibrante. Fu un’esperienza deliziosamente sconveniente.

    Verso mattina il suo compagno russava, senza troppo rumore. “Non si differenzia, almeno in questo, dal mio ultimo marito – pensò la donna –. Si vede che quasi tutti gli uomini dopo l’amore russano”.

    Era nudo nel letto, con i calzini e l’orologio. Questo particolare le apparve esilarante. Andò in bagno a ridere, a farsi le smorfie davanti allo specchio e a lavarsi i denti. Il suo sguardo riflesso era strano. Gli occhi non le appartenevano nuovamente. Non erano quelli di una tranquilla borghese, con laurea umanistica, abitudini raffinate, antenati di cui vantarsi. Aveva le pupille dilatate e un baluginio smodato, come se la soddisfazione dei sensi l’avesse guastata. C’era qualcosa di malsano, ora, in lei.

    Non si piacque, non si accettò.

    Alberto adesso russava forte, senza ritegno. Le sembrò un grosso animale. Gettò alla rinfusa i suoi oggetti personali nella valigia, cosmetici mescolati con i vestiti. La chiuse, soffocando lo scatto.

    Scese nell’atrio e saldò il conto senza dare spiegazioni al portiere.

    Le piacque pensare che così evitava la sceneggiata del pagamento da parte del suo partner che estraeva la calcolatrice e controllava tutto, con pignoleria poco elegante.

    Si sentì un’ape regina che, dopo l’amplesso, uccide il fuco.

    Prese un taxi e salì sul treno per Roma, senza dover attendere alla stazione. Si svolse tutto in un lampo, al contrario della sua precedente esistenza che aveva avuto tempi lunghi e mai affidati al caso.

    Si sentiva libera, purificata, senza sovrastrutture.

    Ora avrebbe potuto mettere a frutto l’esperienza vissuta, per scrivere finalmente il suo romanzo: sarebbe stato l’opera grande della sua vita.

    L’aereo “russava” – pensò – all’unisono con il suo amante abbandonato solo nel letto. Si sentì vittoriosa, inebriata.

    Aveva davanti agli occhi un immenso foglio bianco da riempire di storie vere ed immaginate.

    Già pensava alla copertina, alle recensioni sui giornali, agli applausi della critica.

    Alberto era ormai meno di una virgola sul foglio. Forse lo aveva solo pensato, forse non era mai esistito.

    Vide la propria immagine riflessa nel vetro del finestrino. Il suo sguardo era tornato limpido. Aveva ripreso ad appartenerle.

  • Il miracolo di Natale

    Il miracolo di Natale

    Per intrecciare una fiaba sul Natale è necessario basarsi sull’amore e sulla semplicità. Questo spunto mi è stato offerto da Paola Bazzan di Lusia (Storia di Natale in Favole, favole, Cassa di Risparmio di PD e RO, 1988, pp. 95-96). Quando scrisse la breve fiaba, Paola frequentava la classe II della Scuola Media di Lusia.

    Era il pomeriggio della vigilia di Natale di cento anni fa.

    In una semplice, sorridente casetta a poche centinaia di metri dall’argine sinistro del Po, non distante da La Guarda, viveva una povera famiglia composta da Beppe, Tella e dalla figlia Violetta, una bambina di sette anni.

    Beppe faceva il pastore per conto di un possidente locale che aveva molte terre, greggi ed armenti, ma da alcuni mesi era senza lavoro e questo rendeva irrequieto anche il suo cane Geo, un bastardino di mezza taglia, tutto nero se non fosse stato per un ciuffo di peli bianchi sul muso. Tella stava impastando una pinza con l’ultima farina rimasta; la focaccia, assieme a due briciole e a un po’ di sangue bollito, avuti da vicino per l’aiuto prestato da Beppe nell’uccisione del maiale, avrebbe rappresentato il pranzo di Natale.

    «Beppe, ho poca legna per cuocere la pinza nel camino, e poi ne servirebbe anche per domani», osservò Tella.

    La richiesta coincideva con le intenzioni del marito: la neve da qualche giorno si era sciolta in buona parte e quel pomeriggio andava bene per fare una sufficiente provvista.

    «Avevo già deciso di andare a prendere in golena» disse. «Violetta, vuoi venire con me? Fuori non fa tanto freddo… Andiamo, mi aiuterai, così faremo prima».

    Violetta si infilò in testa un berretto di lana, si legò al collo una sciarpa sfilacciata e con Geo era già pronta sull’uscio, mentre il padre toglieva l’accetta conficcata in un grosso ceppo presso il camino.

    Al saluto della figlia, la madre rispose con un sorriso.

    Beppe, mentre con Violetta si portava verso l’argine del Po, osservò: «Dovremo far presto, ho l’impressione che nevicherà ancora!».

    Geo li precedeva scorazzando sui campi arati e ben presto fu perso di vista: era già nel bosco della golena.

    Violetta non riuscì a trattenersi al richiamo del ghiaccio che copriva i fossati e il grande macero, e si divertì a fare qualche scivolo.

    «Violetta andiamo! Sbrigati, verremo domani a giocare! Ti farò un paio di pattini… Ora non abbiamo tempo da pedere».

