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Archivi: Articoli d’archivio

  • La centrale orticola di Rosolina

    La centrale orticola di Rosolina

    Nel novembre del 1951, sulla prima pagina del Gazzettino, Rosolina era definita un “paesetto affogato sotto quattro, cinque metri di acqua melmosa”.

    Dopo l’alluvione le ruspe cominciarono a cambiare volto al paesaggio e, aggredendo quelli che Gino Piva in una sua poesia chiamò i “Monti de sabia”, misero in luce terre che, privilegiate dalle caratteristiche agronomiche e climatiche, risultarono naturalmente predisposte alla coltivazione orticola.

    L’orticoltura, considerata fino a quel tempo come un’attività secondaria, si dimostrò ben presto determinante per la rinascita economica del paese, contribuendo ad innalzare in maniera apprezzabile il reddito di parecchie famiglie.

    Proprio per favorire e valorizzare la commercializzazione delle produzioni orticole, la Camera di Commercio di Rovigo istituì la centrale ortofrutticola di Rosolina che aprì i battenti il 1° agosto del 1965. Gli scambi commerciali di derrate orticole appena reccolte, fino a quel tempo fatti in forma privata, vennero così agevolati, favorendo l’incontro diretto e quotidiano tra i produttori della zona e i commercianti.

    Esteso su di una superficie di 50.000 mq., il complesso immobiliare della centrale ortofrutticola di Rosolina ha il suo fulcro nel capannone riservato esclusivamente alla esposizione e alla vendita dei prodotti. Qui hanno sede ed operano le cinque ditte commissionarie che, in ordine di posteggio, sono: F.lli Frasson, Paganin Narciso, Cooperativa Ortolani, Ferrari & Vitale e Grossato Aldo.

    Le varie operazioni di mercato si svolgono durante tutto l’arco della giornata. Dopo il conferimento nei posteggi la merce viene suddivisa per quantità e qualità (le operazioni di carico e scarico sono eseguite dalla Carovana Facchini remunerata secondo il quintalato). Si procede, quindi, all’asta che viene tenuta a rotazione nei posteggi ognuno dei quali ha il suo astatore al cui orecchio il commerciante bisbiglia la propria offerta. Al miglior offerente l’astatore chiede di “cantare”, cioè di rendere pubblico il prezzo che gli ha consentito di aggiudicarsi il prodotto in vendita. La fascia degli acquirenti va dal piccolo fruttivendolo al grande esportatore, passando per le catene dei supermercati.

    La vendita viene effettuata al netto di tara, in imballaggi di plastica a rendere. In questo modo operatori grossisti ed esportatori hanno la possibilità di ridurre i costi di lavorazione e commercializzazione.

    Tutte le operazioni di compravendita sono sotto controllo della Camera di Commercio, con una sede all’interno della centrale, dove sono collocati gli uffici amministrativi e la Direzione.

    Con il tempo, attorno al nucleo centrale del “mercà”, sono sorti diversi impianti di lavorazione (chiamati comunemente “lavaggi”) che selezionano la merce fresca preparandola per i mercati interni (le grandi città) e esterni (paesi della Cee). Alcuni di questi operatori commerciali lavorano per conto terzi, altri sono in proprio.

    Cresciute le esigenze per la buona tavola, ai prodotti orticoli tradizionali (radicchio, carote, patate, cipolle) si sono aggiunti tutta una serie di ortaggi la cui parte commestibile va dalle foglie (lattuga, prezzemolo, sedani, spinaci…) alle infiorescenze (cavolfiori, cavoli, cappucci…), alle radici (di poco sapore come le rape, piccanti come i ravanelli, dolci come le batate, meglio conosciute con il nome di “patate americane” in quanto originarie dell’America Centrale), ai frutti (angurie, cetrioli, melanzane, peperoni, pomodori, zucchine, zucchini…) e ai semi (fagioli, piselli…), per arrivare in questi ultimi anni alla frutta “vera e propria”: mele, pere, pesche, arance…

    Il simbolo della centrale ortofrutticola è il radicchio, quello che viene commercializzato come “radicchio di Chioggia” (anche se qualcuno è disposto a giurare che le sue foglie sono figlie di queste terre). La coltivazione di questo rinomato ortaggio è passata dai tre/quattro mesi del 1965 ai dieci mesi di oggigiorno, grazie alla sapienza degli orticoltori che hanno saputo dar vita, attraverso una serie di incroci, a varietà diverse.

    Nell’arco degli anni l’orticoltore che è riuscito ad affermarsi come “imprenditore”, acquisendo la dovuta professionalità sia per qualità che per tipo di coltura destinata al consumo fresco, ha raggiunto una fascia di reddito che è giusto definire buona, mentre chi è rimasto ancorato alle vecchie esperienze e alle coltivazioni tradizionali ha sofferto un calo di produttività e di competitività. Si intravede, a breve termine, la possibilità che il produttore presenti non più il prodotto “grezzo” ma confezionato in maniera tale da consentirgli di ricavare maggiori guadagni. Inoltre, se le frontiere verranno aperte, la merce sarà venduta direttamente alle ditte estere.

    L’intento è quello di creare un marchio unico, come già avviene in diversi luoghi d’Italia, che riguardi sia le colture orticole per il consumo fresco, che la restante fascia produttiva dell’intero paese. L’idea è interessante, ma pare perdersi negli infiniti rivoli che bagnano questa fertile terra mitigata dal respiro del mare.

  • Metti una sera a cena con gli antichi romani

    Metti una sera a cena con gli antichi romani

    Siamo a Villadose, piccolo centro del Polesine fra Rovigo ed Adria, da alcuni anni divenuto noto fra gli appassionati di archeologia.

