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Archivi: Articoli d’archivio

  • Pasquetta nel Delta

    Per Pasqua non avevo fatto alcun progetto. E del resto il tempo umido e ventoso dei giorni immediatamente precedenti la festa aveva ulteriormente scoraggiato la formulazione di ipotesi turistiche. Accolsi perciò con piacere la notizia di una gita nel Delta, organizzata per il Lunedì dell'Angelo, “Pasquetta”, come si dice non solo qui in Polesine. Nel ciclostilato di invito, diffuso dall'associazione “Turismo & Cultura”, si chiedeva di portare con sè, oltre all'allegria, alcune uova sode per riattualizzare la “gara del cozzo” che nella nostra terra ha origini lontane.

    Nel luogo stabilito per il raduno mattutino, a Rovigo, fummo tutti puntuali e pertanto la partenza per il Delta (ognuno col proprio mezzo) avvenne nel pieno rispetto dei tempi. La speranza che il sole riuscisse a consolidarsi in cielo, fugando alcuni addensamenti nuvolosi che apparivano più intensi a settentrione, sembrava realizzarsi man mano che procedevamo verso la meta. Superato il paese di Taglio di Po, percorremmo un breve tratto della Romea per imboccare poi, a sinistra, la strada meridionale del Delta polesano, con destinazione Gorino Sullam, dove ci attendeva Michele col suo battello, il Rodry, per un'escursione sul Po.

    Tirava vento sull'argine del fiume e la temperatura era ancora piuttosto bassa nonostante fossero già le dieci. Ma il sole luminoso, in un cielo completamente sgombro di nubi, prometteva di riscaldare l'atmosfera.

    Cortese e cordiale come sempre, Michele ci accolse sul battello, mettendoci al corrente che si trattava della prima escursione dell'anno, e che dalla nostra iniziativa, traeva buoni auspici per la stagione turistica che stava per aprirsi.

    Azionato il motore, il battello cominciò a scivolare docilmente sulla liquida superficie del Po di Gnocca, mentre il nostro nocchiero ci informava sulle caratteristiche del fiume, con riferimenti alla stagione, alle possibilità di pesca e anche, purtroppo, con rilievi dolorosi sull'incuria e la maleducazione visibilmente simboleggiata da alcuni contenitori in plastica annidatisi nel vicino canneto.

    A bordo del Rodry il gruppo iniziò ben presto ad animarsi: i più esperti non avevano difficoltà ad avvistare germani ed aironi tra i canneti ancora segnati dalle tonalità giallo-ocra della stagione invernale, interrotte qua e là da verdeggianti macchie dell'incipiente primavera.

    Frattanto, a poppa dell'imbarcazione, Donatella aveva dichiarato aperto il gioco del cozzo delle uova, stabilendo i primi abbinamenti per la “disfida di Pasquetta”, come fu subito battezzata la gara, impareggiabilmente arbitrata da Raffaele.

    Non ricordo chi sia stato il vincitore finale della “singolar tenzone pasquale”, ma ho ben presente che l'aria frizzantina, risalendo dalla superficie delle acque non più dolci ma non ancora completamente salate, aveva stimolato un certo appetito per cui le uova, che nel cozzo avevano riportato la rottura del guscio, trovarono pronti degustatori.

    Michele, il nostro accompagnatore, ci informava frattanto sull'origine dei toponimi locali. Apprendemmo così che il Po di Gnocca deve il suo nome all'epiteto, di origine non certo dotta, che nelle nostre zone viene usato per definire una bella giovane donna: “‘na bela gnoca”. Il termine originario del ramo del fiume (del resto ancora presente in molte carte geografiche) è Po della Donzella, sostantivo questo di origine letteraria, ma di più ampia comprensione, che sarebbe stato attribuito al corso d'acqua in seguito ad un infausto suicidio per amore di una giovane del luogo, che vide i suoi sentimenti contrastati dalla aristocratica famiglia veneziana dell'amato. Di qui l'insano gesto che legò indissolubilmente quel ramo del Po ad una presenza femminile.

    Meno romantica e più concreta la derivazione del toponimo della Sacca di Scardovari. L'insenatura (sacca) era meta dei pescatori di scardole, gli scardolari o scardovari per l'appunto, oggi sostituiti dai mitilicoltori che nella zona hanno seminato con ottimi risultati le vongole, il cui raccolto, abbondante e remunerativo, ha suscitato interessi non certo turistici: di qui la “guerra delle vongole”, che purtroppo ha avuto nella zona di Pila anche il suo tragico tributo di sangue.

    Avevamo frattanto raggiunto il faro del Bacucco, in terra ferrarese all'estremità del Po di Gora, dove decidemmo di invertire la rotta per rispettare il nostro programma che prevedeva il pranzo presso il casone galleggiante in zona Ca' Lattis.

    Il casone era stato costruito sopra una grande zattera in cemento, ormeggiata al riparo di una insenatura golenale, un tempo adibita, insieme ad altri manufatti gemelli, a sostenere un ponte di barche sul Po.

    Il casone-rifugio, che era stato ideato e realizzato da un gruppo locale di amanti delle tradizioni del Delta, era protetto da una penisoletta arquata, ricoperta di vegetazione spontanea, e si presentava ottimamente attrezzato per un piacevole ristoro.

    Ad attenderci trovammo il presidente della cooperativa “Turismo & Cultura”, che ha in consegna l'originale ostello; con altri solerti aderenti all'associazione, egli stava provvedendo alle necessità della cucina.

    All'interno, due tavolate disposte parallelamente lungo le pareti del casone, erano già apparecchiate, mentre su un grande camino, che occupava quasi tutta la parete di fronte all'entrata, scoppiettava un fuoco vivace. L'ambiente era invaso dall'appetitoso profumo del pesce in fase di cottura. Al centro dell'unico grande stanzone, sospesa alla volta del soffitto, pendeva una artistica gabbia decorata con smalti policromi: all'interno due bianche colombe simboleggiavano il segno pacificatore della Pasqua.

    Pranzammo con appetito e buon umore, indirizzando più volte i nostri complimenti ai cuochi. Un gigantesco uovo di cioccolata, confezionato dalla ditta lendinarese Rital, fu alla fine aperto, mentre un improvvisato coretto animatamente intonava: “La porta un litro de 'chel bon, siora parona!”. Dopo un ultimo brindisi conviviale, che naturalmente fu indirizzato alla salute di tutti i presenti, uscimmo per una passeggiata sull'argine del Po.

    Mentre seduti sul verde pendio arginale gustavamo il ristoro del dopopranzo, scambiandoci promesse di un prossimo appuntamento nel Delta all'inizio dell'estate, registrammo alcune visite gradite, tra cui quella di un gruppo di ragazze veronesi che, scaricate le biciclette da un pulmino, ci informarono del loro progettato itinerario ciclistico sul Delta e dell'intenzione di usare il casone galleggiante come ricovero notturno. Idea che naturalmente ricevette il nostro plauso.

    Ma la nostra giornata non si era ancora conclusa: ci attendeva il Castello della Mesola, ex residenza estiva e di caccia degli Estensi di Ferrara, che sorge sul ramo destro del Po di Gora. All'interno potemmo ammirare fra l'altro un'ampia mostra pittorica dedicata ai ritratti eseguiti dai più prestigiosi artisti italiani del novecento.

    All'uscita dal castello, mentre gli ultimi bagliori del sole al tramonto stavano per spegnersi, ci riunimmo per un ultimo saluto collettivo, rinnovando la promessa di un'altra immancabile rimpatriata nel Delta.

