Nel novembre del 1951, sulla prima pagina del Gazzettino, Rosolina era definita un “paesetto affogato sotto quattro, cinque metri di acqua melmosa”.
Dopo l’alluvione le ruspe cominciarono a cambiare volto al paesaggio e, aggredendo quelli che Gino Piva in una sua poesia chiamò i “Monti de sabia”, misero in luce terre che, privilegiate dalle caratteristiche agronomiche e climatiche, risultarono naturalmente predisposte alla coltivazione orticola.
L’orticoltura, considerata fino a quel tempo come un’attività secondaria, si dimostrò ben presto determinante per la rinascita economica del paese, contribuendo ad innalzare in maniera apprezzabile il reddito di parecchie famiglie.
Proprio per favorire e valorizzare la commercializzazione delle produzioni orticole, la Camera di Commercio di Rovigo istituì la centrale ortofrutticola di Rosolina che aprì i battenti il 1° agosto del 1965. Gli scambi commerciali di derrate orticole appena reccolte, fino a quel tempo fatti in forma privata, vennero così agevolati, favorendo l’incontro diretto e quotidiano tra i produttori della zona e i commercianti.
Esteso su di una superficie di 50.000 mq., il complesso immobiliare della centrale ortofrutticola di Rosolina ha il suo fulcro nel capannone riservato esclusivamente alla esposizione e alla vendita dei prodotti. Qui hanno sede ed operano le cinque ditte commissionarie che, in ordine di posteggio, sono: F.lli Frasson, Paganin Narciso, Cooperativa Ortolani, Ferrari & Vitale e Grossato Aldo.
Le varie operazioni di mercato si svolgono durante tutto l’arco della giornata. Dopo il conferimento nei posteggi la merce viene suddivisa per quantità e qualità (le operazioni di carico e scarico sono eseguite dalla Carovana Facchini remunerata secondo il quintalato). Si procede, quindi, all’asta che viene tenuta a rotazione nei posteggi ognuno dei quali ha il suo astatore al cui orecchio il commerciante bisbiglia la propria offerta. Al miglior offerente l’astatore chiede di “cantare”, cioè di rendere pubblico il prezzo che gli ha consentito di aggiudicarsi il prodotto in vendita. La fascia degli acquirenti va dal piccolo fruttivendolo al grande esportatore, passando per le catene dei supermercati.
La vendita viene effettuata al netto di tara, in imballaggi di plastica a rendere. In questo modo operatori grossisti ed esportatori hanno la possibilità di ridurre i costi di lavorazione e commercializzazione.
Tutte le operazioni di compravendita sono sotto controllo della Camera di Commercio, con una sede all’interno della centrale, dove sono collocati gli uffici amministrativi e la Direzione.
Con il tempo, attorno al nucleo centrale del “mercà”, sono sorti diversi impianti di lavorazione (chiamati comunemente “lavaggi”) che selezionano la merce fresca preparandola per i mercati interni (le grandi città) e esterni (paesi della Cee). Alcuni di questi operatori commerciali lavorano per conto terzi, altri sono in proprio.
Cresciute le esigenze per la buona tavola, ai prodotti orticoli tradizionali (radicchio, carote, patate, cipolle) si sono aggiunti tutta una serie di ortaggi la cui parte commestibile va dalle foglie (lattuga, prezzemolo, sedani, spinaci…) alle infiorescenze (cavolfiori, cavoli, cappucci…), alle radici (di poco sapore come le rape, piccanti come i ravanelli, dolci come le batate, meglio conosciute con il nome di “patate americane” in quanto originarie dell’America Centrale), ai frutti (angurie, cetrioli, melanzane, peperoni, pomodori, zucchine, zucchini…) e ai semi (fagioli, piselli…), per arrivare in questi ultimi anni alla frutta “vera e propria”: mele, pere, pesche, arance…
Il simbolo della centrale ortofrutticola è il radicchio, quello che viene commercializzato come “radicchio di Chioggia” (anche se qualcuno è disposto a giurare che le sue foglie sono figlie di queste terre). La coltivazione di questo rinomato ortaggio è passata dai tre/quattro mesi del 1965 ai dieci mesi di oggigiorno, grazie alla sapienza degli orticoltori che hanno saputo dar vita, attraverso una serie di incroci, a varietà diverse.
Nell’arco degli anni l’orticoltore che è riuscito ad affermarsi come “imprenditore”, acquisendo la dovuta professionalità sia per qualità che per tipo di coltura destinata al consumo fresco, ha raggiunto una fascia di reddito che è giusto definire buona, mentre chi è rimasto ancorato alle vecchie esperienze e alle coltivazioni tradizionali ha sofferto un calo di produttività e di competitività. Si intravede, a breve termine, la possibilità che il produttore presenti non più il prodotto “grezzo” ma confezionato in maniera tale da consentirgli di ricavare maggiori guadagni. Inoltre, se le frontiere verranno aperte, la merce sarà venduta direttamente alle ditte estere.
L’intento è quello di creare un marchio unico, come già avviene in diversi luoghi d’Italia, che riguardi sia le colture orticole per il consumo fresco, che la restante fascia produttiva dell’intero paese. L’idea è interessante, ma pare perdersi negli infiniti rivoli che bagnano questa fertile terra mitigata dal respiro del mare.