    Ci troviamo infatti al centro di un'antica centuriazione romana sepolta, che dal primo secolo avanti Cristo fu abitata da migliaia di coloni dediti alla coltivazione. È stato il locale gruppo archeologico con le sue ricerche, ben documentate nella Mostra Archelogica permanente alloggiata presso il Municipio, ad individuare nel territorio comunale ben 108 siti archeologici riferibili per lo più alle antiche fattorie.

    Da qui è nata l'idea di rievocare un convivium degli antichi abitanti, momento d'incontro e di socializzazione in antichità, e occasione, oggi, per cercare di rivivere il tempo passato di un ambiente rimasto nell'oblio fino a pochi anni fa.

    La proposta è stata raccolta con entusiasmo da gruppi culturali ed enti.

    Sotto la guida della Cooperativa “Turismo & Cultura” coordinata dalla dott.ssa Donatella Girotto, è iniziato il lavoro preparatorio, che ha visto collaborare fianco a fianco alcuni dei più attivi gruppi culturali polesani come la Minelliana, l’Associazione di Cultura Classica ed il Gruppo Archeologico di Villadose.

    Come sede del convito si è scelta, grazie alla disponibilità del proprietario dr. Casalini, una corte posta lungo l'alveo dell’Adigetto nella frazione di Cambio, corte storica edificata nel 1700.

    L’organizzazione si è avvalsa della collaborazione scientifica della dr.ssa Simonetta Bonomi e del Dr. Raffaele Peretto che si sono preoccupati che le ricette proposte nel menù e la scenografia messa in atto si adattassero perfettamente all'epoca romana.

    I tavoli per la cena, procurati dalla Proloco di Villadose, sono stati collocati sotto il portico, diviso da una serie di archi dall’aia, dove si è creato uno spazio arredato come avrebbe potuto essere in antichità. Sono stati infatti collocati sull'aia, illuminata da torce e dal fuoco di un bracere, vari frutti come zucche e tralci d'uva ed alcuni strumenti di lavoro come il carro di legno, le botti ed il tino, ecc.

    È stato preparato anche un altare con ceste ripiene di prodotti della terra, offerte per propiziare gli dei. Si è creata così una realizzazione di tipo scenografico, che ha costituito, assieme a quattro colonne, lo sfondo per le danze del gruppo di danza folcloristica di Villadose diretto da Silvia Bellinello.

    I suonatori di flauto emanavano le loro note in questo contesto surreale, e la presenza di varie persone vestite con toghe, tuniche romane e la corona di foglie che veniva posta sul capo di ogni invitato al suo arrivo, predisponeva alla rivisitazione del passato. Dopo aver ammirato la prima danza, si assisteva all’entrata in scena di una cavallerizza su un bel baio che dava il messaggio dell'inizio della cena.

    Il menù, realizzato dal ristorante “Rifugio il cacciatore”, proponeva una tisanam barricam e piatti a base di lepre e cinghiale; non è mancato il dolce e la frutta. Fra i vini da segnalare il raro ed ottimo Falerno. I vari tipi di pane e focacce sono stati prodotti dal forno Baratella di Villadose.

    Durante la degustazione dei cibi si è tenuto un certamen conviviale durante il quale alcuni invitati hanno declamato brani sul tema della campagna. Nonostante il tempo nuvoloso – ma, grazie a Giove, senza pioggia – i numerosi invitati hanno potuto trascorrere una serata emotivamente stimolante, di quelle che si ricordano a lungo.

    Concludendo si può affermare che la manifestazione è perfettamente riuscita e dopo 2000 anni, nei luoghi che certamente avevano ospitato manifestazioni conviviali romane, è stata rievocata la festa con i suoi riti, cibi, bevande, musiche, danze, declamazioni poetiche. Lo spunto in questo caso è arrivato dall’archeologia, il resto hanno fatto l’inventiva ed il lavoro degli organizzatori.

    L’impatto della manifestazione sulla comunità di Villadose, che sta riscoprendo le radici classiche del suo territorio, è stato notevole: in paese non si parlava d’altro, tutti erano incuriositi dal convivium e dal vedere tanti “forestieri” richiamati nella piccola frazione di Cambio. Sicuramente anche tramite manifestazioni come questa, avanzano la cultura e la consapevolezza della propria storia.

  • 30^ Mostra del Mobile

    30^ Mostra del Mobile

    Dallo scorso 28 agosto al 6 settembre 1993 si è tenuta, presso le Scuole Medie di Ceregnano, la 30ª Mostra del Mobile organizzata dalla Pro Loco di Ceregnano con la collaborazione del Comune di Ceregnano, della Regione Veneto, del Consorzio per lo Sviluppo Economico e Sociale del Polesine, dell’Azienda di Promozione Turistica di Rovigo, della Camera di Commercio, Industria, Agricoltura, Artigianato di Rovigo e della Cassa Rurale ed Artigiana San Marco di Ceregnano.

    La mostra, nel corso degli anni, ha assunto dimensioni sempre più vaste ed ha allargato i propri orizzonti sì da meritare qualche cenno introduttivo che ne riassuma, per sommi capi, la storia.

    È del 1963 il primo tentativo di realizzarla, ma solo nel 1964 veniva messa a punto e decollava definitivamente – per volontà del Comune di Ceregnano – come Mostra del Mobile prodotto nel territorio del Comune stesso. Negli anni successivi il Comune potè contare, di volta in volta, sull’appoggio organizzativo di un Comitato locale Pro Loco (1969), sul sostegno di un Comitato promotore Pro Loco (1971) e, infine, sulla stabile collaborazione della Pro Loco di Ceregnano costituita nel 1977.

