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Archivi: Articoli d’archivio

  • Narrativa Giovani

    Narrativa Giovani

    Si è conclusa la prima edizione del Premio Letterario Narrativa Giovani, indetto da Ventaglio Novanta e dall'Associazione Artigiani C.N.A., con il patrocinio dell'Amministrazione Provinciale, del Provveditorato agli Studi e dell'Accademia dei Concordi.

    Le premiazioni si sono svolte lo scorso 10 Aprile nel Salone del Grano della Camera di Commercio, nel contesto delle manifestazioni per il quarantesimo anniversario della C.N.A. polesana e dell'inaugurazione della nuova sede in via Silvestri.

    Pubblichiamo, nelle pagine a seguire, i racconti premiati relativi alla prima sezione, con le motivazioni stilate dalla giuria. I disegni a corredo ci sono stati forniti dagli studenti della classe V E del Liceo Artistico sperimentale "C. Roccati" di Rovigo.

    Il premio, che è stato ideato a cadenza biennale, viene riproposto nel corso del 1995, seguendo modalità analoghe alla prima edizione, con due sezioni di riferimento: a) sezione di narrativa a tema libero; b) sezione con soggetto e/o ambiente collegati al mondo dell’artigianato di ieri e di oggi. Il Premio è riservato a tutti gli studenti frequentanti l’ultimo triennio delle scuole superiori della provincia di Rovigo, anche se ivi non residenti.

    Va a questo proposito sottolineata la consistente partecipazione alla prima edizione da parte di studenti di ogni ordine di scuola. Alla Commissione esaminatrice sono pervenuti i lavori di oltre 50 alunni delle scuole superiori della provincia, i quali attraverso gli elaborati, hanno dimostrato interessanti capacità letterarie, nonché conoscenza dell’artigianato, e dell’attività delle piccole imprese della nostra Provincia.

    Per la seconda edizione si pensa di cointeressare maggiormente gli studenti, affiancando alla giuria istituzionale, formata dai rappresentanti degli enti e associazioni che promuovono e patrocinano il premio, una giuria giovanile per la formazione della graduatoria finale.

    Gli studenti vincintori della prima edizione, oltre alla consegna di appositi attestati ed alla pubblicazione dei racconti scelti sulla rivista "Ventaglio Novanta" hanno ricevuto i seguenti premi: primi classificati: personal computer Olivetti M300 – secondi classificati: agenda Olivetti elettronica D1000; – terzi classificati: agenda elettronica D400.

    Di seguito pubblichiamo il titolo dei lavori premiati, l'Istituto di appartenenza e il nome del vincitore.

    SEZIONE A TEMA LIBERO

    1) Vagabondi d’inverno
    Liceo Classico “Celio”
    LUCA ROSSIN

    2) Oltre le parole
    Istituto Tecnico Commerciale “De Amicis”
    ELISA STOPPA

    3) Ronnie
    I.T.F.S. “Luigi Einaudi” di Badia Pol.
    LORENZA BRAGA

    3) Sabato sera
    Collegio Vescovile Angelo Custode
    MOSÉ MAZZETTI

    SEZIONE ARTIGIANATO

    1) Fatti di vita
    I.T.F.S. “Luigi Einaudi”
    MARCO DI LELLO

    2) Scelta di vita
    Conservatorio “Buzzolla” – Adria
    MARTA BOBISSE

    3) Artigianato in Polesine
    I.P.S.I.A. – Rovigo
    JERRJ LEE WRIGHT

  • I colori di Guya Solari

    I colori di Guya Solari

    Predomina più il colore che la forma nei quadri di Guya Solari, pittrice rodigina, tutta tesa ad esprimere il suo mondo intimo: gli affetti familiari, le emozioni, la gioia, la tristezza, i fiori.

    Ha cominciato da piccola a disegnare ed è stata poi seguita dalla professoressa Brisighello la sua maestra, che Guya ama ricordare. È lei infatti che per prima l’ha capita, l’ha spinta a continuare, l’ha incitata a dipingere perché esprimesse con intensità se stessa.

    La Solari ha fatto suo questo invito e, dopo la maturità ottenuta al liceo artistico di Venezia, ha cominciato a muoversi nel mondo dei colori.

    Inseguiva però anche un’altra aspirazione: le corse automobilistiche, sogno rimasto nel cassetto, per una scelta di vita più tranquilla con l’approdo all’insegnamento nella scuola media. Il lavoro ha assorbito molto del suo tempo e gli impegni hanno per un attimo rallentato la sua attività artistica.

    La perdita della madre, avvenuta alcuni anni fa, l’ha scossa profondamente: Guya ha sentito la necessità di riprendere in mano e con più intensità i pennelli e dare sfogo al suo dolore.

    La madre che per la pittrice è sempre stata una figura positiva, un sostegno, un’ancora, appare in diversi quadri, come una presenza diafana o misteriosa che l’autrice trasforma in elemento della natura: diventa, infatti, un viso floreale in una natura fluviale nel quadro che rappresenta il Po; oppure un’apparizione tra l’albero di una mimosa in un quadro intitolato “Irreali Ineluttabili Presenze”.

    Altri elementi ed altri soggetti sono trattati nei suoi quadri: il Crocefisso, trovato a Lama, durante l’alluvione del 1951 tra le acque limacciose, diventa nella sua tela una speranza e una luce per il nostro Polesine; una Madonna è rappresentata in modo quasi stilizzato e statico.

    Guya Solari è colpita anche dai ricordi: un viaggio dei suoi, verso Salerno e la costa amalfitana, le dà spunto per un dipinto: “Le case del Sud” dove i tetti non sono di colore marrone, ma di rosso rubino perché lei ama trasformare la realtà, attraverso la fantasia, in un discorso personale.

    Nei suoi ultimi lavori, che ha presentato al Concorso di giugno a Fratta 1994, la “Primavera” e “l’Inverno” ha adoperato la spatola e i colori acrilici, con prevalenza del grigio, del verde e del blu, colori che indicano, talvolta, uno stato d’animo di solitudine, mentre per la “Primavera” i peschi e i ciliegi sono il simbolo della sua gioia interiore.

