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Archivi: Articoli d’archivio

  • Tempo di fraìma

    Tempo di fraìma

    Sotto il profilo paesaggistico e naturalistico le valli da pesca di Rosolina offrono al visitatore un ambiente d’eccezione, ricco di emozioni, dove è facile perdersi insieme alla fantasia nella vastità e nel silenzio. Viene spontaneo chiedersi, con i versi di Livio Rizzi: «Ma cossa xe che importa / ’sta miseria / che quando el sol se colga / par che se impissa un pajaro?».

    Girando in bicicletta per questi luoghi, dove uomini e cose si stagliano nell’acqua e perpetuano attività e gesti che si perdono nella notte dei tempi, mi sorprendo a pensare che la Repubblica di Venezia aveva capito benissimo l’importanza economica e la funzione protettiva delle valli.

    Noi, oltre a questo, dobbiamo coglierne la poesia e preservarne la bellezza, capire che necessitano di pace, di aria e di acqua pulita. Soprattutto bisogna volere che vivano, affinché il loro fascino continui a colmare di stupore lo sguardo di chi ancora deve venire.

    In posizione retrostante, rispetto al litorale di Rosolina, si trovano i grandi specchi vallivi (vedi Ventaglio n. 7 “La strada delle valli”). Gli abitanti delle valli sono chiamati “vallesani”, la loro attività principale è la pesca, che qui richiede un lungo e paziente intervento preparatorio che dura mesi.

    La tecnica di pesca in valle sa di astuzia antica, maturata lentamente sulla scorta di un’osservazione della natura che non può non essersi affinata nei secoli, distillando spezzoni di consapevolezza cuciti poi insieme, forse d’un tratto, chissà quando e da chi. Sentirne parlare da Romeo, vallesan in pensione e uomo abituato a pesare le parole, è stato per me motivo di grande interesse.

    L’anno nuovo inizia alla fine di febbraio quando le chiaviche a mare vengono aperte per permettere la “montà” (montata), cioè la migrazione che alcune specie di pesce compiono dal mare alla valle. Una tecnica antica agevola dunque l’inseminazione della valle col novellame proveniente dal mare; Torquato Tasso la descrive nella Gerusalemme liberata: avviene dunque che il pesce «fugge da l’onda impetuosa e cruda / cercando in placide acque ove ripare, / e vien che da se stesso ei si richiuda / in palustre prigion, né può tornare / ché quel serraglio è con mirabil uso / sempre a l’entrar aperto e l’uscir chiuso» (Gerusalemme Liberata, Canto VII).

    Oggigiorno la ‘montà”, che termina alla fine di aprile, è molto scarsa soprattutto a causa dell’abbassamento dei terreni verificatosi nel corso degli anni. Si provvede allora all’arricchimento della valle con la “sémena” (semina) del pesce che pescatori autorizzati, i “novellanti”, raccolgono lungo le coste, in una spiaggia qualunque di una qualunque regione italiana.

    La “sémena” è un’operazione delicatissima e importante perché, al di là di quello che sarà il raccolto, costituisce la “dote” della valle per gli anni futuri. È di grande costo e richiede una notevole abilità.

    Il “novellame”, pesciatelli minuscoli e trasparenti, vengono valutati e stimati, per tradizione, con la tazzina (a “miari”, ossia a migliaia; solo le orate sono contate una alla volta).

    Un lavoro strano ma non privo di poesia, quello del “novellante”, che implica sacrifici ma garantisce un buon reddito. Il pesce novello viene messo in certe vasche, i “seragi”, perché possa acclimatarsi prima di venire liberato in valle aperta.

    Sono questi i giorni di preoccupazione per il capovalle e i vallesani: scrutano l’acqua degli stagni da pesca e fanno in modo che il pesce trovi le giuste condizioni di vita. Turiddu Naccari, capovalle di Veniera e Sagreda, ad uno scrittore capitato lì disse: «Facciamo tanta fatica, ma stia sicuro che i pesci non hanno di che lamentarsi. Anzi, io credo che, se potessero, ci ringrazierebbero tanti quanti siamo». In effetti il pesce vive bene in valle, dove trova alghe e molluschi, il tenore salino appropriato, acqua fresca ed aereata durante l’alidore estivo.

    Alla fine dell’estate, con le prime burrasche autunnali, arriva la stagione della pesca: questa è detta “fraìma”, parola dall’etimo incerto (forse deriva dal latino infra hiemes, cioè “sotto l’inverno” o da un vocabolo greco il cui significato sarebbe: “tempo delle prime procelle invernali”). Per tradizione comincia la prima domenica di ottobre e si conclude a Natale; adesso si tende a prolungarla fino alla Quaresima per ragioni di mercato.

    Molteplici sono le operazioni richieste dalla fraìma. Le chiaviche dei canali adduttori vengono aperte in “scuro di luna” e possibilmente in presenza di un forte temporale. Dando acqua alla valle, si favorisce la “smontà” (smontata) del pesce, il quale sente con forza il richiamo del mare aperto. Lo sente perché, avendo raggiunto la maturità sessuale, vuole accoppiarsi e riprodursi. Così è istintivamente portato a risalire la corrente lungo i canali di “vegnùa” (sono canali subacquei più profondi del piano generale vallivo sommerso e servono a mantenere vivo il movimento dell’acqua in valle).

    Il pesce, impaziente e fiducioso, si precipita verso il canale dove c’è la chiavica “maistra”, principale, posta sempre nelle vicinanze del casone. È la natura che lo spinge innanzi e la natura non può mentire. Può mentire però l’uomo, che infatti lo attrae nel “colauro”, tratto di canale lungo 60-120 metri e largo circa 20, dove ci sono particolari accorgimenti per catturarlo.

    Il pesce finisce dapprima nelle “cogolere”, sbarramenti verticali disposti ad angolo acuto (a “V”), e poi nelle trappole dei “lavorieri”, veri e propri labirinti nei quali si entra ma dai quali non si esce. Attraverso questi artifizi il pesce viene selezionato in base alle dimensioni.

    Con la “fraìma” inizia in valle un’attività febbrile per i vallicultori che a tutti gli effetti sono ormai dei veri e propri imprenditori che sanno mettere a frutto l’antico detto veneziano: «coltivar aqua dove xe aqua, tera dove xe tera».

    I vallesani, con i classici stivaloni a coscia, tirano su il pesce imprigionato nelle reti con le “voleghe”, specie di guadini fatti a cucchiaio, quasi ovali e con un lungo manico. Gli esemplari maturi vengono destinati alle vasche delle peschiere, dette di “risalvo”, dove trovano ricovero durante il periodo invernale. Quello da vendere viene gettato per terra nella “casetta” del pesce e lasciato lì perché muoia e possa così venir messo nelle casse. Tra il casone e la “casetta” c’è tutto un via vai, con in più i furgoni che vengono a prendere il pesce da portare al mercato.

