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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il castello di Rovigo

La fortezza, eretta nel sec. X, fu il primo nucleo della città, difesa dal sec. XII da una cinta muraria

di Cinzia Malin

Ventaglio Novanta n. 12 1996 pp. 14–17

Una visita a Rovigo non può prescindere da una sosta presso le due torri, emblema del capoluogo polesano. Esse rappresentano ciò che resta del castello, la testimonianza edilizia più antica della storia urbanistica della città che fonda le sue origini nel Medioevo.

In un documento dell'anno 838 non si parla ancora di città ma di "villa" cioè piccolo gruppo di abitazioni. Il modesto insediamento era situato in un punto di incontro tra antiche strade arginali, vecchi percorsi di fiumi e il ramo dell'Adige che molto più tardi sarà chiamato Adigetto.

Un nucleo dunque di una certa importanza dal punto di vista strategico, tanto che nel 920 il vescovo di Adria Paolo Cattaneo, feudatario del Polesine, vi progettò l'erezione di un castello, facendo apposita domanda di consenso al papa Giovanni X. La risposta del pontefice fu positiva, esplicitando l'obiettivo con queste parole: "…Castrum costruere ad servandum populum Sanctae tuae Ecclesiae…". Per salvare il popolo della Santa Chiesa da temute invasioni, il castello fu pertanto innalzato presso la riva destra dell'Adigetto, su un terrapieno circondato da un fossato e, molto probabilmente fu dotato di una sola torre in muratura, l'odierna torre Mozza.

Una leggenda aleggia sulla scelta dell'ubicazione della fortificazione da parte del Vescovo che, chissà, forse indeciso, si tramanda abbia avuto in sogno un suggerimento chiarificatore da parte di un angelo (c'è chi dice S. Pietro) presentatosi al dignitario ecclesiastico con in mano una verga da cui improvvisamente sbocciarono rose; un chiaro riferimento all'appellativo "città delle rose" che nei secoli ha contraddistinto Rovigo.

L'ampliamento del castello avviene due secoli più tardi, negli anni 1139-1160 grazie al Vescovo Florio. Egli fa alzare una cinta muraria attorno alla torre già esistente, che viene affiancata da un'altra più imponente, il cosiddetto mastio o torre maestra, e soprattutto difende la parte urbana sorta attorno al castello con alte mura.

Questo primo nucleo di città fu chimato quartiere di S. Stefano, caratterizzato dalle abitazioni del ceto nobiliare e dell'alta borghesia. Alla sinistra dell'Adigetto si sviluppò invece il quartiere di S. Giustina, dove si apriva la piazza e abitavano gli operai e il popolo. La chiesa di S. Stefano, il duomo di Rovigo, di origine medioevale, fu poi riedificata alla fine del XVII secolo su progetto dell'architetto padovano Girolamo Frigimelica, mentre quella di S. Giustina fu definitivamente abbattuta nel 1809 per far posto all'attuale piazza Garibaldi.

L'opera di difesa dell'intera città fu portata a termine nel secolo XIV, ed è dovuta agli Estensi impossessatisi del Polesine in modo stabile dal XIII secolo. Da allora la pianta di Rovigo assunse una forma pentagonale, mentre la continuazione dell'abitato fuori le mura, lungo il corso dell'Adigetto fino al monastero di S. Bartolomeo, come ben si vede nella raffigurazione cartografica di Marco Giampiccoli datata 1751, fa pensare ad una cometa.

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Il castello di Rovigo non ebbe una funzione puramente rappresentativa, ma fu teatro di numerosi combattimenti alla fine del XV e all'inizio del XVI secolo: prima durante la guerra tra Ferraresi e Veneziani (1482-84), la così detta "Guerra del Sale", che vide la definitiva conquista del territorio polesano da parte di questi ultimi; poi durante le guerre della Lega di Cambrai (1509) e della Lega Santa (1511) in cui diverse signorie e casate furono coalizzate contro la potente Repubblica.

A partire proprio dal XVI secolo il castello, dopo queste vicende, perde importanza, sia perché cambiano strategie e difese militari (basti pensare alla novità della polvere da sparo e dei nuovi mezzi di offesa in grado di abbattere le mura con bombardamenti) sia perché Venezia in Polesine non ha più rivali.

Il castello viene così progressivamente abbandonato finché, nel 1598, la Serenissima lo cede in enfiteusi ai nobili veneziani Donà, dai quali poi, per eredità, passa ai Grimani, che ne godettero la proprietà fino al XIX secolo.

Ecco spiegato perché le due torri sono conosciute anche con i nomi di queste due famiglie che, rivendicando un godimento così prolungato nel tempo, avevano in più occasioni avanzato l'intenzione di demolire quanto rimaneva del castello; ipotesi a cui si oppose fermamente il Comune, bloccando l'insana iniziativa.

Anche le mura, diventate inutili, subirono processi di spogliazioni e abbattimento, cosicché Rovigo, unica città veramente murata del Polesine, perse gradualmente questa connotazione, di cui rimangono oggi giorno solo parziali vestigia, tra cui, oltre a quelle del Castello, vanno ricordate l'antica porta di S. Bortolo e torre Pighin recentemente restaurata.

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Per quanto riguarda i resti del Castello, va detto che nel nostro secolo sono stati presentati progetti per vari interventi di recupero, dapprima negli anni '30 con l'ipotesi (non attuata) di erezione di un raccordo architettonico tra le due torri, e poi di nuovo negli anni '50, abbattendo le modeste abitazioni sorte attorno e aprendo l'attuale via Grimani.

La sistemazione definitiva dell'area è stata ottenuta creando i giardini pubblici con la messa a dimora di alberi ad alto fusto, sia all'interno della zona murata sia nella parte ovest, organizzate a parco giochi.

Molti di coloro che frequentano i giardini pubblici, ignorano le molteplici vicende della storia. Si godono semplicemente lo spazio, il fresco e il verde, sempre così limitato nelle città. A proposito di verde, all'interno del castello ci sono alcune piante degne di considerazione. Ma di questo argomento parleremo in un altro numero.

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Come citare questo articolo

Cinzia Malin. “Il castello di Rovigo”. Ventaglio Novanta, n. 12, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-castello-di-rovigo/

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