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Archivi: Articoli d’archivio

  • La Miazza

    La Miazza

    La vigilia di Natale, scriveva Pio Mazzucchi nel 1890, “non bisogna mancare d’imbandire pel desinare un singolare pasticcio composto di farina gialla e intrisa con acqua bollente, in cui gettansi in copia melassa, zucchero, pinocchi, uva passa, e cotto in padella a lento fuoco: pasticcio che, sotto forma di stiacciata fritta, assume il nome volgare di smegiaza e, riesce più o meno gustoso, a seconda della qualità degli ingredienti specie dell’olio usato nella cottura, che il più delle volte è quello dell’infimo prezzo. A tali ghiottonerie, che tutti i membri della famiglia si pappano in buona pace, con un’avidità degna del Conte Ugolino, e che i fanciulli attendono da qualche tempo, e seguitano a parlarne per più giorni, dovrebbe succedere qualche pezzo di zucca, raccolto talvolta nel piccolo orticello di famiglia: regalo, tal’altra, del padrone di casa o di bottega, o d’un vicino benestante” (1).

    Gli fa eco dal Basso Polesine, Benedetto Morinelli, studioso dei costumi del Delta: “Come dolce veniva presentata la smegiassa: una torta preparata con polenta, zucca, pinoli e uva secca, cotta sotto la cenere; e poi come rarità venivano distribuiti i mandarini di Sicilia” (2).

    La miaza, miassa, meassas, smiaza, smiassa, megiaza, smegiassa, meiaza, smejassa, in tutte le località, paesi e famiglie polesane, era il piatto rituale che compariva, ambito e desiderato, durante il pranzo serale della vigilia, come è documentato anche nel volume “Il piatto, il fuoco, la parola”, in cui la pinza natalizia compare nelle versioni di Castelnovo Bariano, Papozze e Porto Tolle. Naturalmente non è possibile codificare schematicamente il piatto, mutevole e multiforme, come lo sono d’altra parte la tradizione popolare e la cucina povera, costretta e capace di accogliere le risorse dell’ambiente, di plasmarle, manipolarle e rielaborarle in modo del tutto autonomo e soggettivo secondo misteriose, secolari e instabili alchimie influenzate dalla storia, dalle culture e dalle religioni.

    Nella miazza, come riferiscono gli informatori, la base era costituita da farina di mais, prevalentemente gialla, almeno sino ai primi decenni del ’900, con l’aggiunta di zucca, di patate dolci, di castagnaccio, oppure fior di farina per renderla meno grezza alla vista e al gusto. Vi era poi tutta una serie di ingredienti di contorno ad libitum in relazione alle disponibilità della dispensa familiare: uvetta, pinoli, fichi secchi, canditi, scorza e succo di limone, pere o mele. Come dolcificante veniva impiegata comunemente la melassa, mentre i più abbienti potevano contare sullo zucchero ed eventualmente su aromi speziati, quali la cannella.

    Recentemente son venuto a conoscenza di una versione di Ariano Polesine, riferitami dalla signora Alves Mantovani, che pur presentando gli ingredienti noti, m’ha incuriosito per un’ulteriore accezione, mlasso, e per il sistema di cottura diverso da quello classico sul suolo, ròla, del focolare con una modalità simile a quella documentata da Pio Mazzucchi.

    Racconta dunque l’informatrice: “Io ho imparato a far da mangiare da mia nonna perché la mamma non era molto portata per la cucina. Abitavo alla Calà di Catti, vicino al Po, e per fare da mangiare andavamo ad attingere l’acqua al fiume. E così per tutte le necessità della casa. Allora l’acqua del Po non era come adesso… (3). Per el mlasso della vigilia facevo la polenta gialla o bianca (4), la rovesciavo sul tavoliere e quando era tiepida aggiungevo uvetta, fichi secchi tagliati in pezzetti, limone grattugiato e melassa. Impastavo ben bene e poi stendevo nella padella dopo aver versato mezzo bicchiere di olio. Poi prendevo alcune belle spalettate di braci, le sistemavo perché il calore fosse uniforme, sopra le braci aggiustavo il treppiede, vi posavo la padella col mlasso e ricoprivo con al cuèrcio. E infine sopra poi braci e cenere. In un’ora e mezza era pronta. Una volta in tavola, in un attimo era già sparita, a la fasivin fóra in t’un fia’ (5). Non c’era da voltarsi indietro perché, come dicevano? Ah sì, Mlichìn l’è mort’ a d’ fam’, Sbrudgón l’è grass’ dur” (6).

    Un metodo siffatto per cuocer torte è abbondantemente documentato nei trattati gastronomici: nei ricettari si accenna a testi e a suoli di pietra e di rame, e a tortiere che venivano ricoperte di burro o di strutto (7) più o meno abbondantemente a seconda dello scopo che il cuoco desiderava ottenere. Padelle tortiere ed antiani venivano posti sopra i suoli, sopra i treppiedi e il tutto veniva racchiuso dal testo con “foco sopra e sotto” (8).

    Con il medesimo impasto del mlasso si acconciavano indifferentemente anche i tortelli: “Erano il fritto natalizio di mia suocera. Usava farina di frumentone, zucca, patate dolci, uvetta e melassa. Impastava, racchiudeva nella sua sfoglia piegata a mo’ di triangolo, e poi li friggeva nello strutto bollente” (9).

    Oppure le frittelle, che spesso anticipavano l’apoteosi carnevalesca: “Mia mamma, il giorno prima preparava il suo pastone in una pentola capace perché la vigilia non si doveva lavorare… Farina di castagna, fichi, uvetta, succo e scorza di limone, e melassa. Il giorno precedente il Natale verso l’imbrunire cominciava a friggere. C’era me fradèlo che si tirava lì vicino alla padella, ch’el ghe tacava tanto sule fritèle de mlasso, gli piacevano molto… ’L’ièra un magnàr da strupià, una leccornia assai ghiotta. Frisi e magna, frisi e magna e fógo morto come ’n t’la fòla… La mamma quasi non era capace di dargli il giro. E diceva: “La rancura l’è bòna ma l’avantaso l’è mèio!”. E giù a friggere. Poi andavamo a letto contenti perché il giorno dopo era grande festa. Infatti per Natale acquistavamo mezza bossetina di mistrà e una damigiana di vino, perché se il vino non compariva sulla tavola non sembrava Natale. Poi, a dire la verità, ce lo facevamo bastare fino a Carnevale…

    E mio nonno, che faceva il bovaio, quando alle tre del mattino si alzava per andare in stalla, prima si versava lui un bicchierino di mistral e poi saliva lentamente le scale, gradino dopo gradino, dicendo: “Se ti bevo, ti bevo, se non ti bevo, ti mangio…”. Arrivava in camera da noi fiòle con la bottiglia in una mano e il bicchierino pieno nell’altra. “Se ti bevo, ti bevo, se non ti bevo, ti mangio”. E beveva.

    Quindi ne dava un goccino anche a noi: Tulì, le me putine, è Buon Natale istamatina. Oggi è Buon Natale! E faceva il giro per tutte le stanze. Io ero bambina, ma ancora mi par di sentire la voce del nonno, caro dal Segnóre, che dice: “Sa te bevo, te bevo, sa n’ te bevo, te magno…” (10).

    Impropriamente si ritiene che il termine miazza derivi da melassa: in realtà l’origine è da migliaccio, una torta documentabile fin dal 1500, alla cui base stavano sangue di maiale e farina di miglio (11), uno dei cosiddetti cereali minori che, assieme alla melega, era ampiamente coltivato nelle campagne polesane, disponibile soprattutto per i rustici, in contrapposizione al frumento adatto alle persone civili, ai nobili e ai dotti. In seguito all’introduzione del mais e alla sua rapida diffusione, miglio e melega, ma anche orzo e segala, quasi scomparvero, tanto che il migliaccio finì per accogliere la farina di granturco, integrata dalle zucche, dalla farina di castagna, da mele o pere, comunque da prodotti divenuti succedanei ai grani minori.