    La semplicità delle forme esprime il suo modo di pensare, di vivere tradizionale, tranquillo, familiare, ispirandosi a molteplici forme espressive: il surreale e il classico vengono mescolati con estrema pulizia e con semplicità, talvolta avvicinandosi al naif e talvolta distaccandosi completamente dalle regole tradizionali della pittura.

    Usa poco lo sfumato: anziché sfumare i colori, l’autrice ricorre a gradazioni di tonalità perché, attraverso il colore esprime tutto il suo mondo, fatto di emozioni, di stati d’animo, di sentimento.

    Futuro tema sarà il paesaggio del delta, che ella sente molto e che trasporterà nelle sue tele con la sua visione interiore, con l’intento di immergersi nella natura che ci sta intorno, per ritrovare l’equilibrio e l’incantesimo che tutti sempre rincorriamo.

  • Con il Polesine nel cuore

    Con il Polesine nel cuore

    Maurizio Sicchiero, pittore e incisore, nato a Rovigo il 3 gennaio 1949, vive e lavora a Chieri in via Lazzaretti 26. Diplomatosi al Liceo Artistico di Torino, è autodidatta nella ricerca sperimentale di tecniche originali. Attualmente si dedica all’incisione ed è componente del Laboratorio Grafico di Gianni Demo.

    Giunto in Piemonte negli anni Cinquanta, bambino già affascinato dal disegnare, ultimo di umile e generosa famiglia, esule dal Polesine alluvionato, ha conosciuto le fatiche e gli sforzi di chi deve farsi strada nella vita con le sole proprie forze.

    Pittore e grafico, ha le caratteristiche e le motivazioni di chi sa che niente si improvvisa; è ben consapevole che l’attività pittorica richiede alla base un lungo lavoro di apprendistato delle tecniche per poter poi esprimere sensibilità ed inventiva, impressioni, emozioni e stato d’animo. Ed egli ha scelto di esprimersi con la complessa tecnica dell’acquaforte.

    Nelle opere dell’artista chierese-polesano appaiono sovente insiemi di modesti oggetti di uso comune, angoli antichi di paese, alternati a visioni di acque calme talvolta coperte da cieli tempestosi dove filtra, invito alla speranza, qualche raggio di luce, ma le sensazioni che i fogli emanano sono forti e sentite, mentre intimi e delicati sono i versi che, talora, egli ama creare sugli stessi spunti.

    L’incisione all’acquaforte permette di disegnare sulla lastra con libertà: asportando con una punta la cera da cui il metallo viene preventivamente coperto, si unisce al “fare” artistico una pratica da alchimista. Numerose possono essere le fasi di lavorazione con l’acido che intacca il metallo nei punti in cui lo strato protettivo è stato asportato. Nei solchi che si creano, l’inchiostro raccolto viene successivamente trasferito ai fogli fatti scorrere uno per uno con notevole pressione fra i rulli del torchio a mano: la rapida usura della lastra permette un limitato numero di esemplari perfetti che vengono firmati dall’artista.

    Maurizio Sicchiero ama la sua terra natia. La sua polesanità viene particolarmente evidenziata nelle opere che rappresentano angoli del “Polesine”: i chiaro-scuri formano un gioco di ombre e luce che dà l’intonazione della foschia creata dal sole o dalle nebbie tipiche del Delta.

    È evidente la grande volontà ed il desiderio di ricordare le proprie origini, senza dimenticare il suo attuale vivere chierese.

    I riconoscimenti non mancano all’autore: a livello nazionale ed europeo, è stato più volte premiato (nel 1989 a Salsomaggiore, nel 1990 a Mapello, nel 1991 ad Alba, nel 1992 a Barcellona) ed ha partecipato a numerose mostre collettive.

    Lo scorso anno ha realizzato una apprezzata personale ad Agliè nella Chiesa di S. Marta, in una cornice di splendida chiesa barocca: un’ampia esposizione comprendente ventiquattro acqueforti, specchio di una realtà calma e meditata, dove sono evidenti i legami del passato espressi con una venatura di rimpianto.

    Nel corso di quest’anno si è concretizzato l’atteso ritorno in Polesine, con una interessante rassegna ospitata prezzo la sala Cordella di Adria.

    Particolarmente apprezzati dai visitatori della mostra i suggestivi scorci del Delta e la particolareggiata rappresentazione di alcuni oggetti tipici della civiltà preindustriale. Si tratta di opere che, oltre alla perizia tecnica dell’artista, evidenziano l’amore per le cose buone di un mondo che non va dimenticato.

  • Slanci cromatici in ascesa verticale

    Slanci cromatici in ascesa verticale

    La felice stagione artistica di Annamaria Rossi Zen

    Un legame mai interrotto con la terra natìa, porta Annamaria Rossi Zen a mantenere con il Polesine rapporti di continuità sia sul piano degli affetti e delle umane relazioni (alimentate dalla calda spontaneità del suo carattere) sia nell’ambito dell’attività artistica che per lei costituisce un imprescindibile motivo di vita.

    Annamaria Rossi Zen è nata ad Adria e si è trasferita ancora fanciulla con la famiglia a Trento nel 1951. E proprio ad Adria, nella sua infanzia, ha respirato il primo coinvolgente alito dell’arte, osservando estasiata le tele di Leonida Zen, cugino che nel 1938 aderì con successo al movimento futurista di Marinetti.

    Senza incertezze, Annamaria Rossi Zen ha intrapreso quindi un itinerario di studi di tipo artistico, che le ha assicurato una valida preparazione tecnica ed un consistente bagaglio culturale, indispensabile per seguire con continuità e determinazione la via dell’arte.

    Grazie alle solide basi di partenza e all’autentica passione, l’artista ha ben presto conseguito prestigiosi riconoscimenti, accreditandosi tra i più originali autori contemporanei del Triveneto. E con soddisfazione Toni Romagnolo, direttore della prestigiosa pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, l’ha inserita nel catalogo dei “Nati sotto Fetonte”, tra i cinquantacinque artisti che, con la loro produzione, meglio rappresentano attualmente la terra polesana.