    Nella golena la neve si era sciolta solo in parte e fu più laborioso del previsto cercare rami trasportati dall’ultima piena del fiume. Beppe riuscì comunque a fare un buon carico sul “cariolone” dopo aver ridotto a misura i rami e qualche modesto tronco.

    «Papà, – chiese Violetta – non possiamo anche noi avere l’albero di Natale, seppure più piccolo di quello che hanno preparato nella casa del padrone?».

    «Qui, nelle nostre campagne non nascono spontanei gli abeti; per avere un albero come quelli che crescono in montagna bisogna comprarlo, ma noi non abbiamo soldi».

    «Ma papà, potremmo usarne uno diverso, ce ne sono anche qui con le foglie ancora verdi, come quello piccolo là sotto il salice».

    «È un bosso, è un sempreverde come gli abeti…».

    «Ma può andar bene papà, guarda, ha tante palline rosse attaccate ai rami… È un albero di Natale già predisposto!».

    «Sono le bacche, Violetta… Va bene, te lo taglio; anzi lo tolgo con le radici, così dopo le Feste lo pianteremo vicino alla casa e sarà il nostro albero di Natale per tanti anni ancora».

    Non fu difficile a Beppe sradicare la piantina, utilizzando al caso la sua accetta a mo’ di vanga.

    «Papà, dove è andato a finire Geo?», chiese Violetta. La ragazza non aveva ancora finito di parlare che lo sentì abbaiare.

    «Hai udito, Violetta? È qui vicino… Su, forza, torniamo a casa, ci raggiungerà!».

    Si avviarono verso l’argine. Beppe spingendo il suo “cariolone” colmo di legna, faticava nel far andare avanti la ruota che sprofondava nel terreno molle, mentre Violetta era solo intenta ad ammirare le verdi tenere foglie del suo bosso, avendo cura che non si staccassero quelle lucenti bacche rosse.

    Beppe si fermò per prendere fiato. Alzò gli occhi e vide di fronte a sè una giovane Signora. Era bellissima. Il mantello verde metteva in risalto il suo volto chiaro. Fu Violetta a chiedere:

    «Ciao! Chi sei? Non ti ho mai vista da queste parti. È tuo questo asinello che tieni alla corda?».

    «Abito qui da poco, in una cassetta là in fondo alla golena… Ho tanto freddo e tanta fame… Mi dareste un po’ di legna?».

    «Se vuole Signora – disse Beppe – può venire a casa mia… È quella bianca sotto l’argine. Siamo poverei, ma un po’ di latte caldo per lei c’è».

    «No, non posso, debbo tornare, a casa ho un bambino che mi aspetta».

    Fra i due, scodinzolando, si intromise Geo che teneva stretto in bocca un bel fagiano. Beppe sorpreso esclamò:

    «Ma Geo, sei formidabile. Ti manca solo la parola! Dammi questa provvidenza. Domani…».

    Ma non terminò la frase, si bloccò rivolgendo lo sguardo verso la Signora, gli prese un nodo alla gola.

    «Signora, se lei non può fermarsi a casa mia, prenda questo fagiano… È per lei ed ora le do anche un po’ di legna; gliela sistemo sul dorso del suo asinello».

    «Papà, – disse Violetta – puoi darle tutta la legna, noi domattina potremmo tornare a cercarne dell’altra di buon mattino, prima di andare a Messa… La Signora, non vedi?, è tanto stanca e non ha la tua forza».

    Beppe fu ancora più sorpreso, ma non esitò a seguire il consiglio della figlia: legò la legna in fasci e la sistemò con cura sul dorso dell’asinello.

    «Vi ringrazio siete molto buoni da queste parti. Meritate molto, vi sarò riconoscente. Grazie».

    Poi rivolgendosi alla bambina, chiese:

    «Dimmi come ti chiami?».

    «Violetta, Signora».

    «Violetta, per il tuo alberello di Natale voglio donarti questa palla di vetro».

    «È meravigliosa Signora, è bellissima, ha mille colori!».

    «Grazie… Papà, guarda quanto è lucente!».

    La signora si avviò sull’argine. Beppe e Violetta la seguirono con lo sguardo. Lei si fermò, si voltò, li salutò ancora e poi proseguì.

    Violetta, preceduta solo da Geo, corse verso casa. Raccontò agitata alla mamma quanto era successo. Mostrò il suo originale albero di Natale e la meravigliosa palla di vetro.

    Tella, come arrivò Beppe, gli disse:

    «Hai fatto bene. Guarda, Violetta è felice. Domattina verrò anch’io con voi a raccogliere legna… Abbiamo aiutato una persona. Anch’io avrei fatto così…».

    Violetta sistemò il bosso vicino al camino ormai spento e, con le sue manine infreddolite, cercò di appendere la palla di vetro all’alberello, ma le sfuggì di mano e cadendo si ridusse in mille frammenti.

    Scoppiò subito in lacrime, ma improvvisamente quei frammenti di cristallo si trasformarono in una miniera di scintille luminose che si dispersero per tutta la stanza in un luccichio fantastico…

    Erano stelle, che, cadendo sul pavimento, si trasformarono prima in sacchi di farina, in polli, in conigli, in tanta legna da ardere e poi in una, due, tre… in dieci, in venti, in un grande gregge di pecorelle.