    Le specie pescate sono costituite dal “pesce bianco” indicato in 5 tipi di cefali (bosega, mecia, otregan, caustelo e verzelata: si differenziano per forma, peso, età, squame e macchie di colore) e dal “pesce armà”, cioè orate e branzini, che insieme ai “bisati” (anguille) ha maggior valore commerciale. I “bisati” vengono mantenuti vivi nei “viveri”, grandi cesti di vimini a forma sferica, fino al momento opportuno della vendita.

    Si può dunque dire, per quanto descritto sopra, che la vallicoltura rappresenta una forma storica di civiltà economica alla quale sono legate antiche tradizioni che sussistono ancor oggi, rappresentando tuttora un importante fonte di reddito per il Delta polesano.

  • La meridiana della Rotonda

    La meridiana della Rotonda

    Entrare nel tempio della Rotonda è sempre un’emozione. L’aprirsi improvviso dell’ampia volta dorata e dipinta rinnova ogni volta quasi la sorpresa di un’accoglienza inaspettata. Gli sguardi dei personaggi religiosi e civili rappresentati nelle ampie pareti si incontrano con lo sguardo curioso del visitatore e lo accompagnano, quasi, a ripercorrere la vita di una città che si riscopre, qui, città ricca di storia, di vicende complesse, di legami intensi con altre più celebrate storie di città. Si riscopre nel ciclo pittorico della Rotonda anche la costante presenza della particolare natura del luogo, con i suoi corsi d’acqua, le sue campagne sapientemente difese dai pericoli idrogeologici che allora, come oggi, sono motivo di timore e insieme di orgoglio per le popolazioni polesane. E così lo sguardo fruga curioso dentro i dipinti, e riesce sempre a trovare questa protagonista, la città, rappresentata panoramicamente, perché proprio la città, nella sua storia più illustre come nelle piccole vicende quotidiane, è il vero soggetto della grande narrazione pittorica che scorre sotto i nostri sguardi. Perché proprio la città, con le sue contribuzioni in denaro e le offerte raccolte tra i cittadini, ha voluto, giusto quattro secoli fa, avviare la costruzione di questo tempio che testimoniasse nei secoli la “civitas” e la “pietas” dei suoi abitanti. Usciamo. Ci troviamo immersi nel gioco di ombre e luci tagliate dal sole tra le colonne e le balaustre del peristilio. Un gioco antico, che già stimolò la fantasia e la genialità conoscitiva dei nostri più lontani progenitori. Ricordiamo infatti che le prime testimonianze delle abilità costruttive dell’uomo, della sua capacità di dialogare con l’ambiente per trarne utilità pratica e penetrazione intellettuale, sono costituite proprio da rudimentali colonne in pietra le cui ombre proiettate sul suolo davano la possibilità, a chi ne sapeva leggere il non banale linguaggio, di ricostruire i principali movimenti dell’universo allora conosciuto, e di collocare quindi la propria esistenza in una giusta armonia fra terra e cielo. L’incertezza del futuro, l’angoscia della morte, il dramma del contrasto tra le forze della natura venivano così ricondotti a una sorta di controllo razionale e rituale che allentava la tensione e dava la forza di affrontare anche gli aspetti meno gradevoli della vita. Le seicentesche colonne della Rotonda ci propongono ancora questo gioco fattosi raffinato sia nello scopo che nella tecnica adottata.

    LO SCOPO: determinare con precisione l’istante del mezzogiorno locale.

    Infatti fin dal Rinascimento il tempo era scandito, nelle città, dagli orologi meccanici collocati negli edifici civili e religiosi più rilevanti, in torri e campanili. Tuttavia la tecnica orologiaria dell’epoca forniva meccanismi di non elevata precisione, e uno scarto di una o più decine di minuti al giorno era considerato normale e accettabile. Era necessario pertanto rimettere quotidianamente a punto gli orologi pubblici riferendosi al passaggio del sole, per evitare che l’errore, sommandosi giorno dopo giorno, rendesse del tutto inattendibili le loro indicazioni.

    Molte chiese, dotate di orologio meccanico sul campanile, portavano a questo scopo, in qualche loro parete esterna, un orologio solare che veniva più comunemente chiamato “meridiana” proprio perché il suo uso era finalizzato a indicare il mezzogiorno (“meridies”) per rimettere a punto l’orologio meccanico sul campanile (e il fatto che l’orologio solare segnasse anche le altre ore del giorno era considerato, allora, solo una funzione accessoria).

    In altri casi si costruiva uno strumento solare molto più grande e più preciso, e più propriamente chiamato “meridiana” appunto perché indicava una sola ora, il mezzogiorno. In Polesine sono finora conosciuti solo due strumenti di questo tipo. Uno si trova all’interno del Santuario del Pilastrello di Lendinara. L’altro invece è esterno, e si trova appunto nel peristilio della Rotonda.

    LA TECNICA: Che cosa si vede di questo strumento? Uscendo dalla Rotonda per la porta che dà su piazza XX Settembre cerchiamo il primo pilastro a destra, verso sud, su uno dei vertici dell’ottagono che costituisce la pianta della chiesa.

    In alto, a tre metri e mezzo dal suolo, c’è un foro di tre centimetri che corrisponde, verso l’esterno, a una lunga fenditura verticale che apre la via al sole sia quando è molto basso, in periodo invernale, sia quando raggiunge la massima altezza estiva. Attraverso il foro il sole penetra all’interno del peristilio e illumina il pavimento con una macchia di luce che si sposta lentamente da occidente a oriente a mano a mano che il sole percorre la sua traiettoria quotidiana da oriente a occidente.

    Sul pavimento, dalla verticale sotto il foro fino alla parete interna del peristilio e poi anche salendo per lo spigolo, vediamo una lista di pietra che in alcuni tratti è anche incisa secondo la linea mediana. Su tale linea viene verificato il passaggio dell’immagine del sole. Su tale linea si stabilisce perciò qual è l’istante di mezzogiorno sul quale veniva cadenzata, fino a poco più di un secolo fa, la vita della città.

    Ancora una volta, dunque, ritroviamo il carattere civico del tempio della Rotonda: tutti gli orologi pubblici e privati prendevano da questa pietra incisa e da questo foro luminoso il “segnale orario” per il loro corretto e concorde funzionamento. Strumenti analoghi, come a Udine e a Bergamo, sono ricavati su porticati di edifici civici, oppure al loro interno come nella Sala della Ragione di Padova.

    Ma c’è ancora un altro aspetto. Sappiamo che d’inverno il sole percorre durante il giorno un cammino piuttosto basso sull’orizzonte, mentre d’estate lo vediamo molto alto.