  • Quattro passi per Badia

    Non è detto che il Polesine sia solo terra di alluvioni ed arretratezze, meriterebbe – questa parte del Veneto meno reclamizzata – di essere conosciuta anche per altri aspetti, ad esempio per i suoi monumenti.

    Quattro passi fra i monumenti di Badia, per chi non conosce questa cittadina altopolesana, possono certamente riservare piacevoli sorprese sotto il profilo delle valenze storico-artistiche da scoprire.

    Il fiore all’occhiello dell’arte locale è certamente l’Abbazia della Vangadizza (da cui Badia-Abbadia, trae appunto il nome). Fondata dai Benedettini nel X secolo, è stata un polo di fermenti di vita culturale, un faro attivo anche per le terre circostanti. Oggi è in fase di lento restauro. Il campanile è ingabbiato dentro una crinolina di impalcature, mentre la cappella della Beata Vergine sta subendo una provvidenziale “toilette”; un “maquillage”, di cui non si poteva più fare a meno. Particolarmente suggestivo è il chiostro di più tarda fattura con l’armonioso colonnato e il bel pozzo centrale.

    In occasione di una sua visita a Badia, lo scrittore Fulvio Tomizza è rimasto talmente colpito dalla nostra secolare Abbazia, da dire che avrebbe potuto degnamente ispirare Umberto Eco, autore de “Il nome della rosa”.

    In effetti, dentro la Vangadizza, si respira “l’aria del tempo”: un tempo perduto e in parte ritrovato da chi ama riscoprire le proprie radici.

    Nel basamento del campanile è incastonata un’ara romana, riproducente una maliziosa baccante, sexy e femminile più che mai, un reperto archeologico che ha fatto pensare appunto ad un’origine romana del capoluogo altopolesano.

    Degno di nota è pure il Palazzetto degli Estensi (che si spera possa essere presto ristrutturato, visto lo stato di degrado in cui versa). È una costruzione cinquecentesca, con eleganti trifore nella facciata dell’omonima via e in quella retrostante di via Pesavecchia. Era una delle tante residenze estive dei duchi d’Este (che nei sarcofaghi antistanti la Vangadizza hanno lasciato Azzo e Cunegonda sepolti in terra polesana).

    Sembra che i duchi venissero qui d’estate o in autunno per la stagione di caccia. Le rive dell’Adige erano allora dense di volatili da cacciare. All’interno del palazzetto si può ammirare un pregevole caminetto, ultimo superstite dei passati fulgori.

    Anche l’interno del Teatro Sociale meriterebbe una lunga sosta. Costruito nel 1813 (due anni prima di quello rodigino) da Bartolomeo Dente – su disegno, sembra, del Meduna, l’architetto della veneziana Fenice –, questo piccolo teatro polesano è un vero gioiello. Ricco di ori, stucchi e decori di fine fattura, è in attesa della conclusione di un restauro che, per ragioni pecuniarie, va vergognosamente protraendosi nel tempo. Quando il “piatto piange” purtroppo anche i monumenti ne subiscono le disastrose conseguenze.

    Questa “piccola Fenice”, tra i più bei teatri del Veneto, meriterebbe di uscire risanata presto e di ritornare attiva fonte di adeguati spettacoli di musica e prosa.

    Appare doverosa, per il turista, e per lo stesso badiese che voglia conoscere più a fondo la sua città, una sosta anche nella Chiesa della Madonna della Salute che, nel 1630, i nobili Loredan, veneziani, fecero costruire quale ex voto, in epoca di una terribile pestilenza.

    Anche questa piccola, deliziosa chiesa urla “Restauro!” a gran voce, come gli altri monumenti badiesi. Al suo interno si può ancora ammirare un altar maggiore ornato da una bella statua in marmo giallo di fattura barocca. Dietro l’altare si nasconde un cunicolo misterioso che fa pensare a passaggi segreti o a precedenti costruzioni di cui è difficile recuperare certezza. Anche la facciata ha una sua elegante dignità.

    Senza avere l’opulenza gentilizia dei palazzi di Lendinara, (che in questo senso è la vera perla del Polesine), anche Badia ha palazzi antichi degni di rilievo.

    Oltre al già citato Palazzo degli Estensi, merita uno sguardo Palazzo Rossini, in via S. Giovanni, notevole per la bella facciata, con i simmetrici balconi. È questo un leit-motiv dell’architettura badiese, caratterizzata da una ininterrotta serie di balconi affacciati sulle strade, in stili e fatture diverse, a seconda delle epoche, a sottolineare l’abitudine delle ‘ciacole’, nei tempi in cui la donna viveva molto in casa, pur covando voglia di comunicare all’esterno, sbirciando la vita delle strade.

    Villa Turchetti (ora sede dell’Inps) è una bella testimonianza di liberty, una costruzione aulica, spaziosa, munita di torretta ed ampie sale, con mascheroni grotteschi a sottolineare lo spirito dell’epoca.

    Non dovrebbe essere passato sotto silenzio nemmeno il bell’Oratorio di S. Antonio Abate in via degli Estensi, negli ultimi tempi adibito ad auditorium per i concerti, prima che questo compito fosse attribuito al refettorio dell’abbazia della Vangadizza.

    Il museo “Baruffaldi” di cui è direttore ed artefice il pittore locale Ivan Tardivello, meriterebbe un capitolo a parte per le preziose testimonianze che racchiude, composte da oggetti, suppellettili, documenti che descrivono il passato della nostra piccola città. Nella quadreria fa bella mostra la cinquecentesca tela del Bonsignori (ispirata alla leonardesca “Ultima Cena”). Una tela – quella conservata a Badia – che fece a lungo chiacchierare la stampa per un contenzioso legale di cui fu per anni oggetto (vedasi Ventaglio n. 1).

    Al di là delle beghe di tribunale, la tela del Bonsignori è ricca di fascino, meno magica e più verista di quella leonardesca, densa di particolari, note suggestive che le fanno perdere le stigmate restrittive della copia.

    Ormai dorme un sonno tranquillo, nelle stanze superiori dell’ex Monte di Pietà e cerca di dimenticare i rocamboleschi viaggi (a causa delle ribalderie napoleoniche) e l’incendio e la doppia vendita ed il conseguente contenzioso di cui è stata forzatamente oggetto.

    Badia ha però anche un’arte minore, meno nota, più nascosta, che solo i suoi grandi estimatori sanno riconoscere.

    Basti pensare all’“Ecce homo”, il bassorilievo alla destra dell’altar maggiore della chiesa arcipretale (alcuni critici dicono sia di scuola lombardesca, se non addirittura dello scultore Lombardi in persona, il padre del ravennate Guido Guidarelli).

    Meritano uno sguardo anche le pitture murali all’interno di palazzo Rosini, di soggetto mitologico, festose e un po’ discinte, timido tentativo di topless ante litteram. Molto belle le tempere murali ad opera del pittore locale Bianchi – recentemente restaurate da Tardivello – riproducenti un intricato querceto, costellato di ghiande dorate: un bosco di sogno, pieno di sereno enigma, di metaforici contenuti.

    Esistono anche angoli, frazioni di una via o di una piazza, suggestivi per chi li sa guardare con occhio attento. Via S. Alberto e via degli Estensi, osservate in prospettiva, da ambo i lati offrono uno squarcio architettonico di gradevole vista, una “curva urbanistica” che racchiude facciate antiche di severa dignità e balconcini mossi, quasi aggettivi spiritosi in un discorso ben costruito. Al di là di certi muri, si può avere la gradevole sorpresa di giardini insospettati, quasi respiri di verde che rievocano l’“hortus conclusus” della Bibbia.