    Lo stupore di Tella, Beppe e Violetta si trasformò subito in un’allegria indescrivibile; lo stesso Geo abbaiando uscì, per correre all’impazzata attorno alla piccola, bianca casetta.

    Il giorno dopo fu un Natale fantastico per quella famigliola, il più bello della loro vita.

    Violetta e Beppe tornarono molte volte nella golena del Po per cercare la giovane Signora, ma da quella vigilia di Natale non fu da loro mai più rivista.

  • La Compagnia del Tanbarelo

    La Compagnia del Tanbarelo

    L’ormai nota Compagnia del Tanbarelo di Bellombra rappresenta il più recente capitolo di una lunga tradizione teatrale che affonda le sue radici addirittura nei difficili anni dell’anteguerra. Nel 1934, infatti, a Bellombra veniva fondata la Filodrammatica intitolata al poeta Marino Marin, rinnovata poi negli anni ’50 e ’60 per opera di Lino Melina, ma attiva sino ai tempi degli anni ’70.

    Allora gli attori portavano sulla scena del Teatro Immacolata Concezione drammi e farse finali, e spesso uscivano dal paese per allietare le giornate di festa dei luoghi vicini, Bottrighe, Crespino, Adria, Panarella, Berra di Ferrara… Nel 1959 ottenevano ulteriori riconoscimenti con Sior Todero Brontolon di Carlo Goldoni e successivamente con alcuni testi brillanti di Giacinto Gallina come El moroso de la nona, Le baruffe in fameja, I oci del cuor. La compagnia faceva capo a Don Nicola Malerba e lavorava per raccogliere qualche soldo da impiegare nelle opere parrocchiali. Questa finalità sociale accomunava la Filodrammatica Marino Marin ad un’altra Filodrammatica nata nello stesso periodo, tutta femminile e divisa in due gruppi, l’uno guidato da Norma Bellato, l’altro da Fanny Puozzo.

    Quando nel 1972 Suor Ines Tinetti fonda il Gruppo Primavera, la nuova iniziativa si rivela subito carica di positive conseguenze per l’attività teatrale del paese. Molti giovani vi prendono parte per approfondire la loro formazione umana e religiosa, e presto alcuni di loro si accorgono di avere una particolare attitudine per tutte quelle attività ricreative (canti, balli, scenette, imitazioni…) che possono inserirsi nella illustre tradizione della Filodrammatica Marino Marin appena sciolta sino a perpetuarne il ricordo.

    Dopo avere animato le feste parrocchiali, le sagre di Santa Eurosia e i camposcuola estivi, nell’82, per salutare Suor Ines, trasferita in provincia di Torino, il Gruppo Primavera allestisce La broca rota, un testo brillante di Enrico Kleist, reso più agile mediante una notevole riduzione rispetto all’origiale e tradotto in dialetto veneto da Mario Andreis. È il primo grande salto di qualità. Seguiranno altre commedie molto note e due importanti trasferte, l’una a Roma (1984), l’altra a Montesilvano di Pescara (1985) con uno spettacolo umoristico costruito su temi di politica e attualità.

    Nell’87 la compagnia teatrale, che nel frattempo si era già data il nome di Teatro Giovane Bellombra, decide di definirsi Compagnia del Tanbarelo, “quasi a voler dimostrare con calore e con un po’ d’orgoglio l’attaccamento… al Paese d’origine”. Il tanbarelo infatti (una sorta di semplice calendario formato da sette pezzi di robinia di colore diverso – uno per ogni giorno della settimana – esposti davanti alla postaria) nella tradizione popolare era ormai diventato il segno distintivo degli abitanti di Bellombra.

    Con questo nuovo nome la compagnia teatrale rappresenta I Rusteghi di Carlo Goldoni, visita per la prima volta da protagonista il Teatro Pierino Valer di Bolzano, assume un regolare statuto con atto notarile, fissa le proprie finalità nella promozione e nella divulgazione delle opere dialettali, aderisce alla Federazione Italiana Teatro Amatoriale (F.I.T.A.) e, infine, entra a far parte dell’Unione Associazioni Venete (U.N.A.V.).

    D’ora in poi ricordare tutti gli appuntamenti della compagnia diventa pressoché impossibile. Nell’88 viene riproposto Sior Todero Brontolon (Rassegne di Bellombra, Crespino, Canda e Lendinara); nell’89 è la volta de La broca rota rappresentata fra l’altro alla I Rassegna Stasera Teatro di Adria e alla Rassegna Teatro in giro; nel ’92 si replica La broca rota anche fuori regione a Nichelino (TO), Bolzano e Monza su invito dell’Associazione Polesani nel Mondo; sempre nel ’92 (ottobre) viene portata sulla scena (ex novo) La corte Magoga, una commedia in tre atti, composta da Giovanni Polo (noto anche come poeta) e affinata con la collaborazione della compagnia stessa cui il testo era stato indirizzato in esclusiva sin dall’inizio.

