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STORIA - TRADIZIONI

Le malombre

Nella notte si muovono le streghe per i loro sabba, i diavoli, le fate e i folletti per le loro malie

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 60 2020 pp. 68–69

Se dai giovani d’oggi la notte, specie quella del fine settimana, è motivo di richiamo per affollare rumorose discoteche, con relative occasioni di sballo, nella civiltà contadina, viceversa, era considerata come tempo di minacce, condizione di pericolo specie per la vita delle giovinette, delle donne avventate e dei giovani vogliosi di avventure. Occorreva pertanto stare il più possibile riparati nelle proprie abitazioni.

La notte era infatti vista come il regno degli spiriti cattivi, popolata di diavoli, di anime perse o malombre che fanno preda di chiunque sia sorpreso nel buio notturno. La necessità di dovere uscire di notte, dopo la campana dell’avemaria della sera o prima della campana dell’alba, faceva tremare i polsi a chiunque.

Nella notte si muovono le streghe per i loro sabba, le fate e i folletti, per le loro malie, i diavoli accompagnati dalle malombre dei dannati che non lasciano scampo, le anime terrene che si manifestano come lumaze (di cui abbiamo riferito in un intervento pubblicato alcuni numeri fa nelle pagine di Ventaglio Novanta) e tutta una serie di esseri a volte benefici, ma molto spesso malefici, che rendono perniciosa la permanenza nella notte.

Il popolano non sa bene dove inizia o dove finisce questo mondo parallelo. Il limite è in verità molto labile e queste creature sono quasi sempre a presidio di passaggi, di guadi, di acque, di luoghi. In particolare vivono in boschi e campagne, e sono lì apposta per misurare il coraggio e la temerarietà dell’essere umano. Si immaginano sotto forma di draghi di fuoco dalle innumerevoli teste, di serpi spropositate, o di animali più comuni, come il topo, il maiale.

Si tratta spesso di piccole creature, presenti sempre, ma che nessuno è mai riuscito a catturare o ne ha visto un esemplare. Si dedicano più che altro a fare scherzi e dispetti e a rendere difficile l’esistenza. Di loro ci si accorge solo attraverso le conseguenze della loro presenza o del loro passaggio, e si chiamano l’indoraculi, il magnaputei, il picadone e picaomani, il tajavene, il masariolo, l’orco e lo smisurato, la bosgata rossa, il can brak, il marteleto, il salvanelo, il visinelo, il magnaomani, la maramàcola ed altri ancora che con nome generico sono chiamati spiriti folletti.

Per certi aspetti anche la presenza degli spiriti folletti è legata al culto dei morti, in particolare alle così dette aneme terene, cioè a quelle anime purganti dei defunti che permangono vaghe ombre inquiete, nel mondo dei vivi dai quali pretendono le preghiere e i suffragi necessari per raggiungere i luoghi della pace eterna.

Nella coscienza contadina tendono ad essere una continua fonte di paure ancestrali o di timori improvvisi. Bisogna precisare che l’antica cultura in proposito non teme la morte in sé, che è considerata solo come un semplice passaggio; teme invece molto la comunanza con i morti, che incute timore e paure, a volte profonde, soprattutto il contatto con il mondo attiguo degli spiriti.

Questo mondo parallelo è sempre esorcizzato con frasi e preghiere, con riti ed atti che riecheggiano l’antichissimo culto dei morti. Tra la nostra gente sopravvivono ancora antiche credenze e tradizioni pagane inquietanti, custodite gelosamente dagli abitanti di queste terre.

Vogliamo dire che la memoria generazionale, come la definisce Dino Coltro, registra ancora le antiche storie che cercano di dare la spiegazione di quanto risulta incomprensibile perché avvolto nel mistero. Anche se poco noti, sono ancora presenti nel mondo di oggi riti, esorcismi, processi scaramantici per evitare ogni contatto con il mondo esoterico. Proviamo a pensare quanto timore genera in ciascuno di noi semplicemente il contatto con il mondo notturno di un camposanto o con qualche parte dello scheletro, qualche osso, sopravvissuto alla dissoluzione del corpo.

Una di queste paure ci riporta al culto antico del serpente, il quale dona la vita e la morte, secondo i casi. Il serpente può uccidere con il suo veleno, ma lo stesso veleno può essere usato per salvare le vite, tanto che è il simbolo antico dell’antica medicina che è presente ancor oggi. Ricordiamo solo Esculapio, venerato come il dio della medicina, il cui simbolo è un caduceo a cui è attorcigliato un serpente, proprio a simboleggiare che il rettile può dare la morte con il suo veleno, ma con lo stesso può anche proteggere la vita.

In Polesine poi il serpente è ritenuto il simbolo del passaggio dalla vita alla morte e viceversa dalla morte alla vita, poiché muta pelle ogni anno e perciò nella credenza primitiva muore per rinascere subito.

Un antico mito ci tramanda la credenza che il Polesine sia figlio del serpente dalla cui bocca esce l’acqua che è la caratteristica di questa terra, (a volte il serpente ne rigurgita tanta da dare luogo alle alluvioni), analogamente può privare dell’acqua quando non rigurgita più. E può farlo, poiché come essere della natura è depositario della scintilla divina e può dare e togliere l’acqua come può dare e togliere la vita.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Le malombre”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-malombre/

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