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Archivi: Articoli d’archivio

  • Machèo imbroja el Demonio

    Machèo imbroja el Demonio

    Machèo era un “magnan”, (specie di ramaio aggiustapiatti) ambulante, birbone matricolato che nel suo perenne girovagare per le strade del mondo, molte cose aveva veduto ed appreso. Col suo infallibile occhio di civetta aveva fotografato un’inesauribile scorta di fatti, persone e situazioni che gli permettevano, da analfabeta qual era, di barcamenare la vita senza aver mai sgualcito il sillabario scaldando le panche di scuola.

    Accadde dunque in un giorno di luglio, quando il sole picchia con la forza di un maglio sulle cose e sugli uomini, che Machèo ciondolasse stancamente per una stradina deserta, diretto in qualche paese per poter campare della sua arte.

    “Machèo… Machèo…”, sentì sussurrare alle spalle il conciapegnate errante.

    Si voltò e, credendo la voce provenisse da dietro un castagno, si sporse sul bordo della via e gridò: “Chi xe ca me ciama?”.

    “Machèo… perché fare quella vita errabonda, perché sfidare il sole e il gelo?… Ascoltami… seguimi… e diventerai ricco, ricchissimo”, proseguì la voce misteriosa.

    “Parbaco, e chi xelo? El se faga védare sior, lu ch’el vole zulare le palanche in coste alla zente”. Forse un pazzo, pensò Machèo, ma in quel mentre comparve dal nulla un individuo tenebroso, dalla faccia scura come caligine e le mani adunche; un cappellaccio gli copriva i capelli corvini, lampi di tempesta guizzavano negli occhi di brace, e tutto intorno si spandeva l’odore dello zolfo bruciato.

    “Te si el Demonio”, esclamò di botto ma senza timore Machèo: “Cossa zerchito, parché voto farme sior…?”.

    “Ti farò signore di queste terre, oro e gioielli numerosi più dei sassi che calpesti per strada; ai tuoi piedi si prostrarranno coloro che oggi ti trattano da villano e ti vorrebbero pagare con la frusta”.

    Per quanto allettato dalle lusinghe del Diavolo, a Machèo non mancò il buonsenso dei semplici e pensò tra sè: “Se costui vuol farmi ricco, pretenderà chissà quale prezzo… Già, gli uomini non muovono una paglia se non sentono il tintinnio delle monete, figurarsi il Demonio che del male è artefice”.

    “Tutto io ti darò in cambio dell’anima”, propose lo scellerato tentatore. Machèo, furbastro dalle sette cotte, per niente preoccupato dell’anima chiese: “Par i schei se pole starghe, ma dame prima on contentin ca me goda”.

    Già dalla bocca del Diavolo colava bava di desiderio, un fremito di trionfo gli saliva dalla coda lanceolata; aveva vinto un’altra infame battaglia.

    “Mi basta, disse Machèo, che tu entri in questo sacco ove custodisco i miei stracci, sarà la mia assicurazione alla tua proposta”.

    Il Demonio, folle di libidine, lanciò lontano il cappellaccio, e con un balzo entrò nel sacco tesogli da Machèo. Costui non aspettava altro; non appena l’essere infernale fu completamente entrato, lesto come la folgore, afferrò la bocca del sacco, la legò stretta, poi saltellando dalla contentezza brandì il nodoso bastone che sempre portava seco come personale difesa, e si diede a menare sul sacco colpi che avrebbero steso un bue.

    E più il Diavolo urlava dal dolore più Machèo raddoppiava la lena, finché esausto dalla fatica lo lasciò pesto e furente per essersi fatto gabbare ingenuamente.

    Per tutti giunge la sera, venne anche per Machèo la conclusiva resa dei conti, e pur essendosi tenuto prudentemente lontano dai ceri votivi e dall’odore dell’incenso, ciò nondimeno pensò bene di bussare alla porta del Paradiso; ricordava le prediche udite da bambino sulla misericordia infinita del Creatore, sperava di passare par el buso della gratarola (grattugia).

    Al vederlo l’Angelo di guardia sulla porta celeste ebbe forti sospetti, poi, preso un enorme registro e cercatolo fra mille e mille, alla fine lesse una dolente nota: Machèo, …il calderaio, si è fatto beffe di preti e frati, ha vissuto senza sacramenti e senza preghiere. “Non posso farti varcare questo sacro uscio; va’, qualcun altro ti starà aspettando”.

    Allora Machèo, naso piantato per terra, si incamminò per la discesa che conduceva all’Inferno e lì giunto bussò rassegnato. Ma non appena i demoni lo riconobbero, presi dal rancore e dallo spavento, gli sbatterono la porta in faccia mandandolo altrove a dar sfogo alle sue birbanterie.

    Si domandò Machèo: “Ohibò, dove xe ca portarò la me anema, se nessun la vole?”. Gli brillò un’idea nel cervello e a lunghi passi tornò deciso indietro, al Paradiso. Bussò perentorio: toc toc.

    Il solito Angelo venne ad aprire e seccato lo redarguì: “Sei sempre lo stesso di prima anche se ora porti la berretta in testa, vattene”.

    Ma Machèo non si dava certo per vinto per così poco e domandò: “Scolta on fià, Anzolo benedeto, cori a ciamare San Piero, a gò dele robe da riportare al to principale”.

    A siffatta richiesta l’Angelo non seppe esimersi, e di malavoglia si affrettò a chiamare S. Pietro. Un santo imponente dalla lunga barba bianca si affacciò al portone di contro a Machèo. Avrebbe messo soggezione anche al Papa, ma Machèo stava all’erta senza scomporsi.

    Disse il venerando apostolo: “Quassù si è sorriso molto per aver tu Machèo turlupinato il Nemico, tuttavia i tuoi peccati non ti consentono di entrare in questo luogo”.

    “Almanco vèrzi la porta in sbacio, ca possa gustare na spiera (raggio) de le maraveje ca ghe sarà drento”, disse Machèo.

    S. Pietro, buono e misericordioso come lo sono i santi, aprì leggermente l’uscio.

    Machèo compì allora il suo capolavoro: lanciò la berretta all’interno ed esclamò: “Adesso te me lassarè ca vaga a torla su”.

    San Pietro, visibilmente stizzito ed in procinto di perdere la compostezza del suo rango, lo redarguì: “Dai sbrigati e poi sparisci, altrimenti saranno guai anche per me”.

    Machèo, lesto come un gatto, sgusciò dentro il Paradiso, ma anziché raccogliere la berretta precedentemente lanciata, vi si sedette sopra.

    Da allora sono passati secoli, ma Machèo è ancora là.

  • Terra, acque e uomini in Bassa Padovana

    Terra, acque e uomini in Bassa Padovana

    Per motivi di lavoro, ma anche con piacere, sono stata costretta per diversi anni a percorrere le strade e gli argini di fiumi e canali fra S. Urbano e Vighizzolo, spingendomi fino a Piacenza d’Adige, Castelbaldo ed Este. Ho osservato incuriosita quei canali e fiumi che per un tratto si svolgono sinuosi entro i loro alvei e per un altro proseguono diritti e indifferenti, ho ammirato quelle stradine sopralevate rispetto al piano della campagna che denunciano la loro antica origine, e quei ponti-canali che di primo acchito sembrano un affronto alle leggi della dinamica.

    Era inevitabile che, prima o dopo, per soddisfare la mia curiosità, ma anche per saperne di più, gravitassi attorno a quella che è l'associazione culturale più rappresentativa della Bassa Padovana ed alla sua espressione più tangibile: il Museo Civico Etnografico di Stanghella. Un'istituzione questa che è il prodotto del lungo lavoro svolto dal Gruppo Bassa Padovana in collaborazione con il Comune di Stanghella.

    Il Gruppo si è formato nel 1969, in anni di grandi fermenti innovativi, con l'intento di costituire un movimento per sensibilizzare le scuole della Bassa alla ricerca di nuovi schemi didattici e culturali. Si è poi maturato e ridefinito, puntando verso la promozione culturale locale, estendendo la sua azione al di fuori dell'ambiente scolastico ed organizzando anche diverse mostre itineranti.

    Da allora la sua originale composizione è variata, attingendo forze nuove ed adottando indirizzi via via più guidati verso le esigenze culturali del territorio.

    Ma chi sono gli amici che fanno parte del Gruppo?