    Sulla meridiana l’immagine del sole comparirà, dunque, d’estate sul pavimento quasi sotto il foro, d’inverno sulla parete opposta. All’inizio della primavera e dell’autunno si troverà invece in posizione intermedia. Ogni giorno dell’anno, dunque, corrisponderà a una ben precisa posizione del sole sulla linea meridiana. Essa funziona perciò anche come calendario, soprattutto per determinare l’inizio dell’estate e dell’inverno.

    Non è finita. Dalla posizione del sole a una certa data e dall’istante del passaggio misurato con un cronometro è possibile determinare, con semplici calcoli, latitudine e longitudine della Rotonda e quindi della città. Negli annuari geografici le coordinate di Rovigo fanno riferimento proprio alla posizione della Rotonda. Ancora una volta, dunque, il ruolo di questo tempio travalica la sua dimensione strettamente religiosa assumendo addirittura una rilevanza scientifica.

    Per chi fosse interessato ai particolari tecnici diremo che questo tipo di meridiana è detto “meridiana a tangente” come si può facilmente capire dal disegno della analoga meridiana di S. Petronio in Bologna che, pur essendo molto più precisa e ricca dal punto di vista scientifico, è tipologicamente uguale a quella della Rotonda.

    Il centro del cerchio rappresenta il foro, mentre sulla circonferenza possono essere collocate verso l’alto le posizioni del sole nei vari periodi dell’anno, e in basso il pavimento che tocca orizzontalmente il cerchio, costituendo appunto la tangente; sulla quale verranno misurate le posizioni occupate dall’immagine del sole nel mezzogiorno dei vari giorni dell’anno. Dalla misura lineare tra il punto di tangenza e l’immagine del sole, e conoscendo l’altezza del foro (cioè il raggio del cerchio), si può ricavare come una semplice formula trigonometrica l’angolo col quale noi vediamo il sole sull’orizzonte.

    Infine una doverosa precisazione. Sarà molto difficile che, andando alla Rotonda a mezzogiorno, possiamo assistere al passaggio del sole quando il nostro orologio segna esattamente le 12. Non solo, ma andando in giorni diversi vedremo il sole passare in tempi diversi, con uno scarto massimo che si avvicina alla mezz’ora. Ciò è da addebitare a una serie di cause che possono essere sintetizzate nel meccanismo dei fusi orari e in quello dell’equazione del tempo. In realtà la causa profonda sta nel fatto che l’universo è retto sì da leggi semplici, ma che agiscono su una realtà estremamente complessa in cui ogni corpo, ogni movimento, ogni modificazione hanno influenza su tutti gli altri corpi, sugli altri movimenti, su tutte le successive modificazioni, rendendo praticamente impossibile il ripetersi di due fenomeni esattamente uguali o in tempi perfettamente commisurabili. Nell’universo c’è l’armonia della complessità, della diversità, del perpetuo cambiamento. Le nostre piccole realizzazioni tecniche hanno invece la miope perfezione della ripetibilità e dell’immutabilità, e le consideriamo affidabili quando sappiamo che continueranno a fare esattamente le stesse cose per le quali esse sono state costruite. Ecco perché gli accurati ingranaggi dei nostri cronometri o il silicio intelligente dei nostri computer non possono competere con la meravigliosa imperfezione svelata dalla meridiana della Rotonda.

  • Il Polesine in canoa

    Il Polesine in canoa

    Un simpatico ranocchio pagaiatore è il curioso, ma emblematico simbolo del Gruppo Canoe Polesine, un’associazione sportiva sorta a Bosaro nel 1980, con sede sulle rive del Canalbianco.

    La permanenza costante nell’acqua e la funzione ecologica di questo anfibio sono, infatti, le peculiarità anche del Gruppo Canoe, che si prefigge di promuovere la pratica della canoa in Polesine, nonché l’amore e il rispetto per la natura. A questo scopo, la sezione turistica del club, la Deltakayak, da Aprile ad Ottobre, organizza escursioni e week-end naturalistici nel Delta del Po, con possibilità di pernottamento in tenda o in rifugio (Ostello di Gorino Sullam) e pranzi al sacco.

    Il gruppo sportivo di Bosaro è nato dalla canoa-polo, specialità con cui ha esordito, esibendosi in numerosi tornei-spettacolo e manifestazioni, onde finanziare l’attività del gruppo appena costituito.

    Oggi la società, sponsorizzata dalla veneta M.T.V. e presieduta da Sandro Ceciliato, uno dei soci fondatori, si è consolidata ed ha visto crescere il numero dei suoi componenti, 150 tra praticanti e non.

    La squadra è divenuta una delle formazioni di Campionato più apprezzate (in serie A nell’82, vicecampioni nell’85, in B nel ’90 e dal ’92 ancora in A) ed è considerata la terza a livello nazionale.

    Il settore agonistico, rappresentato dalla canoa olimpica, si avvale delle due specialità: fondo e velocità. La prima si pratica sulla distanza di 15-20 e 25 km, la seconda sui 200-500 m.

    Tutti gli anni, il sabato di Pasqua, nel Canalbianco, ha luogo un meeting di canoa olimpica, una gara ad invito, cui partecipano anche i gruppi canoistici di Lampertheim (Germania), di Honved (Ungheria) e di Capodistria, oltre alle squadre nazionali, in tutto 250 clubs. Quest’anno la manifestazione è divenuta veramente a carattere europeo: la 1a Maratona Internazionale si è articolata su una distanza di 25 km., con partenza da Bosaro ed arrivo ad Adria, davanti al Teatro Sociale.

    Altre prove vengono disputate a Bari, Sabaudia, Mergozzo ed altre località: a Sabaudia, in particolare, nel ’93, Carlo Braiato e Federico Simonetta si sono laureati campioni nazionali nella categoria juniores C1 (canoa canadese). Una curiosità è che nella canadese si pagaia in ginocchio, mentre nel K (Kayak) l’atleta resta seduto. I due ragazzi, 15 anni il primo, 17 il secondo, vestono i colori del Gruppo Sportivo dei Vigili del Fuoco di Rovigo, che collabora attivamente col Gcp fin dall’87. Tale particolare sodalizio, voluto da Ruggero Girotto, canoista e pompiere, creatore e dirigente del Deltakayak, si è rivelato assai fruttuoso, a giudicare dai risultati ottenuti.