    Ma seguendo un destino comune a tante altre vivande, il migliaccio, con opportune aggiunte di spezie e soprattutto la sostituzione del miglio col bianco frumento, poteva salire alla mensa aristocratica; compare infatti nel trattato di Cristoforo Messisbugo nelle ricette “A fare un migliaccio bianco di grandezza d’una sfogliata”, “a fare uno migliaccio rosso” (12), e in quello di Bartolomeo Scappi, “Per fare una torta di sangue di Porco, domestico, dal vulgo detta migliaccio”, “Per fare un’altra torta di sangue di Porco, dal vulgo detta migliaccio” (13). Da come viene descritto, ne risulta un composto, per noi ora immangiabile, nel quale sangue e fior di farina erano misticati con formaggio, lardo, latte, uvetta, noce moscata, cannella, pepe, zenzero, zucchero, semi di finocchio, anici, mandorle e altro ancora.

    Con il tramonto della greve, opprimente, dispeptica e uricemica cucina rinascimentale, anche il migliaccio, travolto dal nuovo gusto, cambiò la sua essenza perdendo per strada oltre al miglio, anche il sangue di maiale.

    Così risulta nel ricettario rodigino del cuoco Giacomo Basso, ai primi dell’Ottocento: “Per fare una smiazza di Farina Gialla P. Torta – Pigliate due mezzetti (14) di farina Gialla che sia tamisatta con tamiso finissimo; ponetevi sale fino, e frutti cioè peri e pomi tagliati in fette passatti al forno con buttiro L. 6 in carrozzella, e si impasta la farina con latte fresco che venga tenerata e ponetevi Zuchero, e vaniglia e Cedrini tridi, e cosinatela in ontiano, e pontevi pegnolli tridi finissimi ò sia pasta di mandorle uva spagna bulita, e ben suta che tutto, è aproposito per farla milliore” (15).

    Mi pare che miazza, alla luce della sua lenta e faticosa storia, scritta e orale, abbia maturato nel corso del tempo tutti i titoli per entrare a pieno diritto nella cucina tradizionale polesana perché risponde ai due requisiti che ritengo indispensabili per la tipicità, quelli cioè di essere piatto povero e rituale. Non possono infatti divenire cibi di identità etnica se non quelli che provengono dalla cucina povera, attanagliata dai morsi della fame, e ferocemente abbarbicata ai prodotti dei fiumi, delle valli, dei pascoli, dei campi strappati alle paludi e alle selve. Inoltre quella povera era essenzialmente una cucina che non comunicava, “magna e tasi”, e si compiva nel buio delle cucine affumate; una cucina le cui ricette si tramandavano per gesti, per monosillabi, per imitazione, al contrario della cucina del palazzo, che pur essendo scienza riservata, selettiva, ed elitaria, voleva che il cuoco sapesse descrivere e vantare le proprie creazioni perché, affermava il marchese Vincenzo Tanara, “s’avera molto nell’arte del mangiare che le cose nuove piaccono siccome molti mangiano con l’orecchio; onde […] la miglior vivanda che si faccia nell’arte culinaria sia l’arroganza, cioè quella che, con più ampie parole è esaltata” (16).

    Ed era una cucina rituale, quella popolare, articolata e scandita dal sole e dalla luna, dalla vita e dalla morte, dal mutare delle stagioni, dai campi che divenivano turgidi e dal grano che piegava lo stelo reclino, dalle nascite, dai battesimi, dai matrimoni… Una cucina che, paventando la morte del sole, scongiurava il terrore della tenebra sempiterna accendendo lo zocco natalizio e cercava di ripristinare il vigore ai corpi invecchiati e timorosi del tempo inesorabile, assumendo il sangue del porco più bello. Così i giorni si sarebbero fermati e ci sarebbe stato tempo per un’altra vigilia da trascorrere nell’attesa di una nuova Chiarastella: “Noi, signori ve ringrassiémo dela vostra onesta bontà e nantro ano ritornarémo se sirémo in società”. E così ogni volta, e per l’anno a venire, e per quello dopo ancora, poter riprendere il canto là dove si perde l’ultima nota. Se sirémo in società…, appunto.

  • Pichemo Carnoale!

    Pichemo Carnoale!

    Dalle nostre parti era tradizione, il martedì grasso o l’ultimo giorno di carnevale, di impiccare sulla pubblica piazza, senza istruttoria e senza processo, il grassone ’Carnoale’, colpevole di aver dissipato il tempo privilegiando la crapula e la gioia di vivere. Alla presenza della gente variopinta e vociante, tirava la corda sempre una vecchiaccia ossuta ed allampanata che impersonava la quaresima, che così ristabiliva le regole e richiamava il popolo all’operosità, al silenzio e alla penitenza, imponendo l’astinenza ed il digiuno in espiazione di tale dissolutezza.

    Questo avvenimento non portava tristezza, anzi scatenava di più la gioia, e la festa assumeva a volte il tono di vero e proprio baccanale. “Picare Carnoale” divenne per lungo tempo, e lo è tutt’ora, frase idiomatica per definire una smodata allegria, un’euforia indescrivibile, quasi che l’esecuzione del grassone fosse il segnale per dar fondo alle ultime risorse e spendere gli ultimi spiccioli di fantasia e di spensieratezza prima del silenzio ormai imminente.

    “Carnoale!. Carnoale?. E chi èlo ’sto Carnoale?”.

    Sembra che la sua origine risalga al basso latino Carne(m)laxare ( ridurre, diminuire la carne per la quaresima) da cui ci proviene il nostro antico Carne levare e l’antico veneziano Carne levar, attraverso una forma di assimilazione che porta alla formazione di Carnelevale, per una successiva sincope nell’ italiano Carne(le)vale ed il nostro Carnoale.

    Secondo il Migliorini/Duro l’italiano Carnelevare era riferito in origine al banchetto di addio alla carne che si celebrava la sera precedente al mercoledì delle ceneri.

    Sopporti il gentile lettore l’erudita digressione, per altro necessaria per capire questo fenomeno del folklore.

    In queste note, necessariamente succinte per la tirannia dello spazio, vogliamo tuttavia puntualizzare alcune peculiarità del Carnevale che si celebrava nel Polesine, rispetto agli altri analoghi di altre città dello stesso Veneto.

    Il Carnevale di Venezia era un fenomeno sociale, caratterizzato quasi dall’obbligo di andare in maschera, specialmente avvertito dalla classe borghese e nobile.

    Quello polesano era un carnevale prettamente rurale e contadino, a volte celebrato (è il caso proprio di dirlo) fuorimano, tra amici e conoscenti o sull’aia della ’corte’ padronale o nel breve tratto della piazza paesana o del sagrato della chiesa. La festa delle feste si accendeva ovunque di grandi balli sul ’paviolo’ (la pista da ballo all’aperto) o sull’aia dove improvvisati sonatori strimpellavano come potevano una fisarmonica o una chitarra e, quando era possibile, un violino e si consumava insieme quanto ognuno aveva portato da casa (quel che poteva) e che metteva a disposizione di tutti. La festa riusciva meglio se interveniva anche Bonbasin, il quale in quei giorni andava in tournée di festa in festa, accolto con allegria ovunque (A gh’è el Bonbasin, daghe da bevare, daghe da bevare!).

    Non è un fenomeno collettivo, come oggi, con spostamenti di folle da un posto all’altro o, meglio, lo è se prendiamo in cosiderazione il tempo (quello di carnevale) ed il motivo (il pretesto per tralasciare la vita di stenti e di lavoro di tutto un anno); per il resto il Carnevale è una specie di contenitore nel quale in qualche angolo qualcuno fa festa. Per questo riveste anche il carattere di un rito di gioia per il ritorno della nuova stagione, per il ritorno della primavera, attesa iniziata addirittura prima di Natale. L’aspetto collettivo ed il significato del mettersi in maschera, caso mai, appartiene al momento della “Mascarada” di cui accenneremo tra poco, altro momento del Carnevale.

    L’origine della Mascarada va fatta risalire ai culti animistici, legati al cambiamento delle stagioni, così vi si riscontrano elementi della tradizione greca e romana (saturnali, lupercali, riti bacchici, priapei…) che successivamente sono stati nobilitati e orientati nella tradizione cristiana, dove furono accolti dando loro un significato meno orgiastico.