    Quando si parla o si sente parlare del Gruppo Bassa Padovana, il binomio Gruppo-Camillo Corrain è inscindibile; e certamente il professor Corrain, Preside della Scuola Media di Stanghella, ne è da sempre l'anima ed il motore instancabile. Ma dell'associazione fanno parte anche numerose altre persone fornite delle esperienze più diverse e con svariate preparazioni culturali, ma accomunate da un grande interesse per la propria terra.

    C'è chi si occupa di ricerca, chi fa studi su documenti d'archivio o sulla geomorfologia del territorio, ma c'è anche chi si occupa degli aspetti più pratici e concreti, anche i più umili e faticosi, come, per esempio, lo spostamento su e giù per cinque rampe di scale – come ho visto fare spesso in occasione della recente risistemazione del museo – delle vetrine destinate ad accogliere il materiale in esposizione.

    Qualche tempo fa, un'insegnante di Storia presso il Liceo Classico di Rovigo mi raccontava che durante il suo primo incontro con gli amici del Gruppo ebbe modo di "sentirsi vergognosa, ma nel contempo piena di ammirazione di fronte alla passione che traspariva dalle parole di chi, pur privo di cultura – come viene comunemente intesa –, ma animato da interesse ed amore per la storia della propria terra, le illustrava il materiale archeologico raccolto".

    Una lunga storia sta quindi alle spalle di questo Museo etnografico ospitato nell'ex palazzo del Magistrato delle acque. Probabilmente – ipotizza il professor Corrain – trattavasi di un magazzino idraulico, ora proprietà del Comune di Stanghella.

    Fu proprio tra le travature di sostegno del tetto del palazzo che, circa vent'anni fa, proprio Corrain si accorse di un particolare "rinforzo" aggiunto chissà quando. In realtà si trattava di una "scatola" di legno, a forma di parallelepipedo, contenente ciò che ora fa bella mostra di sè in una delle sale al primo piano: la carta catastale del "Retratto del Gorzon" risalente al 1633 e commissionata dal Magistrato dei Beni Inculti della Repubblica di Venezia.

    L'episodio del fortunoso, nonché fortunato, ritrovamento è diventato un po' la leggenda del museo; in realtà l'esistenza della carta, sia pure ritrovata come detto sopra, era già nota da tempo, ma prima che la esaminasse il professor Corrain non si sospettava la sua reale antichità; la si credeva più recente e databile agli inizi del secolo scorso.

    È una carta enorme, la seconda in Europa di queste dimensioni. Misura circa otto metri di lunghezza per quasi tre e mezzo di larghezza e rappresenta, con colori ad acquerello, in scala 1:10.000 circa, il territorio fra l’Adige e i Colli Euganei, da Castelbaldo e Montagnana, toccando Este, fino ad Anguillara Veneta. L'illustrazione si rifà a dati antecedenti al 1633; lo testimoniano l'assetto idraulico e la dislocazione dei nuclei abitati, e rappresenta lo sforzo compiuto dalla Repubblica di Venezia nel ’500 per conquistare i terreni paludosi alle colture, nonché rafforzare il suo potere in terraferma e limitare il progressivo interramento della Laguna. A tal fine il Senato Veneto istituì i Retratti di bonifica, tra i quali figurano, oltre a quello citato del Gorzone, i Retratti di Lozzo, delle Valli di Lendinara, del Bacchiglione, della Battaglia di Monselice. Tali opere comportarono notevoli sconvolgimenti nell'assetto sociale della Bassa Padovana, in quanto, da un'economia prevalentemente basata sulla pastorizia e sulla pesca, si dovette passare ad un'economia essenzialmente agricola.

    La descrizione che potrei fare qui della carta sarebbe inadeguata, e del resto essa è ben descritta, e riprodotta in diverse sue parti, in alcune delle pubblicazioni edite a cura del Gruppo Bassa Padovana: basti dire che la carta del "Retratto" merita anche da sola una visita al Museo.

    Chi lo visita non deve, però, aspettarsi di trovare solo la classica esposizione di oggetti e reperti descritti e catalogati. Sì, c'è anche questo, e ne è ulteriore conferma il rigore scientifico con cui ho visto inventariare da parte della funzionaria della Sovrintendenza ai Beni Archeologici i reperti raccolti in diversi anni da tante persone del Gruppo, e riguardanti periodi che vanno dall'Eneolitico al Medioevo: i pezzi migliori, i più rappresentativi, saranno ospitati, si spera entro breve tempo, nella sala destinata ad illustrare la colonizzazione umana del territorio.

    Ciò che colpisce di più e che è stato nelle intenzioni dei fautori del museo (nato come centro di servizio culturale della Bassa Padovana e pertanto sviluppatosi da un concetto museografico di base alquanto diverso dal solito) è la presenza degli uomini che hanno popolato le paludi prima e le terre strappate alle acque poi. Il museo di Stanghella vuole documentare le loro fatiche e i loro quotidiani problemi di sopravvivenza, ma anche con la loro religiosità, il loro gusto per le cose belle e gradevoli, come poteva essere la decorazione di una tazza o di un piatto, o la fumatina da una pipa di terracotta, oppure ancora il piacere di una chiacchierata con gli amici e il sapore di un bicchiere di vino all'osteria.

    In proposito, sono particolarmente gradevoli, per la loro simpatica disposizione, le botteghe degli artigiani quali il fabbro, il carradore, il maniscalco, la sala della ruralità, specie di "bazar" quale si trovava nelle case rurali del passato, cioè quel luogo dove venivano raccolti gli attrezzi che servivano per i lavori nei diversi cicli stagionali e, non ultima, l’antica osteria del Seicento.

    Man mano che si passa da una sala all'altra questi uomini, invisibili, che ci hanno preceduto e che ora sentiamo vicini, diventano sempre meno sconosciuti e, forse, alla fine, un po' amici.

  • Umberto Maddalena, eroe indimenticabile

    Umberto Maddalena, eroe indimenticabile

    Ricorre quest’anno il primo centenario della nascita di un eroe che non può essere dimenticato: Umberto Maddalena.

    Nato il 14 Dicembre 1894, a Bottrighe, in via Risorgimento, ora Maddalena, nell’attuale località detta “Capo di Sopra”, Umberto Maddalena è stato l’ufficiale più decorato d’Italia: una medaglia d’oro al valore aereonautico, tre medaglie d’argento, due di bronzo, due croci al valor militare e una medaglia d’argento di lunga navigazione aerea. Una serie di riconoscimenti tanto consistente da essere definito il più grande aviatore di tutti i tempi.

    Ecco in sintesi gli episodi salienti della vita dell’eroe.

    A soli tredici anni frequenta tre corsi tecnici a Rovigo ed entra nell’Istituto Nautico di Venezia, compie numerosi viaggi e nel 1914 sale come comandante sul brigantino “Mascotte”. Nell’Ottobre dello stesso anno si trova a Buenos Aires e, con lo scoppio della guerra, ritorna in Italia nell’Ottobre del 1915, entrando nell’Accademia Navale di Livorno e successivamente alla Scuola di Idrovolanti di Sesto Calende (Varese). Nel 1917, con il brevetto di pilota, fa parte delle squadriglie di idrovolanti dislocate lungo le cose italiane; il teatro delle sue operazioni è soprattutto il Veneto ove compie voli atti a rallentare l’avanzata degli Austriaci.

    La sua prima importante azione particolarmente rischiosa avviene sulla base aerea di Pola, dove effettuerà una ricognizione aerea fotografica; lo sgancio avverrà alla cieca proprio perché abbagliato dalle cellule fotoelettriche degli Austriaci. In breve si intensificano gli incarichi sempre più importanti, aumentando i gradi e i comandi. Trasferito a Brindisi compirà molti voli spericolati alla ricerca del nemico.

    Finita la guerra, nel 1919 ad Amsterdam vince una gara mondiale concorrendo con i più famosi piloti del mondo di allora. Nel 1920 ancora vittorie: supera per primo il San Gottardo con un idrovolante, raggiunge il Baltico e conquista il primato a distanza per idrovolanti volando per cinquemila kilometri. Nel 1922 viene nominato comandante dell’Aviazione dello Jonio e del Basso Adriatico dopo essere stato istruttore e pilota in Spagna.

    Nel 1923 è in missione in Olanda e nel 1925 comanda la spedizione sul Baltico, nel 1926 avvia le nostre linee aeree in Oriente. Nel 1927 compie una crociera di diecimila kilometri sorvolando in quindici giorni consecutivi il Don, il Volga, il Baltico, la Svezia e la Germania. Con lui l’Italia viene proclamata “Signora del cielo”.