    Tra il ’71 ed il ’77 la mostra assume un carattere intercomunale e dal 1977, anno in cui si ebbe il riconoscimento della Camera di Commercio di Rovigo, potè essere pensata e realizzata con lo scopo, ben altrimenti impegnativo, di rappresentare oltre alla produzione locale, o comunque settoriale di Ceregnano e zone limitrofe, la realtà manifatturiera dell’intera Provincia, da Badia a Taglio di Po. Nel 1980 poi, gli organizzatori furono premiati con il riconoscimento della Regione Veneto, e oggi la mostra può essere annoverata, senza tema di smentite, tra le cinque più importanti della Regione.

    All’ultimo appuntamento hanno partecipato circa trenta aziende specializzate nella produzione di qualsiasi tipo di mobile: in stile, moderno, rustico e della cosidetta “arte povera”, senza grandi distinzioni tra alto, medio e basso Polesine.

    Fin dal principio la Mostra del Mobile prodotto in Polesine – che sette-otto anni fa ha visto nascere come naturale appendice la Mostra del Serramento, della Provincia – ha avuto sempre lo stesso gruppo promotore, formato da volontari e guidato dal geom. Ruben Sagredin, Presidente dei Comitati Pro Loco prima, e della Pro Loco di Ceregnano poi.

    Proprio Sagredin, nel delineare a grandi linee il trentennale cammino dell’iniziativa, e rammentando le difficoltà del passato e del presente (crisi generale dell’economia, crisi della produzione specifica, carenze imprenditoriali, latitanza delle pubbliche istituzioni), tracciava le coordinate della recessione settoriale nel nostro Polesine.

    Un dato per tutti: intorno agli anni settanta gli insediamenti produttivi, di varia dimensione, in un’area estesa non più di dieci chilometri da Ceregnano, erano una cinquantina e, fra questi, una ventina si trovava all’interno del territorio del solo Comune; oggi il numero degli stabilimenti si è drasticamente ridotto, e sono del tutto scomparse le grandi industrie, forti di 200-300 operai e attive sino a dieci anni fa. Attualmente le maggiori aziende contano 50-60 operai. Inoltre la crisi rende estremamente difficile essere propositivi, fatto questo che induce le aziende a prediligere, come interlocutori, gli acquirenti privati, mentre un tempo l’attenzione era rivolta soprattutto alle aziende commerciali del settore.

    Comunque sia, la mostra è servita, serve, e ci si agura possa servire anche in futuro, come momento di incontro e confronto tra produttori e come mezzo adatto a pubblicizzare il mobile polesano sia all’interno della Provincia, sia fuori nel veneziano, nel padovano e nella fascia rivierasca del Po, ovvero Ferrara e Mantova, nonché Bologna e Modena.

    Trattando della fortuna dell’iniziativa, il Presidente della Pro Loco, Ruben Sagredin, osservava di non dare affatto per scontata la 31ª Mostra: “Si è fatto 30 e non è detto che si faccia 31. Per fare 31 bisogna che la mostra serva ai produttori e alla realtà polesana; bisogna che proceda con le esigenze dei tempi; bisogna che continui ad essere riconosciuta e tutelata dalla Giunta Regionale Veneto e sostenuta fattivamente dal Comune di Ceregnano e dalla Camera di Commercio di Rovigo.

    E va detto che purtroppo l’iniziativa non trova più conforto in un reale e costruttivo sostegno da parte degli enti. Gli enti sostenitori offrono il loro aiuto in modo certamente corretto ma limitato e non conforme alla dignità della mostra, non sufficiente ad un miglioramento di immagine, non impeccabile nei confronti di un volontariato che andrebbe considerato e compreso di più”.

    “Perché la mostra continui – sottolinea ancora il presidente della Pro Loco – occorrono garanzie di tutela da parte degli enti, strutture nuove con centro mostre a Ceregnano o, quanto meno, mezzi per rinnovare gli stands, un serio e chiaro impegno da parte degli enti, una maggiore comprensione del ruolo svolto dal volontariato che è e deve rimanere fuori e al di sopra dei partiti”.

    “La Mostra del Mobile di Ceregnano – puntualizza Sagrentin – è l’unica esperienza in Polesine durata trent’anni. La continuità stessa – trent’anni – dice tutto e richiede scelte chiare: o le istituzioni si impegnano seriamente a valorizzare e far crescere questa mostra, o è la fine della rassegna stessa, che quest’anno ha visto oltre ventimila visitatori e nel corso delle varie edizioni ha acquistato riconoscimenti certamente favorevoli per Ceregnano e il Polesine”.

  • Premio letterari°o “Arturo Avanzi”

    Premio letterari°o “Arturo Avanzi”

    Tra le manifestazioni culturali che nei scorsi mesi hanno avuto luogo in Polesine, un ruolo di sicuro interesse ha rivestito il Premio Letterario “Arturo Avanzi”, organizzato dal Circolo Culturale “2000” con il patrocinio del Comune e dell’Azienda di Promozione Turistica, nato con l’intenzione di cogliere il rapporto esistente tra la gente polesana e Rosolina, “il paese dei laghi e delle dune” (come ebbe a scrivere il generale Avanzi in “Vecchio mondo polesano”), nella consapevolezza che questo ambiente ha ispirato poeti come Eugenio Ferdinando Palmieri e Gino Piva.

    Ecco il perché del tema unico “Rosolina e il suo ambiente: la terra, le valli, il mare”. Il premio, entrato anche nelle scuole per l’intento dei promotori di sensibilizzare i più giovani nei confronti della poesia e della natura, era articolato in tre sezioni: poesia in lingua o in dialetto, narrativa, poesia per bambini e ragazzi.