    I giovani allievi apprendono l’abc della canoa col Gcp, quindi, quelli che raggiungono un grado di preparazione soddisfacente, compiono il salto di qualità aggregandosi a Gruppo sportivo dei Vigili del Fuoco. L’età adeguata per questo sport va dai 12 ai 20 anni, con allenamenti ferrei che si svolgono nelle acque del Canalbianco o nella piscina scoperta di Rovigo. Ma oltre ai ragazzi, il settore agonistico vanta anche dei veterani, come il settantaduenne Riccardo Bertasi, di Santa Maria Maddalena, campione regionale di categoria.

    Per quanto riguarda, infine, la sezione turistica, per tutti gli appassionati del kayak e gli amanti della natura, si segnalano interessanti raduni che si tengono a Giugno e Settembre nell’ambiente incontaminato del Delta. Sarà senza dubbio un appuntamento da non mancare, anche perché tutti i partecipanti troveranno in Ruggero Girotto un’abile ed esperta guida, pronta a condurli con sicurezza e professionalità nell’intricato dedalo dei bracci di fiume, dei paradeli e delle lagune, lungo scani e barene, in un mare di cannuccia palustre e vegetazione lussureggiante.

    Così, sospesi tra acqua e cielo, nel silenzio rotto solo dallo sciabordio delle onde, è bello lasciarsi andare, mentre la vista e il cuore trovano riposo e finalmente possono perdersi nel volo maestoso di un airone cinerino o di una bianca garzetta.

  • Il club nautico di Taglio di Po

    Il club nautico di Taglio di Po

    È nato nel 1991 il club nautico di Taglio di Po, con un nome che era tutto un programma: “Amici del Po”.

    A distanza di un paio d’anni, le promesse sono state mantenute anche perché, per l’interesse che il sodalizio ha richiamato intorno a sè, è subito decollato. Fulvio Pregnolato ne è il dinamico presidente, unitamente al suo vice Gilberto Mazzon ed al segretario Benito Crepaldi, ma certamente non si possono dimenticare tanti e tanti collaboratori che con la loro passione hanno contribuito alla buona riuscita della non facile impresa.

    Sono nate così, quasi dal nulla, alcune strutture indispensabili, come l’attracco ed i posti barca che hanno costituito la primaria affermazione dell’iniziativa. Oltre a ciò bisogna aggiungere la felice posizione in cui è stato sistemato il club che è dotato di una ombrosa e suggestiva veranda sul Po.

    Dal giorno della sua costituzione, non si contano più le riuscite iniziative del sodalizio, che hanno meritato l’attenzione di appassionati ed… amici del Po. Tra tutte ricordiamo in particolare le gare di pesca all’anguilla in barca nei vari rami del Delta che hanno richiamato un folto pubblico e numerosi partecipanti, e le escursioni, davvero uniche, all’incontaminata isola Paradiso che, ad un tiro di schioppo dal club, si presta a visitazioni alquanto particolari per la caratteristica flora e fauna esistente sulla stessa.

    Quest’anno poi si è cercato di dare al sodalizio una svolta decisiva, destinando a sede del circolo nautico la motonave Sesia, vecchia gloria del grande fiume, che consentirà di ospitare tutti i 200 soci del club. Tutto ciò a poche centinaia di metri da centro del comune bassopolesano.

    È inoltre in programma una grande iniziativa che prevede un raduno di barche a remi di proporzioni quantomeno insolite, con scambio di visite in barca con le sedi di altri circoli nautici, come quelli di Ariano P., di Villanova Marchesana e di Adria. In tali occasioni non mancheranno iniziative a carattere gastronomico che faranno gustare i genuini prodotti del fiume a coloro che lo amano senza condizione. Non resta altro che augurare agli amici del Po ogni miglior fortuna.

  • Sfreccia il Rally di Adria

    Sfreccia il Rally di Adria

    Da undici anni, puntuale, all’arrivo della primavera, l’avvenimento sportivo automobilistico prende il via, rombante, dalle strade adriesi per scorazzare, un’intera notte, nell’alto e basso Polesine, accompagnato dall’interesse e dall’entusiasmo di una folla che si mantiene fedele nel tempo.

    Ma la preparazione inizia ben prima. Dal momento in cui gli “Amici del Rally” s’incontrano, e questo avviene alcuni mesi prima del grande evento, per redigere piani, per disegnare cartine, effettuando sopralluoghi sul percorso alla verifica di condizioni su strade e di disponibilità di Enti e Comuni per il passaggio dei concorrenti.

    E dalle prime riunioni è tutto un intensificarsi di fervore ed impegno alla ricerca di quel meglio che, rispetto alle precedenti edizioni, dia tono e vivacizzi, rinnovando, la nuova fatica.

    Un drappello di generosi appassionati dell’automobile ricrea, così, ogni anno, per una notte intera, il grande autodromo polesano al quale si accede, senza pagamento, per la gioia di veder sfrecciare le rombanti messaggere di uno sport che, pur non vantando secoli di vita, gode di affermazioni che lo collocano in preminente posizione.

    Ma arriviamo alla settimana che precede la corsa, quando Adria si riempie di gente nuova che viene per conoscere più da vicino il percorso, per verificare le condizioni meteorologiche del luogo e per familiarizzare con l’ambiente che dovrà vederla protagonista di un momento da segnare, forse, sul carnet della gloria. Chi organizza la tenzone è intento agli ultimi dettagli dell’opera. Preoccupazioni e tensioni nervose si mescolano all’entusiasmo ed alla consapevolezza che tanto lavoro darà i suoi buoni frutti e che il risultato ripagherà, di gran lunga, la fatica, questa inarrestabile accompagnatrice che svanirà, d’un tratto, al rientro della prima auto, dopo l’impegnato viaggio notturno, nel mattino della “vittoria”. E lo sarà in futti i sensi. Per chi ha nelle mani la coppa del vincitore e spruzzerà la tradizionale bottiglia di “champagne” sulla testa degli ammiratori, come per chi avrà ugualmente concluso, con onore, la sua gara, senza incidenti o male avventure.

    Ci sarà, poi, chi si è ritirato prima e non ha visto il traguardo. Ma non importerà più di tanto perché è prestigioso il partecipare ed è sportivo accettare anche la sorte avversa nella speranza di un futuro migliore nelle prossime edizioni. Lo sport, infatti, vuole questo spirito: non crea significato solo la vittoria, ma anche l’anima con la quale si dedica il proprio impegno alla gara.

    E poi la folla, assiepata a seguire le partenze che, dalla mezzanotte, puntuali, allo scadere di ogni minuto, si susseguono dal grande palco solitamente collocato in piazza Garibaldi ad Adria. Un vociare confuso, gli annunci dello speaker e l’augurio agli equipaggi partenti, gli applausi e gli incitamenti di chi sostiene così i propri beniamini e, poi, via con ogni mezzo, a seguire, per una notte, le prove speciali ed i passaggi e riordini lungo il Polesine, con la radiolina all’orecchio, così da conoscere anche quanto non sarà possibile vedere.