    È il colore, vissuto in tutta l’intensità della sua forza comunicativa ed evocativa, a costituire la caratteristica fondamentale del linguaggio artistico di Annamaria Rossi Zen. Nella sua produzione più recente il gioco cromatico è infatti divenuto sempre più dominante, superando progressivamente i riferimenti oggettivi, per approdare ad una dimensione libera, che consente all’artista di esprimersi senza limitazioni formali.

    Nei suoi quadri spiccano arditi incastri cromatici in dinamica sequenza. Tasselli policromi si inseguono con un andamento verticale, sfociando in plaghe azzurre; raffigurazioni che fanno pensare a edifici multiplani, che si protendono in cieli limpidi, creando inedite geometrie. Spesso i quadri sono percorsi da segmenti rettilinei i quali, intersecandosi liberamente, danno vita ad un reticolato asimmetrico, che esalta le tessere policrome: si origina infatti una sorta di “griglia di contenimento” volta a spazializzare e delimitare l’espansione cromatica.

    Il pensiero va alle vetrate gotiche, ove lo scuro legame in piombo serve sì ad unire le parti vitree di vario colore, ma anche, nel contempo, a sottolineare il gioco delle trasparenze luminose. Parimenti per l’autrice dipingere significa “dare voce” al colore, in momenti di slancio vitale, in cui il gioco di luci si configura come il mezzo espressivo più idoneo.

    Aboliti cavalletti e forme di sostegno tradizionali, il rapporto con il quadro diviene immediato e totalizzante: steso un velo di sabbia, proprio al fine di conferire un più consistente spessore al colore, Annamaria Rossi Zen, affronta con un atteggiamento “maschio” la tela, e con rapide pennellate nervose dà vita a sequenze cromatiche in continuo divenire.

    Lo sforzo creativo evita di racchiudersi in un’immagine compiuta per seguire quell’inesausto flusso dell’essere di bergsoniana memoria, che l’artista riesce a “catturare” in un momento della sua incessante evoluzione, fissandolo sulla tela per un “attimo senza fine”.

    Sono dunque creazioni in divenire quelle di Annamaria Rossi Zen, che sembra voler seguire dal “di dentro” il perenne fluire della vita, per coglierne il cangiante movimento in giochi di luce e colore.

    Forse ciò a cui l’artista aspira è il mondo della trascendenza spogliato da forme contingenti; un mondo a cui è concesso approdare con slanci cromatici in assidua ascesa verticale.

  • “El Filò” va in scena

    “El Filò” va in scena

    Ha appena quattro anni di vita la Compagnia Teatrale “El Filò” di Taglio di Po, ma è già affermata non solo a livello locale, avendo riscosso lusinghieri successi anche oltre i confini regionali. Costituita appunto nl 1991, richiamava attorno a sè anche alcuni componenti non nuovi ad esperienze del genere per aver fatto parte di compagnie dialettali nell’ambito del teatro amatoriale.

    Il debutto avviene una sera del 30 novembre del 1991 in occasione del IV Festival del Teatro dialettale, con una commedia brillante in tre atti di Pitteri e Palmerini: “A gh’meto la mordecia”, ottenendo un lusinghiero successo di critica e di pubblico. I consensi ottenuti nella prima uscita ufficiale hanno ben presto un’ampia risonanza sia sulla stampa che su alcune riviste di settore, tanto che pare si faccia a gara per invitare la compagnia da parte di Organizzazioni di spettacoli ed Associazioni culturali.

    Ovunque si esibisce la compagnia, che nel frattempo ha delineato il proprio cast, riscuote consensi e riconoscimenti. Compongono il cast artistico: Lara Belicchi, Gianni Moretto, Lorella De Bei, Katia e Barbara Crocco, Gilberto Mantovani, Milca Trapella, Antonella Grandi, Mirella De Bei e Sergio Pregnolato che ne è anche il legale rappresentante. I tecnici sono di primordine: Paolo Mantovani, Iginio Beccari, Raffaele Pattaro e Giorgio Fabbri, unitamente al collaboratore di scena Antonio Remoto. Un contributo importante all’affermazione della compagnia teatrale “El Filò” è da attribuire in particolare a Sabrina Crepaldi regista ed animatrice del gruppo.

    La maniacale ricerca della perfezione nella scelta dei personaggi, il perfetto tempismo delle situazioni, la sincronia nelle alternanze dei movimenti degli attori, il saper dosare le enfasi nel porgere le battute, ha richiesto per la regia un lavoro da certosino che solamente un grande carisma ed una serietà professionale hanno potuto dare. Ma anche la duttilità degli attori ha consentito di raggiungere quell’amalgama indispensabile per il risultato finale.

    Per il momento la compagnia ha in repertoroio, oltre alla commedia con la quale ha esordito, un lavoro di Mendes Bertoni: “La sbragssona”, commedia divertentissima ricca di situazioni paradossali che serve ad esaltare le doti del gruppo.

    La Compagnia teatrale, che aderisce alla FITA (Federazione Italiana del Teatro Amatoriale), si appresta a vivere un’altra esaltante stagione, una scommessa del Gruppo, che è facile prevedere, vinta in partenza.

  • Ricordato Felice Chilanti

    Ricordato Felice Chilanti

    Nel corso dell’ultimo anno, con varie manifestazioni organizzate in diversi centri della provincia, il Polesine ha deciso di ricordarsi di Felice Chilanti, uno dei figli grandi della sua terra, scomparso da oltre dodici anni. Era nato a Ceneselli il 10 dicembre del 1914 da una povera famiglia di braccianti agricoli.

    La scuola media del suo paese natale, già nell’anno scolastico 87-88, aveva fatto una ricerca allo scopo di ricordare il giornalista-scrittore di raro talento attraverso la lettura di uno dei suoi romanzi autobiografici più belli “Ponte Zarathustra”, ricco non solo di aspetti socio-culturali ed economico-politici di quel tempo (fine guerra mondiale, avvento del fascismo) ma anche illuminante per capire come viveva la gente in quel periodo e per fermare un attimo quella civiltà contadina in fatale declino.