    La serata conclusiva si è svolta il 7 agosto 1993 nella cornice del Centro Sociale di Rosolina con una buona affluenza di pubblico. Dopo una breve introduzione sulla nascita e le attività del Circolo Culturale “2000”, il presidente Orazio Bertaglia ha presentato i membri della giuria composta da Giuseppe Avanzi, medico e figlio del generale Arturo Avanzi a cui, nel decennale della morte, è stato intitolato il premio; Maria Grazia Amidei, ex insegnante di lettere impegnata nel mondo dell’artigianato artistico; Grazia Giordani, giornalista e scrittrice; Angioletta Masiero, poetessa e scrittrice; ed infine Simone Martinello.

    Nella sezione giovani ha vinto Milena Mimmo di Rosolina con la poesia “Nel silenzio” dove “nella autenticità dei toni e nella spontaneità delle immagini, emerge la personalità della giovane autrice che sa cogliere l’essenzialità poetica di un messaggio racchiuso nella natura che l’uomo continua a deturpare”. Seconda classificata Laura Furin di Lendinara con la poesia “Il mio mare, Rosolina!” dove la superficie marina è armonia, respiro, canzone che culla chi scrive accompagnandolo alla scoperta del mondo. Una segnalazione è andata alla brevissima poesia “Il mare” di Silvia Lazzarin di Rosolina.

    Per la sezione dedicata alla narrativa si è classificato al primo posto Paolo Avanzi, psicologo e scrittore di racconti riconducibili alla letteratura del mistero, con “La dichiarazione”. Il racconto è intrecciato di trame descrittive dove il paesaggio risulta “in simbiosi con gli stati d’animo del protagonista” che alla fine vede limitata la sua libertà. Il secondo premio è andato ad Oliviero Ferro di Rosolina con “La fola vecia” definita dalla giuria “una favola birichina dove cronaca ed invenzione, in gioiosa rincorsa, ripropongono al lettore un lembo di passato di godibile lettura”.

    Per la sezione poetica ha vinto Maria Teresa Mancini di Adria con la lirica “Lame di fuoco” dove l’autrice, dando sfogo all’immediatezza espressiva con una versificazione essenziale, ha saputo impreziosire il suo dire poetico attraverso una perfetta coerenza di suoni ed immagini che colgono un istante colmo di privilegio, “l’inatteso miracolo”. Al secondo posto si è classificato Pietro Conforto Pavarin con la poesia “Rosolina” dove, attraverso le sfumature della lingua dialettale, il poeta di Rovigo ci offre una vivida immagine del mare che stempera il veleno delle nostre inquietudini in dolci “promesse d’amore” ritmate dall’incanto naturale. Ai vincitori delle rispettive sezioni sono andati in premio una targa offerta dal Circolo Culturale “2000” e dei soggiorni a Rosolina Mare offerti dagli operatori turistici della località balneare, mentre i secondi classificati hanno ricevuto una targa offerta dall’Azienda di Promozione Turistica di Rosolina per mano del commissario straordinario Oliviero Lazzarin.

    Il Premio Speciale della Giuria – un quadro del pittore rosolinese Silvano Baldo – previsto per quell’opera che meglio fosse in sintonia con il tema del concorso, è stato consegnato dal sindaco Ermenegildo Ghezzo al direttore di Ventaglio Novanta, Lino Segantin di Lendinara, autore del racconto “La strada delle valli” ritenuto pregevole per “la freschezza disinvolta dei dialoghi” che sanno creare una trama coinvolgente che “trasporta il lettore attraverso suggestive vie d’acqua in un pianeta giovane e gli offre squarci di squisita ecologia”.

    Il premio, che ha contato una quarantina di partecipanti, pare essersi incamminato sulla strada giusta e otterrà maggiori apprezzamenti se saprà diventare, come disse David Maria Turoldo, uno “strumento di cultura per quest’uomo moderno che siamo noi: un uomo sempre più defraudato e rapinato dei valori ultimi, del suo patrimonio di umanità”. Rosolina dovrà solamente custodirlo perché questo basso Polesine – e Gino Piva nelle sue “Cante d’Adese e Po” lo scrisse – “ha un’anima tutta sua che non può rimanere estranea alla nostra sensibilità”.

  • Veneti in Australia

    Veneti in Australia

    Si potrebbe pensare che la maggioranza degli emigrati veneti in Australia, a quest’ora dopo tanti anni, si siano dimenticati della loro terra, dei loro paesi, dei loro amici ed anche dei parenti. Invece è tutto il contrario! Noi siamo rimasti sempre vicini, con la mente e con il cuore, al nostro paese. Si potrebbe anzi parafrasare il detto che, proprio quando una cosa ci manca, più se ne sente la mancanza, e si apprezza.

    Chi è coinvolto in un lavoro di volontariato tra gli anziani sa quanto questi siano rimasti attaccati alle tradizioni familiari, religiose, ai principi sani e morali. Gli emigrati veneti sono sempre stati stimati dalla gente e dalle autorità australiane anche perché – tramite la loro volontà di lavorare, la loro onestà, il loro rispetto per le leggi locali – hanno saputo meritare stima, a differenza di altri gruppi etnici.

    Gli italiani in genere non solo hanno conquistato il benvolere degli australiani e di altri emigrati, ma hanno anche contribuito alla divulgazione e all’apprezzamento della lingua e cultura italiana.

    Non sempre le cose sono però state facili: anzi. Chi si trovava in Australia prima e durante l’ultimo conflitto mondiale, e tutti quelli che arrivarono in questo paese negli anni ’40, ’50 e ’60, sanno, per dure esperienze, quanto gli italiani abbiano dovuto sopportare in ingiurie, insulti, diffidenze ed umiliazioni.

    Questa incresciosa situazione oggi, si può dire, non esiste più, anzi gli italiani come tali, ed in modo speciale i veneti, proprio per la loro laboriosità e parsimonia, sono rispettati e spesso anche invidiati.