    Per tutto il ’93, anno del bicentenario della morte del Goldoni, contemporaneamente a La corte Magoga, su richiesta degli spettatori, viene ripreso Sior Todero Brontolon dapprima a Contarina, poi a Bolzano (su invito dell’Associazione Polesani nel Mondo), a Ceregnano (su invito dell’Arci), a Panarella (su richiesta della Pro Loco di Papozze, nella scenografia della Corte Rosa Benito), a Garofalo di Canaro, a Villadose, a San Bortolo di Rovigo e a Bellombra (trattoria La Rosa).

    Come si vede l’attività è intensissima; né va dimenticato che gli attori del Tanbarelo nel 1991 hanno sostenuto e incoraggiato il debutto teatrale di un altro gruppo di giovani, noti con il nome de I gnanca un scheo.

    Per il ’94 aspettiamo fiduciosi nuove cose perché questo trait d’union che lega il passato al futuro ci assicuri quella serenità e quella particolare spensieratezza che solo la commedia sa dare.

    Bibl.: AA.VV., 1982-1992: 10 anni di attività e di presenza, a cura di Claudio Zanforlin, Adria 1992.

  • I labirinti di Vignoli

    I labirinti di Vignoli

    Il destino artistico di Vignoli, da sempre strettamente legato a vicende personali e famigliari che ne hanno segnato il percorso arricchendolo di consapevolezza e maturità, inizia, molto probabilmente, a dodici anni, con un libro sulla storia della natura morta avuto in regalo dal padre.

    La scintilla è scoccata. L’amore per la pittura e il disegno accompagnerà il giovane durante gli studi classici. Al proposito, Vignoli si dichiara ben felice di non avere frequentato scuole d’arte ed accademie che, a suo dire, l’avrebbero sacrificato e costretto in anguste gabbie dogmatiche. Autodidatta, e pertanto spinto a sperimentare continuamente, a fare della sperimentazione il filo conduttore della sua crescita artistica. I primi anni di apprendistato sono necessariamente rivolti al figurativo e alla febbrile verifica di tutte le diverse tecniche.

    Dal ’61 si può dire che inizi per Vignoli un cammino che lo condurrà ad acquisire ben presto una considerevole padronanza di mezzi e linguaggi nell’insidioso territorio dell’astrattismo, in questo confortato dalla critica più illuminata.

    Stanco e insoddisfatto di un figurativo che non ritiene più conforme alla ricerca personale e agli umori contemporanei; eccitato, di contro, dalle esperienze di quegli artisti (come Jackson Paul Pollock, pittore statunitense tra i maggiori esponenti dell’espressionismo astratto, il quale creò opere di un cromatismo sensibilissimo e raffinato, nelle quali il colore veniva applicato direttamente sulla tela senza l’ausilio del pennello) che Peggy Guggenheim farà conoscere al mondo, esordisce con un genere di pittura “spontanea” che di improvvisato, però, ha ben poco, basandosi su una rigorosa investigazione tecnica e materica che condurrà, tra l’altro, all’uso di colori sabbiati.

    A partire dal ’73, Vignoli, insistendo nella sua ricerca informale, approda ad una pittura impostata sul valore del segno, accomunandosi, in tal guisa, all’esperienza di Hans Hartung. Nascono costruzioni composte di filamenti proiettati su sfondi evocativi, scheletri di navi pronte a salpare con l’Ulisse di Joyce al timone, cattedrali sospese nel vuoto dove celebrare il rito della tragica condizione umana, strutture immaginifiche che incredibilmente anticipano certi inquietanti scenari visti in capolavori del cinema fantastico (“Alien” per tutti). È un astrattismo inteso non come semplice e scontata fuga dalla realtà, ma, al contrario, come supremo sforzo di comprendere quale principio si nasconda al fondo delle cose. Significativa, in questo senso, la tecnica adottata di “scavare” letteralmente lo smalto impresso sulla tela.

    Una terza fase, che va dall’88 ai giorni nostri, vede approdare Vignoli ad espressioni più vicine alla realtà materiale. Fondamentale, ancora una volta, la ricerca tecnica che consente all’artista di non banalizzare suggestive conquiste prospettiche e cromatiche, rifuggendo il facile effetto e i trucchi di maniera. Vignoli acquista ormai piena maturità espressiva, può permettersi di dialogare con certe sue prime produzioni reinterpretandone i motivi, trasfigurando classici moduli figurativi, costruendo forme e rilievi atti a fornire stimoli tattili e materici: il tutto in funzione, anche, di una maggiore leggibilità dell’opera, in parte ricercata, in parte frutto di un naturale cammino evolutivo.

    I soggetti di Vignoli possono apparire di difficile cognizione, ma nell’avvicinarsi ad essi, più che una fredda erudizione artistica, viene d’ausilio una mente sufficientemente coltivata all’introspezione. Ci ricorderemo, allora, di aver scolpito migiaia di anni fa, quei graffiti, quei totem, quei labirinti; scopriremo di aver praticato, nelle nostre euforie oniriche, quei paesaggi e scenografie avveniristici e futuribili; proveremo pudore nel riconoscere quell’angoscia derivante dall’ineluttabile insolubilità degli interrogativi radicali che l’uomo da sempre si pone.

  • Le dolci immagini di Eugenio Bertin

    Le dolci immagini di Eugenio Bertin

    L’ostello rifugio Parco Delta del Po ha ospitato la scorsa estate una rassegna pittorica di Eugenio Bertin: paesaggi, brandelli di natura, scorci di prato, frammenti di foglie, di luci colorate e di fili d’erba… e ancora paesaggi.