    All’encomiabile iniziativa delle insegnanti di Ceneselli, ha fatto seguito, nel dicembre 1993, quella ufficiale, promossa dall’Amministrazione provinciale di Rovigo, in Accademia dei Concordi. L’autore di “Si può anche vivere”, “Il colpevole”, “Paura entusiasmante”, “Le avventure di Bambino”, “Gli ultimi giorni dell’età del pane”, solo per citare alcuni dei suoi romanzi, da cui emerge il senso di un’intera e difficile esistenza inquieta e coraggiosa, ha finalmente avuto il pieno ricordo dalla sua terra.

    Appena ventenne, abbandonati gli studi, si era trasferito a Roma presto aderendo al mondo giovanile dei littorii, per assumere poi una posizione sempre più critica che lo portò agli anni di confino a Lipari e poi alla Resistenza, con militanza nel gruppo filotroskista “Bandiera Rossa”.

    Nell’incontro in Accademia dei Concordi hanno parlato i giornalisti e scrittori Barbiellini Amidei, Cibotto e Fidora presentati dal presidente Ubertone e dall’assessore provinciale alla cultura Crescenzio. Quasi onirica e venata di poesia l’esposizione di Barbiellini Amidei, che ha riferito di un sogno recente in cui l’amico Felice gli è apparso in redazione del Corriere della Sera in via Solferino e – come quando era in vita – gli ha parlato a fatica, ormai laringotomizzato, a causa della grave malattia.

    “Quella sua fatica nella parola – ha detto Barbiellini – sembrava il rifiuto a parlare nella società delle chiacchiere e dimostrava come si può parlare con un inviato e corsivista principe, anche senza le parole; bastava l’espressione del suo volto”.

    L’oratore ha sottolineato la qualità di Chilanti giornalista di raro coraggio “sempre alla ricerca della verità e finissimo romanziere, caduto nel dimenticatoio, anche a causa del suo carattere scomodo e schivo, mai dimentico delle sue radici e della sua terra d’origine”.

    La testimonianza di Cibotto, che giocava in casa, è apparsa intimista, quasi un dialogo mai interrotto con l’amico in una Roma abitata da Cardarelli e Comisso, sull’onda di una nostalgia per il Polesine e per il Po che Chilanti aveva spesso celebrato nei suoi scritti, ricreandone le magiche atmosfere, cantore di una bellezza densa di malinconie.

    Cibotto ha ricordato, fra l’altro, il romanzo “La paura entusiasmante”, definendolo fra le opere più belle in assoluto del dopoguerra e ha sottolineato il suo rammarico per non essere riuscito a far figurare l’autore fra i finalisti di premi letterari. “Era un romantico – ha concluso – che ha sempre pagato di persona, dal Ventennio in poi”.

    Evocatrice di grandi suggestioni la lunga esposizione di Fidora, che ha saputo ricreare l’atmosfera inquietante degli anni Sessanta e della lotta alla mafia, partendo dal ricordo di un memorabile pranzo e dei dialoghi intercorsi tra Chilanti e il boss, ormai in pensione e isolato, Nicky Gentile. Sembrava di essere dentro le pagine de “Il Padrino” di Mario Puzo, mentre venivano nominati i più efferati protagonisti di “Cosa Nostra”.

    Chiamato dal direttore di “Paese Sera” – al cadere degli anni Cinquanta – Chilanti fece le più temerarie e produttive inchieste sulla mafia, assertore di verità scomode che altri cercavano di nascondere. A suo merito deve essere ascritta l’istituzione della commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia.

    Attraverso le parole di Fidora, il pubblico ha avuto l’illusione di entrare nella fumosa redazione palermitana e di vivere l’emozione del giornalista che ha saputo sfidare “Cosa Nostra”, fino alla fine, mettendo a repentaglio la propria vita.

    Ha chiuso l’incontro, la testimonianza di Gloria Chilanti Campus Venuti che ha parlato con affetto del grande padre, suo maestro di vita, spentosi il 26 febbraio 1982.

  • Il segreto delle ocarine

    Il segreto delle ocarine

    L’arte di creare ocarine affonda nelle tradizioni popolari, ma stranamente al signor Idelmo Fecchio, non è stata propriamente tramandata.

    Ciò nonostante abbiamo l’impressione che tra le pieghe del viso, nello sguardo, che sembra aver acquisito nel tempo clemenza per gli eventi della vita, nelle mani forti abituate al lavoro rurale, sia depositata l’esperienza del passato, di una realtà che si fa presente in una delle sue infinite manifestazioni.

    Il signor Idelmo ricorda un po’ la figura del profeta biblico misconosciuto o addirittura avversato in patria ed osannato in terra straniera. Ottantacinquenne, egli è infatti apprezzato per la sua attività di costruttore di ocarine più altrove che nel paese dove risiede, Grillara.

    È questa una piccola ma suggestiva località polesana che si erge su una delle poche dune fossili rimaste, le quali nell’età medioevale costituivano l’allineamento che attraversava longitudinalmente gli odierni centri di Rosolina, Donada, Taglio di Po fino a giungere a San Basilio. Gli antichi rilievi sabbiosi oggi rappresentano per noi una preziosa testimonianza del passato. Ciò che rimane dei medievali cordoni dunosi esiste perché in parte si è preservato dall’erosione naturale ed in parte perché è resistito all’opera di demolizione causata dai forti interessi economici gravitanti attorno al mercato arenario, il quale non ha certo a cuore la salvaguardia ambientale.

    Ma ritorniamo al signor Idelmo. Egli racconta che la passione per le ocarine è nata in lui fin dall’infanzia. Da bambino, accompagnato dalla madre ad una fiera di paese, aveva ricevuto in premio proprio un’ocarina. Da qui i tenaci tentativi per riprodurre il misterioso strumento dal cui interno si dischiudevano strane vibrazioni e il cui involucro in terracotta, se percosso, risuonava in modo secco, come a sfidare chiunque a scalfire il proprio segreto.