    Nonostante tutto, abbiamo oggi da risolvere ancora due problemi prima di passare alla fase definitiva dell’emigrazione italiana in Australia, e precisamente: il problema dell’anziano e quello dei giovani di seconda, terza ed anche quarta generazione. Per rispondere al problema degli anziani posso dire che, anche se il problema finanziario non è di primaria importanza, lo è per molti specialmente quando il loro sostentamento è basato solamente sulla pensione sociale australiana. Ma per gli anziani il problema maggiore riguarda la solitudine, la non conoscenza della lingua locale, l’incomprensione dei figli.

    Per quanto riguarda il problema dei giovani di 2ª, 3ª, 4ª generazione, la situazione è un po’ più complessa. Appena arrivato in Australia l’emigrante si è trovato in un ambiente completamente nuovo, con costumi, usi, lingua, completamente diversi, e, come accennato sopra, si è dovuto perfino difendere dall’ostilità dei “locali”.

    Ebbene, questa situazione ha, in un certo qual modo, obbligato l’emigrante italiano ad isolarsi dalla comunità e formarsi in gruppi locali molto spesso composti da italiani provenienti dalla stessa provincia, e spesso dallo stesso paese, parlando quasi sempre in dialetto; perciò, così facendo, i loro figli avevano solo la possibilità di imparare, come lingua, il dialetto dei genitori. Questa situazione ha creato nei nostri figli un certo complesso di inferiorità che ha contribuito a far sì che non si sentissero orgogliosi della propria origine. Essi dunque si sono ribellati ai loro genitori e si sono impegnati soltanto in quello che era australiano.

    Sembrava essere una ribellione permanente, invece… dopo tanti anni di sacrificio da parte di quelli di 1ª generazione, ed anche considerando la mentalità cambiata dell’australiano, i nostri figli hanno compreso ora quanto hanno perso nella vita, e ritornano (2ª, 3ª generazione) alla ricerca delle loro radici, con un entusiasmo tale da far meravigliare, e allo stesso tempo da farci sentire orgogliosi.

    Infatti se i figli (3ª, 4ª generazione) hanno ora l’opportunità di imparare l’italiano nelle scuole, nelle proprie classi assieme a compagni non italiani, ciò è proprio dovuto all’interessamento dei loro genitori che hanno capito quanto sarebbe stato facile per loro imparare l’italiano dai loro genitori, ma non l’hanno voluto o molto spesso non l’hanno potuto fare.

    Ora però si prodigano in tutti i modi affinché i loro figli non perdano quest’occasione di conoscere ed imparare la lingua, gli usi e costumi, i principi morali e le tradizioni dei loro genitori, nonni, alla scoperta della loro italianità.

  • Il lievito del gemellaggio

    Il lievito del gemellaggio

    È indubbio che il sistema più valido per mantenere attivo un gemellaggio consiste nel far seguire agli iniziali e necessari rapporti istituzionali (quelli delle delegazioni ufficiali per intenderci) periodici interscambi delle associazioni culturali, ricreative e possibilmente anche economiche. La frequenza e la spontaneità dei contatti rappresentano infatti il lievito del gemellaggio stesso e costituiscono certamente il principale fattore di crescita e consolidamento del vincolo di amicizia tra due comunità lontane.

    Proprio su questi presupposti si basa il legame Rovigo-Viernheim, rinsaldato a scadenze sempre più ravvicinate dalle associazioni delle due comunità, le quali da un paio di anni stanno divenendo sempre più parte attiva di un interscambio socioculturale che, in definitiva, si configura come uno sviluppo di civiltà.

    Nella scorsa estate sono state le due associazioni “Amici del Po” e “Amici della Germania” a farsi ambasciatrici di Rovigo in terra tedesca, invitate a Viernheim dagli “Amici della Natura” (Naturfreunde).

    Un’ospitalità calda ed operosa quella che gli “Amici della Natura” hanno riservato ai rodigini, che, per una piacevole concomitanza, la sera del loro arrivo sono stati accolti da un’importante manifestazione all’insegna del “made in Polesine”. Nella elegante chiesa dei Santi Apostoli si è infatti esibito il complesso vocale polifonico diretto dal M° Giorgio Mazzuccato, con esecuzioni apprezzatissime, sottolineate da scroscianti applausi. È seguito presso la sede municipale un rinfresco, durante il quale il borgomastro Norbert Hofmann ha consegnato riconoscimenti ed attestati di amicizia al direttore Mazzuccato, alla prof. Daniela Felz, animatrice del gruppo “Amici della Germania”, autentica linfa del gemellaggio, e al prof. Sauro Passarella, attivo rappresentante degli “Amici del Po”.

    È stata una settimana ricca di approfondimenti culturali e sociali, quella vissuta a Viernheim, che ha lasciato una reale traccia nell’animo dei partecipanti al soggiorno.

    Indimenticabile innanzitutto l’ospitalità delle famiglie, ricca di calda accoglienza e suscitatrice di nuove amicizie. Di notevole interesse la visita alla città, con l’ausilio dell’arch. Dr. Kissel, tecnico comunale, che ha illustrato il significato innovatore, in un’ottica di recupero dei valori ambientali, impresso al tessuto urbano della città. Gli amministratori di Viernheim stanno seguendo una logica di “verde globale”, incentivando sperimentazioni con tecniche avanzate di impermeabilizzazione che permettono di far crescere il verde perfino sui tetti delle abitazioni.

    E, che dire, restando in tema di verde, del bosco di pianura (anche in Polesine da circa un decennio se ne parla molto… ma solo se ne parla!) che per oltre dieci chilometri si estende a nord di Viernheim? La visita guidata di Udo Bochholz degli “Amici della Natura” è stata illuminante per comprendere come l’obiettivo della tutela ambientale non sia solo uno slogan da utilizzare in discorsi ad effetto.