    Eppure una buona componente orgiastica continuò a persistere nella maschera tipica del Polesine, el Bonbasin, di cui abbiamo già parlato (vedasi Ventaglio n. 7). Sarebbe interessante poter soffermarci di più su questo aspetto del Carnevale polesano e tuttavia ci limiteremo soltanto ad alcune osservazioni.

    Nella festa carnascialesca polesana continuano a persistere tutti i rapporti gerarchici, i privilegi, le regole ed i tabù in cui si articola la società dei mortali, contro altre realtà dove, almeno per un giorno, tutto è stravolto nei ruoli e nelle funzioni. L’organizzazione sociale e la cultura popolare restano distinte, i ruoli non si frammischiano; nella gioia sfrenata, le regole si allentano, sia pure di poco, la vita di relazione diventa più sopportabile, si rompono certi schemi; tutto sembra diventare “on balar de carnoale” cioè più facile, risibile, meno drammatico di quanto non sia per tutto il restante periodo dell’anno; si manifesta con attività e movimenti, caratterizzati da dinamismo e variazioni del tempo e dello spazio che sopravvissero fino a qualche tempo fa, schiacciati poi dall’impatto con i fenomeni dell’industrializzazione, della laicizzazione e dell’emigrazione interna di questo ultimo scorcio di secolo.

    Bonbasin, Morosin, Magnaomani, Morto ca Porta el Vivo, Vecio Fredo, Babao non sono maschere, cioè caratteri in senso goldoniano, come non sono personaggi specifici che appartengo al nostro carnevale. Sono creazioni della fantasia del popolo che valgono tutto il tempo dell’anno; sono idee, immagini materializzate dalle aspettative di un popolo di contadini privati di tutto fuorché della possibilità di fare dell’autoironia e di ridersi addosso. Sono degli stereotipi di aspirazioni collettive. E in questo, forse, si può parlare in qualche modo di stravolgimento della realtà.

    Bonbasin aspira al perpetuo divertimento; Morosin vuole apparire migliore di ciò che è; Magnaomani è uno spaccone gradasso, ma fondamentalmente un vigliacco; Morto ca Porta el Vivo, l’aspirazione al rinnovamento; Vecio Fredo e Babao come Anzolo Puega sono delle astrazioni (il questuante, il timido e il servizievole per interesse).

    Più che al mondo del carnevale vero e proprio appartengono al mondo delle “mascarade” (feste in maschera) dove la maschera carnevalesca non serve a celare il volto per non essere riconosciuti (non ha senso nascondersi per non farsi riconoscere in gruppi o comunità dove ci si conosce a menadito da generazioni). La maschera non dissimula né afferma una nuova condizione dell’esistere. Assieme al travestimento diventa un elemento magico, di esorcizzazione collettiva.

    Chi ha mai visto Babao? Si sa che vive nei posti più nascosti; si pensa terribile e ghignante, pronto ad afferrarti e a stritolarti. In altri tempi, data questa sua evanescenza immanente, si sarebbe detto la personificazione del Potere che domina e travolge. In verità, se esiste, deve essere un povero diavolo che si nasconde per la paura che l’attanaglia, buono solo per mettere timore nei bambini per farli stare lontani dai luoghi pericolosi. Esorcizza la paura.

    E Vecio Fredo? Un essere che preannuncia la sua visita per tempo, per poter lucrare per primo un Bonano. “Sior paron, son vegnù a gurarve el bonano co la bona salute, coi boni bocun, co i boni capun”. Anche lui esorcizza la povertà e la fame.

    Andare in maschera, partecipare alla sfilata (’fare la mascarada’) perciò non è un gioco o un passatempo per modificare ruoli e funzioni, come ad esempio a Venezia; al contrario è vivere un momento trasgressivo dentro la propria realtà vista però da un altro punto di osservazione, oseremmo dire, per cercare la solidarietà di forze sconosciute, indifferenti alle sorti umane. Il mondo contadino è un mondo dove il rapporto di solidarietà è fortissimo, come lo è quello della condivisione e della partecipazione.

    Morto il mondo e la cultura contadina, è morto anche Carnevale. Il grassone è stato definitivamente giustiziato.

    Quello di oggi è una festa delle vanità, un pretesto commercializzato dalle sponsorizzazioni, dagli interessi, a volte enormi, che lo sostengono, dalle lotterie nazionali che ne sviliscono il significato. Non è il “Carnoale” della tradizione, ma una carnevalata, certamente, solo una carnevalata!

  • I soprannomi di Trecenta

    I soprannomi di Trecenta

    Nelle piccole comunità si era soliti indicare l’identità dei componenti con soprannomi che trovavano origine da varie motivazioni: difetti fisici, qualità morali, attività svolte o altre occasioni.

    Luciano Monaco, nel corso di ricerche sul fenomeno dei parti plurimi nei secoli passati, ha avuto modo di consultare numerosi libri canonici nelle parrocchie del medio ed alto Polesine.

    Nell’archivio parrocchiale di S. Giorgio, a Trecenta, ha reperito diverse liste di soprannomi di cittadini del comune altopolesano, liste che coprono un arco di tempo compreso tra il 1585 e il 1708 (L. Monaco, Soprannomi a Trecenta dal 1585 al 1708, R. Emilia, 1986).

    La pratica di creare soprannomi, diffusissima nell’epoca romana e proseguita nel Medio Evo, è continuata anche nei secoli successivi. Secondo Monaco i cognomi stessi traggono origine dai soprannomi assurti, nel tempo, a dignità di cognome con l’uso continuato e consuetudinario.

    Altra osservazione significativa che Monaco evidenzia è il rapporto tra fioritura dei soprannomi e consistenza numerica della popolazione perché, “formandosi su peculiari caratteri personali, dove la gente è più numerosa è naturale che quei caratteri o fisici o morali che si notano in un individuo possano riscontrarsi in un maggior numero di persone. In questo modo la singolarità del motivo del soprannome si perde e con quello anche la ragione stessa della sua formazione”.

    La popolazione di Trecenta, nel periodo considerato, variava dai 1.400 ai 2.400 abitanti: l’esiguità demografica facilitava, dunque, la fioritura dei soprannomi (che Monaco chiama surcognomi, riferendosi tali appellativi, più propriamente, ai cognomi che non ai nomi delle persone).

    Ma vediamo più da vicino questi surcognomi.

    Alcuni derivano da deformazioni dialettali dei cognomi come Gustinello (Agostinello), Zemello (Gemello), Zugno (Giugno).

    Diffusa è l’abitudine di creare soprannomi da una condizione sociale, dallo stato di un individuo o da un mestiere: è così per Incontro soprannominato Galeotto, per Bagnolato (Pegnatino), Brognara (Pajarin), Baratella (Scarparino), Ghiotto (Scarparin), Gianella (Stagnan), Onorello (Boaretto), Avanzi (Pintapalo), Gallan (Cavallaro). Ma anche, a nostro avviso, per Brusco soprannominato Fantino, termine che, con voce disusata (Fantin), indicava il cursore, per Polo (Bottarin), Sartin (Caporale), Boldrin (Risaro), Panciera (Crivellin, nel senso di vagliatore o costruttore di crivelli, di vagli), Franciosi (Stevanin, forse da steve, pedale costruito dai calzolai), Orlandi (Balzan, da balzo, legaccio di paglia o di corda usato per legare i covoni), Milani (Pistarollo, da pistarolo, termine con cui si indicavano alcuni arnesi da cucina come il tagliere per il lardo o il pestello del mortaio o anche la “pestarola” per la carne di maiale).

    Un’altra categoria, di facile interpretazione, è quella dei soprannomi derivanti dal luogo d’origine della famiglia: Minghini (Lusio), Pasqualin (Veronese), Raimondi (Cremona), Melara (Todesco).