    Fra le ocarine e Idelmo Fecchio si creò dunque ben presto un legame via via rinsaldatosi nel tempo. E ad esse, caso strano dell’esistenza, l’autore deve persino la propria vita. Racconta infatti che, durante la seconda guerra mondiale, mentre seguiva il contingente italiano stanziato a Spalato, in Croazia, fu fatto prigioniero e deportato in Finlandia e in Germania, in vari campi di concentramento tra cui ricorda Brema e Amburgo. Qui patì la fame, privazioni, freddo, torture, stenti, fino a ridurlo a un corpo quasi inerte di 35 kg.

    Gli occhi sono scossi da un’emozione quando afferma: “Sono state le ocarine a salvarmi!”. Durante uno scavo infatti, Idelmo aveva rinvenuto un po’ d’argilla con cui era riuscito a creare delle ocarine. In un ambiente impervio di morte, rappresentavano un esile spiraglio che lo sorreggeva alla vita, che continuamente lo rapportava con la propria terra, il rifugio della casa, i familiari.

    Un ufficiale tedesco notò i curiosi strumenti e ne commissionò alcuni offrendogli l’occasione di barattarli con delle derrate. Il signor Idelmo evitò così lo sterminio, destino che attendeva chi, debilitato, non era più in grado di affrontare il lavoro.

    Ritornato a casa, non potè occuparsi a tempo pieno delle ocarine che continuarono tuttavia ad essere per lui un piacevole passatempo. Spinto dalle oggettive necessità economiche e dai rimproveri della moglie che, invece di avere sul fuoco il pane, spesso si trovava le ocarine e i flauti in creta a cuocere, il signor Idelmo si dedicò per un periodo all’intreccio delle frasche di salice, le “strope”, per creare culle, canestri, ceste, “corghi” per la covata delle chiocce. Ma la passione per le ocarine non svanì.

    Per realizzarle ancora oggi il signor Idelmo utilizza pochi, semplici, quasi rudimentali attrezzi in legno o ricavati dalla canna palustre. La materia prima che impiega è il cosiddetto “tivaro”, strato d’argilla spesso circa 40 cm. che si trova a quasi un metro di profondità, lungo le golene del Po o sui campi arati; le particolari caratteristiche di plasticità consentono un’agevole lavorazione.

    Appena modellata la forma dello strumento, con la creta ancora molle e fresca, l’ocarina viene subito suonata per sperimentarne le potenzialità. Viene poi fatta essiccare al sole per un paio di giorni, levigata con carta e smeriglio ed infine posta in un forno ad una temperatura che può raggiungere i 900-1000 gradi.

    Il nostro artigiano si diletta, con uno spirito ed una dedizione quasi materni, a pensare alle sue creazioni come dotate ognuna di una propria individualità nelle forme e nelle tonalità dei suoni.

    Prova orgoglio per questa caratteristica peculiare che fa la gioia dei collezionisti; la sfoggia legittimamente, facendone un motivo di distinzione rispetto alla produzione standardizzata di Budrio (Bologna), centro che, grazie all’inventiva di G. Bonato, ha dato origine all’ocarina nella seconda metà del XIX secolo.

    Risoluto, il signor Idelmo rivendica l’appartenenza dello strumento alla nostra cultura, insieme agli innumerevoli oggetti in terracotta (tra cui ricorda le pipe), che venivano creati nel Polesine, terra che fino a non molti anni fa era disseminata di fornaci.

    All’ocarina sono legati i ricordi degli incontri nelle stalle durante le serate invernali e delle ballate, su cui si costruiva il forte senso di comunità che regolava i rapporti tra le singole famiglie e la collettività rurale. Una dimensione sociale viva si coglie ancora nei suoni emessi dal curioso strumento musicale che invita anche noi a sostare e a non dimenticare il valore delle cose semplici e buone.

  • I segantini

    I segantini

    Al calar delle brume novembrine, fino al secondo dopoguerra, viaggiando in bicicletta imbacuccati per le strade fangose di campagna, si udivano secchi rumori lungo i filari d’alberi che bordavano ininterrottamente i fossati di confine.

    “I Smaja” questa era l’osservazione che scaturiva spontanea. Un lavoro ormai svolto di rado, in quanto gli alberi, quasi tutti divelti dall’opera febbrile dell’uomo che intende conquistare a terreno seminativo perfino i centimetri del ciglio stradale, si sono talmente rarefatti da mettere in drammatica difficoltà perfino gli uccelli che ivi nidificano e trovano rifugio.

    Capitozzatura, questo significa “smajare”, abbattere con secchi colpi di “falzin” (falcetto) i rami di due-tre anni sulle testate dei pioppi o salici, per trarne legna da ardere, ma soprattutto per farne uso universale nella conduzione dei lavori agricoli. I pali così ricavati dopo la scortecciatura, andavano a sostituire quelli vecchi “carolà” (tarlati) lungo i filari interminabili di viti (al di là da venire le colonnine di cemento). Si fabbricavano scale rudimentali e robuste per i più svariati usi: accuratamente selezionati servivano alla costruzione di serragli e gabbie per pollame e conigli, per sostenere i rami carichi di frutta, per immanicare vanghe rastrelli, falci da fieno e via dicendo.

    Qualche contadino più abile ed appassionato di altri confezionava con quell’umile legno giocattoli per i bambini, senza pretese; ed ecco uscire da quelle mani abili e pazienti un cavalluccio pitturato con terra d’ocra, una locomotiva con tanto di ruote e fumaiolo, figure da teatro delle marionette come Fasolin, Sandron, e la bella Colombina.

    Una gioia per i piccini che sbattevano gli occhioni ad ogni colpo di accetta o di raspa, in estasi davanti all’opera che stava nascendo; una scuola di vita fondata sulla parsimonia, sulla solidarietà, sugli affetti.