    Una Badia tutta da scoprire, da centellinare pian piano, senza fretta, con voglia di scavare nelle sue radici, di appropriarsi delle sue origini romane o no che siano, nuova nell’antico anche, forse, per molti dei suoi abitanti.

  • UN INVITO

    Da questa primavera vi è una struttura ricettiva in più per soggiornare in questo lembo di terra solcato dai grandi fiumi: il Rifugio "Parco Delta del Po", nel cuore del Delta, vicino alla foci di Gnocca e Gora.

    Realizzato dall'Amministrazione Comunale di Taglio di Po, riattando uno stabile in disuso, un tempo adibito a scuola materna, il rifugio dispone di sessanta posti letto, tutti in stanze con bagno; è attrezzato con una moderna cucina, affiancata da un'ampia sala da pranzo in cui campeggia un grande camino tipico; all'esterno gode infine di un ampio scoperto.

    La gestione dell'importante struttura ricettiva, destinata prevalentemente ad un turismo giovanile per gruppi, è stata affidata al C.T.G., che si avvale del supporto logistico ed amministrativo della Coop. "Turismo & Cultura", con cui ha messo a punto idonei programmi di soggiorno di 3-5-10 giorni, basati sull'educazione ambientale: studio di flora e fauna, birdwatching, escursioni in battello, canoa, attività di equitazione, percorsi in mountain bike, corsi di artigianato.

    Si tratta indubbiamente di un'importante traguardo per la valorizzazione del Delta, che non solo colma un vuoto ricettivo, ma che è anche destinato a lasciare nei fruitori una traccia significativa. Una possibilità in più dunque per visitare il Polesine e viverlo dal di dentro, con un preciso obiettivo di carattere ambientale ed un esplicito richiamo alla realizzazione di quel parco che, per evidenti manovre ostruzionistiche, continua sempre a restare solo sulla carta.

    La presente rivista è, per dichiarata volontà, un invito a conoscere il Polesine sotto il profilo turistico-ambientale, storico, artistico e letterario. Dedicando l'apertura del presente numero a sottolineare l'opportunità dell'avvio del rifugio del Delta, si vuole nel contempo esprimere l'auspicio di veder sollecitamente progredire quei progetti che fanno effettivamente avanzare il Polesine.

    Lino Segantin

  • Dalla Calabria alla ricerca dei ricordi

    Dalla Calabria alla ricerca dei ricordi

    di Sandra Cignoni

    Enrico Barello, (1896-1968) giornalista e medaglia d’oro della Pubblica Istruzione, ha lasciato un nostalgico ricordo del Polesine e della terra veneta

    Voglio far conoscere, riportando un suo racconto autobiografico, la figura di Enrico Borello, calabrese, che intorno agli anni venti raggiunse il Polesine ed insegnò nel Veneto facendovi preziose esperienze. Nato a Sambiase di Lamezia Terme nel 1896, fu vero maestro di vita, si dedicò alla scuola con grande fervore e seppe trasmettere l’entusiasmo dell’apprendere. C’era in lui infatti una grande capacità di comunicare agli altri e di spiegare con chiarezza e naturalezza il sapere. Questo era possibile perché dietro la sua apparente semplicità nascondeva una profonda preparazione e una sensibilità per tutti i problemi dell’educazione, tanto da meritare la medaglia d’oro per la Pubblica Istruzione.

    Rimase nel Veneto alcuni anni e poi tornò a Sambiase per dedicarsi ancora alla scuola ma anche ai suoi studi. Fu scrittore dalla vena narrativa fresca e limpida, ricercatore scrupoloso della storia e dell’archeologia della Calabria e di Sambiase in particolare che usciva così dall’anonimato; fu anche giornalista e collaborò a giornali e riviste di storia e di varia cultura.

    Morì a Sambiase nel 1968.

    Il brano che riportiamo (tratto dal volume “Sambiase – storia della città e del suo territorio”), racconta il ritorno dell’autore dopo trent’anni, nel Veneto: è il Veneto del dopoguerra, dove molto è cambiato e molti non ci sono più.

    La visita, breve ma carica di sentimenti, si riferisce ai luoghi mai dimenticati e soprattutto alla sua Scuola di Cavarzere. Il treno passa per Rovigo e Adria: in presenza di lontani ricordi la fantasia dell’autore si accende di commozione.

    Riporta spesso frasi in dialetto (per lui il dialetto aveva pari dignità dell’italiano sia per le doti di espressività e di perfezionamento delle capacità di comunicazione verbale, sia per il patrimonio di cultura popolare e regionale che rappresentava per le nuove generazioni) e balzano vivi i personaggi e l’ambiente di quel periodo.

  • S. Maria in Fiesso

    Quest'anno, come testimonia la lapide posta nel 1691, cade il 3° centenario del definitivo ampliamento apportato alla chiesa di S. Maria in Fiesso, peraltro già riedificata su ancora più remote fondamenta nel bel mezzo del XV secolo. Lo afferma il ben documentato don Alberino Gabrielli ne "La Settimana" del 12.2.1984, sotto il titolo "Le nostre parrocchie". Dallo scritto si apprende, tra l'altro, che la stessa chiesa e quella di S. Silvestro in Tessarolo (per i fiessesi "Fiesso Vecchio"), vennero fatte ricostruire dal conte Francesco Sacrati dopo le visite pastorali compiute nel 1434 dal vescovo di Ferrara, Giovanni da Tossignano, che trovò la chiesa di Fiesso "alluvionata e inaccessibile". L'intervento di ripristino fu molto celere, tanto che nell'aprile del 1449, i due templi apparvero totalmente rinnovati a mons. Del Legname che ebbe modo di visitarli.

    Ci sembra ora il caso di dire che la locuzione "mòrs tùa vita mèa" trova una conferma pure in questo contesto, in quanto le "fortune" della chiesa di Fiesso furono dovute alla soppressione della parrocchia di S. Donato (1403) e alla scomparsa pieve di S. Silvestro, sul cui infausto evento non vengono riportate né date, né cause, ma che andrebbe attribuito, come risulta invece per S. Donato, a calamità naturali del XVI secolo.

    L'antica chiesa di S. Maria era completamente diversa dalla attuale: don Gabrielli precisa anche che aveva l'altare maggiore dalla parte opposta ed era dotata di porte che davano sul cimitero posto a mezzogiorno (attuale area di parcheggio). Vien altresì detto che mentre gli abitanti di Fiesso (anticamente Flexo) andavano via via crescendo, le caratteristiche di quella che in origine deve essere stata soltanto una chiesuola rimasero tali fino alla radicale ricostruzione realizzata nel secondo decennio del 1600 dall'ingegnoso milanese don Bernardino Micario (rettore dal 1609 al 1640). Ad esso, oltre al campanile riedificato nel 1620 (e definito nel 1621 una "eminentissima torre" dal Guarini) si deve soprattutto l'alta navata centrale con il pregevole soffitto a 96 cassettoni con altrettante tele riproducenti scene della Madonna dal battesimo allo sposalizio ed episodi della vita del compatrono S. Carlo Borromeo.

    I dipinti (fatti restaurare oltre trent'anni fa da don Mario Bisaglia), fanno ancor più risaltare l'elemento architettonico che va collocato, come ci diceva don Mario Mora, nel quadro dei sovvertimenti artistico-letterari del Primo Rinascimento; essi vengono attribuiti ad una scuola ferrarese del XVII secolo, mentre secondo voci tramandateci, sarebbero dovute al fiessese Carlo Bonone o Bononi (1569-1632) e al nipote Lionello.