    Il 1° Giugno del 1928 parte alla volta dell’Antartide alla ricerca degli sperduti del dirigibile “Italia”. Con l’aviatore polesano ci sono il secondo pilota Cagna, il telegrafista Marsano e il motorista Rampini. Dopo voli pericolosissimi sui ghiacciai, il 20 Giugno viene soperta la tenda rossa e vengono portati i primi soccorsi ai superstiti.

    Maddalena diviene un eroe di rilevanza mondiale.

    Conclusa l’ardua impresa, ritorna a Bottrighe scendendo con il suo idrovolante sulla sponda del fiume Po. Migliaia di persone, autorità civili e militari si assiepano in Piazza della Libertà, dall’antica “colonna” alla Chiesa di S. Francesco, mentre l’eroe passa sotto archi trionfali e bandiere. Era il 9 settembre 1928: quella sera vi fu una grande festa in paese con un concerto del prestigioso Istituto filarmonico municipale di Bottrighe e fuochi d’artificio.

    L’intrepido pilota riprende la sua corsa verso nuovi record. Tra il 17 Dicembre 1930 e il 15 Gennaio 1931 compirà assieme a Italo Balbo la transvolata atlantica senza scalo, gareggiando con altri quattordici equipaggi: percorrerà in volo ottomilacentoottantotto kilometri in sessantasette ore, ottenendo naturalmente il primato. Ma nello stesso anno, dopo tante pericolose missioni portate a buon fine con successo, Umberto Maddalena troverà la morte a causa di un banale incidente di volo, nel cielo di Marina di Pisa il 19 Marzo 1931.

    Resta nel cuore di tutti gli abitanti di Bottrighe il ricordo di questo intrepido eroe, a cui è stato dedicato un monumento marmoreo eretto in Piazza Libertà, e inaugurato il 17 Settembre 1978 in occasione del cinquantesimo anniversario della scoperta della tenda rossa. Il 22 Marzo 1992, nel sessantesimo anniversario della scomparsa del grande aviatore, inoltre, è stato scoperto un busto nell’atrio del locale Palazzo Civico, opera eseguita nel 1932 dallo scultore Pietro Ronconi.

    Il binomio Maddalena Bottrighe è inscindibile: all’eroe è pure dedicata la via dove si trova la sua casa; legate al nome dell’eroe sono pure la locale scuola materna e la scuola media, la squadra di calcio e alcune imprese artigiane del luogo.

    Notizie relative alla vita dell’intrepido pilota ci sono state gentilmente fornite dal signor Renato Casalicchio Capo Nucleo della sezione Associazione Arma Aereonautica di Bottrighe, che nutre per Umberto Maddalena un’imperitura ammirazione.

  • Il “Cantar Maggio”

    Il “Cantar Maggio”

    È arrivata la sera della “prima” e tutto è pronto. Gli attori sono al loro posto, attenti nell’interpretare il proprio ruolo, divertendosi per far divertire.

    Il loro teatro è la piazza di Arquà Polesine¹ antistante la bella Chiesa parrocchiale che, unitamente alle strutture architettoniche intorno, si presta da scenario. Qui, per dieci sere, un intero paese recita la sua storia che sa di nobili, di clero, ma soprattutto di popolo.

    Come sempre ed ovunque, anche ad Arquà il popolo è stato protagonista delle vicende svoltesi attorno al suo Castello e nel Castello stesso. Qui, nelle tepide sere di Maggio, dal giorno 20 al 30, nella piazza-teatro si rievocano tradizioni, tornei, giochi, mestieri, avvenimenti storici, che riportano il paese ad un tempo lontano, che può essere recuperato con uno sforzo di ingegno e fantasia.

    Se l’età medioevale è stata spesso considerata un’epoca buia per superstizioni, pestilenze, miseria, morte, ad Arquà quel tempo è rievocato come un’esplosione di gioia, di colori e di suoni, come frenetica voglia di vivere e di lavorare, come desiderio di giustizia conseguita, ancora una volta come da antico copione, con il fragore delle armi, fatte di forche, bastoni, zappe, arieti, ma talvolta anche cannoni, strappati agli armigeri, in armatura pesante e leggera, posti a difesa di nobili e clero.

    La festa inizia proprio con un simbolico assalto alla torre del Castello Estense, attuato dai popolani, in costumi dell’epoca (XIII e XIV sec.). Sfondate le porte con un grosso ariete, entrano e “incendiano” la torre, che rosseggia di sinistri bagliori. L’atmosfera è stata creata e la scena ha già entusiasmato i partecipanti, che gridano alla vittoria.

    In questa forte azione di protesta interviene il clero, che cerca di mediare, facendosi portavoce dei popolani, i quali, disarmati, entrano nella piazza. Il clero, secondo lo storico arquatese Antonio Budri, deve aver avuto un ruolo importante nel territorio; sembra che da sotto il Castello si snodassero dei passaggi che collegavano Arquà con i conventi degli olivetani di Rovigo e di Raccano.

    Un rullìo di tamburi indica che sta per aver inizio la lettura del Documento autentico, in italiano antico, con cui si comunica l’avvenuto assalto al Castello.

    Dopo la riappacificazione fra popolo e nobili, avviene la sfilata storica nei meravigliosi e sontuosi costumi (fedelmente confezionati dalle sarte del paese), in direzione della Chiesa.

    Apre il corteo una coppia di principi con l’erede, seguiti dai nobili di corte, quattro coppie di dame e cavalieri, e dal clero, rappresentato dal Vescovo, capo della diocesi, e dai frati olivetani, a testimonianza della familiare presenza dei monaci del monastero di S. Bartolomeo di Rovigo. Chiudono la sfilata i popolani rappresentanti delle quattro contrade in cui è diviso il paese di Arquà, i quali vanno a disporsi ai lati della piazza secondo l’appartenenza contradaiola.

    È festa di popolo, ed è doveroso soffermarsi un po’ su questo popolo così variamente colorato nei costumi che richiamano antichi mestieri: i redinari, i lanaroi, i scoari, i zestari. Sono queste professioni che danno il nome alle contrade di Arquà, per cui troveremo ancora oggi “via dei redinari”, “via dei folo” (lanaroi), “via dei zestari e dei scoari”, imbandierate per l’occasione con i colori che le contraddistinguono.

    I costumi, confezionati dalla gente delle contrade, sono variopinti e simboleggiano la contrada di appartenenza. Gli abitanti delle contrade, tenacemente antagonisti nei vari tornei (rivalità superata, dopo i festeggiamenti, nella allegra Cena delle contrade), subiscono un’ulteriore distinzione in base alla loro collocazione nel territorio, per cui si chiamano “terazzani” coloro che abitano nelle terre alte (scoari e zestari) e “retratti” quelli delle terre basse (redinari e lanaroi), terre divise dal passaggio dell’antico paleoalveo, la Filistina.

    Secondo la fonte “Mons. Sichirollo”, questi quattro mestieri erano molto praticati nel territorio di Arquà. Infatti, si ricorda che l’antica famiglia Rosati raccoglieva il lavoro degli artigiani al passo omonimo sul Canal Bianco: ceste, reti (tramaci) scope, spazzole (costruite con la saggina abbondante lungo i fossi), manufatti venduti sin nell’Appennino Emiliano.

    Ma ritorniamo alla nostra festa. Dopo che i 700 attori hanno preso posto, prende il via davanti alla corte il primo spettacolo, che varia di anno in anno, e che quest’anno, ideato dal coreografo Claudio Ronda, membro del balletto “Fabula Saltica”, si rifà alla cosmologia di Dante (aria, acqua, terra, fuoco). Segue l’Atto del Giuramento prestato dai quattro capi delle contrade davanti alla corte. Essi si impegnano solennemente a mantenere un comportamento corretto durante il Palio degli ochi, il gioco che chiude tutti i festeggiamenti e la cui partecipazione è la più attesa per il premio, ossia il Palio stesso, uno standardo azzurro con l’insegna del Comune di Arquà e i simboli delle quattro contrade, finemente ricamato a mano.

    Il regolamento della corsa degli ochi è molto severo, in quanto mira al rispetto degli animali che devono essere guidati con le briglie legate sotto le ali in modo che possano muoversi. Le quattro oche-cigno (ognuna con un proprio nome: Bisa, Mora, Celestina, Bianchina), vengono consegnate per tempo, a sorteggio, ai rappresentanti delle quattro contrade, i quali devono custodirle ed addestrarle per la corsa del Palio.