    “Ocio ca ve tajo na recia” ammoniva l’improvvisato artista per liberarsi da quelle presenze pressanti. Ma non c’era nulla da fare; per quei bambini possedere un giocattolo con cui riempire le giornate era come salire in paradiso. Ne possiamo trarre un alto e amaro insegnamento: i bimbi e, più in generale le persone senza troppe esigenze, chiedono poco per essere felici. Ma oggi diventa impossibile realizzare questo elementare bisogno quando ci si è già stomacati con ogni sorta di trastullo, nauseati con robot, videogiochi e quant’altro. E allora ecco la fuga tragica verso il nulla, alla ricerca di perverse emozioni come attraversare col rosso i semafori, o lanciare pietre assassine dai cavalcavia dell’autostrada,… follia, paranoia, autodistruzione…).

    Torniamo all’argomento.

    Gli alberi morti o morenti dovevano essere abbandonati. Ma non come oggi che si segano rasente la superficie con ridicola facilità; allora si scavava tutt’attorno una vasta buca e con l’ascia da boscaiolo si recidevano le grosse radici interrate per usufruirne come legna da camino. Poi, allacciata la testa dell’albero con le funi, si faceva forza determinandone la caduta. Infine, usando “el segon”, un segaccio dalla lunga lama maneggiato da due uomini, si tagliava la testa (fefa) e pure il fondo (culazzo) che vedeva in tal modo la luce per la prima volta, ottenendo il tronco bello e pronto.

    A questo punto i tronchi, trasportati sulle vaste aree cortilive, erano idonei per essere ridotti in assi e tavoloni. Questa però non era opera da contadini ma richiedeva l’intervento di personale specializzato, perché ricavare assi regolari da un tronco grezzo senza alcun macchinario non era compito da poco.

    Ecco allora entrare in campo “i segantini” personaggi che apparivano ogni anno nelle nostre contrade giungendo dall’alto Veneto, per svolgere un lavoro molto richiesto.

    Costruito una specie di cavalletto a croce di S. Andrea con grossi pali, facendo uso di altri pali come leva, si issava il tronco a circa due metri da terra in orizzontale, dopo averlo sbozzato a dovere.

    Sui due capi del tronco venivano segnate le righe corrispondenti ai tagli da eseguire, poi uno dei segantini balzava in alto sul tronco, mentre altri due dal basso completavano il terzetto. Maneggiavano una sega molto elaborata nel telaio: smontabile per essere trasportata in bicicletta (un cavallo bolso era il massimo che potevano permettersi), aveva un manico singolo superiormente, per il “segantin” che stava in alto con il compito di sollevare di peso lo strumento, mentre inferiormente era dotata di una lunga impugnatura per gli altri due “segantini” i quali, tirando con forza la lama dentata verso il basso, determinavano di fatto l’avanzamento e quindi la segatura.

    I vecchi contadini non si stancavano di ammirare quel lavoro, alla fine del quale venivano allineate tutta una serie di assi perfette, compresi i due lunotti laterali. Durante la fatica c’era spazio per tutta una serie di battute, lazzi, sentenze e motti tipici di un vivace mondo contadino. Una civiltà ormai sepolta sotto i cingoli del progresso!

    Urlavano “i segantini” ogni tanto: “La porta da bevare parona, parché la segaura fa vegnere el grezzin (secchezza) in gola!” Scolati almeno un paio di bicchieri arrovesciando la testa all’indietro per non perderne nemmeno una goccia, esclamavano: “Ahhh… penole e vin xe l’aiuto del segantini!” (cunei e vino aiutano l’opera).

    Calate le tenebre ci si raccoglieva attorno al camino; quattro salsicciotti freschi ad arrostire, mezza “pinza onta” sotto la cenere, una pignatta di terracotta borbottante colma di “fasoi in pocio” …e cominciava il filò.

    Parlavano i “segantini” come un torrente in piena di cose lontane, di aneddoti raccolti per strada. Nelle loro cadenze trevigiane o bellunesi non mancavano di nominare le loro montagne, le vette aguzze, i verdi pini, i loro cari. A noi piccini estasiati, raccontavano di boschi, di fate e folletti, di lupi, caprioli e stelle alpine, finché, vinti dal sonno la testina reclinata sulla spalla della mamma, salivamo le scale senza salutare nessuno per proseguire in quel fantastico mondo di sogni.

    A notte fatta i “segantini” si accontentavano di un giaciglio nella stalla, sopra la paglia fresca… c’erano abituati, era del resto quello un tipo di ospitalità molto comune un tempo. Chissà però se i loro sogni erano così meravigliosi come i nostri di bimbi felici!

  • Quel “Mondo Piccolo” di ieri

    Quel “Mondo Piccolo” di ieri

    A Castelmassa una mostra singolare, che racconta per immagini, oggetti e diversi scritti la vita di Giovannino Guareschi. La rassegna è importante perché ci fa conoscere meglio il personaggio, ci fa penetrare nella sua psiche da cui traspare un'anima permeata dalla fede in Dio. È singolare per noi perché possiamo ripercorrere tappe non secondarie della storia del nostro tempo.

    Si entra nella sala municipale e subito le stampe, gli scritti, le fotografie, disposte in bianchi spazi espositivi, fanno scattare la molla dell’evocazione, dell’abbandono emotivo e fanno capire molte cose a chi a quei tempi era così piccolo da non rendersi conto degli eventi.

    “Tutto il mondo di Guareschi” si intitola questa rassegna. Fin dalla nascita del protagonista, (1908 a Fontanelle di Roccabianca nella bassa parmense) si ha in parallelo una pagina di storia sociale e politica del nostro paese. Vediamo nel primo pannello la costituzione delle prime cooperative rosse, gli anni del collegio “Maria Luigia” di Parma con Zavattini primo istitutore di Guareschi, primo promotore delle sue qualità e capacità d’umorista. Più avanti appaiono le vignette del Bertoldo con le didascalie e i trafiletti di giornale, che testimoniano una stagione felice per la satira nazionale. A fianco si legge: “1936-43 Milano. Alla scoperta di Milano… Io Margherita, una valigia di cartone e una maledetta voglia di lavorare”. “Io sono nato nella bassa parmense, vicino al Po, e la gente che nasce in quei posti ha la testa dura come la ghisa; arrivai a diventare redattore capo del Bertoldo, sul quale lavorò Steimberg. Era Steimberg il più grande grafico del mondo…” (da Beppe Gualazzini; Guareschi Milano 1981).