    In un ambiente come quello del Delta padano, totalmente ispirato alla natura, alla sua vivificazione e contemplazione, sono risultati particolarmente significativi, i messaggi di Eugenio Bertin, che sono delle esaltazioni del particolare, gentili e suggestive immagini di un mondo che ci circonda.

    È dall’ ’80 che Bertin lavora su questi temi e soggetti, tredici anni di approfondimenti sulla natura, con un approdo quanto mai felice.

    Ma la pittura, anche se talvolta è felice, certamente non è mai facile, e Bertin ha percorso un lungo itinerario a partire dal 1977, quando iniziò a dipingere seguendo le orme dell’espressionismo tedesco. Aveva come sorgente l’esperienza emozionale e spirituale della realtà, con forte accentuazione cromatica e incisività del segno.

    Iniziano quindi le opere di ambientazione, scene di vita quotidiana, di lavoro, di semplici divertimenti paesani. Sono quadri figurativi, ricerche di uno stile personale, dove si fissano sia gli oggetti veduti che le emozioni di un momento.

    Poi vennero le “scenografie”, come le chiama lui stesso; fonte di ispirazione erano gli ambienti storici ed urbani: Venezia, Vicenza, Vienna… È del 1979 “Ballo in mascera”, dove Bertin inizia una ricerca sui valori tonali, sulle trasparenze delle velature, sul significato del colore leggero e sfumato totalmente libero, da rimanere a stento dentro i contorni. E le figure umane, nell’intersecarsi dei piani trasparenti, si muovono libere, quasi fondendosi all’unisono con le architetture, esse stesse strutture di puro colore. Solo rapide lumeggiature danno, per contrasto, le profondità di campo.

    Gli anni ’80 sono tutti dedicati a studi sul paesaggio e sulla scuola veneziana. Ed infine, la natura. Una scoperta che arriva quasi in sordina, eliminando dalla tela l’uomo e la sua storia. Ma la natura è solo un pretesto: il tema è sempre l’uomo, anche se ormai è fuori dalla tela, il soggetto è esterno, è colui che guarda e che tramite l’“esperienza”, intuisce ed afferma la conoscenza del reale.

    Nella storia dei popoli l’arte è sempre stata un fedele indicatore della qualità della vita. E, tra tutte le arti, la pittura ha rappresentato l’immediata risposta del livello di civiltà raggiunto dall’uomo.

    Nel Veneto è sempre stata preminente la pittura; ed assieme alla pittura è fiorito il teatro, con la musica, il gusto della festa e della scenografia. Le ragioni di questa cultura visiva e gestuale così importante per la nostra civiltà non sono da ricercare in motivi di ordine sociale od economico, ma nel senso concreto della vita, delle cose presenti, che a Venezia e nel Veneto è sempre stato motivazione prioritaria.

    Ecco dunque la strada per capire questo pittore che ha radici molto profonde non solo con la sua terra, ma con la tradizione pittorica veneziana. La sua tavolozza è la tela stessa, e quel colore così fragile e puro ha la stessa valenza del suo gesto delicato e creativo sulla superficie. Incontro spontaneo di natura e spirito. Certamente arte, ma anche una lezione di civiltà, umanità, sensibilità.

  • Alberto Cristini, poeta dell’acquarello

    Alberto Cristini, poeta dell’acquarello

    Tra i giovani artisti del Polesine merita sicuramente un posto di tutto rispetto Alberto Cristini, classe 1960, una laurea in farmacia ed un’intensa, entusiasmante carriera agonistica nel campo del nuoto.

    Gli interessi del dott. Cristini sono quanto mai ampi e diversificati; vanno dal cinema alla musica, dall’arte allo sport.

    Alberto Cristini, che lavora dall’84 come informatore medico-scientifico per un’azienda farmaceutica, ha iniziato a dipingere diversi anni fa da autodidatta per poi frequentare i corsi dell’artista Frida Osti.

    I suoi esordi nella pittura vedono l’utilizzo della tecnica ad olio, tecnica che ha momentaneamente abbandonato a favore delle trasparenze eteree dell’acquarello, sempre contornate dal segno della china.

    Alberto Cristini porta avanti un discorso narrativo in termini di autentica pittura e si avvale con grande perizia dell’acquarello adatto alla sua purissima visione compositiva del reale, in una figurazione che si esprime con ritmi armonici e affascinanti.

    Cristini ha iniziato la sua attività pittorica con una collezione dedicata ai paesaggi: dagli angoli più suggestivi e pittoreschi di varie città italiane ed estere, dalla bellezza malinconica di palazzi, castelli, raffinati giardini è passato poi ai “rustici”, ai casolari solitari sparsi per il Polesine, agli interni di povere case coloniche che ci riportano alla mente l’antico Polesine cantato da poeti come Gino Piva e Rizzi. C’è l’incanto insuperabile di “ieri” in questi delicati acquarelli di Cristini che con il suo pennello ritrae anche gli angoli più caratteristici di Rovigo e della terra polesana, stempera emozioni ed interiorità, malinconie e solitudini, recuperando continuamente pathos e poesia, creando atmosfere intrise di dolcezza.