    La chiesa, così superbamente rinnovata, venne consacrata l'8 settembre 1622, data alla quale risale probabilmente la sagra del luogo.

    Va però detto che essa, vanta anche un altro invidiabile "tesoro", ossia quell'"altare zàlo" (monumento nazionale) proveniente dalla citata chiesa di S. Silvestro. Si tratta di un'opera lignea, patinata d'oro zecchino, attribuita ad un abile intarsiatore anonimo del '500 (e se provenisse dalla bottega dell'allora contemporaneo lendinarese Lorenzo Canozzi – 1425-1477 – ?), la quale presenta 3 cupole bizantine sormontate da angeli, con sottostanti nicchie con 5 apostoli. Va purtroppo segnalato che ben 7 delle 8 statuette costituirono ambite prede di un furto d'arte consumato nella notte del 14.1.1978, titolare mons. Mario Mora, che ricorse poi a fedeli riproduzioni.

    Questo capolavoro d'intaglio e il soffitto a cassettoni, meriterebbero certamente una maggiore valorizzazione e un novero più attento tra i beni artistici polesani.

    Ritorniamo ora al 1691, allorché la chiesa, dopo anni di lavori, venne portata alle attuali dimensioni da Don Antonio Sivieri (rettore dal 1673) che, ben sostenuto dai pur poveri parrocchiani, fece costruire le navate laterali, il presbiterio, il coro e la facciata. Prima che l'ingrandito tempio venisse consacrato da mons. Antonio Polin, passarono però, chissà perché, ben 197 anni!

    Sarà intanto il caso di ricordare che la parrocchia di Fiesso apparteneva, secondo documenti del 1109 e del 1181, alla curia romana e che secoli dopo, a seguito della ben nota "guerra del sale" (1482-1484), la fascia che va da Ospitaletto a S. Donato passò sotto il ducato estense, mentre il resto del territorio fiessese rimase civilmente soggetto alla repubblica di Venezia.

    Ecclesiasticamente, invece, la parrocchia appartenne alla diocesi di Ferrara fino al 1818, passando quindi a quella di Adria. Carlo Lezziero, nell'opuscolo intitolato "Fiesso Umbertiano e la sua chiesa" (Cittante, 1936), precisa anzi che "L'Arcipretura di Fiesso fu sempre riguardata come la più antica e la più cospicua della Diocesi Ferrarese, tanto che nell'ultimo Sinodo Diocesano tenuto dal card. Mattei nel 1771, il nostro arciprete teneva il primo posto e quello dei Sette Polesini il secondo". Egli riporta pure che l'artistica tribuna semicircolare in legno per il coro è del lendinarese Silvio Sòa.

    Veniamo ora a fasti e nefasti di questo secolo. Va innanzitutto detto che nel 1911 mons. Eraclio Mazzocco, titolare dal 1903 al 1939, fece impreziosire l'interno della chiesa da Augusto Pagliarini (1872-1960), definito il più fecondo decoratore del '900 ferrarese: a memoria di tali abbellimenti fu posta un'epigrafe nel presbiterio, accanto a quella sulla consacrazione del 1888.

    Tutti gli affreschi del Pagliarini (12 medaglioni con gli Apostoli, trascrizione delle virtù teologali, finte scanalature delle colonne portanti, ecc.), vennero però letteralmente cancellati dai restauri fatti eseguire da don Mario Bisaglia, tra lo stupore dei fiessesi che ne rimasero addolorati, anche perché venne contemporaneamente smontato l'organo a canne ed altresì smantellata la relativa loggetta. Nell'occasione furono rimosse anche le sopraccitate lapidi del presbiterio. Va inoltre detto che dello strumento, che sarebbe stato depositato presso gli "Organi Ruffatti" di Padova, sembra si siano perse le tracce.

    Concludiamo questo servizio con una nota di merito all'indirizzo dell'attuale rettore della parrocchia, mons. Giacomo Prandini, il quale, proprio quest'anno, è riuscito a far restaurare l'alquanto malandata facciata della chiesa e, subito dopo, pure le fiancate. L'inaugurazione di queste opere, inserita nel contesto delle celebrazioni del centenario, sono state fatte coincidere con l'8 settembre, giorno più solenne della tradizionale sagra della Natività di Maria.

  • L’Aquaro di Badia

    La maggioranza dei polesani probabilmente ignora che tra le sorgenti che costituivano la ricchezza idrologica italiana ha figurato, per decenni, anche quella del Volpan di Badia Polesine, unica fonte d'acqua minerale della Provincia di Rovigo.

    Negli elenchi ufficiali delle principali fonti d'Italia del secolo scorso essa figurava tra le poche del Veneto, e tra le non molte di tipo salino-ferruginose a livello nazionale.

    Veniva riportata, con dovizia di particolari, nella raccolta statistica delle acque minerali del Regno d'Italia, pubblicata dal Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio, in Firenze, nel 1869, veniva altresì citata nel libro del Prof. L. Tioli ed elencata anche nel manuale dello Schivardi.

    Della fonte del Volpan di Badia Polesine parlava anche il Prof. P. Piccinini a pag. 221 del suo volume "Crenoterapia e Idrologia" U. Hoepli – Editore, Milano, annoverandola tra le fonti che, secondo l'autore, "corrispondevano o potevano corrispondere alle esigenze di una legislazione idrologica giustamente severa…".

    Il Piccinini forniva un elenco di fonti d'acque minerali per raccogliere osservazioni ed altri dati onde ottenere un serio elenco in grado di portare l'Idrologia Italiana verso quel grado di serietà e di assoluta garanzia ed imporsi, così, al rispetto di ogni medico italiano ed anche a quello del mondo medico straniero.

    La scoperta della sorgente fu ricordata nel supplemento mensile illustrato del "Secolo" in data 26/12/1893, che così descrisse la frazione badiese di Salvaterra, dove sorgeva la fonte: "…Ameno paesello, meta alle passeggiate, sta sulla destra del Naviglio Adigetto. In tempi remoti assai era protetto da un'alta torre, attualmente scomparsa del tutto. Fu ad un chilometro circa da questo villaggio che venne scoperta, nel 1850, l'attuale fonte del Volpan, le cui acque vennero giudicate medicinali, presentando all'analisi chimica eccellenti principi minerali salino-ferruginosi.

    S'eresse tosto sul luogo un piccolo fabbricato e venne data alle stampe, nel 1854, una lunga e dettagliata relazione sui risultati analitico-chimici ottenuti dal Prof. Ragazzini dell'Università di Padova…".

    L'attivazione della sorgente fu voluta dall'allora proprietario Sig. Francesco Gradassi di Badia Polesine.

    L'acqua era conosciuta anche come "acqua gradassiana", proprio in omaggio al suo scopritore e la fonte era conosciuta come "L'ACQUARO".

    Sul posto sorse, su progetto dell'Ing. Giuseppe Orlandi, un fabbricato ad uso stazione idrologica ed una casa di abitazione, molto piccola, per il custode.

    La fonte è stata, ad opera dello stesso Ing. Orlandi, racchiusa entro una vasca di marmo nel 1853 ed è tutt'ora visibile, incisa sul labbro esterno della lastra marmorea verticale, la data 1853, come testimonia la foto pubblicata.

    La disattivazione della fonte risale agli anni successivi la seconda guerra mondiale.