    Una categoria numerosa è quella dei soprannomi derivanti da caratteristiche o difetti fisici, da qualità morali, da atteggiamenti comportamentali; vediamone alcuni: Agostinello e Bulbarello sono soprannominati Cucolo, Boscardi, per le dimensioni del capo o per una riconosciuta cocciutaggine diventa Maiton, Carnevale (Surdo), Colognese (Moro), Ferrarese (Pampano che nel linguaggio gergale equivale a babbeo, sciocco e simili), diversi Furigato, probabilmente non proprio “in carne”, prendono soprannomi come Fausto, Scaia, Scain, Ghinato (Pipin), Incontro e Sandrello (Galletto), Maestro (Piocchio), i Modona portano per generazioni i bei soprannomi di Cagotto e Corezuolo, Pozzan (Malacoa), Ventura (Pedcan), Piccolo (Bazan, di norma riferito ai bovini nel duplice significato di biondo o di bastardo).

    E che dire degli Agostinello e dei Trambaiolo che, alla fine del 1600, si vedono affibbiato il bel soprannome di Musso? E di Pecenin che diventa, tout-court, Salame?

    Per certi soprannomi è arduo dare una interpretazione, per altri l’interpretazione può essere intuita o comunque tentata per analogia, facendo ricorso anche al lavoro di Pio Mazzucchi, Dizionario Polesano-Italiano pubblicato a Rovigo nel 1907.

    È il caso di Muraro soprannominato Rampin (uncino: nel traslato capzioso, cavilloso), di Nale che, per essere soprannominato Rancura, doveva essere un tipo piuttosto sollecito o portato, forse, a ripetere continuamente la stessa espressione, di Priviato soprannominato Bao, termine con cui si indicava un mostro immaginario per incutere timore ai bambini (con lo stesso termine, ma non ci sembra questa l’origine del soprannome, si indicava anche un insetto, un “vermicciuolo” come scrive Mazzucchi); Zanetti soprannominato Tognotogno, da togno che nel linguaggio gergale significava balordo, babbeo; Ghirardo che diventa Dandaro presumibilmente dal verbo dandarare, riferito ai fanciulli o agli animali domestici nel significato di girandolare.

    Un ramo dei Peccenin, soprannominati Chioccolin, doveva aver avuto qualcuno in famiglia uso a fischiettare, potendo derivare il soprannome dal verbo “chioccolare” che significa emettere fischi brevi come i fringuelli e i merli; ma sembra più verosimile attribuire il soprannome Chioccolin all’abitudine, invalsa tra i Peccenin, ad alzare il gomito. L’ipotesi non è priva di fondamento se poniamo mente al fatto che l’osteria “Al Brindisi” di Ferrara – la più antica d’Italia, famosa già nel 1435 – era nota un tempo con il nome di “Chiuchiolino” (da “ciuc”, ubriaco) per le sbornie che si prendevano tra le sue mura.

    Di un certo interesse sono alcuni soprannomi attribuiti secoli fa e che hanno resistito fino ai giorni nostri: è il caso di Zenarello, soprannome attribuito alla fine del 1600 ai Quaiotto, o di Pistarollo attribuito ad un ramo dei Milani nella seconda metà del ’600, di Baldon soprannome attribuito ai Mori alla fine del 1500 o di Crivellin attribuito a fine ’500 a Panciera (Panziera), un ramo dei quali veniva così soprannominato in località Berguerina ancora negli anni ’60.

    Significativo è pure il fenomeno dello scambio del soprannome con il cognome: se nella seconda metà del ’600 i Casari (da caciaio, produttore di cacio, formaggio) venivano soprannominati Trambajolo, nella prima metà di questo secolo Trambaioli è diventato cognome e Casaro/Casari un soprannome.

    Frequente il doppio uso anche per Chiereghin-Rossin, Fonso-Roveron, Lazaro-Roncon, Pasqualin-Veronese.

    I soprannomi derivano, talvolta, da cognomi di mogli o di parenti e affini di condizioni economica superiore, oppure da datori di lavoro.

    Luciano Monaco sottolinea, infine, che nessuno dei soprannomi rilevati a Trecenta coincide con quelli osservati a Salvaterra e a Fratta; a conferma che i soprannomi fioriscono nel mondo chiuso delle piccole comunità e che tendono ad individuare ed evidenziare le singolarità di particolari caratteri personali.

  • Nessuno dormì quella notte

    Nessuno dormì quella notte

    Già gli alberi si erano adornati del loro vestito nuovo e ogni coppia di uccelli e animali selvatici lavorava alacremente alla costruzione di nidi e nuove tane, onde accogliere i piccoli che stavano per nascere. Per loro nulla era più cambiato dalla creazione del mondo, salutavano con straordinaria gioiosità l’arrivo della Primavera, recitando la parte loro assegnata da Madre Natura.

    Ma per gli uomini, per i nostri padri e nonni, quello era uno dei momenti più terribili della loro storia: era la fine d’aprile del 1945, un’immane tragedia volgeva all’epilogo consumando, nei bagliori foschi della morte, le sue ultime sinistre lingue di fuoco.

    Dopo cinque anni di logorante guerra su tutti i teatri del globo, la potenza germanica era entrata in agonia; i suoi eserciti in rotta risalivano la penisola italiana lasciando dietro di sé una scia orribile di sangue e di lutti. Gli alleati li incalzavano d’appresso costringendoli ad abbandonare, nella fuga disordinata, gli orrendi strumenti di morte coi quali avevano baldanzosamente e spietatamente soggiogato popoli e nazioni.

    La notte del 24 aprile nessuno dormì nel proprio letto; nella zona che va da Rovigo a Legnago, tutti si erano precipitati nei rifugi costruiti alla bell’e meglio aspettando, rannicchiati, che la furia degli uomini servi del Moloch della guerra si acquetasse, pregando che quella fosse l’ultima notte di terrore.

    Forzato il Po in più punti con i mezzi anfibi e i ponti di barche, gli alleati della 2ª Div. neozelandese, dell’8ª indiana, della Div. 88ª e 91ª americane, avanzarono nella piatta pianura fino al Canal Bianco e oltre, mentre dal cielo l’aviazione martellava le colonne in fuga della Wehrmacht, facendo altresì saltare tutti i ponti sull’Adige onde bloccarne la ritirata. Facendo inevitabili vittime ignare, crollarono i ponti di Legnago, Badia, Ca’ Morosini e Rovigo. I tedeschi, vistisi in trappola, usarono ogni mezzo per attraversare il grande Adige gonfio per la piena primaverile.

    Essendo l’esercito tedesco una forza guerriera con radicata mentalità di terra, era fatale che i suoi uomini perdessero la bussola di fronte all’acqua; in più erano ossessionati dalla paura di cadere prigionieri, fatto di per se stesso vergognoso, e temevano di essere consegnati ai Russi per divenire vittime del gelo siberiano.

    Razziate le poche barche disponibili, i più fortunati superarono le acque, gli altri cercarono di traghettare con botti vuote fatte rotolar fuori dalle cantine, con assi di legno, con la “mesa” (madia per il pane), perfino con i “corghi” (cesto rotondo di vimini per pulcini). Pochi riuscirono nell’impari impresa, e il grande Adige trascinò miseramente nei suoi gorghi la migliore gioventù teutonica, schiava di un uomo e della sua diabolica volontà sterminatrice.

    Nonno Domenico camminava nervosamente su e giù quella notte sugli argini dell’Adigetto; aveva rifiutato di scendere nel rifugio opponendo le sue filosofiche ragioni: “Bravi… fela pura voaltri la fine del sorze!”, ed in compagnia di altri anziani osservava i bagliori nel cielo di quella notte da tragenda.

    Non riusciva a capacitarsi di come facessero quei proiettili micidiali, sparati dall’artiglieria americana appostata da Paolino di Pincara, a volare sibilando sopra le cime degli alberi, per andare a schiantarsi sulla linea dell’Adige: “Senti senti – andava dicendo agli altri – i va a cento” (vanno velocissimi).

    Quelle bombe volanti mugghiando portavano la morte; ma lui, figlio di un’altra epoca in cui il nemico prima di sgozzarlo lo si guardava fisso negli occhi, lo trovava poco cavalleresco, troppo disumano.

    Come giunse il mattino del 25 Aprile, le pance dei carri armati alleati spuntarono in tutta la loro possanza scavalcando la linea ferroviaria Legnago-Rovigo; poi, saliti sugli argini dell’Adigetto, si portarono a Badia dove sarebbe stato gettato un ponte di barche, necessario al prosieguo dell’offensiva.

