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INCONTRI

Milo Vason e la Resistenza

A colloquio con l’autore di “Lendinara, mercoledì 25 Aprile”, primo premio per la sezione Racconti della Memoria di Mondolibro

di Samantha Martello

Ventaglio Novanta n. 44 2012 pp. 106–109

Lendinara, mercoledì 25 aprile. Un luogo del Polesine come tanti e una data come poche nella storia di una Nazione, formano il titolo del libro che il giovane Milo Vason, appassionato di storia del territorio, e lendinarese di adozione, ha scritto e dato alle stampe per Linea ags-edizioni di Stanghella. Un libro dalle pagine che scivolano via una ad una, sotto una lettura avvincente e facilmente comprensibile anche da chi si avvicina timidamente ai temi crudi di cui trattata il giovane scrittore.

Ad essere messa sotto la lente è la Lendinara del 1945, non immune alle vicende storiche che in quegl’anni attraversarono tutto lo Stivale italico, ma soprattutto i volti di quanti hanno dato la propria vita per ideali fondamentali, quali la Libertà e la Democrazia, e che si ritrovano ad affiancare un testo di storia che assume i contorni del romanzo.

Vincitore del primo premio per la sezione Racconti della memoria – racconti e testimonianze sulla Liberazione, nell’ambito della XIII edizione del prestigioso Premio letterario internazionale Mondolibro – “Lendinara, mercoledì 25 aprile” nasce da un lavoro di ricerca durato quattro anni, che ha portato Milo Vason a raccogliere in un unico testo citazioni di fonti militari, testimonianze, documenti e fonti storiche d’archivio, edite e inedite, testimonianze orali e materiale iconografico inedito.

Alla luce di questo suo importante lavoro, abbiamo chiesto all’autore di condurci, attraverso un’amichevole intervista, verso la conoscenza di cosa fu e cosa rappresentò la Resistenza lendinarese, con un occhio però rivolto a chi, oggi, ha l’onere e l’onore di non far dimenticare.

– Che valore ha oggi il ricordare? E a chi spetta farlo se gli attori di quei fatti non ci sono più?

“Proprio perché gli attori di quei fatti storici oggi sono sempre meno, è molto importante che siamo noi giovani ad interessarci della loro storia, perché è anche la nostra storia. ‘Nessuna conquista è per sempre: c’è sempre qualcuno interessato a toglierla’ disse Alcide Cervi, il padre di sette fratelli uccisi dai fascisti a Reggio Emilia. E aggiunse: ‘Chi non difende le proprie conquiste, è destinato a perderle’. Per questo oggi, nascono fenomeni come il Revisionismo e il Negazionismo, che volutamente confondono chi non ha vissuto certi fatti, e non sa come interpretarli. È necessario fare attenzione nel ricordare la nostra storia, e le origini della Democrazia e della Libertà, perché non sono beni inestinguibili”.

– Il ruolo di Lendinara nella Resistenza, può essere esemplificativo di quanto accadde nel resto dell’Italia?

“Certamente. Questa è la motivazione con cui il mio libro è stato premiato a Ostia nel giugno 2011. Anche membri della giuria che non conoscevano la nostra città, hanno trovato il riscontro di quanto accaduto nell’intera Nazione, leggendo queste pagine”.

– Diversi lendinaresi diedero un contributo importante alla Resistenza e Lendinara vide nascere uno dei primi esempi organizzati di Resistenza. Si può dedurre che Lendinara fosse caratterizzata da un particolare fermento?

“Lendinara era un centro culturale di discreta importanza, e lo è stato per secoli. Anni fa sono rimasto stupito nel vedere dipinto il nome della nostra città su una volta affrescata dei Musei Vaticani, o il suo stemma comunale sulle pareti di famose ville venete del ‘600. Lendinara fu una città risorgimentale, e lo provano la sua stessa storia, e gli influssi di grandi pensatori e poeti, da Nicola Badaloni ad Adolfo Rossi, al poeta Carducci che più volte la raggiunse per far visita ad Alberto Mario e Jessie White, figure di spicco del nostro Risorgimento. Non è un caso che a Lendinara sia sorta una delle prime cellule antifasciste della provincia, ancor prima della rotta del fascismo e dell’armistizio dell’8 settembre ‘43. E non è un caso che i primi 16 antifascisti fossero studenti universitari, che studiavano a Padova, Bologna e Ferrara, e che coraggiosamente affrontarono il fascismo locale portando in paese le idee innovative e rivoluzionarie che avevano appreso in questi centri di fermento culturale. Questi ragazzi, armati inizialmente di vecchie pistole risorgimentali (inservibili per azioni davvero violente), chiamarono la loro organizzazione antifascista Lega studentesca, e poi Brigata Alberto Mario, che divenne successivamente la famosa Garibaldina. Tutto sull’aria di ‘pensiero e azione’, e sulla scia degli ideali risorgimentali di libertà e democrazia, per i quali si batterono in tanti lendinaresi; più di quanto non si sia raccontato in questi ultimi anni”.

– I passaggi a Lendinara di Rommel e Mussolini fanno pensare ad una Lendinara politicamente strategica. Fu davvero così?