    E sfrecciano rombanti, con le loro elaborazioni particolari, con il loro carico di responsabilità e con i multicolori sponsorizzi che le hanno poste, fin dalla vigilia, all’attenzione dei curiosi nel parco di corso Mazzini o nei parcheggi cittadini per un giusto rientro pubblicitario di quanti hanno finanziato i concorrenti.

    Uguale impegno in ogni equipaggio, pilota e navigatore, per una corsa decorosa e per ottenere critica e consenso favorevoli. Se poi arriverà il giusto guiderdone, è certo non guasterà!

    I grandi fari di ogni perla su quattro ruote illuminano la violacea, vigile campagna polesana. Non si dorme, in quella notte, perché ognuno vuol partecipare, a suo modo, la grande festa di premiazione concluderà tutte le animazioni che contornano la corsa, dalla conferenza stampa di presentazione, alla festa danzante dei corridori, dalla mostra sul Rally d’annata alla fiaccolata notturna delle canoe sul Canalbianco adiacente al campo di partenza, né sarà mancata l’attenzione dei molti fotoreporter di professione o dilettanti che potranno successivamente esporre il frutto della loro arte in apposita mostra-concorso.

    Si spengono le luci del palco, quelle delle auto, quelle dei negozi che hanno animato a festa la città e l’intero Polesine. Ed allora, dal presidente degli Amici del Rally, Valerio Cavallari, al segretario Gianluca Levi, all’intero consiglio con Gildo Baroni, Massimo Barbujani, Sante Longato e Franco Marangoni, tutti potranno tirare il fatidico sospiro di sollievo.

    Ha vinto l’undicesimo Rally 1994 la coppia padovana Lovisetto-Rebecca su Ford Escort R.S. nella categoria N-6, scuderia O.P.G.A. Rally, seguita, a breve distanza, da Barbujani-Cavallari, stessa categoria e su analoga vettura per la scuderia Rovigo Corse. Al terzo posto De Cecco-Malisan su Ford Escort, per la scuderia Friuli.

    Per la precisione, 69 iscritti, 64 partenti e 52 arrivati. Si rimboccano le maniche per la dodicesima edizione, si ricaricano le batterie dell’entusiasmo e ci si guarda allo specchio, forse più dimagriti e con il viso tirato dalla fatica… Ma anche questo è Rally.

  • “Polesine Soccorso”

    “Polesine Soccorso”

    Sirene spiegate annunciano l’ambulanza. Gli automobilisti accostano disciplinati, lasciando passare il mezzo, che sfeccia veloce per raggiungere quanto prima il luogo della chiamata. Vengono portati tempestivamente i primi soccorsi a chi, in pericolo di vita, ha fatto scattare il meccanismo di rapido intervento.

    Una scena questa a cui assistiamo spesso, pensando ogni volta all’estrema utilità di un servizio che, finalizzato al soccorso e al trasporto rapido dell’infermo alla struttura ospedaliera, spesso contribuisce in modo decisivo a salvare la vita al paziente: un idoneo primo intervento e un tempestivo accoglimento ospedaliero, equivalgono infatti spesso ad una possibilità di recupero totale dell’infermo.

    Ma chi sono gli uomini dell’ambulanza che assolvono all’onere di un immediato soccorso ad infermi bisognosi di cure?

    Nel nostro territorio molti di questi interventi sono effettuati da un’azienda. Sì, proprio così. Stiamo parlando della “Polesine Soccorso s.n.c.” di Rovigo, società che da cinque anni opera al fianco ed in correlazione con le strutture pubbliche, per il soccorso e il trasporto dei pazienti in ospedali e case di cura dislocati sia nel territorio nazionale che all’estero.

    L’idea di costituire un’impresa privata al servizio della collettività, nel delicato settore del soccorso, affiancandosi alle strutture pubbliche, fu presa da Lorenzo Roncato e Giancarlo Celio nel 1988, giungendo nell’anno successivo a costituire operativamente la società, che fu denominata “Polesine Soccorso”.

    Un’idea valida, che però ebbe un avvio tutt’altro che roseo: “Quasi un anno ad attendere la prima telefonata”!, ci confessa uno dei titolari, divenuto nel frattempo dubbioso sui reali sbocchi dell’iniziativa.

    Poi finalmente un raggio di sole: la prima convenzione per tre mesi con l’ULSS 30 di Rovigo, seguita a ruota da una convenzione biennale con la Casa di Cura “Madonna della Salute” di Contarina.

    Oggi “Polesine Soccorso” dispone di un organico di venti autisti, coadiuvati da infermieri professionali quando necessita il servizio di pronto intervento. Con un parco di sette ambulanze dotate di attrezzature mediche d’avanguardia, dislocate presso le strutture pubbliche convenzionate, la “Polesine Soccorso” copre attualmente con i suoi interventi un territorio che comprende il medio e il basso Polesine, la zona di Cavarzare e Chioggia in provincia di Venezia, e Comacchio e Codigoro in provincia di Ferrara.

    Ma l’attività della “Polesine Soccorso” si articola anche in viaggi in tutta Europa per portare i pazienti alle destinazioni richieste. Il primo lungo trasbordo ebbe come meta Parigi: ne fruì proprio un medico che fu ricoverato in un’attrezzata clinica della capitale francese. Seguirono altri interventi importanti in vari paesi della CEE. In quest’ottica la società rodigina ha stabilito una convenzione operativa con l’Europa-Assistance per effettuare trasporti di infermi in tutto il continente.

    Dopo il primo difficile anno, in cui l’azienda rodigina ha dovuto in pratica attendere da parte delle strutture esistenti il maturare di una mentalità di collaborazione, il trend della “Polesine Soccorso” si è manifestato sempre in crescita. Un’iniziativa che ha il suo fondamento in una forte dimensione sociale, che costituisce la motivazione di riferimento per il personale, pronto, nei casi più problematici, a sostenere veri sacrifici, che non sempre hanno ricompense economiche, specie quando gli interventi si rivolgono a disabili o ad anziani indigenti. Un’azione che si palesa dunque insostituibile e che ha reso l’azienda rodigina ben accetta nel mondo sanitario, ottenendo inoltre spesso attestati di riconoscenza da parte di quanti si sono trovati a doverne utilizzare i servizi.