    Se il Palio degli ochi è il più emblematico fra tutti i divertimenti che si susseguono, molti altri giochi concorrono a dare a questa festa paesana un’ampia e spontanea partecipazione di popolo. Infatti, sono stati ripristinati vecchi giochi (a punteggio), cui partecipano adulti e bambini, garantendo grande ilarità: la corsa dei puti e delle pute, il cerchio al palo, il tiro alla fune, la corsa con i sacchi, il salto con la corda doppia, il taglio della legna. Le contrade che realizzano un punteggio maggiore hanno diritto alla migliore postazione di partenza al Palio degli ochi.

    Se poi si vogliono trascorrere due ore in sicura allegria non si potrà mancare al Palio della palla, in cui si gioca lo spassosissimo calcio fiorentino: 27 donne per ognuna delle due squadre in costume, “terazzani” contro “retratti”, si azzuffano senza risparmio di colpi per gettare la palla nella rete avversaria.

    Particolarmente emozionante è pure il Palio delle barche che si svolge nella fossa attorno al Castello, la quale, illuminata da fiaccole, acquista un affascinante aspetto scenico. Su una barca inghirlandata una coppia di nobili apre la gara che si svolge tra le quattro contrade.

    Quest’anno al palio delle barche è stata abbinata una lotteria, assegnando i premi in base all’ordine di arrivo. Al termine, all’interno dell’area del Castello, segue uno spettacolo di fuochi pirotecnici e girandole sempre molto suggestivo. Qui, lungo la fossa del Castello, la prima domenica della festa, dopo un coreografico quadrangolare di bravissimi sbandieratori, alcuni venuti anche da fuori, un mercatino medioevale espone mercanzie varie in rievocazione delle antiche fiere.

    Ogni serata del “Cantar Maggio” è aperta da musici e sbandieratori in costume d’epoca, i quali con tamburi, chiarine e bandiere con lo stemma del Comune di Arquà, rappresentano le quattro contrade. Sono circa 40 giovani (ragazzi e ragazze) che si preparano per tutto l’inverno e partecipano anche a tornei regionali e interregionali: Feltre, Cento Ferrarese, Montagnana, Faenza, Terra del Sole, per citare alcune località in cui si realizzano manifestazioni di questo tipo.

    È dunque tutto un intero paese che fa teatro, e il “Cantar Maggio” ormai è entrato così profondamente nella tradizione, che la gente attende con ansia la nuova stagione per festeggiare la primavera. Tanto è l’entusiasmo collettivo, che la sera del palio degli ochi i vari contradaioli, anche con i piccini, giungono in piazza cantando e ballando, chiamandosi di porta in porta e raccogliendosi in gruppi o salendo sui carri addobbati con i rispettivi colori, recando salame, pan biscoto, vin, pinze onte, pinze infaso’a, schizoti, fugasse.

    Ma dov’è nata l’idea di così grande coinvolgimento popolare?

    A scuola. Sì, otto anni fa Elena Arcolin Cacciatori, insegnante nella locale scuola media, ha voluto far rivivere le strutture medioevali del suo paese. E quale modo migliore se non festeggiando la primavera? Sostenuta da una gran quantità di collaboratori, tra cui Maria Luisa Callegari Chieregati, Marisa Migliari, Laura Culatti e Anna Teresa Venturini, Lina Sichirollo, ha potuto avvalersi del prezioso Giorgio Libanore, regista della vecchia compagnia arquatese “Proposta Teatro Collettivo”, che continua instancabilmente la sua attività, rivisitando anche quest’anno opere goldoniane. Elena Arcolin tiene a ribadire che senza la gente di Arquà, dai bambini agli adulti, non avrebbe potuto far nulla.

    Con il “Cantar Maggio” ha dunque preso nuovo vigore la fiera del Maggio Arquatese, nata 30 anni fa per opera di un gruppo spontaneo presieduto dal sindaco, nel corso della quale si teneva una bellissima e importante mostra estemporanea a livello nazionale, onorata anche dalla presenza del Presidente della Biennale di Venezia, che in futuro potrebbe essere riproposta.

    Il Comitato per il Maggio Arquatese ha recuperato energie promuovendo iniziative quali la partecipazione di varie associazioni culturali, come “il Froldo”, ricreative, sportive, di ballo, allo scopo di contribuire all’animazione nei dieci giorni di festa. Oltre al Teatro, agli spettacoli teatrali, è attesa l’esibizione con canti popolari di una Corale di 70 elementi (molti sono giovani) a quattro voci: bassi, tenori, contralti e soprani, diretta dal M° Costanzo Ciano e dalla dott.ssa Anna Maria Zuccolo.

    I fondi si ricavano dallo stand gastronomico che funziona all’interno del Castello per opera di uno stuolo di volontari, cuochi, camerieri, che si muovono con grande disponibilità senza risparmio di energie. Anche il parroco collabora con i locali messi a disposizione, e la Biblioteca Comunale si è inserita nel Maggio Arquatese con mostre di carattere culturale, sostenendo iniziative come il concorso “Raise Polesane” di poesie dialettali.

    Il richiamo a questa grande ed articolata festa è vastissimo: giungono da Milano, Torino, oltre che dalle province limitrofe e per tanti emigranti è occasione di tornare ad assaporare l’aria della propria terra. Alla chiusura delle manifestazioni, con la tombola tradizionale dell’Avis-Aido, non si può mancare: l’entusiasmante spettacolo pirotecnico della ditta Martarello, conosciuta in Italia e in tutta Europa, che per mezz’ora dà il massimo di fantasia in una fantasmagoria di colori, luci e suoni, degna cornice ad una grande festa di popolo, lascia negli occhi e nel cuore di tutti una comune gioia che affratella e insegna, soprattutto ai giovani, a non lasciar morire valori e tradizioni, anima della gente semplice e laboriosa.

    1 Su Arquà Polesine si veda “Ventaglio novanta” n. 2, “Il Castello di Arquà” e n. 4, “Beni artistici ad Arquà” di Luigi Zilli.

  • Preziosi frammenti di altare

    Preziosi frammenti di altare

    Nel 1966, con delibera della Giunta Comunale di Adria, venivano restituiti alla Cattedrale 91 frammenti in cotto di fattura tardo rinascimentale custoditi presso la Biblioteca Comunale, provenienti da uno o più altari demoliti della stessa chiesa.

    Il provvedimento amministrativo, concordato con l’allora Arciprete, mons. Pietro Mazzocco, comportava l’onere, per quanto fosse possibile, della ricostruzione del manufatto nella cattedrale di San Giovanni, ritenuta luogo originale di provenienza. La Soprintendenza ai Monumenti aveva già espresso il suo parere favorevole al restauro. Ma le speranze di veder compiuta in breve l’opera di ripristino andarono del tutto deluse e purtroppo dovette passare un trentennio perché una parte di quei frammenti potesse essere restaurata e messa a disposizione degli studiosi e dei visitatori. E ciò grazie alla buona disponibilità della attuale Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici del Veneto di Verona, dimostratasi molto sensibile alle continue sollecitazioni dell’Arciprete mons. Lino Dalla Villa.

    Il restauro è dunque giunto finalmente in porto, eseguito con fondi ministeriali da Maurizio Tagliapietra di Verona, diplomato presso l’Istituto Centrale del Restauro, sotto il controllo della Dr.ssa Samadelli. I frammenti, sostenuti da un pannello appoggiato alla parete sud-est della cattedrale di San Giovanni, sono stati disposti secondo la presunta collocazione originale.

    Ma chi fu l’artefice dell’opera? E si trattò di uno o di vari autori?

    Fino all’inizio degli anni ’50, gli studiosi assegnavano i preziosi frammenti ad un “anonimo maestro delle statuine” che avrebbe operato ad Adria nella prima metà del ’400.

    Grazie alla intuizione del prof. Giuseppe Fiocco, che ne individuò il timbro schiettamente toscano, e, successivamente, alla prof. Elena Petrobelli, che svolse puntigliose ricerche d’archivio basandosi sulle vaghe descrizioni della Guida di F. De’ Lardi, oltre che sull’osservazione del manufatti, fu possibile l’attribuzione di una parte dei frammenti (foto n. 1) a quel Michele da Firenze, di casato Dini, girovago discepolo di Lorenzo Ghiberti. Egli, infatti, lasciò proprie opere a Verona, Modena, in Lombardia.

    Un secondo gruppo, poco più tardo di circa un decennio, è invece attribuito, come vedremo in seguito, ad un allievo di Jacopo della Quercia rimasto anonimo, e individuato dagli studiosi come il Maestro del monumento Fava, assai attivo in zone dell’Italia settentrionale ancora legate alla cultura gotica.