    All’arrivo delle truppe americane e neozelandesi, le donne, in preda ad un moto irrefrenabile e convulso, strapparono letteralmente le lenzuola bianche dai letti, per andarle a sventolare in segno di giubilo al passaggio dell’esercito vincitore, mentre i ragazzi riempirono le strade correndo appresso ai carri armati, prendendo al volo tavolette di cioccolata (e chi l’aveva mai vista?) loro lanciate dai carristi.

    In quella notte tremenda, sulla strada che collega Ramodipalo con Canda, gli artificieri tedeschi fecero brillare tutti gli enormi depositi di munizioni che giacevano ai lati della via. Non vi fu alcuna vittima, e le genti attribuirono il prodigio all’intervento miracoloso della Vergine venerata nell’oratorio dei Cuori dato che tale edificio religioso resistette indenne alle potenti deflagrazioni.

    A ricordo di quei fatti, ogni anno il 25 Aprile le popolazioni delle parrocchie limitrofe si ritrovano all’Oratorio dei Cuori per assistere a celebrazioni religiose in suffragio dei defunti della guerra ed in ringraziamento dello scampato pericolo; una manifestazione che si ripete anche oggi che la chiesetta dei Cuori rimane quasi soffocata dalla costruzione della superstrada per Verona.

    Nella nostra provincia, assieme ai fatti luttuosi, tipo il bombardamento di Lusia o i martiri di Villamarzana, trovarono spazio anche fatti minori di tutt’altra natura.

    Va detto ad esempio che, nove mesi dopo il passaggio degli alleati, vennero alla luce qua e là alcuni vispetti neonati con i capelli di un biondo paglia sospetto, che fecero rizzare le orecchie sotto il cappello a più d’uno. Fu facile tacitare ogni voce maligna, riesumando il tale antenato biondo come l’oro, ma non fu possibile equivocare laddove vennero al mondo piccoli di color caffélatte coi capelli ricci e neri, frutto di brevi ed intense storie con soldati di colore.

    E nonno Domenico, navigato e saggio, andava quietando gli scandalizzati che riportavano quelle novità: “Quando ca passa on sciapo de storli (stormo di storni) xe za na grazia granda che no i se buta sulla ua (uva), parché i la magnaria tuta… Qualche spavaldo fora dal sciapo ghe xe sempre, pasienza; anca se i zimi (grappoli) sbecotà i pare strani, i xe boni anca lori par fare el vin”.

  • San Giacomo di Ramodipalo

    San Giacomo di Ramodipalo

    La sera dello scorso 24 giugno a Ramodipalo si è verificato un avvenimento singolare nella sua drammaticità, che ha dell’incredibile: il crollo del pluricentenario campanile (1666) che, frantumandosi sotto la furia di un tornado, peraltro eccezionale dalle nostre parti, ha distrutto completamente tutto il presbiterio dell’adiacente chiesa, squarciandola e demolendola dall’arco trionfale in poi.

    Dopo circa mezz’ora dall’accaduto sono accorsa sul posto come tante altre persone per accertarmi della gravità della situazione.

    Non credevo ai miei occhi; confesso di aver frenato a stento le lacrime, non solo per il dolore causatomi alla considerazione del patrimonio artistico perduto irrimediabilmente, ma per qualcosa che sentivo parte anche di me.

    In un attimo ho rivissuto alcuni avvenimenti importanti che hanno avuto luogo in quella chiesa, provando una senzazione di estremo disagio e di profonda nostalgia: anche una parte di me sembrava essere stata cancellata per sempre sotto quelle macerie.

    Non era successo fortunatamente nulla alle persone, uscite da poco a conclusione della celebrazione eucaristica; l’unico ad essere presente in chiesa era il sacerdote Don Luigi che, nell’infuriare del temporale, avendo la sensazione che qualcosa di tremendo stava per succedere, ha avuto l’accortezza di portarsi velocemente verso l’uscita. Subito dopo, il finimondo.

    A distanza di pochi mesi dall’accaduto c’è purtroppo il disagio, per noi parrocchiani, di essere privi del luogo di culto; anche se provvisoriamente la messa viene celebrata in un salone dell’asilo, ci manca tanto la nostra bella chiesa.

    Dedicata a S. Giacomo, la chiesa esiste da vari secoli, anche se è difficile risalire alla data precisa della fondazione.

    Si nomina la zona col nome di Ramodipalo fin dall’anno 930-961 ed esite fino al 1454 un S. Andrea di Ramodipalo. Solamente nel 1473, con la visita pastorale del De Gottis, si fa il nome per la prima volta di S. Giacomo.

    Altre notizie ci vengono offerte dalla visita pastorale di Monsignor Flavio Peretto (8 aprile 1603), che la descrive come una chiesa piccola ad unica navetta, rivolta ad ovest, senza la possibilità di individuare la data di consacrazione per l’avvenuta tinteggiatura delle pareti. Il vescovo Giovanni Soffietti, in visita a Ramodipalo il 27 settembre 1734, la descrive invece come chiesa ampia, con coro dietro l’altare maggiore, due belle cantorie per organo e cantori, corredata di pregevoli arredi sacri e il campanile del 1666 nella posizione occupata fino all’infausto giorno del crollo.

    La chiesa di S. Giacomo, così come oggi la vediamo, è frutto del rinnovamento della costruzione avvenuta agli inizi del ’900 su disegni dell’ing. Pietro Zerbini, inaugurata il 30 ottobre 1904 e consacrata il 13 novembre 1927 (vescovo Anselmo Rizzi).

    Il tempio era preceduto da un ampio spazio circondato da un muro sul quale erano collocate, su appositi piedistalli, numerose statue. È probabile che quattro, di queste statue, siano state successivamente poste nel 1939 sopra la cella campanaria in occasione della sistemazione di due nuove campane; tre sono del 1865.

    La facciata in mattoni a vista è di stile eclettico romanico-gotico-rinascimentale e non lascia trasparire all’esterno la tripartizione interna.

    L’interno è a pianta longitudinale, di tipo basilicale, suddiviso in tre navate: quella centrale più alta e più ampia e le laterali più piccole.

    Il presbiterio (oggi scomparso per la caduta del campanile) era sormontato da una cupoletta a cassettoni dipinti, impostata su quattro pennacchi nei quali erano raffigurati i quattro evangelisti con relativi simboli.

    L’opera del pittore veneziano G.G. Gasparini è andata per la maggior parte perduta, tranne i dipinti del soffitto della navata centrale, ove sono raffigurati tre episodi della vita di S. Giacomo apostolo: la chiamata, il martirio e la glorificazione.

    Purtroppo anche l’altare maggiore, che è un’opera pregevole del Bonazza dell’inizio del Settecento, ha subito numerosi danni, così pure gli arredi sacri e la sacrestia completamente distrutta. La visione della chiesa attuale è uno spettacolo davvero sconfortante e si confida in una rapida ricostruzione, anche se per Ramodipalo è andata perduta per sempre parte della sua storia.

  • Alla ricerca del vello d’oro

    Alla ricerca del vello d’oro

    Da millenni è radicata nel Delta, accanto ai miti di Fetonte ed altri racconti mitologici provenienti dall’Egeo, la leggenda degli Argonauti. È un racconto molto antico, che risale ai primi Achei, di cui riporta l’indole coraggiosa e nel contempo desiderosa di nuove conoscenze e scoperte.

    È la storia della vita di un eroe, Giasone, ventenne con una solida educazione impartitagli da Chirone (famoso centauro e saggio educatore di quasi tutti gli eroi dell’antica Grecia). Pieno di forza e di entusiasmo, il giovane entra nel mondo per conquistarsi il suo posto. Ma per fare ciò dovrà dimostrare allo zio paterno Pelia, re di Iolco, che sarà in grado di conquistargli il “vello d’oro”, prezioso mantello di un ariete sacro.

    Il “vello”, appeso ad una quercia sacra, in Colchide, era ben custodito da un feroce drago e, per conquistarlo, occorrevano molte doti tra cui: astuzia, forza e determinazione.