    Un lavoro svolto con continuità e spirito di servizio, ma forse un po’ in solitudine, dato che è mancato il benchè minimo aiuto degli enti pubblici (Regione, Provincia o Comune) che in altre realtà della nostra penisola sembrano ben più sensibili nei confronti di chi gestisce un’attività tanto indispensabile. “Il nostro obiettivo – ci dicono alla “Polesine Soccorso” – non è il guadagno fine a te stesso, ma ottenere, con questo lavoro, che riteniamo di svolgere egregiamente, il giusto per vivere. Finora ci siamo impegnati allo spasimo per avviare questa attività, senza un minimo di pubblico sostegno. Continueremo a lavorare sodo, ma gradiremmo anche che qualcuno riconoscesse la validità del nostro servizio, con qualche agevolazione. O con un qualche contributo, ad esempio nell’allestimento della prossima ambulanza. Per noi costituirebbe un gradito riconoscimento della valenza sociale del nostro operato”.

    Un’opinione quanto mai condivisibile, di cui dovremmo ricordarci quando sfreccia un’ambulanza: potrebbero essere loro, quelli della “Polesine Soccorso”, al servizio di chi più soffre.

  • Con amicizia

    Con amicizia

    Semplice, ma spontanea e piena di affetto, è stata la serata in cui gli amici di Donatella Girotto si sono riuniti per festeggiare la neo-insignita del titolo di “Cavaliere del lavoro”. Un incontro cordiale e privo di formalità, a cui è forse mancato il suggello di una foto che immortalasse il brindisi e la tradizionale consegna dell’omaggio rituale: un’artistica campanella, pronta a suonare la sveglia per i meno attivi; un ruolo che con tatto e disponibilità Donatella, impareggiabile animatrice, ha da sempre interpretato.

    La mancanza della foto… una lacuna che qualcuno ha voluto colmare, dedicando a Donatella una letterina sentita sottoscritta da tutti, ed inviata al “Ventaglio” con “obbligo” di pubblicazione: Eccola:

    Cara Tella,

    sei diventata “Cavaliere del Lavoro” e questo riconoscimento, che già abbiamo festeggiato a tavola, è il coronamento di un’attività intensissima che solo chi ti frequenta può conoscere a fondo.

    Nel gruppo CTG “Rovigoti” ed in “Turismo e Cultura” tu sei un punto fondamentale di riferimento e la tua attività è sempre al limite, supportata anche da un’ineguagliabile fantasia nel creare nuovi stimoli e nuovi programmi. Sei sempre capace di coinvolgere tutti nelle tue attività e sai trasmettere a chi ti sta vicino le tue idee e le tue convinzioni: le tue parole e le tue analisi fanno sempre centro.

    Ma a tutto questo si deve aggiungere la tua dolcezza nel trattare con le persone, la tua pazienza nel sopportare certe situazioni, il tuo spendere una parola d’amicizia quando la ruota della vita non gira nel verso giusto.

    Sai far capire che, se questo nostro gruppo esiste, è perché in esso regna una rara virtù: “l’Amicizia”.

    Ciao, cara Tella, un abbraccio da tutti noi.

    I tuoi Amici

  • Showman e filosofo dell’arte magica

    Showman e filosofo dell’arte magica

    Riccardo Romagnoli, giovane mago di talento

    Un personaggio che di diritto merita uno spazio in questa rivista polesana è lo showman Riccardo Romagnoli, uno tra i più giovani maghi professionisti d’Europa.

    Nato a Rovigo e prossimo al diploma di geometra, a soli 18 anni ha già conseguito ampi consensi meritando l’interessamento della stampa locale e nazionale.

    In un’ampia intervista riportata sul mensile “Il Quadrivio Rovigo”, la scrittrice Angioletta Masiero ha delineato la personalità di Magic Richard, suo nome d’arte, come un giovane sensibile, intelligente, spiritoso, intuitivo, di immediata simpatia, semplice, spontaneo e di una maturità decisamente superiore alla sua età, qualità che possono essere pienamente riscontrate in un incontro con questo ragazzo di straordinario talento.

    Sono stata piacevolmente sorpresa dalla dialettica e dalla facile comunicativa di Riccardo Romagnoli, ma soprattutto dalla sua saggia filosofia di vita che espone spesso in metafore.

    Seppur giovane, ha una notevole esperienza teatrale alle spalle, accumulata sin da bambino e ha potuto vivere parecchie emozioni calcando i palcoscenici d’Italia e di mezza Europa.

    Ora, come un veterano di tante battaglie, ha voglia di fermarsi e riflettere. È così che egli intende mantenere il suo successo, procedendo per tappe, e solo in tal modo del resto ha evitato di bruciarsi come è capitato a molti artisti principianti travolti dal successo e dal guadagno.

    Strettamente legato alla famiglia (la madre cura per lui le pubbliche relazioni e il fratello Raul è il suo collaboratore indispensabile dietro le quinte), Riccardo ha i piedi per terra; ama la sua professione e cura la sua immagine ormai consolidata con lo studio continuo di tecniche sempre più sorprendenti. È addentro all’arte magica e sente prorompente il desiderio. di insegnarla, iniziando i ragazzi al fantastico mondo dell’illusionismo. A tale scopo ha scritto un libro “Magia di un’illusione”, con la collaborazione del prof. Aurelio Sangiorgio, edito dalla tipografia Medici di Adria; mediante tale pubblicazione ha inteso spiegare in sintesi in che cosa consista la magia, offrendo consigli pratici per la riuscita dei giochi di prestigio, sul modo di presentarli (un aspetto fondamentale), ma soprattutto insistendo sulla capacità dell’attore-mago a dialogare e a coinvolgere il pubblico negli spettacoli, la qual cosa per Riccardo rappresenta l’essenza stessa del suo successo.

    Nella seconda parte del libro sono presentati alcuni giochi di prestigio a diversi livelli di difficoltà con spiegazioni dettagliate e fotografie che illustrano i vari passaggi tecnici e manipolatori. Il titolo del libro è ripreso dal nome dello spettacolo itinerante “Magia di un’illusione” con il quale Riccardo solitamente si presenta al pubblico.

    – Perché un titolo così enigmatico? – gli chiedo.

    Perché è la fusione di due termini che sintetizzano quanto Orson Wells affermò un giorno che “la magia senza mistero è come la musica senza suono”.

    Parlando con il simpatico artista si scopre una umanità, direi, “pascoliana”: è amante delle piccole cose e serba in sè la genuina curiosità per la scoperta delle cose semplici, quotidiane. Il suo scopo è divertire il pubblico, trasmettergli emozioni e distrarlo per un po’ dalle incertezze e dai problemi del giorno. Con la magia, che definisce l’arte del dolce inganno, egli propone una sorta di servizio sociale, svolto con passione e amore per l’uomo. A tal proposito è giusto ricordare un commovente episodio accaduto quando ad Albarella un ragazzo distrofico è riuscito a muovere le dita di una mano atrofizzata nel tentativo di nascondere una pallina durante un gioco di prestigio. C’è del prodigioso, ma questi sono i momenti che appagano immensamente Riccardo.