    Scoppia la guerra e “…Io nel 1942 presi una grossa sbornia, perché mio fratello era disperso in Russia e non si riusciva a sapere niente di lui. Urlai quella notte, per le strade di Milano e dissi cose che poi trovai scritte su due fogli protocollo… poi allo scopo di togliermi dalla circolazione mi fecero richiamare alle armi il 9 settembre 1943. Scoppiato il pasticcio venni fatto prigioniero dai tedeschi a Alessandria e venni inviato in un lager polacco e da qui in altri lager…”. Così leggiamo sul pannello in alto, illuminato dalla luce diffusa della finestra e forse non a caso in quella posizione.

    Finita la guerra una Patria disfatta, semidistrutta e non solo nelle cose, Guareschi sente che bisogna lavorare, ricostruire, dare soprattutto pace e libertà agli italiani. Eccolo allora impegnato nella politica e “fino agli occhi”, lui che si è sempre sentito indipendente.

    E ancora a Milano partecipe alla fondazione di Candido; qui, vediamo le sue sferzanti vignette, documenti di un’efficacia straordinaria e invito alla libertà di pensiero.

    Arriviamo ai pannelli che dipingono Mondo Piccolo, ovvero don Camillo: come sono nati i personaggi, l’ambiente, le storie così verosimili e non del tutto inventate “…la gente simpatica, ospitale, generosa, della bassa parmense, in riva al Po, aveva una intensa passione politica, …chissà, forse era colpa del sole che martella i cervelli durante tutta l’estate o della cupa nebbia che li opprime durante tutto l’inverno…” così scrive.

    Nei cinema appare don Camillo e i personaggi vestiti di celluloide diventano i simboli di un’epoca.

    In leggera penombra possiamo leggere le pagine più dolorose della vita dello scrittore: il tormento e l’amarezza provocati dal processo De Gasperi, i 400 giorni trascorsi nella prigione di S. Francesco.

    Ancora da Guareschi di Beppe Gualazzini (Mi 1981) …dopo 400 giorni di prigionia Guareschi disse: “io non odio nessuno, ma non avrei mai pensato che gli italiani potessero essere così feroci contro un semplice giornalista”. Anche la libertà vigilata nella sua casa di Roncole Verdi è dura e su Candido il 22 ottobre 1961 il congedo ai lettori “…è successo che il vecchio Giovannino, passato senza danni in mezzo a tanti guai grossi, è scivolato su una buccia di qualcosa, …e gli dispiace immensamente dopo tanti anni, di lasciarvi”.

    È interessante leggere l’articolo di Giorgio Bocca su Repubblica del 6 marzo 1981 “a fiuto, a naso, i nostri intellettuali avevano capito che quell’isolato, irsuto, anomalo scrittore della bassa padana aveva dentro di sé qualcosa di molto pericoloso: pensava con la sua testa, diceva la sua verità, discutibile, certo, nei contenuti e nello stile, ma una verità opposta al niente, alla menzogna, al conformismo, al sovietoamericanismo degli scrittorucoli che vincevano il premio Viareggio…”.

    La rassegna, chiusa il 6 giugno, continua il suo viaggio per l’Italia e nel tardo autunno varcherà i confini per giungere in Spagna.

    Perché questa mostra a Castelmassa?

    Noi siamo legati a Guareschi: è un legame nato non solo dall’apprezzamento delle sue opere dove abbiamo trovato l’uomo leale, onesto, pulito, ricco di ideali e d’amore patrio, ma anche perché ha scelto fra le tante foto da lui scattate, nei suoi viaggi lungo il Po, sulla sua bicicletta arrugginita, quella della piazza di questo nostro piccolo paese, allora piazza Vittorio Emanuele, oggi piazza Libertà, e riprodotta sul frontespizio del don Camillo.

    Forse questa nostra piazza rappresentava allora quel Mondo Piccolo, sociale, politico, religioso che Guareschi amava descrivere: la chiesa, originariamente costruita nella classica forma basilicale, testimonianza di antica fede religiosa, i portici dove la gente passeggiava dopo la messa o s’intratteneva nella giornata di mercato e la scritta, espressione di quel momento politico, “solo Iddio può piegare la nostra volontà, gli uomini e le cose mai”.

    La cittadinanza di Castelmassa, riconoscente, gli ha dedicato una lapide per ricordare il suo incitamento a vivere con sincerità e profonda umanità.

  • Un “messon” per il prete Zoglaro

    Un “messon” per il prete Zoglaro

    “A Belombra ’na volta è morto un prete, c’l’è morto in pecato mortale, almanco i diséa; el m’lo cuntava me opà che a lu i g’l’èa cuntà ch’el ièra piculin. Elora ’sto prete el ’ faséa sentire…

    In t’la canonica a chi, a Belombra, tuta la note i arbaltava carèghe… i rompeva i piati… i butava in tera pgnate…, robe da n’ resistre!

    E in canonica a ghe staséa el prete e el caplàn chi n’ièra più bòni da srar òcio… i n’ièra più bòni da durmire. Elora i s’è deciso, i s’è ciapà su e iè ’ndà dal vesco in Adri.

    – Sa ghègna da fare, sióre? Là a n’ s’è più bòni da tirar avanti.

    – Eh… a l’ so, ’l dise ’l vesco, l’è chel prete là ca s’ fa sentire parchè l’è morto in pecato mortale. El n’è nin bòn da ’ndare ben al'Inferno. Bisòn farghe el messón!, ’l ga dito el vesco.

    Elora i vien, casa ’sto prete e ’sto caplàn e i s’ dise: E chi è ca fa el messón?

    – A mi no, mi no, ’l dise el paroco, mi a n’ m’la sento!