    Dalle testimonianze raccolte e dall'esame della cartografia disponibile presso il Consorzio di Bonifica, risulta infatti che, nel primo dopoguerra, 1948-1950, è stata demolita la stazione di mescita; successivamente, dieci anni dopo, la stessa sorte è toccata alla casa del custode.

    Attualmente la fonte versa in uno stato di totale abbandono: ancora racchiusa nella sua originaria vasca di marmo bianco, la sorgente è ora coperta di erbacce e di rovi.

    Poco o nulla è rimasto dell'originario boschetto di platani, gelsi, olmi, viti e biancospini che ornava l'intorno della fonte.

    Anche del verde ed invitante vialetto che, da Via Trivellin, conduceva, per un tratto di circa un chilometro, immerso nei campi e fiancheggiato da scoline, poco o nulla è rimasto.

    Il mancato decollo economico della fonte

    La fontana, la sua storia, il suo mancato decollo in termini turistico-commerciali, lo stesso tentativo di un suo lancio pubblicitario, vanno tutti visti nel contesto storico dell'800, di quel modo di vivere, di quel modo di fare medicina da parte di medici di una piccola comunità agricola.

    Può darsi che molti, tra questi medici, pretendessero curare ogni malattia con la sola cura idropinica; rimane il fatto però che i medici condotti di diversi distretti sanitari del tempo l'hanno sperimentata ed apprezzata.

    Innegabile poi l'attività ininterrotta della sorgente che ha, per oltre un secolo, fornito acqua minerale agli abitanti non solo di Badia, ma di un comprensorio piuttosto notevole se consideriamo l'epoca, i mezzi di trasporto e la rudimentale pubblicità.

    L'acqua dell'acquaro, all'analisi chimica presentava un contenuto in elementi minerali, tali da assimilarla a quelle divenute celebri e rinomate quali Recoaro e Pejo, anch'esse acque minerali del tipo salino-ferruginose.

    Singolare è poi il fatto che le acque di Volpan, Recoaro, Pejo, Lelia ed altre sono state, in quegli anni, analizzate dallo stesso Prof. F. Ragazzini per cui i referti analitici sulle loro caratteristiche chimico-fisiche erano omogenei e quindi confrontabili, naturalmente con le dovute cautele e precisazioni.

    Visti i lusinghieri risultati ottenuti dal Prof. Ragazzini è da ritenere che l'acqua del Volpan, anche se non al livello di quelle di Recoaro e Pejo, fosse, comunque, qualitativamente apprezzabile.

    Sembra vi fossero, dunque, all'epoca, tutte le premesse per un decollo turistico della sorgente. Ma perché ciò non avvenne?

    Può darsi che fosse mancata la reclame necessaria, che non vi sia stata una corretta gestione in termini commerciali, ma, a mio modesto avviso, più credibile sembra l'ipotesi che il grosso limite alla sua valorizzazione sia stato rappresentato dalla piccola portata della fonte.

    Sono stati probabilmente delusi, quanti si aspettavano un grosso affare economico ed hanno abbandonato l'iniziativa.

    Pensare infatti ad una stazione di imbottigliamento era assurdo, come lo sarebbe anche oggi, vista la vecchia e la probabile attuale portata della sorgente: ingiustificato sarebbe uno sfruttamento industriale con imbottigliamento e spedizione, come avviene per altre più ricche fonti.

    Non dunque un affare rappresenta la fonte dell'Acquaro, bensì una risorsa ambientale e naturalistica: un bene storico e paesaggistico da tutelare, niente più.

    Un imperativo etico-ambientale: salvare l'acquaro

    Inserire l'Acquaro in un itinerario turistico, a livello Comunale e Provinciale, rappresenterebbe il primo passo verso il recupero dell'antica fonte, un modo certamente intelligente per non lasciarla morire del tutto. Non solo, ma offrirebbe soprattutto agli appassionati e agli studiosi di cure idropiniche, l'occasione di nuovi e più approfonditi studi, volti ad accertare le rinomate virtù terapeutiche di quest'acqua e la sua esatta origine.

    L'acqua sotterranea del Volpan, sicuramente attraversa larghi strati e lunghi tratti di terreno pedologicamente diversi, per cui ha probabilità di essere filtrata, depurata ed arricchita di oligo-elementi minerali, che ne possono impreziosire il valore, sia dal punto di vista della bevanda, sia da quello terapeutico.

    È inoltre bene ricordare che la zona, interessata da diversi paleoalvei, era conosciuta anche in epoca romana, infatti, a qualche centinaio di metri, passa una strada sicuramente romana. È noto che i romani ebbero il culto delle acque termali e minerali in genere. Se fosse possibile accertare la preesistenza di una fontana di epoca romana nella zona, sarebbe ulteriormente avvalorata l'ipotesi secondo la quale un antico ramo dell'Adige avrebbe solcato l'attuale alveo dell'Adigetto.

    Far rivivere una sorgente, tutelare una risorsa idrica, avrebbe inoltre un grande significato morale: rappresenterebbe la consapevolezza di essere stati creati non per dominare e distruggere, bensì per custodire e restituire armonia all'ambiente.

    NOTA

    Per ulteriori approfondimenti, dello stesso autore: "L'Acquaro, una sorgente mancata". Ed.: Nuova Cultura Editrice distributrice.

  • Quel gatto con l’anima

    Quel gatto con l’anima

    di Lino Segantin

    Piacevole e poliedrico il libro di Grazia Giordani.
    Alcuni nuovi racconti per “Ventaglio Novanta”

    Con successo è approdato nelle librerie polesane “L’anima del gatto ed altri racconti” di Grazia Giordani, pubblicato da Bagnoli Editore per la propria collana “Il filo d’Arianna”, con il patrocinio della società rodigina “Chini Costruzioni srl”.

    Il volume raccoglie ventitrè racconti della scrittrice di Badia Polesine, vari per ispirazione ed intreccio, e sempre di piacevolissima lettura. Con il suo stile fluido e spumeggiante, l’autrice sa infatti coinvolgere il lettore, che viene galvanizzato da limpide trame di immediata comprensione.

    Evidentemente Grazia Giordani trasferisce nei suoi scritti la schiettezza e l’immediatezza del suo carattere (specchio fedele della sua emiliana terra d’origine) rifuggendo da artifici letterari, per lasciare via libera all’espressione spontanea ed a precise quanto interessanti annotazioni psicologiche sul carattere dei suoi personaggi.

    È la capacità di osservare ed indagare la base di partenza della scrittrice, che dalla realtà sa cogliere accenti particolari che archivia con intelligenza nella sua memoria, ove poi attinge nel momento dell’invenzione letteraria. Attività questa che – è bene rilevarlo – non è mai forzata, ma sempre contenuta entro il chiaro limite del piacevole raccontare. Ne scaturiscono racconti contraddistinti dal dono dell’eleganza sia formale che di contenuto: quadri ben disegnati, privi di orpelli ed appesantimenti, e sempre limpidi per l’equilibrio interno che li anima.

    Spontanea diviene pertanto l’adesione del lettore con gli interpreti delle narrazioni, proprio per l’immediatezza del ritratto interiore dei protagonisti, siano essi attempati professionisti (come ne “L’anima del gatto”, il primo brioso racconto che dà anche il titolo al volume) o giovani donne travolte da passioni amorose (come in “Tavolo da bridge”) o illanguidite dai ricordi di un sogno naufragato (come “Le spoglie di Ignazia”).

