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STORIA - TRADIZIONI

I soprannomi di Trecenta

Diffusissima, specie nelle piccole comunità, la consuetudine di indicare le persone con appellativi di origine varia

di Vittorio Tommasin

Ventaglio Novanta n. 8 1994 pp. 74–77

Nelle piccole comunità si era soliti indicare l’identità dei componenti con soprannomi che trovavano origine da varie motivazioni: difetti fisici, qualità morali, attività svolte o altre occasioni.

Luciano Monaco, nel corso di ricerche sul fenomeno dei parti plurimi nei secoli passati, ha avuto modo di consultare numerosi libri canonici nelle parrocchie del medio ed alto Polesine.

Nell’archivio parrocchiale di S. Giorgio, a Trecenta, ha reperito diverse liste di soprannomi di cittadini del comune altopolesano, liste che coprono un arco di tempo compreso tra il 1585 e il 1708 (L. Monaco, Soprannomi a Trecenta dal 1585 al 1708, R. Emilia, 1986).

La pratica di creare soprannomi, diffusissima nell’epoca romana e proseguita nel Medio Evo, è continuata anche nei secoli successivi. Secondo Monaco i cognomi stessi traggono origine dai soprannomi assurti, nel tempo, a dignità di cognome con l’uso continuato e consuetudinario.

Altra osservazione significativa che Monaco evidenzia è il rapporto tra fioritura dei soprannomi e consistenza numerica della popolazione perché, “formandosi su peculiari caratteri personali, dove la gente è più numerosa è naturale che quei caratteri o fisici o morali che si notano in un individuo possano riscontrarsi in un maggior numero di persone. In questo modo la singolarità del motivo del soprannome si perde e con quello anche la ragione stessa della sua formazione”.

La popolazione di Trecenta, nel periodo considerato, variava dai 1.400 ai 2.400 abitanti: l’esiguità demografica facilitava, dunque, la fioritura dei soprannomi (che Monaco chiama surcognomi, riferendosi tali appellativi, più propriamente, ai cognomi che non ai nomi delle persone).

Ma vediamo più da vicino questi surcognomi.

Alcuni derivano da deformazioni dialettali dei cognomi come Gustinello (Agostinello), Zemello (Gemello), Zugno (Giugno).

Diffusa è l’abitudine di creare soprannomi da una condizione sociale, dallo stato di un individuo o da un mestiere: è così per Incontro soprannominato Galeotto, per Bagnolato (Pegnatino), Brognara (Pajarin), Baratella (Scarparino), Ghiotto (Scarparin), Gianella (Stagnan), Onorello (Boaretto), Avanzi (Pintapalo), Gallan (Cavallaro). Ma anche, a nostro avviso, per Brusco soprannominato Fantino, termine che, con voce disusata (Fantin), indicava il cursore, per Polo (Bottarin), Sartin (Caporale), Boldrin (Risaro), Panciera (Crivellin, nel senso di vagliatore o costruttore di crivelli, di vagli), Franciosi (Stevanin, forse da steve, pedale costruito dai calzolai), Orlandi (Balzan, da balzo, legaccio di paglia o di corda usato per legare i covoni), Milani (Pistarollo, da pistarolo, termine con cui si indicavano alcuni arnesi da cucina come il tagliere per il lardo o il pestello del mortaio o anche la “pestarola” per la carne di maiale).

Un’altra categoria, di facile interpretazione, è quella dei soprannomi derivanti dal luogo d’origine della famiglia: Minghini (Lusio), Pasqualin (Veronese), Raimondi (Cremona), Melara (Todesco).

