Confrontando gli appunti sulla storia etrusca presi dalle osservazioni dell’adriese Ottavio Bocchi, stese nel 1739, con quelli di un più recente libro del tedesco Werner Keller (autore, fra l’altro de “La Bibbia aveva ragione”) edito nel 1971, appare subito una analogia di considerazioni ed una armonia di conclusioni che vogliono gli Etruschi fra gli iniziatori e componenti principali della più antica storia dell’occidente italico.
Straordinari ideatori di una civiltà che seppe condurre a momenti di intensa emozione creativa nei campi delle arti, delle lettere e delle scienze, furono gli Etruschi artefici di realizzazioni che testimoniano il felice intuito di un popolo originale.
Non, quindi, solo i Romani od i Greci formatori e plasmatori dell’antico modo di vivere, ma ben più gli Etruschi, specialmente nelle fasce dell’Italia centrale e settentrionale che interessarono dal Lazio alla Toscana, dall’Emilia al Veneto, giungendo al Trentino con puntate anche nei paesi d’oltralpe. Un popolo, gli Etruschi, probabilmente proveniente dall’Asia, precursore dei Romani e Greci nello sviluppo di conoscenze ed usi atti a stabilire una storia nei costumi e tradizioni dell’epoca.
Quando giunsero nella penisola? Tutto fa pensare al secolo XI a.C., esprimendo le loro arti per ben sette secoli fino a quando la potenza e tracotanza romana non ne soffocarono il respiro distruggendone la stirpe. Notizie storiche ci parlano di una confederazione di dodici città etrusche esistenti in Italia già nel decimo secolo a.C.
Da dove entrarono in Italia? Resta il mistero e il dubbio se dai difficili corridoi delle Alpi o dalle più accessibili vie d’acqua. Chi vuole dall’Adriatico, chi dal Trentino. Non è improbabile – ed è per noi piacevole pensarlo – che i navigatori d’oriente etruschi abbiano raggiunto il grande porto di Adria ancor prima di altre sedi.
Lo storico antico Cluverio ne afferma con valide argomentazioni la sua certezza e, con lui, lo stesso Giovanni Lucio, antico studioso e ricercatore. Ne suffraga le convinzioni Tito Livio, che assicura come proprio al tempo in cui i Toscani ebbero dimora ad Adria, gli stessi diedero il nome “Adriatico” al grande mare essendo all’epoca il porto d’Adria indubbiamente il più importante dell’intero oriente d’Italia. Così Tito Livio: “Tuscorum ante Romanum Imperium late terra, marique opes patuere mari supero, inferoque, quibus Italia Insula modo cingitur, quantum potuerint, nomina sunt argumento; quod alterum Tuscum communi vocabulo gentis, alterum Adriaticum ab Adria Tuscorum Colonia vocavere Italicae gentes”.
Adria, quindi, primo insediamento italico degli Etruschi? Ipotesi senza dubbio affascinante e meritevole di approfondimento. Certo rimane, quello degli Etruschi ad Adria, uno dei momenti storici più felici per la città, e non ne fanno fede solo le molte suppellettili e reperti contenuti nel museo archeologico nazionale, ma i periodici ritrovamenti, voluti o casuali, di manufatti, purtroppo nel tempo distrutti o risotterrati, così da mantenere oggi solamente disegni o ricordi scritti.
Molto più direbbero al visitatore quei fabbricati se mano provvida ed intelligente ne avesse curato adatto recupero ed esposizione.
Ma soffermiamoci assieme proprio su una delle scoperte adriesi più deliziose dal punto di vista archeologico.
1661, anno di costruzione ad Adria della Chiesa di “Santa Maria delli sette Angeli della Fontana” nel grande convento dei Padri Minori Riformati di S. Francesco d’Assisi. Se ne scavano le fondamenta nel luogo detto “Chiusa” di proprietà del nobile Lovato (attuale Chiesa dell’Ospedale nel piazzale Etruschi) e viene alla luce un antico teatro ad arena, di pregiata fattura, in cotto, così come si usava per gli edifici importanti e di ragguardevole entità in epoca etrusca.