    Nel racconto “Duetto” l’autrice propone la sua storia da due diversi punti di vista, quello del protagonista maschile a seguito di quello femminile, dimostrando di padroneggiare ottimamente il profilo psicologico dei personaggi, rivelando nel contempo attenzione per la pluralità degli aspetti in cui può presentarsi la realtà. Così ne “Le amiche”, presentato con due finali del tutto diversi, aperti alla scelta del lettore. Una specie di rinuncia dell’autrice a prendere una decisione definitiva, che ribadisce la consapevolezza della possibile molteplicità di sviluppo delle vicende, siano essere della vita effettiva o trasferite nelle pagine di un racconto che, nel suo circoscritto ambito, pur sempre raffigura un episodio o un’ipotesi del reale.

    Un libro quello della Giordani ricco dunque di annotazioni desunte dalla realtà, di osservazioni minute e stati d’animo compositi, sorretto da un linguaggio sempre limpido e scorrevole, che in qualche punto attinge alle note della poesia, con metafore suadenti fatte – per dirla con l’autrice – di “boschi di luce”, o ricavate in “una chiesa della memoria”.

    Di Grazia Giordani, già presente nel primo numero di “Ventaglio Novanta” con alcuni racconti, tra cui proprio “L’anima del gatto” che poi l’autrice ha scelto come titolo per il suo libro, proponiamo di seguito alcune brevi narrazioni inedite.

  • El piraro

    S1oria – Tradizioni
    trie perfette, piante poco elevate, con rami indotti a crescere a raggera per agevolare la raccolta della frutta che precedentemente è stata oggetto di vari trattamenti con sostanze chimiche. Non ci sono più nemmeno i pozzi con la carrucola
    cigolante e vana è l’attesa del sordo tonfo
    del grande secchio nel sottostante bacino.
    Anche il vecchio proprietario del “pera-

    ro” di Villafora se ne è andato da tempo
    e non c’è più traccia né della grande pianta, né del pozzo dalle limpide acque; la
    suq abitazione, da tempo chiusa e disabitata, lentamente va in rovina.
    Un mondo che non c’è più, che va preservato almeno nei ricordi, e che ancora
    sa suscitare pagine di poesia.

    El piraro
    Soto l’ombra d’on piraro
    me la passo tuto el giorno
    e me godo a quel riparo
    mentre el sole tuto intorno
    el tormenta col sò fogo
    el bel verde del me logo.
    Sul piraro calmavoje.
    generoso quanto mai,
    fra el bel verde de le foje
    ride i piri russi e zai
    con un’aria birichina
    e la polpa zucarina.
    Se per caso pensieroso
    son sentà li sòra el sdraio
    e sul viso nuvoloso
    passa qualche bruto guaio,
    i pireti bele mace,
    i provede par la pace.
    Col profumo e col colore
    senti qua se i le fa bele,
    come un brao conquistatore

    lori i tira le putèle;
    mi le ciamo col subiolo
    e le tiro dentro al brolo.
    Che putèle me provede,
    santo cielo el me piraro!
    Mi scometo ch’el le vede
    quel birbon de quel frutaro!
    Le più bele che ghe sia
    le vien soto la sò ombria.
    Gambe more da scultura,
    petesei sbocià da fresco,
    oci neri da pitura
    e dentini da pan fresco.
    Eco qua le me putele
    po’ disì che no iè bele.
    Le fojete le se move
    susurando fra de loro,
    fra canzo11isempre nove
    del piraro vecio e moro;
    mentre lu fa da compare
    mi le baso a tuto andare.
    Paolo Banzi

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    Soto l’ombra d’on piraro
    me la passo tuto el giorno
    e me godo a quel riparo
    mentre el sole tuto intorno
    el tormenta col sò fogo
    el bel verde del me logo.
    Sul piraro calmavoje.
    generoso quanto mai,
    fra el bel verde de le foje
    ride i piri russi e zai
    con un’aria birichina
    e la polpa zucarina.
    Se per caso pensieroso
    son sentà li sòra el sdraio
    e sul viso nuvoloso
    passa qualche bruto guaio,
    i pireti bele mace,
    i provede par la pace.
    Col profumo e col colore
    senti qua se i le fa bele,
    come un brao conquistatore

    lori i tira le putèle;
    mi le ciamo col subiolo
    e le tiro dentro al brolo.
    Che putèle me provede,
    santo cielo el me piraro!
    Mi scometo ch’el le vede
    quel birbon de quel frutaro!
    Le più bele che ghe sia
    le vien soto la sò ombria.
    Gambe more da scultura,
    petesei sbocià da fresco,
    oci neri da pitura
    e dentini da pan fresco.
    Eco qua le me putele
    po’ disì che no iè bele.
    Le fojete le se move
    susurando fra de loro,
    fra canzoni sempre nove
    del piraro vecio e moro;
    mentre lu fa da compare
    mi le baso a tuto andare.

    Paolo Banzi

  • Fiumi formidabili, un tempo terribili: 40 anni fa l’ultima drammatica alluvione

    La storia del Polesine è la storia dei suoi fiumi: Po, Adige, Tartaro, Canalbianco. L'acqua è un elemento basilare quanto mai caratterizzante la nostra provincia e perciò, a ragione, G. Marangoni ha denominato questa la "Terra dei grandi fiumi".

    L'acqua è sorgente di vita, e proprio per questo gli insediamenti umani più antichi erano stanziati proprio lungo i fiumi. Nel nostro Polesine, Melara, Ceneselli e Frattesina, dove si sono avuti ritrovamenti di comunità preistoriche, sorgevano anticamente lungo un ramo del Po.

    Ma i fiumi sono stati anche spesso causa di tragedie e disperazione a seguito delle numerose alluvioni e rotte verificatesi nel corso dei secoli. Impossibile calcolare quante siano state; è comunque documentato come i fiumi polesani abbiano più volte nell'antichità cambiato il loro corso in seguito ad alluvioni. Il Po, ad esempio, scorreva un tempo molto più a sud, diviso, già prima del X secolo a.C., in due rami principali, il più meridionale dei quali sfociava a Spina, toccando Bondeno e Ferrara mentre, l'altro sfociava ad Adria passando per Ostiglia e Rovigo.

    Anche il corso dell'Adige era diverso. In seguito alla rotta della Cucca nel 589 d.C., presso Albaredo, l'Adige scavava un nuovo alveo passante per Legnago e Castelbaldo, stabilendosi nel tronco polesano. Prima toccava Cologna Veneta, Montagnana, Este, Tribano ed Agna per finire nella Fossa Filistina, antico canale etrusco sfociante in mare presso Chioggia. È questa la prima rotta passata alla storia: Paolo Diacono, lo storico dei Longobardi, l'ha ricordata come un nuovo diluvio per la serie di precipitazioni eccezionali che investirono il Veneto.

    L'Adige è stato protagonista in larga parte dello sviluppo civile e della vita in genere del Polesine. Basti pensare all'elevato numero di centri abitati (Badia Pol., Rasa, Lendinara, Costa, Rovigo, Buso, Villadose, Ca' Emo, Fasana, ecc.) sorti lungo l'Adigetto, che altro non è che il vecchio corso dell'Adige prima che rompesse alla Bova di Badia nel 954, formando l'attuale alveo.

    Sebbene si propenda a considerare più temibile il Po per la maggior portata d'acqua, per quanto riguarda le rotte è stato forse più pericoloso l'Adige, e ciò per una serie di motivi: il tronco polesano, lungo 87 Km, è totalmente pensile; il fiume conosceva un carattere torrentizio e pertanto le sue piene possono essere improvvise; le sue acque sono ricche di materie solide che, depositandosi sul fondo, causano l'innalzamento del letto rendendo meno sicuri gli argini con conseguenti infiltrazioni.