    Elena Petrobelli, prima di giungere a conclusioni precise sulla attribuzione, ha avviato ricerche sistematiche sui frammenti, con risultati che meritano di essere evidenziati per capire meglio la loro collocazione nella storia dell’arte del Veneto.

    Seguendo una pista suggerita dall’arch. G.B. Scarpari, grande cultore di cose adriesi, nel 1954, l’illustre studiosa ha innanzitutto scoperto che una parte dei frammenti dello stesso altare erano finiti a Treviso, donati a quel Capitolo, nel 1830, dal canonico Stefano Bocchi della nota famiglia adriese. Dei preziosi manufatti, custoditi nel Museo diocesano di quella città durante il terribile bombardamento del Venerdì Santo 1944, solo quattro furono salvati dal disastro.

    La “pista” trevigiana ha permesso di stabilire che i frammenti restituiti alla cattedrale adriese appartenevano a più altari. Certamente a due. Lo provano due bassorilievi dell’Annunciazione esistenti uno ad Adria (molto rovinato), l’altro a Treviso (in migliori condizioni). Sulla pluralità degli altari presso la cattedrale adriese è fatto un breve cenno da Francesco De’ Lardi nella citata guida, stampata nel 1851.

    I frammenti attribuiti a Michele da Firenze

    Risulta assai interessante percorrere a ritroso la storia dei frammenti attraverso un opuscolo fatto stampare nel 1807 da Francesco Girolamo Bocchi (1784-1810), fratello del canonico Stefano “donatore” dei frammenti a Treviso. La ricerca, dal titolo inequivocabile “Dissertazione sopra una vecchia pala ad uso d’altare che esisteva nella cattedrale di Adria” pone in evidenza le vicissitudini della preziosa opera. L’Autore esordisce informando che “nell’anno 1634, accanto alla porta occidentale del Duomo esisteva una pala con diversi Santi tutti di pietra cotta intagliata con fiori et indorata, vecchia et molto antica”. Lo stesso asserisce che, davanti a quella pala si trovava un tempo un altare. L’Autore della Dissertazione, riprendendo una nota di don Alfonso Bocca, risalente al 1637, ci fa sapere che “…tra le altre figure eravi anche l’immagine della Madonna della Vita… che prima era drio (dietro) il muro del frontespizio (della chiesa) verso il sagrato”. A don Alfonso risultava che davanti a quell’immagine da più di 70 anni, cioè da prima del 1567, non veniva più celebrata la Messa deducendo che, davanti a detta Madonna, “…non si fosse ormai altare…”.

    Nell’opuscolo viene poi riportata in dettaglio la descrizione del sacro manufatto.

    “Questa Pala di pietra cotta, adorna di molte Sacre Immagini e di gotica architettura, “aveva nel mezzo” la Beata Vergine intitolata la Madonna della Vita, col Bambinello Gesù in braccio, il Santissimo Crocifisso colla B.V. Addolorata alla destra e S. Giovanni Evangelista alla sinistra, S. Pietro Apostolo, S. Agnese, S. Antonio Abate e S. Cristoforo “ai lati”, essendosi tutte le altre parti spezzate in più pezzolini, e trafugate: onde noi di molte ne piangiamo l’irreparabile perdita”. Francesco Girolamo Bocchi commenta che se, in origine, la pala risultava dorata, di quella doratura, nei frammenti, era rimasto ben poco. Tuttavia, la nota di don Alfonso ricorda che: “…dette figure si vedevano dentro varie nicchie o Cappelline preziosamente compartite e disposte; che queste stesse nicchie o cappelline nel loro particolare frontespizio terminavano al di sopra a sesto, o acuto, o triangolare; che venivano separate da alcune colonnette adorne delle loro basi e dei loro capitelli, e che infine terminavano in altrettante cornici”.

    Un altro Bocchi, Francesco Antonio, nelle memorie datate 1867, precisa che la grande pala plastica rimase intatta al suo posto fino al 1634, anno in cui, per disposizione del vescovo Germanico Mantica, fu rimossa la graziosa immagine della Madonna della Vita, trasferita ad altro altare della stessa chiesa per una più intensa venerazione.

    Proprio questo depauperamento fu la causa principale della completa distruzione della pala ritenuta inutile dal vescovo Mora il quale, nel 1762, ne autorizzò la demolizione. Francesco Girolamo Bocchi, nel citato opuscolo, elenca persino i nomi dei cittadini che si erano impadroniti di alcune statue, murate per devozione nelle case. Era l’epoca in cui gli antiquari presero a frequentare con sempre maggiore insistenza l’area adriese, alla ricerca delle preziose testimonianze greco-etrusco-romane che, con il progredire delle opere di bonifica, affioravano in numero consistente nelle campagne. Frequentando le case dei nobili e dei ricchi ebbero così modo di apprezzare le statue ed i capitelli provenienti dagli altari demoliti, acquisendone ben presto buona parte. Si sa che quei rari manufatti venivano rivenduti come opere di Jacopo della Quercia, o della sua scuola, sbagliando di poco l’attribuzione.

    Dell’intera pala rimase la Madonna, la cui immagine restò esposta al culto fino al 1870, anno in cui fu sostituita con la collocazione, nella nuova cattedrale, dell’effigie in marmo di Carrara della B.V. della Salute, opera del veneziano Martino Trevisan.

    Da allora, il prezioso simulacro in cotto cadde nell’oblìo per circa un secolo. Ritrovata in un recondito ripostiglio, per fortuna senza danni irreparabili, la statua fu fatta restaurare dall’arch. Scarpari, il quale provvide anche a ’trovarle una adeguata collocazione nella navata centrale della vecchia cattedrale. La prof. Petrobelli, che ha contribuito alla riscoperta, così la descrive:

    “È una statua in terracotta ad alto rilievo, non a tutto tondo, di cm. 80 di altezza, che basterebbe col suo fare, davvero alquanto nei modi di Jacopo della Quercia, …a convalidare la probabilità che l’altare da cui proviene fosse quello maggiore dell’antica Cattedrale, come “l’altare delle Statuine” era stato per Modena, tanto assomiglia a quello… È davvero alquanto nei modi del Quercia il bel gioco del manto, drappeggiato nobilmente lungo la snella figura; ed è a suo modo vivo l’accento del capo pensoso della Madre, e inconscio e fresco quello del suo guizzante Bambinello nudo …”.

    Partendo dalla datazione dell’“altare delle Statuine” del Duomo di Modena (1442, secondo il Dondi) (foto n. 2) e dai lavori di Belfiore, in Emilia (1441, secondo Adolfo Venturi), le sculture adriesi, secondo la Petrobelli, dovrebbero gravitare attorno al 1440. Per la studiosa modenese esse chiudono l’attività artistica di Michele da Firenze di cui gli studiosi avevano perso le tracce dopo il grandioso lavoro del Duomo di Modena.

    I frammenti del Maestro del Monumento Fava

    Al gruppo delle terrecotte di Michele da Firenze, restituito alla cattedrale adriese (foto n. 1), fa riscontro il gruppo più consistente di frammenti in terracotta a rilievo di differente provenienza.

    Francesca Piccinini di Modena, che ha studiato a fondo i reperti, non ha alcun dubbio nell’attribuire gli stessi all’anonimo Maestro del monumento Fava, così denominato dal celebre sepolcro in terracotta dedicato a Nicolò Fava (morto il 14 agosto 1439) nella chiesa bolognese di San Giacomo Maggiore. Non solo, ma la studiosa modenese avanza anche l’ipotesi che i frammenti citati appartengano tutti ad una pala plastica dedicata alla Vergine, da ricollegare al gruppo della “Dormitio” (presso la Basilica adriese di Santa Maria Assunta, detta della Tomba (foto 3a).

    Oltre alla individuazione tra essi di “stringenti affinità stilistiche” e di “una palese complementarietà iconografica con una vasta composizione a bassorilievo”, la Piccinini ritiene appartenenti al gruppo della “Dormitio” alcuni frammenti più significativi: una lastra raffigurante “Cristo con l’animula della Vergine” tra uno stuolo di cherubini (fig. 3b), una seconda con la “Incoronazione di Maria” (fig. 3c), altri due di forma rettangolare, recanti ciascuno una figura maschile di tre quarti (fig. 4d). In base agli studi della professoressa modenese tutti i rilievi esaminati dovevano contribuire in origine a comporre una grande pala d’altare presso la Basilica adriese, dedicata fin dal sec. XIII all’Assunta, presso la quale, oltre ai tanti segni di devozione mariana, è venerato il Transito della Vergine.