    Il pubblico che egli ama è quello che stabilisce con lui un feeling magico, lasciando la veste di spettatore passivo per “salire” sul palcoscenico.

    È consapevole delle difficoltà che l’arte magica comporta, (la concorrenza è diffusa); nella sua strada ci potranno essere forti pendenze, ma si risale sempre: sulle panchine, com’egli definisce gli inevitabili momenti di crisi, si incontrano talvolta persone (poche, ma ci sono) pronte a dare consigli utili, che egli accetta con l’umiltà del discepolo nei confronti del maestro.

    Riccardo va già considerato un grande artista proprio per questo. Ha compreso che lo scopo della vita non è il conseguimento di un bene ma il modo in cui si agisce; quindi non il successo o il denaro come fine; questi falsi valori fanno scaturire i peggiori sentimenti di arrivismo, di bramosia, di insensibilità.

    Anche l’eccessivo attaccamento all’arte può essere nocivo perché potrebbe far perdere la dimensione autentica del personaggio, mentre il vero artista è colui che non smentisce mai la sua umanità.

    Quindi, è indispensabile che egli sia un perfezionista, si affini nella sua arte ed esprima appieno le sue doti innate; ma per essere amato e stimato dal suo pubbico deve mantenere curiosità gioiosa e stupore per le sue creazioni. Così facèndo si diverte e trasmette divertimento.

    Va inoltre detto che a confermare il nostro giovane nella sua predestinazione all’arte magica fu un mago rodigino, Mario Sarti, che affascinò il giovanissimo Riccardo al punto da fargli sentire che solo quella sarebbe stata la strada della sua vita, la magia appunto. Ricevette da Mario Sarti una preziosa eredità morale e tutti i suoi libri.

    Un’altra curiosità: pare che Rovigo sia stata famosa nel passato per la presenza di personaggi iniziati alle arti magiche. In un antico testo del XVI secolo, infatti, viene citata una certa Jacoba di Rovigo come grande ventriloqua; lo stesso Riccardo, da ricerche fatte, sembra discendere da un famoso mago emiliano, Angelo Romagnoli. Si sa, del resto, che l’arte magica è antica quanto il mondo, ne sono testimonianza lontanissime civiltà quali, ad esempio, i Medi (da cui medium), i Babilonesi, gli Egizi, o la misteriosa filosofia maya. E poi da sempre l’uomo si è dilettato a sentirsi in preda al fascino del sogno, a giocare con la mutevolezza della realtà con l’illusione di eludere la dura esistenza.

    Ma la magia non fu sempre divertimento: nel Medioevo, ad esempio, era condannato a torture e persino al rogo chi era “diverso” e usciva dagli schemi della cultura ecclesiastica dominante. Ciò che non si comprende spesso fa paura, può essere diabolico. Ma il mago Riccardo, che non crede nel demonio, teme però le azioni perverse, e perciò si protegge da certi influssi negativi con curiosi amuleti.

    Attualmente il suo campo di ricerca sono la magia esoterica, lo spiritismo e i fenomeni metapsichici e paranormali.

    In questo periodo, oltre alle esibizioni di calendario, intrattiene i bambini dai tre agli unidici anni su invito del Comune di Rovigo.

    «Questa attività, dice, è un’occasione bellissima per provare la gioia che solo il sorriso di un bimbo può dare, ma anche per poter iniziare i più grandicelli all’arte».

    Il suo sogno è di poter realizzare una scuola di magia con il sostegno dell’Assessorato ai Servizi Sociali di Rovigo. Resterà solo un’illusione? In ogni caso non si perderà d’animo e, con la sua saggezza di pensiero e l’impegno a migliorarsi, continuerà a cogliere meritati successi, facendo onore a sè nonché alla città di Rovigo e al Polesine che lo ama e lo stima.

  • Gli amici della Germania

    Gli amici della Germania

    Nel n. 8 di “Ventaglio Novanta” è stato evidenziato come l’associazionismo culturale e ricreativo costituisca il “lievito” più idoneo per far prosperare un gemellaggio per due comunità lontane. Tra le associazioni che con maggior continuità ed entusiasmo agiscono in questo settore, va ricordata la “Freunde Deutschlands” ovvero “Gli amici della Germania” di cui è presidente la prof.ssa Daniela Felc, docente di lingua tedesca presso l’istituto Alberghiero di Adria, con la quale ci incontriamo per una intervista.

    Quando e come è nata l’idea di fondare l’associazione “Amici della Germania”?

    L’idea di dare vita a un’associazione che curi i rapporti fra i cittadini tedeschi ed i cittadini del Polesine è nata nell’Aprile 1990, durante uno scambio socio-culturale giovanile degli studenti dell’Istituto Professionale Alberghiero di Adria, con studenti della Kreisberufsschule di Lampertheim, città gemellata di Adria. Il collega Prof. Passarella ed io, entrambi accompagnatori del gruppo, siamo stati ospiti una sera del “Club Amici d’Italia” di Viernheim, ora città gemellata di Rovigo. Ci siamo detti: visto che in Germania esistono gli amici d’Italia, perché in Italia non ci dovrebbero essere gli amici della Germania? Nei mesi successivi, con alcuni amici e colleghi, che si sono dimostrati entusiasti dell’idea, abbiamo steso lo statuto dell’Associazione.

    Dove si trova la sede dell’Associazione, il luogo cioè dove vi incontrate?

    Gli incontri inizialmente ereano informali ed avvenivano presso la Trattoria “Alla Rosa” di Bellombra della collega M. Romana Rigoni, membro del Direttivo con incarico di segretaria. Il locale, poco lontano dalla scuola, è facilmente raggiungibile anche da Rovigo, è stato quindi eletto a sede dell’Associazione.

    Qui sono stati accolti numerose volte gli amici tedeschi di Lampertheim e di Viernheim, in occasione delle visite alle città gemellate di Adria e Rovigo. In uno di questi incontri conviviali è stata consegnata al Sindaco di Viernheim Norbert Hofmann la tessera di nostro socio onorario.

    Quali scopi vi prefiggete con questa Associazione ed in che modo li realizzate?

    Il compito principale dell’Associazione è quello di dare il proprio contributo per ampliare la conoscenza della Cultura tedesca nella nostra Provincia. A tal riguardo abbiamo attuato alcune iniziative che possono interessare un numero rilevante di persone. Pensiamo soprattutto ai giovani ed alle loro famiglie, creando l’occasione di momenti di incontro e di scambio.