    Traspare sempre nelle opere del giovane artista rodigino la rara facoltà di sapere impregnare di seducente lirismo gli oggetti, i fiori, i paesaggi.

    Cristini è, in quest’ultimo periodo, poeta di rose, calle, ninfee, margherite con le quali compone un affresco luminoso e cangiante.

    Enrico Baj ha scritto: “…a nostro giudizio il mezzo più sensibile, meno costoso, meno complicato, più immediato per isolarsi dal rumoroso contesto di un mondo inquinato, per contemplare, per evadere, per calmarsi i nervi, è proprio l’atto di dipingere”. Parole che calzano a pennello con il bisogno di Cristini di praticare l’arte della meditazione. Dagli splenditi fiori dell’artista si riesce subito a leggere e ad intuire il legame intimo di Alberto con la Natura e soprattutto quel suo dialogo profondo con essa.

    Cristini ravvicina l’immagine dei suoi fiori fino a coglierla nella sua dimensione di primo piano, impreziosisce l’apporto cromatico, mai limitato al vedutismo di maniera della rappresentazione, ma offrendo, al contrario, colori creativi, nei quali la luce, l’emozione, il colore, giocano il ruolo della “pagina” letta attraverso il filtro della interiorizzazione dell’enunciato visivo.

    Che questo giovane pittore polesano sappia lavorare è indubbio, che sia un depositario del messaggio della natura che ama, perché la propone ogni qual volta affronta il colore, è altrettanto indubbio. Alberto non eccede mai, si affida ad una equilibrata strategia pittorica; è un artista attento alla disgregazione spirituale sempre più incalzante nel nostro tempo e pronto a stabilire una logica del mondo rappresentato.

    È l’identità di Alberto Cristini che si coglie dalle sue opere; un’identità capace di fondere il malinconico, reiterato rituale della quotidianità con i più intimi e sensibili aneliti di speranza.

  • Polenta sulle panare

    Polenta sulle panare

    A Villa d’Adige, la più popolosa delle frazioni badiesi, si è svolta dal 17 al 21 settembre, riscuotendo larghi consensi, la undicesima Sagra della Polenta.

    Gli studi condotti dal compianto Prof. Beggio sul mais e i ricordi ancora vivi di tanta gente del luogo sono stati propulsori della festa che vide la luce nel 1983 su iniziativa del Comitato Festeggiamenti paesano guidato dall’instancabile Angelo Brenzan tuttora attivissimo, all’interno dell’associazione, attualmente presieduta da Luigino Faccio.

    Nata senza clamori, la festa si è consolidata nel tempo come atteso appuntamento fisso tra le molte manifestazioni del Polesine e del Basso Veronese, col quale Villa d’Adige conserva ancora un legame strettissimo che affonda le sue radici nella storia.

    Il paese di Villa d’Adige, denominato fino all’Ottocento Villa Bona (come amano ancora chiamarla gli stessi abitanti) faceva parte della giurisdizione veronese e, a chi ha l’orecchio allenato alle parlate locali, salta evidente la somiglianza impressionante della cadenza villabonense con quella di Legnago e di tutta la Bassa; taglia poi la testa al toro il fatto di essere Villa d’Agide l’ultima e l’unica parrocchia polesana alle dipendenze della Curia vescovile di Verona.

    Rimanendo nei meandri della storia si raccoglie, radicata nella tradizione popolare del paesello, una narrazione di straordinaria importanza: nel lontano 1554 un certo Crivellente mise a dimora, primo in zona, alcuni semi di mais importati dall’America centrale, terra di origine della pianta, alimento di popolazioni di altissima civiltà come i Maya.

    Nei nuovi terreni, tenuti umidi dalle infiltrazioni dell’Adige, la pianta trovò il suo habitat ideale e la sua coltura si sviluppò esplosiva, andando in breve a costituire un caposaldo alimentare a basso costo sulla mensa della povera gente, che costituiva la grandissima parte della popolazione.

    Un plauso doveroso va quindi agli abitanti e agli animatori della fiera, per aver fatto girare sul carro della notorietà un borgo di 1200 anime altrimenti dimenticato fra le nebbie delle bassure e la mole degli incombenti argini dell’Adige. Un paese che si basa attualmente su di una economia variegata, oscillante dalla costruzione di mobili in serie, alle colture orticole, sfruttando il terreno molto simile a quello della più famosa Lusia.

    Sotto lo stand gastronomico, capace di 850 posti, al cui ingresso pendeva maestoso un enorme paiolo di rame, si sono potuti gustare piatti difficilmente realizzabili nelle abitazioni d’oggi, ma le cui ricette vengono proprio dalle tradizioni culinarie di un non lontano passato, quando le famiglie contadine erano molto numerose e certe leccornie si preparavano in ricorrenze particolari, onorandole con l’intera parentela riunita.

    Lasciando parlare le cifre, c’è da rimanere sbalorditi: sono stati consumati un quintale di baccalà “in pocio”, un quintale e mezzo di “musso” (spezzatino d’asino), padelloni su padelloni di frittura di pesce e, udite udite, 15, diconsi quindici, quintali di polenta novella presentata (c’era da dubitarne?) sulle “panarine” (assi circolari di legno con manico).