    La raffigurazione di una grande pala d’altare che narrava le ultime fasi della vita terrena di Maria “seguendo un percorso ascensionale culminante nella incoronazione” potrebbe trovare riscontro, secondo la Piccinini, in due pale lignee intagliate in Toscana negli ultimi decenni del sec. XV: l’ancona frammentaria del Museo di Villa Guinigi e quella della chiesa di San Frediano, entrambe a Lucca, recanti nella zona inferiore il Transito della Vergine e sopra, entro la mandorla, l’Assunta.

    Tesi rivoluzionaria, rispetto alle considerazioni fin qui dedotte dagli studiosi, che merita di essere approfondita: ancor oggi alcuni di essi si ostinano a legare le terrecotte adriesi all’area di influenza artistica di Michele.

    Proprio per fare chiarezza in questo campo, è auspicabile che anche il secondo gruppo di terrecotte quattrocentesche della cattedrale adriese possa essere messo al più presto a disposizione degli studiosi e dei visitatori.

    BIBLIOGRAFIA

    BOCCA A., Annali Adriesi a cura di A. Lodo, Minelliana, Rovigo, 1985.

    BOCCHI F. G., Dissertazione sopra una vecchia pala d’altare …, Tip. Pretegianni, Adria, 1807.

    BONSANTI G., in “Donatello e i suoi: scultura fiorentina del primo rinascimento” (Catalogo della Mostra – Firenze, Milano, 1986, p. 198). Non potendo attribuire tutti i frammenti a Michele da Firenze, aggregando quelli di Adria a quelli dell’Assunta della Sagra di Carpi, l’A. avanza l’ipotesi della attribuzione al figlio Marsilio, noto peraltro solo su base documentaria.

    DE LARDI F., Indicazioni storico-archeologico-artistiche utili ad un forestiero in Adria, Tip. G. Grimaldo, Venezia, 1851.

    PETROBELLI E., “Michele da Firenze ad Adria” in “Rivista d’Arte”, vol. XXIX (annuario 1954).

    PICCININI F., “Uno scultore quercesco-donatelliano ad Adria” in “Ricerche di Storia dell’Arte” (n. 30, 1986).

    RONDINA A., Antica città di Maria, Il Culto Mariano ad Adria, Ed. Artigrafiche Diemme, Taglio di Po, 1987.

  • Ave Leponio

    Ave Leponio

    Nella nostra terra solcata dai fiumi negli ultimi anni si è registrato un positivo incremento della ricerca archeologica, con il recupero di nuove e sempre interessanti testimonianze del passato: anfore, monili e parti di attrezzi che documentano il fiorire di attività e relazioni con comunità anche lontane.

    Le testimonianze sono però mute, da sole non sono in grado di comunicarci la ricchezza della personalità degli uomini del passato che utilizzarono quelli che oggi freddamente chiamiamo reperti. Oggetti senz'anima, che possono però riacquistarla con creative ricostruzioni del passato. Come quella che proponiamo qui di seguito, opera di Raffaele Peretto.

    Si tratta di un'epistola, una lettera che ricostruisce la fraterna relazione tra due cittadini dell'antico impero romano. Il mittente, Servius, abitava in Istria, a Pola: al termine di un soggiorno nell'antico Polesine, presso l'amico Leponio, indirizza a quest'ultimo un messaggio di ringraziamento, sottolineando la feracità della terra padana. Ecco il testo.

    Ave Leponio.

    Gli dei ti siano vicini e i lari proteggano la tua casa e quanti in essa dimorano, perché tu sei ospitale e generoso.

    Sono trascorsi due giorni dal mio arrivo a Pola dopo il viaggio di ritorno che mi ha privato della tua compagnia e dei luoghi a te cari.

    Senza difficoltà ho raggiunto Dusmano e più oltre Evrone, tagliando i fertili campi dell'agro Adriese.

    Più arduo e difficoltoso, per l'imperversare di piogge che hanno portato allo straripamento del Meduaco e del Sile, mi è stato attraversare in barca i Sette Mari fino ad Altino e più oltre giungere ad Aquileia. Non sempre, inoltre, i necessari servizi di traghetto sono stati efficienti a causa anche delle aggressioni di alcuni malviventi.

    Ma non sono questi i motivi che mi portano a scrivere la lettera. Protemilla si associa al mio desiderio di ringraziarti per l'ospitalità riservataci, amico sincero.

    Dalla festa per la raccolta abbondante delle messi, fino alla vendemmia ti siano stati vicini accolti dalle premure della tua famiglia.

    Ho conosciuto luoghi felici e singolari della tua terra; non dimenticherò le visioni di spazi aperti, di quelle terre disegnate magistralmente dagli agrimensori, abbracciate dal Po che si dirama nel grande Delta, tagliate dal corso rigoglioso dell'Ose sul quale si affaccia la tua villa.

    In quei luoghi Cerere non potrà negare il massimo della sua fertilità per quel divino alito della terra che si disperde nell'aria quando è incisa dall'aratro.

    È terra soffice, ma risplende dopo il passaggio del vomere come fosse amalgamata con l'oro. È terra tenera, ottima per la lavorazione e per i raccolti. È quella terra che frugano, quando è fresca, i furbi uccelli, accompagnando l'aratro, e che le cornacchie beccano seguendo le orme stesse di chi manovra i buoi aggiogati.

    Ai margini della pertica, oltre le Filistine, appaiono ancora terre coltivate, contornate da selve e pascoli umidi anche d'estate, dove dimorano indisturbati Satiri e Ninfe e dove, nel tenue chiarore delle stelle, è facile essere avvolti dalle ali impalpabili di Morfeo.

    Sei fortunato a vivere in tali luoghi e per questo ti invito a rispettare, come finora hai fatto, riti e cerimonie, seguendo i consigli che lo stesso Virgilio ha saputo esprimere in versi:

    "Innanzi tutto venera gli dei

    e celebra ogni anno i riti della grande Cerere,

    compiendo sacrifici tra l'erba fiorente

    all'estremo limite dell'inverno

    quando serena spunta la primavera.

    Allora grassi sono gli agnelli,

    soavissimo il vino, piacevole il sonno.

    Tutta la gioventù dei campi

    adori Cerere al tuo fianco,

    per lei stempera in latte e vino dolce il miele,

    e intorno alle messi novelle

    giri tre volte per voto la vittima,

    accompagnata dal coro festoso

    s'invochi la presenza di Cerere nelle case;

    e nessuno accosti la falce alle spighe mature,

    prima di danzare, come sa, in onore di Cerere,

    con le tempie incoronate di quercia,

    e cantare gli inni di rito".

    O caro Leponio, ti sono grato per l'opportunità che mi ha offerto la mia lunga permanenza nella tua villa. Ho gustato, infatti, i sapori vivi della campagna, dell'attività della gente anche se, a volte, offuscata dai problemi che affannano i mortali.

    A proposito hai convinto quell'arrogante di Rufo a concedere la servitù di passaggio dell'acqua per facilitare l'irrigazione dei campi di Cilo?

    Spesso l'egoismo e la prepotenza dell'uomo impediscono che le risorse della natura siano utilizzate e ripartite per il bene di tutti.

    Di una cosa infine ti sei dispiaciuto, non sei riuscito a consumare con me il vino falerno che da tempo aspettavi dalla Campania. La lunga distanza ha impedito che la partita di anfore colme di questo etere prelibato giungesse per tempo nelle tue cantine. La tua speranza è svanita solo all'ultimo nostro convivio, prima della mia partenza.

    O Leponio, berrai il falerno senza di me. Sono certo che nella libagione di un prossimo convivio alzerai il tuo vaso potorio auspicando anche la mia felicità e mi sentirai presente con i tuoi amici.

    Non mancherò di ricambiare il debito che sento avere nei tuoi confronti.

    Vivas, stammi bene.

    Servius

  • Paleoveneti in Polesine

    Paleoveneti in Polesine

    Gli ultimi ritrovamenti effettuati dai soci del GAV nelle campagne di Villadose (loc. Cagna, Taglietto, Barchessa, ecc.) confermano la presenza in loco di popolazioni paleovenete. I materiali sono stati rinvenuti in contesti di siti romani databili dal I sec. a.C. al I-II d.C..

    Questi siti sono disposti lungo paleoalvei attivi in età precedenti alla centuriazione romana, chiaramente identificati nel loro decorso dagli studi dei geologhi Corrado Ballotta e Raffaele Peretto.