    E poi ancora scoprire l’interesse che là, in terra straniera, c’è nei confronti del Po, al punto da prenotare un soggiorno nel cuore del Delta in un mese decisamente atipico per le ferie, qual è quello di ottobre.

    Epicentro per interessanti escursioni, Viernheim (città sviluppatasi in gran parte nel nostro secolo e perciò non molto dotata di ricchezze artistiche del passato) permette di raggiungere in breve località rinomate come Heidelberg, città universitaria, ricca di testimonianze storiche; Weinheim, elegante gioiello, caratterizzata da un’architettura tipica, in cui ogni costruzione è da ammirare; e poi Ladenburg, centro pittoresco e signorile; Heppenheim, capoluogo di provincia; e ancora la grande Mannheim, col suo principesco palazzo e la regolarissima pianta del centro; senza citare le decine di paesi sparsi sulle pendici montane, ognuno dominato dal suo caratteristico castello. E per finire, ad una cinquantina di chilometri, il Reno per una indimenticabile gita fluviale da Bingen a St. Goarshausen, cogliendo immagini di rara suggestione.

    Una settimana intensa dunque, ricca di interessanti opportunità; esperienze che in definitiva si configurano come tanti nuovi tasselli da aggiungere alla molteplicità dei rapporti interpersonali che costituiscono il vero cemento di un gemellaggio.

  • Emma Marcegaglia premiata dal Rotary

    Emma Marcegaglia premiata dal Rotary

    Il “Paul Harris Follow”, la più alta onorificenza rotariana, è stata attribuita lo scorso 5 ottobre 1993 alla dottoressa Emma Marcegaglia, amministratore delegato della Albarella Spa.

    Il Rotary, presieduto dal dott. Oscar Munerati, con l’attribuzione di questo prestigioso riconoscimento, ha inteso sottolineare la benemerita opera prestata dalla dottoressa Marcegaglia a favore di gruppi di giovani portatori di handicap, per i quali ogni estate vengono messe a disposizione varie ville nell’isola di Albarella.

    Cinquantuno sono stati i giovani disabili provenienti da tutta Europa, assistiti dai propri accompagnatori e da volontari della Croce Rossa Italiana, che la scorsa estate hanno beneficiato dell’ospitalità in Albarella nel contesto di un programmato “Handicamp”, alla cui realizzazione ha attivamente collaborato il prof. Lorenzo Naldini, rotariano di Rovigo, da anni animatore di questo tipo di iniziative.

    La dottoressa Emma Marcegaglia è stata segnalata per l’assegnazione dell’onorificenza dal Governatore (1992-1993) del 2060° Distretto Italia, Sergio Prando presente alla conviviale che ha avuto luogo presso l’Hotel Cristallo di Rovigo.

    Nel suo intervento il Governatore ha evidenziato il valore dell’iniziativa ed elogiato tutte le persone che si sono impegnate per la riuscita di questa attività.

    Alla serata rotariana erano presenti numerose autorità polesane, fra cui il prefetto Sergio Gibillaro, l’ex sindaco di Rovigo Renzo Marangon (anche il Comune ha collaborato all’iniziativa), la signorina Olga Vettori, ispettrice provinciale della Croce Rossa e assegnataria, due mesi fa, dell’onorificenza sopraddetta per l’attività in aiuto dei profughi dell’ex Jugoslavia e del Vietnam.

  • Libri in redazione

    Libri in redazione

    Tra i volumi giunti in redazione, segnaliamo in particolare la nuova raccolta di poesie di Angioletta Masiero e l’originale romanzo di Francesco Peratello con cui rispettivamente apriamo e chiudiamo questa rubrica.

    Con la pubblicazione dei due libri, “Turismo & Cultura”, editrice anche di Ventaglio Novanta, continua il suo impegno nel campo letterario, incrementando l’apposita collana “Le Eliadi”, accreditatasi come importante punto di riferimento per gli autori della nostra terra.

    Angioletta Masiero: “El Polesine sconto”, Editrice Turismo & Cultura, Rovigo 1993

    Dedicato ai polesani, a quelli residenti e a quanti hanno abbandonato la provincia di Rovigo per problemi di lavoro. Angioletta Masiero propone, con questa sua ultima opera in versi dialettali, uno spaccato poetico quanto mai suggestivo di questa nostra terra segnata dai fiumi. Continuatrice della genuina tradizione poetica che in passato ha avuto in Gino Piva e Livio Rizzi le voci più originali, Angioletta Masiero ritrae il Polesine dell’anima, quello che, se non ci fossero i poeti, sarebbe forse destinato a restare irrimediabilmente celato, “sconto” per l’appunto.

    Il volume, che fa parte della collana “Le Eliadi” dell’editrice “Turismo & Cultura”, si presenta arricchito di riproduzioni artistiche di Alberto Cristini, Ilario Bellinazzi, Elda Altafini, Bianca Poli Mantero, Mario Secchiero e Raffaele Pellizzari.

    “Carlo Bagno – Profilo di un attore”, Alcione Editore, Venezia 1993

    Il volume, realizzato grazie alla collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Lendinara, della Cassa Rurale di Lendinara e del Cinit-Cineforum italiano, apre la nuova collana “Teatro di Ieri. Gli Assenti” dedicata a personalità di rilievo del mondo teatrale che hanno lasciato una traccia non irrilevante nel mondo delle scene.