Se ne ricavano i disegni da parte di Francesco Maestri Ronchin e ne disserta ampiamente il dott. Giovanni Mecenate, canonico vicario dell’Arcivescovo Carlo Labia, scrivendo del ritrovamento allo stesso prelato. Ne esprime appunti anche Padre Arcangelo Roncagalli dei Frati Riformati.
Si ritiene che l’opera non sia messa alla luce al completo, ma si valuta che il teatro potesse contenere fino a 2.300 persone. Vicino al teatro, nei giardini pubblici ubicati probabilmente ove sorge il museo, si ipotizzano sepolte altre costruzioni come un grande tempio ed i bagni, in uso, all’epoca, nei centri di comunità.
Nella grande arena sarebbero nati, proprio ad Adria, ad invenzione degli Etruschi, due forme di giuoco-combattimento, denominati “Reziari” e “Secutori”, dai quali, anni dopo, le lotte dei gladiatori nelle arene di Roma e nelle città a lei sottomesse. Un giuoco nato competitivo, ad Aria, ma poi nei tempi barbaramente degenerato ad opera dei Romani che soffocarono espressioni sportive del popolo etrusco, così come la sua civiltà.
L’arena adriese sarebbe divenuta punto d’incontro delle genti del circondario per spettacoli di danza, per musici, recitazione e giuochi di varia natura artistica, centro di cultura dell’epoca, che resta ancora oggi fra le memorie più belle della storia italica, ben più di quelle lasciate più tardi da altri popoli che qui passarono o stanziarono.
Un fiorire di ragguardevoli iniziative che vanno dal nome all’Adriatico, a quello assegnato alla grande zona che andava da Altino a Ravenna e fu chiamata “Paludi Adriane”. Da Adria il nome “Adriano” ed “Adriana” che ritroviamo ancor oggi in tutto il mondo, felice derivazione di un appellativo sorto da questa nobile sede toscoetrusca impoveritasi nei secoli principalmente col ritirarsi del mare. Tempi di alta magnificenza quando, come scrive M. Porcio Catone, “quasi tutta l’Italia stava sotto la signoria degli etruschi”.
Ma torniamo alla bella arena, purtroppo in parte ricoperta ed in parte distrutta, dato che gli improvvidi ritrovatori utilizzarono i grossi blocchi che costituivano basamento del palcoscenico per lastricare strade o per la costruzione di parte dello stesso convento.
Così, di questa, come di altri importanti fabbricati, restano ai giorni nostri solo disegni e descrizioni, avendo trovato sede nel grande museo archeologico solo supellettili e memorie di segno più o meno meritevole.
Ecco la gravità dell’irrispetto del passato per Adria, non solo nei tempi trascorsi, ma ancor oggi. Ritrovamenti che potrebbero essere posti all’attenzione dello studioso e del turista, se adeguatamente recuperati, vengono invece risepolti e, spesso, in modo irrecuperabile per chi verrà dopo di noi.
Recente è il ritrovamento in zona ospedale, la stessa in cui emersero i resti dell’anfiteatro, di due belle antiche fornaci per produzione di calce, già ricoperte di terra sia pure dopo i rilievi fotografici e di studio dei pochi privilegiati ammessi alla vista. E così, pure, ricoperti i resti dell’antica Cattedrale di S. Giovanni, con colate di cemento, qualche anno fa, ed altrove distrutti pavimenti a mosaico e depositi di anfore emersi nel corso di scavi per edificazione di moderni fabbricati o di strade.
Altra accortezza, altra sensibilità potrebbero aver fatto (o fare) di Adria luogo di più ampia ricerca, così come Pompei od Ercolano, e con supporti probabilmente più antichi. Se così continueremo ci sarà solo concesso di commentare con Goethe “chi non sa darsi conto di tremila anni, resta all’oscuro, ignaro, vive alla giornata”.
Bibliografia e ricerche
– Ottavio Bocchi – Osservazioni sopra un Antico Teatro scoperta in Adria – Simone Occhi – Venezia 1739.
– Werner Keller – La civiltà etrusca – Garzanti editore 1971.
– Aldo Massa – Il mondo degli Etruschi – Edit. Minerva SA – Ginevra 1988.
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Come citare questo articolo
Romano Beltramini. “Gli Etruschi ad Adria”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-etruschi-ad-adria/