    I materiali più significativi sono sei dracme d’argento, monete emesse dalle popolazioni venetiche prima dell’arrivo dei romani nel II secolo a.C., una decina di frammenti di palette rituali di bronzo usate dai Veneti durante riti e cerimonie sacre, una testina forse votiva in bronzo proveniente dalla località Cagna, una piastrina di piombo con immagine di una probabile divinità da loc. Molinara.

    Ma il ritrovamento più emblematico è un bronzetto proveniente da località Barchessa che rappresenta un cavallino col cavaliere di tipica fattura paleoveneta. Questo ultimo, assieme al ritrovamento di un altro cavallino mancante della testa, conferma ormai senza dubbio la presenza paleoveneta a Villadose. Pertanto vengono ancor più allontanate nel tempo, fino alla protostoria, le origini della comunità villadosana.

    Successivamente sono stati ritrovati altri bronzetti che avvalorano questa ipotesi: essi raffigurano un uomo in preghiera trovato in località S. Antonio ed una devota ammantata trovata a Cà Motte.

    Evidentemente, all’arrivo dei Romani nel II sec. a.C., si è avuta una prima fase di persistenza degli insediamenti e successivamente, con la realizzazione della centuriazione nel I sec. a.C., si sono integrate le popolazioni preesistenti con coloni venuti da fuori. Pertanto molte delle nuove fattorie dei coloni della centuriazione sono state edificate negli stessi punti frequentati in precedenza dagli indigeni Veneti.

  • La fornasa delle Giare

    La fornasa delle Giare

    Partendo dal paese di Salvaterra, entità comunale fino al 1927, ed inoltrandosi per l’antichissima strada che porta nel cuor della campagna, dopo essere stati accompagnati per un paio di chilometri da ordinati frutteti, rustici cadenti e qualche graziosa villetta, ci si imbatte in un manufatto di stampo industriale del tutto avulso dal paesaggio circostante.

    La via che stiamo percorrendo porta il nome di Po Alto: è una stretta strada tutta curve, concepita a prima vista da un ubriaco. Si tratta invece dei resti di un argine che bordava il corso superiore del Po, un percorso quindi tracciato dalle acque libere in età preromana, quando il Po si confondeva col Tartaro (le antiche Fossae Philistinae).

    Fa un certo effetto la vista di un’alta ciminiera in mattoni dominante varie costruzioni di sapore industriale, tutte rigorosamente in cotto rossastro. È “la fornasa delle Giare”, dal nome della località che la ospita, il cui toponimo significa terra emersa, terra alta o asciutta, e che ha il non trascurabile onore di essere rappresentata al museo di San Bortolo a Rovigo da suppellettili di età imperiale augustea. Un luogo dunque di insediamento precedente la fondazione di Salvaterra e di tutti gli altri paesi, Rovigo compresa, che si affacciano sulle sponde dell’Adigetto, fiume originatosi in seguito ad una rotta spaventosa in età longobarda.

    La fabbrica ha chiuso la sua attività quattro anni fa, e adesso, come un triste gigante, sprofonda nella quiete più assoluta di un sonno irreversibile, cullata dal silenzio della campagna spoglia di alberi e spopolata.

    Sorta agli albori di questo secolo per iniziativa dell’Opera Assistenziale del “Caenazzo” di Badia Pol., col fine di dare sbocco lavorativo ai tanti braccianti, costretti altrimenti ad emigrare in massa nelle Americhe, la struttura ha conosciuto negli anni un progressivo sviluppo ed una certa notorietà per i suoi prodotti ricercati, sostenuta in questo dall’opera premurosa dei suoi attuali proprietari, subentrati nella conduzione a metà degli anni Venti, la Crivellari & Zebini.

    La ciminiera, che ancora si erge quale severo custode, ha subìto le ingiurie del tempo: un tratto terminale di 12 metri fu infatti abbattuto da un terribile fortunale nel 1910 che lasciò desolazione e orrende ferite provocate da chicchi di grandine grossa più delle uova. Una seconda decurtazione la subì nel 1957 a causa di un fulmine; ciò che resta è tuttavia ancora ragguardevole se esiste un detto locale che per definire un individuo altezzoso recita così: “El xe più alto del camin de la fornasa”.

    Ma ormai la melanconia, che avvolge le costruzioni senza vita, mortifica anche i fasti e i ricordi del tempo che fu.

    Gli ultimi operai dell’azienda furono assorbiti e trasferiti a Zelo, dove la ditta Crivellari-Zebini aveva preventivamente eretto una nuova fabbrica, dotata di impianti all’avanguardia che, sgravando il lavoro manuale a beneficio della produzione, hanno permesso di galleggiare sul mercato seguendo le mutate esigenze dei tempi.

    Però com’era bello un tempo svegliarsi il mattino e gettare lo sguardo dagli argini dell’Adigetto verso le Giare. Non si potevano scorgere le case modestissime sovrastate dalla selva di alberi, ma il camino della fornace, quello sì, ed il pennacchio di fumo nero, che trascinava in cielo i resti di combustione del carbone, portava con sè i nostri sogni di ragazzi fantasiosi.

    Per la produzione di mattoni, laterizi e coppi, veniva adoperata la creta scavata a due passi dalla fornace (un tempo non esistevano vincoli sul territorio) ed il trasporto di essa avveniva utilizzando dei carrelli rotolanti sopra un binario ridotto, trainati da una piccola locomotiva; fino al dopoguerra tutta la lavorazione avveniva manualmente, e ciò comportava una fatica notevole, tanto che solo i più robusti resistevano.

    Intere generazioni di Salvaterra e limitrofi hanno versato il loro sudore sulle “pière” roventi, o immersi fino alla cintola nella creta da impasto. Era un sudore ben remunerato, se si pensa che le paghe contrattuali assimilate all’industria erano di gran lunga superiori a quelle dei lavoranti agricoli. L’Elena Passarati aveva, tra marito e figli, quattro uomini all’impasto, e siccome iniziavano alle tre del mattino, verso le otto portava loro la colazione con la carriola, bocche come il forno, una leggenda.

    La “lezza”, ossia il limo depositato dal padre Po migliaia di anni fa alle Giare di Salvaterra, ha veduto di nuovo la luce col sorgere di questo secolo. Pietrificato dall’infernale calore della fornace, è diventato materia per costruire: abitazioni, ponti, scuole, ed altre costruzioni sparse per ogni dove, portano nelle loro viscere gli anonimi ed umili mattoni della “Fornasa delle Giare”, mentre i suoi coppi li proteggono dalle offese meteoriche.

    L’affabilissimo Ing. Braga, rampollo di 4ª generazione dei pionieri Crivellari e Zebini, dirige oggi con perizia ed orgoglio lo stabilimento di Zelo.

    Più che rammaricarsi per la chiusura della “Fornasa delle Giare” (il fatto coinvolge ahimè la comunità locale) è giustamente preoccupato dalla generale crisi di mercato, lamentando inoltre i troppi ostacoli frapposti per la estrazione della creta con seguente corollario di cave abbandonate, adducendo una frammentaria e contradditoria regolamentazione. In sostanza mentre nel Triveneto i vincoli sono ferrei, in Emilia – Toscana sono più allentati e definiti; nel centro-meridione poi nessuno si sogna di farli rispettare.

    Risultato: le fornaci di quei luoghi possono immettere nel mercato prodotti a basso costo letali ad una corretta concorrenza. Di qui la speranza dell’Ing. Braga verso quelli che saranno i nuovi governanti, affinché vengano accolte le ragioni di chi rischia.

    Ma in ogni caso per la “Fornasa delle Giare” non si avrà una rinascita; essa resterà malinconica e muta testimone del tempo, colpita dalla staticità dei piani regolatori, e strangolata dalla impossibilità di essere alimentata con nuova creta estratta. Una fine che addolora per tanti motivi.

    Nel circondario, attorno alla vecchia fornace, c’è però da qualche tempo qualcosa di nuovo: sono presenti alcuni ameni laghetti eredità di scavi passati. Un gruppo di essi, ben curato e sorvegliato, è stato scelto per praticarvi la piscicoltura, mentre uno più staccato è divenutao sede di una vivace pesca sportiva.