    Il volume, che ospita interventi di Giuseppe Barbanti, Gian Antonio Cibotto, Sergio Garbato, Fiorello Zangrando, Alessandro Cuk, Giorgio Pullini, e testimonianze di Giulio Bosetto, Gianfranco De Bosio e Luigi Magni, ricostruisce con intelligenza il profilo di uno dei protagonisti del teatro veneto del nostro secolo. Carlo Bagno, che ha legato il suo nome a memorabili interpretazioni di Goldoni e Ruzzante, è restato per tutta la vita indissolubilmente fedele al palcoscenico, nonostante la notorietà offertagli da alcune riuscite interpretazioni cinematografiche.

    Il volume, ricco anche di interessanti fotografie, si configura come un’importante testimonianza dell’attività e della vita dell’attore lendinarese scomparso lo scorso anno.

    “Giacomo Matteotti. La vita per la democrazia”, Minelliana, Rovigo 1993

    Il volume, che fa parte della collana “Rapporti Polesine e Cultura Padana”, curato dal Prof. Mario Quaranta, contiene gli atti dell’omonimo convegno di studi indetto dalla Minelliana in collaborazione con l’Istituto di Scienze Politiche dell’Università di Padova.

    Gli interventi dei vari autori fanno risaltare la figura dell’uomo politico polesano, profondamente ancorato al metodo democratico. Giacomo Matteotti, socialista riformista convinto, fu sempre deciso nel rifiutare lo strumento della violenza, certo della necessità di emancipare il proletariato con l’istruzione, per realizzare una società nuova, matura e consapevole.

    L’impegnativa pubblicazione intende in definitiva far risaltare il pensiero e il ruolo di Matteotti nel contesto storico in cui visse e operò, delineandone in modo completo la figura, troppo spesso interpretata in modo riduttivo, quale vittima del Fascismo.

    Antonio Rossin: “Sistema alternativo”, Piovan Editore, Abano Terme 1993.

    Pur consapevole delle difficoltà di proporre un codice interpretativo della realtà diverso da quello comunemente accettato, il dott. Antonio Rossin ha realizzato la sua opera al fine “di offrire alla gente un livello adattativo più evoluto”, confortato nel suo impegno anche da recenti studi e osservazioni sul fenomeno sociale della tossicodipendenza che va combattuta formando personalità autonome, indipendenti e flessibili.

    L’autore fa seguire le elaborazioni concettuali dei vari capitoli da un dialogo tra due personaggi che, riprendendo in qualche modo i temi trattati, costituiscono un piacevole riferimento narrativo, che facilita l’accostamento all’opera anche da parte di lettori meno introdotti nella problematica.

    Francesco Peratello: “Pianto e Rimpianto”, Editrice Turismo & Cultura, Rovigo 1993.

    L’autore, che vive ed opera a Salara, esordisce nel mondo della narrativa con un romanzo che narra la storia avventurosa e avvincente di un tesoro rimasto integro nel corso dei secoli, determinando, viceversa, mutamenti repentini della vita di quanti più o meno casualmente ne vengono in contatto. Il taglio “giallo” del romanzo è coniugato in modo interessante con gli inquadramenti storici che, scandendo le varie epoche in cui si snoda la trama, risultando ben armonizzati col contesto narrativo.

    Questa “opera prima” di Francesco Peratello presenta dunque validi requisiti per destare l’interesse del lettore. Una volta entrati nella suggestione del racconto, ci si lascia condurre per mano dall’autore nella complessa spirale di vicende che si intrecciano attorno al prezioso tesoro risalente agli antichi celti.

  • Le poesie scelte

    Le poesie scelte

    Mareggiata

    I turisti sono spariti
    tutti. Gli ombrelloni a colore
    dal forte vento divelti.

    Il sole: un sentore
    di luce sbiadita nel giorno
    che muore. A ricordare la vita
    alati guizzi di gabbiani
    fra gli spruzzi alti del mare.

    Trent’anni

    Ho combinato poco
    in questi trent’ani di vita:
    ho tracciato sulla carta il gioco
    dei versi e dei sogni – ardita
    fantasia – ma i poeti, si sa, sono lingue
    di un fuoco acceso a salutare
    l’aurora, frettoloso crepitare
    che la brezza di mare pigramente estingue.

    In vale

    In vale se lavora tranquilamente
    quasi luntan da ’sto mondo tuto sconquassà.
    Fiuri de barena, el miracolo del vento
    tra le cane, osei che vola: un incanto!
    Saria un pecà ch’el parco no’ fusse fato.

    In primavera se somena el pesse,
    se controla l’acqua, se regola la ciavega
    e se biastèma fin ch’el cresse.
    L’è ’na maraveia vedare bisati, boseghe, orà
    che a Nadale i vien ciapà e portà su, in cità.

    Co fa giasso in te i oci del paròn
    se ghe lese, par la morìa, la disperassion.
    Alora in compagnia se beve un goto de vin bon
    e, co’ la legna che s-cioca sul fogo impissà,
    se canta, se magna e qualcun el se imbriaga.

    Solo ’ndare in giro de note l’è bruto,
    tuto intabarà par el fredo e la fumara
    se pensa a casa, ai putei impacà, ala dona
    che se desfa le dresse incoconà vardando fora
    prima de destirarse sul leto e pregare la Madona.

    …Un rumore. Forse l’è ’na s-ciopetà,
    distante. Scolto sensa fià: gninte…

    …Deboto el sole sora l’arzere nassarà
    e cussì, co’l ciaro, tuta la paura passarà.
    No’ gh’è da maledire la vita che ne strapega,
    a volta basta, par tirarse su, ’na fantasia,
    un sogno, do caresse e ’na bela poesia.

    Paese de Marina

    (da un verso di Livio Rizzi)

    In paese ’l respiro del mare sale
    al primo s-ciarezare de la matina
    scortà da ’na nuvola, bianca cavalina,
    e da un crocale che slarga le ale.