    – A l’ farò mi alora, ’l dise el caplàn, ghégna da ’ndar sempr’avanti acsì?

    El caplàn el ièra ’n omón grande, i g’ disèa el caplanón, grosso, ’n omón forte con dó spale acsì ch’el g’ faséa paura ala morte.

    Elora ’l dise: – Mi a fasso el messón ma a m’ vóle uno arènte a mi, i primi muminti bisón ch’el serva la messa e dopo, c’l’è ciamà, a vien l’anima de ’sto prete a servire.

    Elora el dise el campanaro che anca lu el ghéa coraio: – A ’gnarò mi… S’el prete el ga paura sa s’ ga da fare…

    – Va ben, el dise el caplanón, ti tó t’ tiri arènte a mi sui scalìn e te servi i primi muminti al messón e dopo a te t’ miti le palme dle man sula facia e te te scundi i òci parché sinò a t’ vidi dle robe brute, brute, brute, ma brute purassè, parchè un sèrto punto arivarà el prete a servir la só messa.

    Elora i taca, a mesanote, parchè bisón mina prima d’ mesanote, sinò la sarìa stà mina valida, scocare la mesanote el prete el va su co’ ’sto messón, e el campanaro li arènte.

    Alora la messa la ’gnasèa fata com’ ’na volta, in latín, mina come adesso in italiàn.

    Elora el prete el dise le só robe e el campanaro el g’ risponde…

    Un sèrto punto el caplanón el varda el campanaro, el g’ fa segno c’l’è ora. Elora el campanaro el s’ mete le man sui òci, ma el s’ le méte mina ben serà parchè l’è curioso d’ védre. Elora dopo a cùntàndola: – A vedo el messale passare da ’na parte a c’l’altra dl’altare… po’ a vedo le ampuline ca s’ móve… prima ’sta bruta roba la vóda l’acqua… po’ el vuda el vin… e po’ el campanelo ca sonava.. E tante robe… Ma insuma dle robe tanto brute, brute, che ora ch’è fnì la messa a ghèa le braghe piene!”. (Fonte: Fanny e Elena Puozzo – Bellombra)

    Il messón è uno dei tanti aneddoti, frequenti e numerosi nel folklore popolare, sulla presenza e sul ritorno periodico dei defunti nel mondo dei vivi. Basti pensare alle lumasse, anime che sotto forma di fiammelle si mostravano a qualche solitario e notturno viandante.

    In genere il ritorno dei morti era dovuto a svariati motivi: poteva essere una madre che veniva al mondo di qua per raccomandare al marito e alla matrigna la cura dei figlioletti, se questi erano trascurati; spesso era un defunto che aveva bisogno di bene, chiedeva cioè gli si dicessero delle messe; altre volte qualcuno che aveva lasciato insolute questioni di eredità o di denaro. E via dicendo. In molti casi si trattava di un assassino, o comunque di chi s’era macchiato di gravi colpe, che non riusciva a trovare pace nemmeno dopo la morte.

    È infatti il caso di questo prete di Bellombra, il cui misfatto è tale che le medesime porte infere gli rifiutano l’entrata, che s’aggira dolente ed inquieto nella cucina della canonica provocando tonfi, rompendo stoviglie, strascicando catene, rovesciando seggiole, secondo i canoni di comportamento caratteristici degli spiriti angustiati da colpe tanto atroci da non poterle nemmeno proferire.

    E allora il fantasma può essere placato ripetendone la cerimonia funebre, celebrando un messón nel cuore della notte, a mezzanotte in punto, nell’ora terribile, incerta e cruciale in cui le tombe si scoperchiano e tutti gli spiriti hanno licenza di vagare liberi sulla terra che loro appartiene in quegli attimi sospesi, prima che il tempo riprenda a scorrere verso il giorno nuovo. Solo così il mondo sotterraneo potrà essere ammansito, l’anima inquieta potrà trovare finalmente riposo oltre le porte dell’inferno a lei destinato.

    L’aneddoto ha un finale umoristico. Il campanaro se la fa sotto per la paura; ma anche questo schema rientra nella casistica folklorica per il tentativo di esorcizzare, attraverso il riso e l’osceno, il terrore che la morte incuteva.

    Comunque, il racconto del messón ci interessa perché a Bellombra è riferibile al prete Zoglaro, don Carlo Giocoli, il “prete infame” proprietario della Corte Zógola, Giocola, che nel 1809 a capo di contadini, pescatori e poveri d’ogni razza, guidò una sommossa popolare contro i francesi, durata alcuni mesi prima di essere stroncata.

    La vicenda del prete Zoglaro sembra essere stata rimossa, nessuno ricorda o rammenta d’averne sentito raccontare: resta il fatto che per molti anni nei dintorni della Zógola si sono agitate presenze spettrali, almeno nell’immaginario: “’Na volta, a ièrimo d’istà, a ièra sta’ a filò da Barbarossa parchè el ièra un bravo cuntafòle ca ’ndasèa avanti par dò, tre sire. El cuntava come ca fuss ’vera… ’Na note a sirà sta’ un bòto, un bòto e meso, a ièra drio ’gnére a casa da mi mi solo. Un sèrto punto a me s’è levà su dal scolo lì in parte la figura de ’na roba ca n’èva mai visto… E sò restà sbasì parchè a n’ credéa de catarme davanti ’na roba cussì… El ièra tuto de fógo…, el butava fógo e fiame… In man el ghéva come ’na spada ch’el mulinava come el vento. I diséa sì che de note a se catava davanti al portòn dla Zógola ’sta roba co’ ’sta spada, ma mi a n’ ghe credéa! E ’sa a me sò fato coraio e pian pian, pian pian, pian pian, a me sò portà fin a casa e me sò ficà in ’eto. Al dì drio a g’ domandava ai veci còssa ca podèa vèsre sta’, ma gnissùn m’ha dito gninte. Ansi i diséa: – No’ sta’ pensarghe ca n’è gninte no. Magna e bivi!”. (Fonte: Nerino Ferro – Panarella). Appunto, mangia e bevi e non pensarci.

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