    Rottami e rifiuti qui non sono mai giunti. L’intraprendenza di alcuni, e l’amore per i propri luoghi hanno saputo senza traumi trasformare il paesaggio, e per certi aspetti riportarlo ai primordi. I vari specchi d’acqua ci fanno infatti pensare al tempo in cui il Po e il Tartaro scorrevano liberi in una miriade di rivoli e stagni, contendendo terreno al bosco di lecci, rovi e faggi, paradiso di uccelli e cinghiali, cervi e caprioli, mentre coraggiosi pionieri, su tronchi scavati con rudimentali attrezzi di selce, si lanciavano in questa nostra terra così unica, per conquistarla.

  • La suggestione delle vie fluviali

    La suggestione delle vie fluviali

    Il piacere della navigazione fluviale in house-boat giunge quest’anno in Italia grazie all’iniziativa di una impresa polesana denominata “Laguna Tour” s.r.l., società specializzata nel settore delle settimanevacanza con la formula del multiaffitto, la cui sede è a Rovigo in via Isonzo, 3 (tel. 0425/21.357).

    Sono già funzionanti tre basi strategiche a Porto Levante di Donada, Ferrara e Chioggia, da dove si può salpare per una quindicina di itinerari di grande suggestione, prevalentemente concentrati nel nord Italia.

    Laguna Tour intende offrire l’emozione di una vacanza diversa, in armonia con la natura: canali e lagune navigabili in scenari di grande suggestione si snodano per ben 1500 Km di idrovie, che vanno dalle lagune venete a Venezia, dalle ville del Brenta, al parco del Delta del Po.

    La nuova flotta della società si compone di imbarcazioni per la cui guida non è necessaria la patente nautica. La facile manovrabilità, lo spazio interno a disposizione, l’eleganza della linea e la completezza della dotazione di bordo, rendono questa imbarcazione un vero e proprio “appartamento galleggiante”, capace di ospitare cinque persone e dotato di soggiorno, zona notte, cucina e bagno.

    Grazie all’accordo con il network mondiale di residence e hotel R.C.I., il cliente Laguna Tour può inoltre decidere in qualsiasi momento di fruire delle proprie settimane-vacanza negli angoli più belli del pianeta, a sua scelta. Ciò attraverso il sistema di prenotazioni telematiche che, in tempo reale, possono essere fatte sfruttando l’elaboratore centrale R.C.I., che offre oltre 300 soluzioni in ben 60 paesi.

    Un’altra prerogativa della formula vacanza proposta da Laguna Tour consiste nell’offrire la possibilità di scambio della settimana-vacanza in house-boat in Italia, con un pari periodo in altre regioni: dalla Camargue francese al Reno tedesco. La permuta della vacanza in house-boat ottiene pertanto l’effetto di richiamare nella nostra terra una clientela internazionale in grado di apprezzare i molteplici itinerari fluviali.

    La proposta Laguna Tour giunge in Italia in un momento ideale, considerando l’attuale gradimento per le “vacanze alternative” di grande suggestione e convenienza economica. Infatti di questi tempi la famiglia riserva un’attenta cura al budget a disposizione per le vacanze, e nel contempo ricerca sempre più delle soluzioni innovative rispetto alla tradizionale vacanza al mare fatta di spiagge gremite all’inverosimile.

    Durante la navigazione è infatti possibile attraccare per prendere bagni in solitudine, godersi il sole, pescare, scattare fotografie, esplorare in mountain-bike l’entroterra magari per ammirare la scenografia di una villa veneta o la rustica semplicità di un casone.

    Un’idea nuova dunque quella dell’house-boat, volta ad incentivare la conoscenza della nostra terra seguendo le vie d’acqua già sperimentate nell’antichità dai navigatori greci, che ebbero frequenti rapporti con le comunità che vivevano lungo i fiumi del Polesine.

  • Un’accoglienza tutta polesana

    Un’accoglienza tutta polesana

    Nella nostra terra l’attività agrituristica trova ancora pochi operatori rispetto ad altre zone d’Italia, in cui da tempo, dagli anni Sessanta, essa si è consolidata.

    Si tratta di un’attività di ordine nuovo, che deve ancor essere scoperta e sviluppata dagli stessi imprenditori agricoli. È necessario, per questo, che la si conosca e la sia apprezzi per le finalità che persegue nel favorire la permanenza, nelle zone di campagna, dei produttori agricoli e nel tutelare e salvaguardare l’ambiente ed il patrimonio edilizio rurale.

    Nel Polesine, quindi, il nuovo tipo di ospitalità deve ancora dischiudere le proprie caratteristiche potenziali. Fra i pochi che hanno affrontato con intraprendenza questa iniziativa, vi è, nel comune di Ariano Polesine, la famiglia Pavanini che, avvalendosi del contributo di un piccolo gruppo di collaboratori, dal giugno del ’90 offre calda accoglienza e pietanze tradizionali ai visitatori.

    L’idea di associare i singoli sforzi in quest’opera, è nata dalla passione per i cavalli che accomunava il gruppo dei “fondatori”, e dalla ricerca di un ambiente agreste dove fosse possibile trascorrere tranquillamente il fine settimana.

    Il proprietario ha così messo a disposizione del gruppo di amici la propria casa, che era disabitata da tempo, ed il terreno circostante. Da questo, in seguito, sono nate a catena le diverse proposte per la creazione dell’agriturismo. Cogliamo ancora una nota di stupore ed incredulità nelle parole di uno dei collaboratori: «Sa, era proprio una di quelle idee che generalmente cadono nel vuoto, ma che si è alla fine concretizzata qui».

    Al Florìda, dal nome originario della tenuta (nessun americanismo dunque), si accede facilmente. L’incontriamo sulla via che unisce Rivà a San Basilio.

    Lo scorgiamo tra diligenti alberi, posti perfettamente in fila a formare curiosi giochi prospettici: uno spettacolo ormai noto a chi visita il Polesine. Ci inoltriamo, proseguendo per il sentiero e veniamo accolti all’ombra di un possente gelso, o “moraro” come viene chiamato qui (avrà ad occhio e croce cent’anni), che riesce a dare riparo anche ad un piccolo gruppo di flemmatici cavalli.

    La villa rustica presenta una stalla rimasta allo stato originario, adiacente ad un corpo centrale completamente ristrutturato ed ospitante i locali ristorativi. A lato, una struttura minuta, una sorta di barchessa risistemata esternamente ed adibita a pollaio.

    L’arredamento interno appare essenziale. «Tutto quello che poté essere conservato, al momento del restauro venne mantenuto», è sempre uno dei fondatori a parlare. Contribuiscono a creare l’atmosfera d’altri tempi, il caminetto in pietra, il massiccio legno del mobilio ed il contrasto delle pareti interamente bianche e disadorne con le possenti travi del soffitto.

    La cucina è sobria e rigorosamente casereccia. Niente di ricercato. Le preparazioni riproducono fedelmente l’utilizzo dei prodotti in un’economia di sussistenza.

    «Ci siamo affidati alle mani della nostra cuoca, la signora Marisa, che si è limitata a trasportare qui la sua abilità nel preparare pranzi per la famiglia, una di quelle famiglie patriarcali di un tempo».

    In menu abbiamo antipasto con salame, pancetta e pecorino. Come primo piatto, pasta fresca con capelleti in brodo, pasta e fagioli, tagliatelle e pasticcio. Per secondo, le grigliate miste, specialità della casa, con pollo, castrato e vitello. Inoltre cotechino e mussetto in umido. Non mancano la verdura direttamente dall’orto e i dolci preparati con le ricette della signora Marisa.

    Una cucina, quindi, senza pretese che riflette lo stile e lo spirito del luogo e dei gestori. In progetto nessuna espansione: è stata fatta una precisa scelta, nel timore di logorare o deturpare i valori fondanti che la nostra piccola comunità agrituristica è riuscita a preservare. Una scelta che, in parte, è stata condizionata dai limiti della produzione dell’azienda agricola stessa e dalla disponibilità di tempo dei collaboratori.

    Al fondo vi è la convinzione che la via intrapresa rappresenti l’unico modo per salvaguardare questa piccola iniziativa contro ogni pericolo di “istituzionalizzazione”.

    La comunità preferisce rimanere un’organizzazione fluida che si detta da sola, di volta in volta, le proprie regole. Spesso il confine tra agriturismo ed esercizio ricettivo, come lo s’intende comunemente, può essere molto labile, il trapasso rapido come se rappresentasse la condanna di tutto ciò che tenta di uscire dall’ordinario.

    I gestori non chiedono alla clientela che un approccio coscienzioso e rispettoso per preservare l’iniziaitva da “contaminazioni” dovute ad una diffusa mentalità rinserrata in luoghi comuni.

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