    Polenta sfusa, fumante, vera regina della festa. E siccome le regine non si vendono, ma caso mai si concedono, ecco che tutta la polenta portata alla Sagra di Villa d’Adige è stata graziosamente servita gratis… in “panara”.

    Ma la vera attrazione della sagra 1993 è stata la rievocazione del ciclo della polenta, ottenuta con l’ausilio di carri allegorici allestiti per la bisogna con attori e figuranti del luogo e macchine desuete, rimesse in moto dopo decenni con tanto amore e pazienza.

    La manifestazione è stata abilmente completata da idonei intermezzi locali con quei canti tipici che un tempo accompagnavano tutti i lavori campestri mentre le anziane contadine “le descarfojava” (cioè sfogliavano) separando la pannocchia dal cartoccio. Tra i vari cori, struggenti per chi ha vissuto dal vero quei lavori nel tempo andato, il popolarissimo: “Sior paron dale bele braghe bianche, fora le palache, ghemo finio de lavorar…”.

    Molto riuscita, tra le altre, la figura del capouomini, un cerbero scamiciato con tanto di “bagolina” (bastone senza corteccia), il cui compito era di far filare i contadini, pungolarli e, al bisogno, minacciandoli con la “bagolina”, por fine alle immancabili lamentele di chi si sentiva defraudato nel computo delle ore annotate col carboncino su un grande cartone da un contadinotto, sorvegliare che qualcuno di mano lesta non insaccasse il granoturco per conto proprio.

    Tutte le fasi sono state rispettate dopo l’accumulo delle pannocchie sul selciato. Ecco i macchinisti accelerare un Landini assordante e mettere in moto un vecchio sgranatoio rosso entro cui venivano gettate con le pale le pannocchie; e mentre da sotto la macchina usciva il rosso grano, lateralmente andavano ad accumularsi i “casteloni” (torsoli sgranati). Frattanto una nuvola di pula rossastra si alzava nell’aria serale andando a incipriare figuranti, macchine e spettatori eccitatissimi dallo spettacolo. Poi, sotto con le pale di legno a riempire lo “staro” (staio, misura di capacità) e quindi a versare il prodotto nei sacchi.

    Per maggior scrupolo è seguita anche la pesatura con la “stadiera” (stadera) sorretta tramite una stanga da due uomini, attorno ai quali saltellava l’onnipresente “mediatore de gran” che stabiliva i prezzi e bisticciava sul peso.

    Gli attori improvvisati si sono talmente immedesimati nella parte, che certe baruffe fra contadini sembravano vere, tant’è che spesso venivano alle mani o facevano volare gli zoccoli di legno che calzavano.

    Sull’ultimo carro che chiudeva la sfilata veniva cotta in capaci paioli di rame la polenta, rigirata dal braccio esperto di attempate contadine con l’ausilio della “mescola” (mestolo di legno).

    Ma non basta: a completare l’affollato carro contribuivano vari attori per altrettanti vecchi mestieri, quale “el moleta” (arrotino) che affilava falci e coltellacci; la lavandaia che, sbattendo su di un mastello in legno miseri cenci, spruzzava il pubblico divertito; il maniscalco che, azionando un mantice a carbonella, dopo aver fatto diventare incandescente il metallo, batteva sull’incudine con arte il martello fino a ricavare un ferro da cavallo; le massaie che azionando a mano “la gramola”, impastavano la farina per preparare il pane, e poi altri semplici mestieri dei tempi passati, tuttora radicati nella memoria di chi oggi ha più di quarant’anni.

    A rallegrare i presenti una tavola imbandita alla buona su cui campeggiava al centro un’enorme “polenta infasolà”; fette per tutti tagliate con un filo di refe, come da classico canone, poi ancora patate americane bollite, zuppa cotta e vino alla spina a volontà.

    Una rimpatriata, un ritorno al passato carico di ricordi e forse per qualcuno di rimpianti. Ma se per gli antichi mestieri un velo d’oblio si stenderà forse inesorabile, la polenta per forza di cose avrà un futuro: “la panza la ciama e magnar bisogna, …vegnà bacalà e musso, …la so morte la xe co la polenta!”.

  • I giorni della merla

    I giorni della merla

    A fine gennaio, e precisamente gli ultimi tre giorni del mese, è consuetudine che l’inverno soffi particolarmente con tutto il suo rigore, quasi a dare con forza il suo commiato prima della buona stagione.

    Sono, quelli, i giorni della merla.

    Che cosa c’entri la merla, è presto detto.

    È una storia un po’ vecchia, che affonda le radici nelle leggende popolari, e lontane tanto, che di questa storia si occuparono antichi scrittori italiani, a cominciare da Dante.

    Nel Purgatorio (XIII, vv. 122/123), la senese Sapia, gioiosa della sconfitta dei suoi concittadini annientati per opera dei Fiorentini a Colle Valdelsa, si rivolge a Dio, gridando:
    – “Ormai più non ti temo!”,
    come fe’ il merlo per poca bonaccia –

    Ne parlò anche Franco Sacchetti, il novelliere del Trecento (nov. 149); e ne fece cenno il Buti, a commento dei versi di Dante: “Questo è un uccello che teme molto lo freddo e mal tempo, e quando è mal tempo sta appiattato; e come ritorna lo bono tempo, esce fuora e par che faccia beffe di tutti gli altri, come si finge che dicesse ne la faula di cui composta: “Non ti temo, Domine, che uscito son dal verno!”.