    L'Adige è uno dei pochi fiumi dalle caratteristiche difficili da controllare, tanto che già nel 1544 il Provveditore Generale per il Polesine Giovanni Francesco Salomon, in una sua relazione al Senato della Serenissima Repubblica lo definiva "terribile et formidabile".

    I primi documenti certi sulle sistemazioni eseguite per contenere il defluire della corrente dell'Adige, risalgono all'anno 1000 e riguardano il prosciugamento delle Paludi Adriane.

    Da allora molta strada è stata fatta per garantire la sicurezza del territorio polesano, a cominciare dall'intervento degli Estensi per la sistemazione del Tartaro e della Filistina, dalla cui confluenza si originò il corso fluviale che prese il nome di Canalbianco.

    Successivamente la Repubblica Veneta, più sensibile al problema idraulico, intervenne in modo più sistematico e organizzato, istituendo il Magistrato delle Acque nel 1530 e il Magistrato all'Adige nel 1678. Esistevano tuttavia già dalla metà del 1400 Consorzi di bonifica, attivi per iniziativa privata e impegnati in prima linea in opere e progetti inerenti la regimazione delle acque in tutto il territorio polesano. Ma nemmeno questi interventi riuscirono a garantire sicurezza idraulica.

    Tra le rotte più importanti che hanno interessato la nostra provincia vanno menzionate quelle del Po a Ficarolo nel 1152 e quelle dell'Adige a Castagnara e Malopera nel 1438.

    La prima venne ricordata come una catastrofe leggendaria: una tremenda piena disalveò i rami meridionali del Po formando l'attuale Po di Venezia, mentre presero le loro efficienze nel giro di alcuni secoli le più antiche foci di Valdano e di Primaro.

    Le rotte dell'Adige invece sembra siano state provocate artificialmente dall'esercito dei Gonzaga per allagare le Grandi Valli Veronesi e poter trasferire così dall'Adige al Po la flotta con cui combattere i Veneziani.

    Le rotte di Castagnara e Malopera diedero origine ai rami fluviali omonimi confluenti nel Tartaro e nella Fossa Polesella prima di giungere in Po.

    La conseguenza di queste rotte fu disastrosa perché rimasero aperte circa sessant'anni, riversando gran parte delle acque dell'Adige nel territorio Polesano e creando pertanto gravissimi danni. Il Bocchi riportava: "Tutto il paese, dal punto delle rotte al mare, fu convertito in un immenso stagno, tranne pochissimi territori, dette le campagne di S. Stefano e di S. Giustina sotto Rovigo, rimaste capaci di qualche coltura: gli anteriori canali perdettero le loro vestigie, confuse colle irruenti masse delle acque dell'Adige" (Il Polesine di Rovigo – 1861).

    Nel 1600 va registrato un fatto eccezionale: l'inizio di lavori del taglio di Porto Viro, oggi Taglio di Po, per deviare più a sud le acque del Po le cui foci avanzavano progressivamente preoccupando la Repubblica Veneta per l'interramento della laguna. I lavori terminarono nel 1604 ed è questo l'anno di nascita del nuovo Po e del nostro Delta.

    Numerose alluvioni hanno contraddistinto il periodo a cavallo tra il XVII e il XVIII sec., non solo a proposito del Po e dell'Adige ma anche di corsi minori, in concomitanza con una situazione di regresso economico che ha investito il Polesine: solo l'Adige tra il 1673 e il 1689 provocò 11 rotte. Il Bocchi ha addirittura tentato di enumerare le rotte dal 589 al 1882 contandone ben 95.

    Le rotte più disastrose nel nostro territorio in tempi recenti sono state due: quella dell'Adige a Legnago nel 1882 e, ricordo ancora vivo per molti polesani, quella del Po nel 1951.

    Ambedue hanno avuto una stessa grave conseguenza sociale: l'acuirsi del fenomeno dell'emigrazione con una grande ondata di partenze dal Polesine. È così che alla fine del secolo scorso ha lasciato il Polesine ben il 30% della popolazione, toccando punte altissime soprattutto nell'anno 1891 quando Rovigo ha avuto il triste primato di città del Regno che ha dato più emigranti, per lo più diretti in Brasile. Il grosso movimento emigratorio, essenzialmente interno, verificatosi invece alla metà del nostro secolo ha interessato più di 100.000 persone pari al 22% della popolazione polesana, coinvolgendo intere famiglie che vedevano ormai nell'esodo l'unica soluzione di sopravvivenza.

    Il 18 settembre del 1882 dunque l'Adige ruppe in più punti presso Legnago provocando una immensa breccia nell'arginatura e riversando le acque verso le Grandi Valli Veronesi e quindi nel Tartaro Canalbianco. Questo non fu in grado di convogliare l'enorme quantità d'acqua e ruppe in dodici punti, così tutto il territorio tra Po e Canalbianco fino alla Fossa Polesella venne sommerso. Fu inevitabile il taglio degli argini di Fossa Polesella (antica opera idraulica che collegava il Canalbianco al Po, chiusa nel 1951) il 1° ottobre per consentire lo sfogo della gran massa d'acqua che a sua volta inondò il territorio tra Po e Canalbianco scaricandosi in mare.

    In quella triste occasione il Polesine visse un lungo e penoso inverno immerso nelle acque alluvionali. Oltre 85.000 persone rimasero accampate sugli argini e nei luoghi rialzati, con il bestiame e le poche masserizie che avevano salvato, coperte da stuoie e scarsamente assistite dalla carità pubblica.

    L'11 novembre 1951 il Po ruppe in due punti: presso Occhiobello, Bosco e Malcantone, e poi a Paviole sommergendo in pochi attimi la zona tra Po-Fossa di Polesella e Canalbianco. Intanto quest'ultimo a sua volta straripò in più punti dell'argine sinistro portando l'acqua verso Rovigo e superando anche le sponde dell'Adigetto, per invadere i quartieri della città e i Comuni di Villadose, Adria, Loreo e Cavarzere. Le acque, impedite dagli argini di Fossa Polesella (ancora una volta), non defluirono verso il mare per cui venne deciso di praticare delle aperture (com'era già avvenuto nel 1882) ma esse si rivelarono insufficienti e le acque alluvionali risalirono per allagare tutto il territorio compreso tra Po e Tartaro, vale a dire 3/4 dell'intero Polesine, escludendo i soli centri di Castelmassa, Castelnovo, Ceneselli, Calto, Salara, Melara e Bergantino.

    Finalmente dopo 15 giorni, il 26 novembre, vennero allargate le aperture degli argini di Fossa Polesella e l'acqua cominciò a decrescere nonostante forti mareggiate e avverse condizioni atmosferiche, che tra l'altro rendevano difficoltosi anche i soccorsi agli alluvionati. Furono necessari tre mesi di lavoro per prosciugare il territorio pompando 700 milioni di metri cubi d'acqua degli 8 miliardi defluiti nel territorio.

    Fu una vera tragedia che scatenò la solidarietà anche oltre il confine nazionale. Ne è testimonianza Villaggio Norge, complesso abitativo donato dalla Norvegia al Basso Polesine in occasione dell'alluvione.