    Giasone aveva queste doti, ma sapeva che da solo non l’avrebbe mai spuntata. Ne parlò con Argo, giovane facoltoso, per prospettargli la spedizione. Questi accettò la proposte di Giasone e mise subito a disposizione i mezzi per la costruzione di una nave con cinquanta remi ed una unica grande vela quadrata. In omaggio all’armatore, l’imbarcazione fu denominata “Argo”.

    Atena stessa diresse i lavori e volle che la prua terminasse con uno sperone ricavato da una quercia sacra che prediceva il futuro. Giasone raccolse attorno alla nave il migliore equipaggio che la Grecia potesse esprimere, composto di personaggi famosi, tra cui Ercole, Teseo, Orfeo, Meleagro, Castore e Polluce.

    In una splendida giornata di sole la nave “Argo”, governata da Giasone e spinta dalla forza di cinquanta eroi, lasciò il porto di Iolco salutata dal centauro Chirone che teneva in braccio Achille, ancor tenero fanciullo, da poco affidato alle sue amorevoli cure.

    Ben presto il viaggio fu contrastato da alcune divinità e gli Argonauti, così chiamati dal nome della nave, dovettero affrontare ogni genere di difficoltà. Ma quei cinquanta giovani, aiutati spesso da Medea, esperta nelle arti magiche, attraverso prove coraggiose ed immani sacrifici, raggiunsero lo scopo: la conquista del “vello d’oro”.

    Nella prima versione della leggenda il “vello” era situato in Colchide, ad est della Grecia, tra il Caucaso e l’Armenia. Con l’espansione verso occidente, la civiltà egea pervase i nostri lidi portando con sé quel poderoso bagaglio di miti e leggende legandoli in parte al nostro Delta.

    È curioso notare come queste narrazioni “fossili” della primitiva storia dell’uomo siano state adattate di volta in volta ai nuovi territori raggiunti dai greci. La leggenda degli Argonauti rappresenta una prova tangibile: basta osservare l’area di diffusione di alcuni miti tra cui, appunto, quello in questione per constatare come, nell’Adriatico, questi si siano radicati proprio nelle aree toccate dai primi navigatori egei, con particolare riguardo alla Dalmazia ed al nostro Delta.

  • Il Tesoro di Ariano

    Il Tesoro di Ariano

    Marzo 1908. La bonifica, tenacemente perseguita dai proprietari terrieri dell’isola di Ariano, cominciava a dare i frutti sperati.

    Il paesaggio, prima caratterizzato da ampi specchi d’acqua e da paludi, appariva una regolare distesa di terreni coltivati. Là, dove s’annidava la vipera, “si va col bue lento innanzi al campo, apportatore di messi abbondanti” scrisse l’ingegnere Antonio Zecchettin, con l’orgoglio di chi aveva profuso intelligenza ed energie per la perfetta riuscita dell’opera.

    Le conseguenze socio economiche della bonifica meritano un’attenta considerazione. Ma per questo tipo di conoscenza rinvio alla lettura del saggio storico pubblicato dalla Minelliana nel 1984 “Lotte contadine nell’isola di Ariano”.

    Il tema che interessa ora è un altro: si colloca nella sfera della realtà e del sogno, della concretezza e dell’immaginario. Un pezzo di terra redento dalle acque assunse improvvisamente gli straordinari connotati di una terra promessa: sotto le zolle di celeva un vero e proprio tesoro di monete d’oro.

    La straordinaria scoperta avvenne nel Fondo dei Fratelli Edoardo, Salvatore e Nazzareno Pozzati, detti Moscardin. Si trattava di un terreno molle e verde, intersecato da canali e da fossi, dove il grano e le barbabietole crescevano abbondantemente, mentre le tartarughe attraversavano traballanti i sentieri e l’aria risuonava di cinguettii e di gracidii. La situazione non richiamava dunque nemmeno lontanamente la mitica terra rocciosa, scavata da torrenti, dove potessero aggirarsi cercatori d’oro attratti dal miraggio della ricchezza. Ma, incredibilmente, apparve il prezioso metallo.

    Il fondo dove il balenio improvviso dell’oro provocò brividi antichi si chiamava Co di Mare, frazione di Rivà, a circa 4 chilometri dal corso del Po di Goro, in prossimità della via Romea. Era la mattina del 26 marzo 1908.

    Edoardo Pozzati stava arando il terreno per le barbabietole. Il vomere rimuoveva la terra alla profondità di 30-40 centimetri. Notò un insolito luccichio in un pezzo di terra rimosso. Constatò che si trattava di una moneta: una moneta d’oro. Chiamò i fratelli. Insieme si misero a scavare, a sollevare le zolle, a sgranarle con le dita.

    Dai campi vicini qualcuno notò che essi parlottavano, si scambiavano cenni d’intesa, raccoglievano qualcosa di minuscolo che rapidamente intascavano. Una sbirciata più attenta. Una conferma. E la notizia si sparse come un baleno.

    Dopo la pausa del pranzo i fratelli ripresero il lavoro. La ricerca proseguiva metodica e pacata. Qualche curioso osservava di lontano, senza dir nulla. Calò finalmente la sera. Nei casolari si accesero i lumi. Ombre furtive sfilarono caute lungo gli alberi, si avvicinarono al luogo desiderato e riempirono sacchi di terra.

    All’imbrunire del giorno seguente i Pozzati, dopo aver scavato con discreto profitto, si accovacciarono su quella terra, candele accese e un fiasco di vino, per fare la guardia. Durante la notte sventarono un tentativo di furto ad opera di ignoti, con scambio di fucilate.

    La mattina del sabato i fratelli Pozzati si recarono alla stazione dei Regi Carabinieri di Ariano, per informarli del fatto e chiedere protezione. Nel frattempo stipendiarono tre guardiani per la vigilanza. Ma la domenica, verso le tredici, un numeroso stuolo di gente, in buona parte proveniente da Taglio di Po e dal basso Ferrarese, imponendosi con la minaccia di forche, bastoni e fucili, costrinse i guardiani a ritirarsi e si diede all’affannosa ricerca delle monete. Gli invasori, setacciato il terriccio, rintracciarono almeno un centinaio di monete d’oro. Questa situazione durò fino alle 17, allorché giunse sul posto il brigadiere dei Carabinieri che persuase gli estranei ad allontanarsi. Quindi, entrato nella casa dei Pozzati, sequestrò trecento monete.

    La Prefettura di Rovigo informò della scoperta il prof. Pellegrini dell’Università di Padova, che, in veste di ispettore agli scavi, si recò sul posto. Egli confermò che si trattava di scudi d’oro con l’effige di Giovanna la Pazza e Carlo di Napoli, scudi di Modena coniati da Ercole II, duca di Ferrara, scudi di Sole di Francia e di Spagna, ducati di Genova: in tutto 320 pezzi (ma si parlò di almeno mille monete rintracciate ed occultate).

    Lo studioso ipotizzò che le monete, giacenti alla profondità di circa 30 centimetri a fiore dello strato marino costituito da sabbia e conchiglie, fossero state là trasportate per effetto di qualche inondazione, o di qualche altro cataclisma che nel 1600 aveva investito la regione. Il fondo sorgeva, anticamente, molto vicino al mare (nel XIII secolo la via Romea costeggiava la spiaggia). Le monete, chiuse in un involucro, trascinate da un corso d’acqua, si dispersero.

    Confortò questa ipotesi la consultazione di una vecchia pianta dell’isola di Ariano, dalla quale risultava che il Po di Goro nel secolo XV, epoca della coniazione delle monete, aveva abbandonato l’alveo del ramo dell’Abbate e, deviando con una curva il suo corso verso sinistra, aveva iniziato a scorrere pressoché nella località del fondo Pozzati.

    Renato Simoni (1875-1952), autore e critico teatrale di grande talento, riportò sul Corriere della Sera acute considerazioni sugli aspetti psicologici e sulle emozioni dei protagonisti della straordinaria vicenda. Egli intervistò Nazzareno Pozzati, riportandone il seguente resoconto:

    “Mi è venuto incontro con un sorriso atono. Mi ha parlato stanco, quasi desolato, come schiacciato dal fato.

    – In che modo avete trovato?

    – Ma, non saprei, per caso.

