A Villa d’Adige, la più popolosa delle frazioni badiesi, si è svolta dal 17 al 21 settembre, riscuotendo larghi consensi, la undicesima Sagra della Polenta.
Gli studi condotti dal compianto Prof. Beggio sul mais e i ricordi ancora vivi di tanta gente del luogo sono stati propulsori della festa che vide la luce nel 1983 su iniziativa del Comitato Festeggiamenti paesano guidato dall’instancabile Angelo Brenzan tuttora attivissimo, all’interno dell’associazione, attualmente presieduta da Luigino Faccio.
Nata senza clamori, la festa si è consolidata nel tempo come atteso appuntamento fisso tra le molte manifestazioni del Polesine e del Basso Veronese, col quale Villa d’Adige conserva ancora un legame strettissimo che affonda le sue radici nella storia.
Il paese di Villa d’Adige, denominato fino all’Ottocento Villa Bona (come amano ancora chiamarla gli stessi abitanti) faceva parte della giurisdizione veronese e, a chi ha l’orecchio allenato alle parlate locali, salta evidente la somiglianza impressionante della cadenza villabonense con quella di Legnago e di tutta la Bassa; taglia poi la testa al toro il fatto di essere Villa d’Agide l’ultima e l’unica parrocchia polesana alle dipendenze della Curia vescovile di Verona.
Rimanendo nei meandri della storia si raccoglie, radicata nella tradizione popolare del paesello, una narrazione di straordinaria importanza: nel lontano 1554 un certo Crivellente mise a dimora, primo in zona, alcuni semi di mais importati dall’America centrale, terra di origine della pianta, alimento di popolazioni di altissima civiltà come i Maya.
Nei nuovi terreni, tenuti umidi dalle infiltrazioni dell’Adige, la pianta trovò il suo habitat ideale e la sua coltura si sviluppò esplosiva, andando in breve a costituire un caposaldo alimentare a basso costo sulla mensa della povera gente, che costituiva la grandissima parte della popolazione.
Un plauso doveroso va quindi agli abitanti e agli animatori della fiera, per aver fatto girare sul carro della notorietà un borgo di 1200 anime altrimenti dimenticato fra le nebbie delle bassure e la mole degli incombenti argini dell’Adige. Un paese che si basa attualmente su di una economia variegata, oscillante dalla costruzione di mobili in serie, alle colture orticole, sfruttando il terreno molto simile a quello della più famosa Lusia.
Sotto lo stand gastronomico, capace di 850 posti, al cui ingresso pendeva maestoso un enorme paiolo di rame, si sono potuti gustare piatti difficilmente realizzabili nelle abitazioni d’oggi, ma le cui ricette vengono proprio dalle tradizioni culinarie di un non lontano passato, quando le famiglie contadine erano molto numerose e certe leccornie si preparavano in ricorrenze particolari, onorandole con l’intera parentela riunita.
Lasciando parlare le cifre, c’è da rimanere sbalorditi: sono stati consumati un quintale di baccalà “in pocio”, un quintale e mezzo di “musso” (spezzatino d’asino), padelloni su padelloni di frittura di pesce e, udite udite, 15, diconsi quindici, quintali di polenta novella presentata (c’era da dubitarne?) sulle “panarine” (assi circolari di legno con manico).
Polenta sfusa, fumante, vera regina della festa. E siccome le regine non si vendono, ma caso mai si concedono, ecco che tutta la polenta portata alla Sagra di Villa d’Adige è stata graziosamente servita gratis… in “panara”.
Ma la vera attrazione della sagra 1993 è stata la rievocazione del ciclo della polenta, ottenuta con l’ausilio di carri allegorici allestiti per la bisogna con attori e figuranti del luogo e macchine desuete, rimesse in moto dopo decenni con tanto amore e pazienza.
La manifestazione è stata abilmente completata da idonei intermezzi locali con quei canti tipici che un tempo accompagnavano tutti i lavori campestri mentre le anziane contadine “le descarfojava” (cioè sfogliavano) separando la pannocchia dal cartoccio. Tra i vari cori, struggenti per chi ha vissuto dal vero quei lavori nel tempo andato, il popolarissimo: “Sior paron dale bele braghe bianche, fora le palache, ghemo finio de lavorar…”.
Molto riuscita, tra le altre, la figura del capouomini, un cerbero scamiciato con tanto di “bagolina” (bastone senza corteccia), il cui compito era di far filare i contadini, pungolarli e, al bisogno, minacciandoli con la “bagolina”, por fine alle immancabili lamentele di chi si sentiva defraudato nel computo delle ore annotate col carboncino su un grande cartone da un contadinotto, sorvegliare che qualcuno di mano lesta non insaccasse il granoturco per conto proprio.
Tutte le fasi sono state rispettate dopo l’accumulo delle pannocchie sul selciato. Ecco i macchinisti accelerare un Landini assordante e mettere in moto un vecchio sgranatoio rosso entro cui venivano gettate con le pale le pannocchie; e mentre da sotto la macchina usciva il rosso grano, lateralmente andavano ad accumularsi i “casteloni” (torsoli sgranati). Frattanto una nuvola di pula rossastra si alzava nell’aria serale andando a incipriare figuranti, macchine e spettatori eccitatissimi dallo spettacolo. Poi, sotto con le pale di legno a riempire lo “staro” (staio, misura di capacità) e quindi a versare il prodotto nei sacchi.
Per maggior scrupolo è seguita anche la pesatura con la “stadiera” (stadera) sorretta tramite una stanga da due uomini, attorno ai quali saltellava l’onnipresente “mediatore de gran” che stabiliva i prezzi e bisticciava sul peso.
Gli attori improvvisati si sono talmente immedesimati nella parte, che certe baruffe fra contadini sembravano vere, tant’è che spesso venivano alle mani o facevano volare gli zoccoli di legno che calzavano.
Sull’ultimo carro che chiudeva la sfilata veniva cotta in capaci paioli di rame la polenta, rigirata dal braccio esperto di attempate contadine con l’ausilio della “mescola” (mestolo di legno).
Ma non basta: a completare l’affollato carro contribuivano vari attori per altrettanti vecchi mestieri, quale “el moleta” (arrotino) che affilava falci e coltellacci; la lavandaia che, sbattendo su di un mastello in legno miseri cenci, spruzzava il pubblico divertito; il maniscalco che, azionando un mantice a carbonella, dopo aver fatto diventare incandescente il metallo, batteva sull’incudine con arte il martello fino a ricavare un ferro da cavallo; le massaie che azionando a mano “la gramola”, impastavano la farina per preparare il pane, e poi altri semplici mestieri dei tempi passati, tuttora radicati nella memoria di chi oggi ha più di quarant’anni.
A rallegrare i presenti una tavola imbandita alla buona su cui campeggiava al centro un’enorme “polenta infasolà”; fette per tutti tagliate con un filo di refe, come da classico canone, poi ancora patate americane bollite, zuppa cotta e vino alla spina a volontà.
Una rimpatriata, un ritorno al passato carico di ricordi e forse per qualcuno di rimpianti. Ma se per gli antichi mestieri un velo d’oblio si stenderà forse inesorabile, la polenta per forza di cose avrà un futuro: “la panza la ciama e magnar bisogna, …vegnà bacalà e musso, …la so morte la xe co la polenta!”.
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “Polenta sulle panare”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/polenta-sulle-panare/