    Nel Polesine, la storia si complica un po’, a dire di Gianantonio Cibotto, assumendo una nota di colore.

    In un suo elzeviro, lo scrittore di cose venete (Un certo Veneto, Marsilio ’91) narra di avere spolverato un vecchio quaderno di temi scolastici, che noi, approfittando della sua amicizia, riproduciamo, stralciando: “Tanti anni fa, i merli erano tutti bianchi. E lo sapevano anche! Tanto che una merla era piena di presunzione e di boria. Si credeva anche molto furba. Nel colmo dell’inverno, quando tutti si cercavano un rifugio, lei rimaneva all’aperto…

    – Vieni al riparo! – la chiamavano gli altri.

    – E perché? Si sta così bene! –

    – Ma è Gennaio, fa tanto freddo, c’è tanta neve! –

    – Io non sento freddo –

    – Ma è Gennaio! –

    – E basta con questo Gennaio. Non mi fa proprio paura! Adesso sta per andare via – …

    Ad un certo punto, Gennaio si stancò di quella merla presuntuosa e volle darle una bella lezione. I tre giorni che gli restavano erano più che sufficienti per scatenare un freddo mai sentito. In tre giorni ne fece di tutti i colori: tutta la neve, tutto il ghiaccio che potè trovare lo scaricò sul mondo che divenne una vera desolazione. Non si vedeva più nessuno, né uomini, né animali. E la merla? Eh, anche la merla questa volta aveva dovuto cercarsi un riparo, se non voleva morire dal freddo…

    Ma non trovò di meglio che infilarsi nel comignolo di un camino, in mezzo alla nera caligine prodotta dalla legna che quelli di casa bruciavano per scaldarsi.

    Addio penne bianche!… E sapete com’è: da quel giorno tutti i merli sono neri”.

    Meno poetico, ma più vicino alla realtà, il mio amico Lucio Verza, appassionato cultore del mondo naturale ed animale nostrano.

    I giorni della merla, per lui, sono i giorni in cui tanti merli ci lasciano le penne, altro che cambiarle di colore!

    Succede, infatti, che, fidando di certe giornate tiepide di Gennaio che sembrano preludere alla nuova stagione, alcuni uccelli, ed anche insetti (farfalle, in particolare) sprecano le loro ultime riserve di energia nel cercare l’alimentazione, che invece non trovano perché è ancora prematuro. Sicché, quando a fine gennaio soffia il vento gelido del maestrale, che reca di nuovo i ghiacci, queste sfortunate creature soccombono.

    Di questa realtà, secondo la quale gli incauti periscono, rimane traccia anche nella parlata locale.

    Ancor oggi, quando si parla ad uno sprovveduto, da noi si dice, in maniera poco lusinghiera: “A te sì on merlo!”, per non dirgli che è un “mona”, il che ci pare eccessivo.

  • Notte, felice notte

    Notte, felice notte

    Un tempo nelle campagne, durante il periodo natalizio, era usanza ’ndare ala zzerca, cantando o recitando un saluto augurale.

    Gruppi di mendicanti, ma più spesso squadre di giovani buontemponi, giravano per le strade fermandosi alla porta di abitazioni e non desistevano dalle loro esibizioni canore se prima non ricevevano qualche dono, spesso rappresentato da generi mangerecci. Un carattere tutto speciale assumono le cantilene dette della Ciarastela eseguite da gruppi di fanciulli in corteo preceduti dalla stella dei Re Magi.

    Secondo quanto ci riferisce lo studioso Cornoldi, nel medio ed alto Polesine questa usanza scompare dopo la prima guerra mondiale, tanto che era quasi dimenticata dalle persone anziane, allorché venne ripresa verso il 1946, segnando così un interessante caso di riviviscenza.

    Le cantilene della Ciarastela presentavano varianti legate alle tradizioni e alle culture locali. Per l’area polesana si propone il canto più diffuso e ancora oggi ricostruibile nei versi tramandatici oralmente dai nostri “veci”.

    “Notte, felice notte / E nel più chiaro, che sia nel mondo, / per vedere la luce attorno / la ciarastela. / O Regina o Madre bela, / e perché tutto il mondo regge, / c’è un pastor che ci protegge: / Giuseppe Santo. / E ascoltème mi che canto, / e ascoltè le mie parole: / che la luna incontra il sole, / la terra splende. / C’è un angelo che scende; / e scende scende a una capanna, / grideremo tutti osanna / la gloria al cielo. / Ascoltate il mio Vangelo, / e il Vangelo dei Re Magi, / e i Re Magi che vien da Oriente; / che xe qua il Signor presente / per il peccato / il peccato peccatorum / e per le Feste e l’Epifania / o Signori la buona notte / che andiamo via.

    La “vecia canta” da un paio d’anni viene riproposta nel periodo di Natale da un gruppo di cantori solito a rispolverare le antiche tradizioni polesane.

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