    Ne la caressa lisièra de la primavera,
    sorisi de bionde putele, sogni e vosi
    i se core drìo su pa’ i monti de sabia silensiosi
    co’ ’na baveta de garbin che pianin cuna la sera.

    Scuro de luna. In cielo gh’è ’na stela
    che sluse cofà la to boca,
    un fogo vivo che s-cioca,
    rossa cofà un papavero in-te-na stradela.

    Ah, vecia tera polesana,
    piena de caligo e de ilusion!
    el tuo l’è un sigo de desperassion
    che se perde ne l’intrigo d’aqua e cana.

    Ma semo nati qua e brindemo a l’amore
    e, anca se ’l mondo gira tutto difarente,
    ’na chitara che sona e ’na dona arente
    ne fa desmentegare ’sti tempi carghi de dolore.

    Approdo

    Non ho che queste piccole mani
    bianche e poche parole
    che bucano il silenzio di stanze
    screziate dall’azzurrità del cielo
    e questo corpo – esile stelo
    sopra il quale intrecciano danze
    sogni stellati e mondi lontani –
    messaggero che ti rischiari la voce
    in un mattino di sole.

    Sediamo insieme ad aspettare
    la nascita del vento sulla foce
    del fiume che muore, ad ascoltare
    il rumore dell’alba: stridìo
    di gabbiani nell’incerto sciabordìo.

    Quando finirà questa guerra
    che infiora di morte le cose della terra
    usciremo nei viottoli a cantare –
    gioiosi menestrelli – poesie e favole,
    e non ci sarà più il vuoto
    dietro agli angoli, ma scale
    che porteranno oltre il moto
    dei pianeti e il passo delle nuvole.

    Approderemo a una galassia insolita
    dove anche senza pioggia cresceranno semi
    di amore e libertà, dove i geni
    impiantati all’inizio della vita
    non si piegheranno all’incubo dei giorni.

    Fetonte

    Sull’argine del Po, Fetonte guardava:
    tendendo la mano – sembrava
    invecchiato, il viso glabro e stanco,

    tutto ammantellato di bianco,
    i biondi capelli al vento,
    i cavalli a lato – mi indicava

    le valli, il leggero tremolio dei pioppeti,
    il fruscio d’ali tra i fitti canneti,
    il rosso dei papaveri fra il grano dei campi,

    corpi di donne nude sino ai fianchi.
    “Non avere fretta, auriga celeste;
    lascia che io viva intensamente

    ancora pochi attimi su questa frale
    terra dal destino mutevole e incerto
    in attesa che il segno si faccia evento

    e breve il volo verso lo scacco finale
    dove più alta incombe la luce
    che conduce all’intesa con l’unica voce”.

  • Il mondo poetico

    Il mondo poetico

    Profumo d’estate

    Profumo d’estate nei tuoi
    dolci occhi velati.
    Ebbrezza evanescente
    sui morbidi petali
    d’estate.
    Corolle aperte alle carezze
    di mani sconosciute.
    Sotto l’albero antico
    di mille anni
    ho ritrovato il tuo amore.

    Canterò serenate d’amore

    Canterò serenate d’amore
    con chitarre celestiali
    nell’antica terra
    dei cavalieri sperduti;
    con madrigali
    ricamerò ricordi d’amore
    e porterò nel mio cuore
    il tuo ricamo.

    Dolce attimo

    Sei come l’angolo di casa
    dolce e protettivo.
    Sei come la colomba
    che dorme al mio fianco.
    Sei come la nuvola in cielo
    che ristora
    dall’arsura quotidiana.
    Sei l’acqua del torrente
    che bagna l’assetata sponda.
    Sei il dolce attimo
    di tanti pomeriggi
    di attesa.

    Bruma pomeridiana

    Filari avvolti nella nebbia,
    solitari gabbiani di mare,
    terra e cielo come unico momento.
    Qualche bagliore acceso
    qua e là
    ci avverte
    di un debole calore umano.
    Civiltà sperduta
    questo è il tuo scotto.
    Essere come case
    diroccate
    in una nuvola bianca,
    terra nuova e sterpaglia
    aggomitolata.
    Sentirsi zolla
    addormentata
    e abbandonata nella speranza.
    Spersi nella bruma
    pomeridiana,
    come antiche ville
    dimenticate,
    dai trascorsi fasti.
    Canne palustri,
    immobili
    e solitarie
    tutto intorno.
    E sentirsi, con stupore,
    stella abbandonata
    in un immenso spazio.

    Polesine

    Polesine,
    terra d’acqua
    e di basse cupole.
    Chiesette sperdute
    e solitarie
    in verdi giunchi
    nell’immensa distesa
    di incantate valli.
    Terra verde
    ed immensa,
    coltivata di sofferenza,
    dimenticata
    e maltrattata.
    Quando ritroverai la dignità,
    fatta di nullità.
    Dolcezze sperdute
    su specchi d’acqua.
    Camminare lentamente
    lungo filari di pioppi
    e ritrovare
    qua e là
    frammenti di serenità.

    Tramonto

    Un pittore ha disegnato
    il cielo con la sua tavolozza
    questa sera.
    Ha usato, però, solo il rosa.
    Pennellate e strisce
    lungo tutto il cielo
    nell’azzurro infinito
    per un tramonto sul fiume.
    Le acque smarrite nel rosa
    rispecchiano questa sfumatura.

    Perché pittore celestiale
    non dipingi ogni sera
    il cielo del color del pesco?
    Il sole, sai, è contento
    di dormire su petali di rose;
    è più gaio addormentarsi così.
    Il domani sarà, sicuramente, più dolce.

    Note musicali

    Sul bianco libro del destino
    le note musicali della vita.

    Note d’amore, di luce
    nella sperduta strada
    della felicità.

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