    – Vi ha fatto piacere?

    – Eh, già!

    – Vi dispiace che vi abbiano derubato?

    – Eh, sicuro.

    – Non avete fatto niente per recuperare la roba vostra?

    – No.

    – Perché?

    – Così.

    “Così vuol dire che si va alla deriva; e andando alla deriva, secondo il flutto della vita, oggi è oro, domani sono fucilate, oggi è la fortuna, domani la sventura. Pazienza per il bene e per il male. Nessuna febbre. Forse perché la febbre più intensa la accende il desiderio del possesso, non il possesso”.

    E concluse:

    “Una cosa è certa adesso: che se qualcuno volesse andare a comprare terreno lungo il Canalbianco e il Po di Goro non troverebbe accoglienze cordiali. Il momento non è buono. Ogni possidente accarezza la fede segreta di avere oro a mucchi sotto la crosta verzicante dei campi. E questi campi hanno ora, oltre al loro prezzo, il valore inestimabile dell’illusione. Ora la illusione non si compra e soprattutto non si vende”.

  • Gli Etruschi ad Adria

    Gli Etruschi ad Adria

    Confrontando gli appunti sulla storia etrusca presi dalle osservazioni dell’adriese Ottavio Bocchi, stese nel 1739, con quelli di un più recente libro del tedesco Werner Keller (autore, fra l’altro de “La Bibbia aveva ragione”) edito nel 1971, appare subito una analogia di considerazioni ed una armonia di conclusioni che vogliono gli Etruschi fra gli iniziatori e componenti principali della più antica storia dell’occidente italico.

    Straordinari ideatori di una civiltà che seppe condurre a momenti di intensa emozione creativa nei campi delle arti, delle lettere e delle scienze, furono gli Etruschi artefici di realizzazioni che testimoniano il felice intuito di un popolo originale.

    Non, quindi, solo i Romani od i Greci formatori e plasmatori dell’antico modo di vivere, ma ben più gli Etruschi, specialmente nelle fasce dell’Italia centrale e settentrionale che interessarono dal Lazio alla Toscana, dall’Emilia al Veneto, giungendo al Trentino con puntate anche nei paesi d’oltralpe. Un popolo, gli Etruschi, probabilmente proveniente dall’Asia, precursore dei Romani e Greci nello sviluppo di conoscenze ed usi atti a stabilire una storia nei costumi e tradizioni dell’epoca.

    Quando giunsero nella penisola? Tutto fa pensare al secolo XI a.C., esprimendo le loro arti per ben sette secoli fino a quando la potenza e tracotanza romana non ne soffocarono il respiro distruggendone la stirpe. Notizie storiche ci parlano di una confederazione di dodici città etrusche esistenti in Italia già nel decimo secolo a.C.

    Da dove entrarono in Italia? Resta il mistero e il dubbio se dai difficili corridoi delle Alpi o dalle più accessibili vie d’acqua. Chi vuole dall’Adriatico, chi dal Trentino. Non è improbabile – ed è per noi piacevole pensarlo – che i navigatori d’oriente etruschi abbiano raggiunto il grande porto di Adria ancor prima di altre sedi.

    Lo storico antico Cluverio ne afferma con valide argomentazioni la sua certezza e, con lui, lo stesso Giovanni Lucio, antico studioso e ricercatore. Ne suffraga le convinzioni Tito Livio, che assicura come proprio al tempo in cui i Toscani ebbero dimora ad Adria, gli stessi diedero il nome “Adriatico” al grande mare essendo all’epoca il porto d’Adria indubbiamente il più importante dell’intero oriente d’Italia. Così Tito Livio: “Tuscorum ante Romanum Imperium late terra, marique opes patuere mari supero, inferoque, quibus Italia Insula modo cingitur, quantum potuerint, nomina sunt argumento; quod alterum Tuscum communi vocabulo gentis, alterum Adriaticum ab Adria Tuscorum Colonia vocavere Italicae gentes”.

    Adria, quindi, primo insediamento italico degli Etruschi? Ipotesi senza dubbio affascinante e meritevole di approfondimento. Certo rimane, quello degli Etruschi ad Adria, uno dei momenti storici più felici per la città, e non ne fanno fede solo le molte suppellettili e reperti contenuti nel museo archeologico nazionale, ma i periodici ritrovamenti, voluti o casuali, di manufatti, purtroppo nel tempo distrutti o risotterrati, così da mantenere oggi solamente disegni o ricordi scritti.

    Molto più direbbero al visitatore quei fabbricati se mano provvida ed intelligente ne avesse curato adatto recupero ed esposizione.

    Ma soffermiamoci assieme proprio su una delle scoperte adriesi più deliziose dal punto di vista archeologico.

    1661, anno di costruzione ad Adria della Chiesa di “Santa Maria delli sette Angeli della Fontana” nel grande convento dei Padri Minori Riformati di S. Francesco d’Assisi. Se ne scavano le fondamenta nel luogo detto “Chiusa” di proprietà del nobile Lovato (attuale Chiesa dell’Ospedale nel piazzale Etruschi) e viene alla luce un antico teatro ad arena, di pregiata fattura, in cotto, così come si usava per gli edifici importanti e di ragguardevole entità in epoca etrusca.

    Se ne ricavano i disegni da parte di Francesco Maestri Ronchin e ne disserta ampiamente il dott. Giovanni Mecenate, canonico vicario dell’Arcivescovo Carlo Labia, scrivendo del ritrovamento allo stesso prelato. Ne esprime appunti anche Padre Arcangelo Roncagalli dei Frati Riformati.

    Si ritiene che l’opera non sia messa alla luce al completo, ma si valuta che il teatro potesse contenere fino a 2.300 persone. Vicino al teatro, nei giardini pubblici ubicati probabilmente ove sorge il museo, si ipotizzano sepolte altre costruzioni come un grande tempio ed i bagni, in uso, all’epoca, nei centri di comunità.

    Nella grande arena sarebbero nati, proprio ad Adria, ad invenzione degli Etruschi, due forme di giuoco-combattimento, denominati “Reziari” e “Secutori”, dai quali, anni dopo, le lotte dei gladiatori nelle arene di Roma e nelle città a lei sottomesse. Un giuoco nato competitivo, ad Aria, ma poi nei tempi barbaramente degenerato ad opera dei Romani che soffocarono espressioni sportive del popolo etrusco, così come la sua civiltà.

    L’arena adriese sarebbe divenuta punto d’incontro delle genti del circondario per spettacoli di danza, per musici, recitazione e giuochi di varia natura artistica, centro di cultura dell’epoca, che resta ancora oggi fra le memorie più belle della storia italica, ben più di quelle lasciate più tardi da altri popoli che qui passarono o stanziarono.

    Un fiorire di ragguardevoli iniziative che vanno dal nome all’Adriatico, a quello assegnato alla grande zona che andava da Altino a Ravenna e fu chiamata “Paludi Adriane”. Da Adria il nome “Adriano” ed “Adriana” che ritroviamo ancor oggi in tutto il mondo, felice derivazione di un appellativo sorto da questa nobile sede toscoetrusca impoveritasi nei secoli principalmente col ritirarsi del mare. Tempi di alta magnificenza quando, come scrive M. Porcio Catone, “quasi tutta l’Italia stava sotto la signoria degli etruschi”.

    Ma torniamo alla bella arena, purtroppo in parte ricoperta ed in parte distrutta, dato che gli improvvidi ritrovatori utilizzarono i grossi blocchi che costituivano basamento del palcoscenico per lastricare strade o per la costruzione di parte dello stesso convento.

    Così, di questa, come di altri importanti fabbricati, restano ai giorni nostri solo disegni e descrizioni, avendo trovato sede nel grande museo archeologico solo supellettili e memorie di segno più o meno meritevole.

    Ecco la gravità dell’irrispetto del passato per Adria, non solo nei tempi trascorsi, ma ancor oggi. Ritrovamenti che potrebbero essere posti all’attenzione dello studioso e del turista, se adeguatamente recuperati, vengono invece risepolti e, spesso, in modo irrecuperabile per chi verrà dopo di noi.