“Rommel e Mussolini vennero in due momenti storici completamente diversi. Mussolini nel ‘31, probabilmente per mettere politicamente in difficoltà l’allora giovane primo cittadino, non completamente in linea con le idee della sua classe dirigente. La sua non fu una visita ‘militare’ ma politica. Rommel, invece, pare sia arrivato in quel breve lasso di tempo che trascorse a Verona, dopo la caduta del fronte africano. Aveva l’incarico di ricostituire l’esercito fascista e quello tedesco dopo l’armistizio. Fu visto dalla famiglia Rossin, allora custodi della Villa Marchiori, e da altri lendinaresi. Sicuramente si occupò di definire la disposizione strategica delle riserve d’armata nel territorio polesano, e chissà di quali altre cose. Questo non deve stupire: gli ufficiali allora giravano il fronte e le retrovie in lungo e in largo, e spesso portavano ordini personalmente ai sottoposti, per paura delle intercettazioni radio alleate”.

– A Lendinara, la Resistenza non fu solo comunista e socialista. Quale fu, allora, il contributo della Chiesa nel panorama della Resistenza lendinarese?

“Lendinara fu una città risorgimentale e cattolica. Le due anime, laica e religiosa della cittadina, si unirono per un breve periodo all’anima socialista e comunista. Non dimentichiamo che il centro era allora piuttosto industrializzato, e che tutt’attorno vi erano campi, fra i cui contadini ancora erano vivi gli insegnamenti di Matteotti e Dante Gallani. Padre Zilianti fu un fiancheggiatore partigiano, figura fondamentale nella Resistenza lendinarese, ma subito dopo la guerra, il connubio fra le diverse anime del paese scomparve, e nacquero le acredini alla don Camillo e Peppone dei primi anni ‘50”.

– Come fu il rapporto tra partigiani e lendinaresi?

“Non credo che i partigiani siano stati capiti e amati, al di fuori della zona di Campomarzo e Saguedo. E questo non è certo un merito per molti nostri concittadini, i quali in maggioranza forse preferivano non avere nulla a che fare con loro, né con i tedeschi. Ognuno pensava per sé. Però non mancarono donazioni in denaro e supporto a favore delle bande, raccolti da Padre Zilianti, e non furono pochi i civili che rischiarono la vita per difendere sbandati e partigiani, nonché ebrei. Bellino Varliero, ricordiamolo, era una figura idealizzata e amata in tutto il circondario. Nemmeno i repubblichini, comunque, piacevano ai lendinaresi”.

– Si afferma con frequenza che la Resistenza fu una “guerra di popolo”. Fu davvero così?

“Ne sono certo, e non m’importa dei cinici commenti di chi non è grato del sacrificio di quei ragazzi. Parafrasando Mimì Sangiorgio – partigiano e deportato, primo sindaco di Lendinara dopo la Liberazione che ha scritto la prefazione del libro, comandante partigiano della Alberto Mario – la Resistenza fu guerra di popolo, con la figura del partigiano al centro, che diede i propri affetti e la propria vita per la difesa dell’Italia e per una causa giusta, contro quella moralmente e storicamente ingiusta della Repubblica di Salò. Non conosco definizione più appropriata della Resistenza”.

– L’espressione “Fratelli combattenti su opposti fronti” può essere calata anche per la Resistenza a Lendinara?

“Sì, ci furono fratelli di sangue che si trovarono a combattere chi con gli Alleati, chi con la Repubblica Sociale, dopo l’8 settembre ‘43. Ma se è vero che gli uomini sono tutti fratelli, allora questo non può essere che il punto fondamentale di tutte le nostre discussioni, a Lendinara come nel resto d’Italia e del mondo. La guerra è sempre sbagliata”.

– Alla luce di quanto detto e del ricco materiale storico su cui lavorare, come nasce l’idea di Lendinara, mercoledì 25 aprile e che messaggio vi si lega?

“Studio la Resistenza da almeno 10 anni. Ho febbrilmente letto e raccolto tutto quanto ho potuto sulla nostra storia locale. Gli scritti di Bagatin, Sparapan, Bizzi, Zerbinati, ma anche di studiosi meno recenti come Panzuto, Quadrelli e Sangiorgio. Mi sono sentito fortemente deluso, negli ultimi anni, dalla scarsa attenzione per la storia della Resistenza e in generale da un senso di scarso rispetto per chi si è sacrificato per la Democrazia, di cui tutti noi oggi godiamo. Ad un tratto si è cercato di trasformare le vittime in carnefici e viceversa, e questo non l’ho potuto sopportare. Un nostro politico locale poi, ha affermato qualche mese fa che la Resistenza non è un valore. È stato quello il giorno in cui ho capito che dovevo pubblicare questo libro a tutti i costi”.

– Chiudiamo l’intervista con un pensiero circa l’immagine che accoglie il lettore già dalla copertina: un particolare del Muro dei fucilati di Villamarzana, catturato sapientemente dall’artista di fama internazionale Paolo Gioli.

“La copertina sembra un volto urlante, il mistero dello Skrik di Edvard Munch. È un particolare del Muro dei fucilati di Villamarzana, e gli occhi e la bocca di quel volto sono le pallottole conficcate­si nel muro, dopo aver attraversato le carni di 43 giovani partigiani e civili. Molti erano i minorenni. Tre i lendinaresi caduti nelle diverse fasi dell’eccidio: uno fucilato e due soppressi nei rastrellamenti che precedettero e seguirono la strage. Paolo Gioli ha eseguito quest’opera, che è al tempo stesso una foto artistica e un documento storico, che sono onorato di avere avuto per copertina. Abbiamo volutamente cercato di trasmettere l’inquietudine di quei fatti con questa immagine, più vera di tanti discorsi che a volte si sentono o si fanno”.

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Come citare questo articolo

Samantha Martello. “Milo Vason e la Resistenza”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/milo-vason-e-la-resistenza/

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