Una categoria numerosa è quella dei soprannomi derivanti da caratteristiche o difetti fisici, da qualità morali, da atteggiamenti comportamentali; vediamone alcuni: Agostinello e Bulbarello sono soprannominati Cucolo, Boscardi, per le dimensioni del capo o per una riconosciuta cocciutaggine diventa Maiton, Carnevale (Surdo), Colognese (Moro), Ferrarese (Pampano che nel linguaggio gergale equivale a babbeo, sciocco e simili), diversi Furigato, probabilmente non proprio “in carne”, prendono soprannomi come Fausto, Scaia, Scain, Ghinato (Pipin), Incontro e Sandrello (Galletto), Maestro (Piocchio), i Modona portano per generazioni i bei soprannomi di Cagotto e Corezuolo, Pozzan (Malacoa), Ventura (Pedcan), Piccolo (Bazan, di norma riferito ai bovini nel duplice significato di biondo o di bastardo).

E che dire degli Agostinello e dei Trambaiolo che, alla fine del 1600, si vedono affibbiato il bel soprannome di Musso? E di Pecenin che diventa, tout-court, Salame?

Per certi soprannomi è arduo dare una interpretazione, per altri l’interpretazione può essere intuita o comunque tentata per analogia, facendo ricorso anche al lavoro di Pio Mazzucchi, Dizionario Polesano-Italiano pubblicato a Rovigo nel 1907.

È il caso di Muraro soprannominato Rampin (uncino: nel traslato capzioso, cavilloso), di Nale che, per essere soprannominato Rancura, doveva essere un tipo piuttosto sollecito o portato, forse, a ripetere continuamente la stessa espressione, di Priviato soprannominato Bao, termine con cui si indicava un mostro immaginario per incutere timore ai bambini (con lo stesso termine, ma non ci sembra questa l’origine del soprannome, si indicava anche un insetto, un “vermicciuolo” come scrive Mazzucchi); Zanetti soprannominato Tognotogno, da togno che nel linguaggio gergale significava balordo, babbeo; Ghirardo che diventa Dandaro presumibilmente dal verbo dandarare, riferito ai fanciulli o agli animali domestici nel significato di girandolare.

Un ramo dei Peccenin, soprannominati Chioccolin, doveva aver avuto qualcuno in famiglia uso a fischiettare, potendo derivare il soprannome dal verbo “chioccolare” che significa emettere fischi brevi come i fringuelli e i merli; ma sembra più verosimile attribuire il soprannome Chioccolin all’abitudine, invalsa tra i Peccenin, ad alzare il gomito. L’ipotesi non è priva di fondamento se poniamo mente al fatto che l’osteria “Al Brindisi” di Ferrara – la più antica d’Italia, famosa già nel 1435 – era nota un tempo con il nome di “Chiuchiolino” (da “ciuc”, ubriaco) per le sbornie che si prendevano tra le sue mura.

Di un certo interesse sono alcuni soprannomi attribuiti secoli fa e che hanno resistito fino ai giorni nostri: è il caso di Zenarello, soprannome attribuito alla fine del 1600 ai Quaiotto, o di Pistarollo attribuito ad un ramo dei Milani nella seconda metà del ’600, di Baldon soprannome attribuito ai Mori alla fine del 1500 o di Crivellin attribuito a fine ’500 a Panciera (Panziera), un ramo dei quali veniva così soprannominato in località Berguerina ancora negli anni ’60.

Significativo è pure il fenomeno dello scambio del soprannome con il cognome: se nella seconda metà del ’600 i Casari (da caciaio, produttore di cacio, formaggio) venivano soprannominati Trambajolo, nella prima metà di questo secolo Trambaioli è diventato cognome e Casaro/Casari un soprannome.

Frequente il doppio uso anche per Chiereghin-Rossin, Fonso-Roveron, Lazaro-Roncon, Pasqualin-Veronese.

I soprannomi derivano, talvolta, da cognomi di mogli o di parenti e affini di condizioni economica superiore, oppure da datori di lavoro.

Luciano Monaco sottolinea, infine, che nessuno dei soprannomi rilevati a Trecenta coincide con quelli osservati a Salvaterra e a Fratta; a conferma che i soprannomi fioriscono nel mondo chiuso delle piccole comunità e che tendono ad individuare ed evidenziare le singolarità di particolari caratteri personali.

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Come citare questo articolo

Vittorio Tommasin. “I soprannomi di Trecenta”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-soprannomi-di-trecenta/

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