    Recente è il ritrovamento in zona ospedale, la stessa in cui emersero i resti dell’anfiteatro, di due belle antiche fornaci per produzione di calce, già ricoperte di terra sia pure dopo i rilievi fotografici e di studio dei pochi privilegiati ammessi alla vista. E così, pure, ricoperti i resti dell’antica Cattedrale di S. Giovanni, con colate di cemento, qualche anno fa, ed altrove distrutti pavimenti a mosaico e depositi di anfore emersi nel corso di scavi per edificazione di moderni fabbricati o di strade.

    Altra accortezza, altra sensibilità potrebbero aver fatto (o fare) di Adria luogo di più ampia ricerca, così come Pompei od Ercolano, e con supporti probabilmente più antichi. Se così continueremo ci sarà solo concesso di commentare con Goethe “chi non sa darsi conto di tremila anni, resta all’oscuro, ignaro, vive alla giornata”.

    Bibliografia e ricerche

    – Ottavio Bocchi – Osservazioni sopra un Antico Teatro scoperta in Adria – Simone Occhi – Venezia 1739.

    – Werner Keller – La civiltà etrusca – Garzanti editore 1971.

    – Aldo Massa – Il mondo degli Etruschi – Edit. Minerva SA – Ginevra 1988.

  • Dal Monviso al Delta

    Dal Monviso al Delta

    Oltre una sessantina di equipaggi provenienti da tutta Italia hanno partecipato alla manifestazione “Dal Monviso al Delta” promossa dalla Consulta delle Province del Po in collaborazione con la Federcampeggio per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’aspetto turistico del più grande fiume d’Italia.

    Nel breve spazio di una settimana l’interminabile serpentone, oltre 3 chilometri, ha sceso il Po lungo il suo corso percorrendo oltre 650 chilometri di strade arginali ed interessando molte delle località ad esso circostanti. Ognuna delle 8 tappe che hanno portato i campeggiatori dalle sorgenti del Po al suo delta è stato momento di incontro con le popolazioni e gli amministratori locali nonché attestato di simpatia e cordialità. Durante il tragitto è anche accaduto che la carovana fosse salutata dagli applausi, come al passaggio del Giro d’Italia. O come a Torino dove la sessantina di caravan, scortate dalla polizia municipale, attraversando il centro cittadino ha riscosso consensi favorevoli nonostante qualche disagio creato alla circolazione.

    Nella cronaca del viaggio, iniziato il 3 settembre da Paesana (nell’alta valle del Po, praticamente alle sorgenti del fiume), ogni tappa ha avuto come momento comune la riscoperta del luogo e la valorizzazione dell’ambiente, incrementando e divulgando le conoscenze del patrimonio storico-culturale della Padania. Quasi una gara fra Comuni, Province e Comunità per dare all’insolito ospite il meglio di quanto la zona potesse offrire. Visite ai castelli, escursioni, fiaccolate lungo il Po, gite in bicicletta, si sono alternate ai momenti ufficiali dove ognuno ha rimarcano la necessità di una nuova valorizzazione del fiume e delle aree ad esso collegate, dato che il Po non è solo l’involontario trasportatore di inquinamenti.

    Paesana, Torino, Valenza Po, Piacenza, Milano, Novellara, Revere e Rosolina Mare si sono succedute e rincorse quasi freneticamente per la serie di emozioni e novità che ogni singola tappa proponeva; un’antitesi con lo spirito degli amanti del camper interessati ad ammirare il paesaggio che scorreva davanti ai loro occhi. A volte anche il gracchiare del “CB” creava azione di disturbo in mezzo al silenzio, rotto solo dal rumore delle acque del fiume.

    Esattamente otto giorni dopo la partenza, venerdì 10 settembre, l’ingresso in Polesine da Melara.

    La carovana, nel suo percorso, sosta ad Occhiobello dove nel 1951 il Po ruppe allagando buona parte dei territori polesani. È il momento anche di qualche ripresa televisiva: c’è Rai Tre, c’è “Sereno Variabile”. A Villanova Marchesana il fotografo del Gazzettino di Rovigo si arrampica su una torre piezometrica alta oltre 35 metri per qualche scatto insolito. Ma c’è anche un redattore di Plein Air inviato, in camper sin dalla partenza, dal suo direttore Raffaele Jannucci.

    Il campeggio Rosapineta di Rosolina Mare, il Centro Informazioni Enel di Polesine Camerini, nell’anticamera della Centrale, ed un’escursione nel Delta segnano la conclusione di una manifestazione realizzatasi per la tenacia dei funzionari di alcune Amministrazioni Provinciali e l’entusiasmo dei molti che credono nel turismo itinerante come nuova occasione di sviluppo.

    (Ufficio Turismo – Ufficio Stampa. Provincia di Rovigo).

  • L’Abbazia recuperata

    L’Abbazia recuperata

    I polesani innamorati del patrimonio monumentale della propria terra si augurano che l’avvenuto restauro del campanile e quello in corso della cappella della Beata Vergine, segnino l’inizio del recupero della Vangadizza che in molte parti, purtroppo, può dirsi ormai fatiscente e gravemente vulnerata dalle ferite del tempo.

    Il piacere che si prova nel visitare la cappella in fase di recupero, prima ancora che sia aperta agli occhi del pubblico, ha il sapore di una stuzzicante primizia. Sembra un privilegio quello di poter guardare i “Miracoli della Vergine” di Filippo Zaniberti (1585-1638), prodigiosamente recuperati dalla Soprintendenza veronese ai Beni Artistici, rappresentata da Donata Samadelli. È il caso di dire che attorno alla cappella ha operato una vera sinergia di Soprintendenze, visto che della parte architettonica si è curato Ugo Soragni, con i suoi validi collaboratori.

    Si può raggiungere la cappella dal chiostro del XIII secolo, denso di magica suggestione, che si snoda su una pianta trapezoidale, dove il cotto dei pilastri, delle pareti e delle volte, forma un insieme di gustosa armonia. Ci si inoltra nella vasta zona perimetrale della chiesa ormai distrutta dal tempo, invasa da piante selvatiche e si raggiunge quindi l’elegante cappella. Fin dal primo impatto visivo si ha la sensazione che le tempere nell’abside parlino il magico linguaggio del colore ritrovato.

    Il ciclo di pitture murali sul tema dei “Miracoli della Vergine” aveva subìto – nel corso dei secoli – grandi danni, ora felicemente risolti. La cappella risulta recuperata non solo nella parte ornamentale, ma anche in quella architettonica; riavrà presto anche il pavimento in cotto, degno del suo passato.

    Il nascere e il divenire delle tempere murali è stato frequente oggetto di ricerche da parte di studiosi. Salvatori e Vallarini, in un documentato saggio, hanno collocato la data di nascita dei “Miracoli” tra il 1615 e il 1636, definendoli “tipici della tradizione popolare, più vicini agli ex voto, come per esempio: “il ragazzo salvato dalla malattia” o il “salvifico intervento della Vergine verso il fedele travolto dai cavalli” oppure “il viandante sopraffatto dai briganti”. Sono stati realizzati in epoca controriformistica e testimoniano la tipica figurazione antica e popolare del momento barocco provinciale”.

    Già negli anni Sessanta lo studioso Ivan Tardivello si era occupato della cappella della Beata Vergine, scrivendo, fra l’altro, che “particolare attenzione meritano gli stucchi e i dipinti a fresco dei pennacchi della cupola e del catino, gli unici rimasti, ma sufficienti a rendere l’idea della ricchezza e maestosità della cappella al tempo del suo massimo splendore”.

    E allora Tardivello descrive l’opera sottolineando un “refrain” ripetitivo, un motivo conduttore di presenza della Vergine in tutti gli scomparti, con il Bambino in grembo, in uno schema triangolare. “Una parte dei dipinti è monocroma – prosegue il critico – tra questi un medaglione in giallo raffigurante un miracolo avvenuto in mare. Lo stile del pittore riguarda quello dei grandi veneti del suo tempo, e in special modo, del Veronese”.

    L’effetto ottico è festoso, parla di miracoli descritti a forti tinte, sottolineati da stucchi di fine fattura: è un barocco piacevole che non indulge a note leziose e ci regala un nostalgico spicchio di passato.

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