    Ci interessiamo ai vari aspetti della cultura tedesca, cioè politici, economici, storico-sociali, del tempo libero, sportivi, paesaggistici, ecc. Per questo organizziamo conferenze, tenute da studiosi italiani e tedeschi. Intendiamo inoltre fare conoscere la cucina tedesca e visitare alcune località dal rilevante interesse turistico e culturale. Ultimamente siamo stati con un gruppo di soci per una settimana in Germania, ad Heidelberg, a Worms, a Spira, a Mannheim ed in navigazione sul Reno; lo scorso anno abbiamo tenuto un piccolo corso di tedesco, con una insegnante del luogo, presso l’Università Popolare di Viernheim. Siamo di supporto, specialmente dal punto di vista linguistico (durante gli scambi socio-culturali, che sono abbastanza frequenti) di gruppi organizzati dai Comuni gemellati.

    Esistono in Germania associazioni analoghe alla vostra?

    Analoghe associazioni, con le quali siamo in contatto, esistono ed operano in diverse città tedesche, da Berlino a Monaco, oltre al citato Club “Amici d’Italia” di Viernheim. Attraverso la collaborazione con queste Associazioni sarà possibile far conoscere e portare la nostra cultura polesana nel loro Paese.

    Per esempio, alla Fiera di Viernheim, che si tiene nella prima settimana di Settembre, già da tre anni la nostra Associazione viene invitata a rappresentare la Città di Rovigo. Abbiano uno stand con alcuni prodotti tipici polesani e materiale illustrativo per presentare in modo semplice ed immediato i vari aspetti del nostro territorio. Prossimamente porteremo una mostra collettiva di pittura di artisti polesani, inoltre una compagnia teatrale di bravi dilettanti, sempre della nostra zona, rappresenterà una commedia dialettale di Goldoni.

    Ed in Italia esistono Associazioni che hanno gli stessi scopi?

    Oltre agli Istituti di Cultura Italo-Tedesca, i “Goethe Institut”, che svolgono quasi esclusivamente attività di insegnamento della lingua tedesca, a noi non risulta che siano presenti ed operanti Associazioni simili alla nostra. Comunque se qualcuno, leggendo questo articolo, ritiene di segnalarci l’esistenza di analoghe Associazioni, saremmo ben lieti di metterci in contatto, magari attraverso la Vostra redazione.

    Chi sono i vostri soci?

    Tutte persone interessate ai vari aspetti della cultura tedesca. Si tratta di studenti, di operai, impiegati, liberi professionisti, funzionari di Enti pubblici. L’età è molto varia e va dai 16 ai 60 anni.

    È necessario conoscere la lingua tedesca?

    Non è indispensabile, anzi! Non cerchiamo tedeschi nel Polesine, bensì Polesani che si vogliono aprire alla cultura tedesca, e questo non solo attraverso conferenze impegnate, ma anche con cene sociali dove potremo gustare qualche piatto tipico tedesco accompagnato a piatti della nostra zona, per il piacere di stare insieme e per conoscerci meglio.

    Come vi finanziate?

    Attraverso le quote associative, qualche donazione volontaria da parte dei soci e qualche contributo degli Enti pubblici, come corrispettivo alla nostra attività di interpretariato e di supporto linguistico.

    Ecco dunque chi sono gli “Amici della Germania”. È indubbio che essi svolgano un’attività molto interessante e significativa per far apprezzare il Polesine oltre le Alpi. Nel ringraziare la signora Daniela Felc per la sua esauriente presentazione, non ci resta altro che augurare prosperità a questa Associazione, che si prefigge come scopo una migliore conoscenza fra due popoli amici.

  • Una serata con i Buontemponi

    Una serata con i Buontemponi

    Sarà perché Bottrighe ha radici antiche, sarà perché il Po che la lambisce ispira nei suoi abitanti un vivo desiderio di rivivere il gusto delle buone tradizioni, sarà ancora che qui si respira più che altrove un'aria di comunità autonoma, forzatamente fatta confluire nella giurisdizione comunale della signorile Adria; forse per tutto ciò e per altro ancora, proprio in questo centro del basso Polesine fioriscono, da anni, vari gruppi culturali che sanno cementare il tessuto sociale e costituire una piacevole parentesi ricreativa, in alternativa alle serate preconfezionate fornite dai potenti network televisivi.

    E, tra tutti i sodalizi di Bottrighe, il più spassoso è certamente quello che si identifica nei “Buontemponi”, strategicamente alleati con un altro gruppo locale che, guarda caso, si definisce senza possibilità di smentita, “Simpatica Compagnia”.

    Il compito di questa scanzonata alleanza all'insegna del buonumore è divertire e divertirsi, usando estro, semplici accorgimenti, musica fatta in casa, e contorno di amici, che per qualche ora sappiano tener lontano dalla mente problemi e crucci quotidiani. Poi naturalmente c'è il pubblico, che non manca mai di partecipare alle serate programmate, e che non deve certamente farsi pregare per ripetuti caldi applausi.

    Perno della compagnia è il M° Loris Cominato, “indiavolato”, fisarmonicista e direttore del gruppo canoro che, oltre all'armonia della sua fisarmonica, può fare affidamento su altri due strumenti di base del tutto inediti: il bidone-contrabbasso suonato da Pacchiella e uno strano strumento a corde in legno e latta la cui forma ricorda una chitarra, realizzata da Bolzoni.

    Cantano, suonano e ballano anche, i componenti del composito gruppo bottrighese, pronti ad usare travestimenti adatti alle varie occasioni, quando vanno a portare l'augurio del Buon Anno alle famiglie dei paesani, o quando fanno visita agli anziani della casa di riposo, o quando ancora raggiungono i vari sodalizi dei Polesani emigrati in varie parti d'Italia, o infine quando si esibiscono con contorno di altri artisti polesani nella loro Bottrighe.

    E così anche un gruppetto di redattori del Ventaglio è stato coinvolto in una serata con il gruppo bottrighese che, proprio tramite la nostra rivista, ha stabilito rapporti di collaborazione continuata con altri originali interpreti della nostra terra: Giuliano Scaranello innanzitutto, che nelle vesti del Torototela fa rivivere una tipica macchietta polesana e ultimamente Franco, maestro dell'arte magica, conoscitore dei trucchi del passato e, naturalmente, del futuro.

    Stare con i Bontemponi di Bottrighe è un po’ come rivivere l’atmosfera di un filò, dove c’è chi racconta l’ultima barzelletta, chi vuole stupire suonando strumenti inusitati, chi si traveste ed assume sembianze di befana o di prosperosa e scostumata quanto attempata donzella (parte naturalmente interpretata da un rappresentante del maschil sesso). C’è insomma il gusto del divertirsi e dello stare insieme con la semplicità e l’inventiva che si potrebbero credere introvabili in quest’epoca supertecnologica.

    E alla fine non può mancare il dolce fatto in casa, annaffiato col vinello sincero, a suggello di una serata all’insegna delle buone tradizioni polesane.

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