    Quella del '51 non fu comunque l'ultima poiché nel corso degli anni '50 e '60 si registrarono altre rotte, per fortuna circoscritte e perciò molto meno tragiche; nel '56 l'allagamento di Pila; nel '57 dell'Isola Camerini e di Ca' Vendramin in sinistra del Po di Goro, dell'isola di Donzella e di Ca' Mello; nel '58, '59, '60 inondazioni e mareggiate in più punti del Delta; nel '66 dell'isola della Donzella.

    Il Polesine, dominato dai due massimi fiumi d'Italia, ha sempre vissuto nel terrore delle inondazioni. Ogni alluvione ha portato distruzione e morte, assorbendo energie, risorse e mezzi.

    Ora, alle soglie del 2000, sembra che l'uomo abbia finalmente acquisito competenze tecniche e scientifiche tali da poter tenere in pugno la natura, auspicabilmente in modo positivo. È pertanto sperabile che le inondazioni e le drammatiche conseguenze restino solo un brutto ricordo e che la "terra dei grandi fiumi" sia sempre più spesso menzionata per le suggestioni paesaggistiche che i corsi d'acqua le sanno conferire.

    Bibliografia

    "Studi polesani", Atti dell'VIII Convegno di Storia Polesana: 1882 La rotta dell'Adige – Minelliana 1982.

    "Studi Polesani" – Gli anni '50 – Atti del XII Convegno di storia polesana – Minelliana 1986.

    Rovigo ritratto di una città – Minelliana 1988.

    Polesine Delta del Po – G. Marangoni – Turismo & Cultura 1987.

    Appunti da "Il dominio veneto nel Bassopolesine" P. Bassan, Vol. I, Ed. Il Gerione, 1972.

    Appunti da seminari per guide di turismo sociale del Polesine a cura del C.T.G. "Rovigoti".

    Fotografie

    La documentazione fotografica, relativa all'alluvione del 1951, ci è stata fornita dal Centro Documentazione Polesano di don Antonio Castello.

  • Le Delte du Po / The Po Delta I Das Podelta

    Le Delta du Pô

    Les découvertes archéologiques de Fratta et de Adria (Musées de Adria et de Rovigo) montrent que dès la préhistoire des hommes s'installèrent le long de la partie terminale du Pô, point stratégique de ce qu'on appelle la "voie de l'ambre" qui mettait en communication la mer Baltique avec l'Adriatique.

    Le mythe grec de Phaéton, le jeune dieu englouti par les eaux de l'Eridanus (ancien nom du Pô) avec le char du soleil, est la confirmation poétique de la présence dans cette région de populations provenant des îles grecques.

    Mais le Delta tel que nous le voyons aujourd'hui n'existait pas, alors. La ville de Adria, le port le plus important du haut-Adriatique, était elle aussi située sur un vieux bras du Pô, non loin de la mer.

    La formation du Delta est liée à l'évolution du cours du fleuve, due tant à des causes naturelles qu'à l'intervention de l'homme.

    En 1604 la République de Venise, pour éviter que le cours du fleuve, qui alors se dirigeait vers le nord, n'ensablât la lagune, empêchant ainsi les trafics maritimes de la Sérénissime, effectua les imposants travaux hydrauliques de la Coupe de Porto Viro (Taglio di Porto Viro, près de Contarina), déviant vers le sud-est le cours du Pô. Ceci provoqua un net élan du fleuve vers l'est et une augmentation importante des dépôts fluviaux dans cette direction, au point de donner naissance en peu de temps au Delta actuel.

    Une grande partie du territoire à l'est de la route Romea n'a guère plus de trois siècles! Les dunes fossiles sur les bords de la Romea témoignent encore des anciennes côtes.

    Aujourd'hui le Pô est subdivisé en six bras actifs, du nord au sud: le Pô di Levante, le Pô di Maistra, le Pô di Venezia et di Pila, le Pô delle Tolle, le Pô di Gnocca ou Donzella, le Pô di Goro. On peut y ajouter les deux embouchures de Scirocco et Tramontana, qui sont de brèves branches du Pô de chaque côté de l'embouchure principale.

    Outre le cours des différents bras, avec digues, francs-bords (terres inondables entre le lit du fleuve et les digues) et les îles, d'autres milieux naturels sont les marais de pêche, les lagunes, les anses ("sacche"), les scanni (bancs de sable entre mer et lagune) et les plages du littoral.

    La végétation est variée, depuis les herbes pionnières des dunes à proximité de la mer jusqu'aux bois de l'intérieur; également variée est la faune ornithologique, typique des régions humides de grande étendue, avec de nombreuses espèces d'oiseaux, migrateurs et non-migrateurs.

    À remarquer également les constructions typiques: les casoni de roseaux des pêcheurs dans les îles; les casoni des gardiens de marais de pêche; les villas vénitiennes; les grandes corti (grandes fermes) agricoles; les simples maisons des ouvriers agricoles; les maisons rurales de la réforme agraire; les bâtiments d'archéologie industrielle (stations de pompage, briqueteries).

    Certaines activités traditionnelles font partie aussi bien du folklore que de l'économie de la région: anciens chantiers navals, pisciculture et mytiliculture, rizières, conservation du poisson, récolte du sel et des roseaux.

    The Po Delta

    The archeological finds of Frattesina and Adria (Museum of Adria and Rovigo) show that as far back as prehistory there were settlements along the final length of the Po, a strategic point of the so-called "via dell'ambra" that linked the Baltic sea to the Adriatic sea.

    The Greek myth of Phaeton, the young god that sunk into the waters of the Eridano (ancient name of the Po) with his sun chariot, is the poetic confirmation of the presence in this area of people from the Greek islands.

    However the Delta as we know it at the time did not exist. Adria, the most important port of the upper Adriatic, was situated along an old branch of the Po not far from the sea.

    The formation of the Delta is tied to the evolution of the river, dependent upon both natural causes and the intervention of man.

    In 1604 the Republic of Venice, in order to prevent the flow of the river, at the time northward bound, from interfering with the Venetian lagoon and thus impede maritime traffic, completed the imposing hydraulic endeavor at Taglio di Porto Viro (near Contarina) thus modifying the flow of the river towards south east. This provoked the decisive push of the river towards the east and the notable increase of river deposits in that direction giving rise to the formation of the Delta as we know it today.

    A good part of the territory situated east of the Romea highway is little more than three centuries old! The fossil dunes on both sides of the Romea are proof of the ancient coastal lines.

    Today the active branches of the Po are six, from north to south: the Po di Levante, the Po di Maistra, the Po di Venezia and Pila, the Po delle Tolle, the Po di Gnocca or Donzella and the Po di Goro. To these we can add the two mouths of Scirocco and Tramontana which are short branches of the Po situated at the sides of the main mouth.

    In addition to the courses of the various branches, with embankments, ravines, and islands, other natural environments are the valleys for fishing, the lagoons, the inlets, the "scanni" (long thin islands of sand between the sea and the lagoon) and the beaches of the coast.

    The vegetation varies greatly, from the wild grasses of the dunes near the sea to the forests further inland. The avifauna varies too, with many species of birds both permanent and migratory.

    Also worth noting are the typical constructions, the fishermen's reed sheds on the islands, the valley watchmen's sheds, the Venetian villas, the large farm-houses, the simple houses belonging to the farm-hands, the rural houses of the agricultural reform and the archeological remains of industries such as water scooping machines and furnaces.

    Some traditional activities such as ancient shipyards, the breeding of fish and mussels, the rice fields, the processing of fish, salt and marsh reeds are part of the folklore as well as the economy.

    Das Podelta

    Die archäologischen Funde aus Frattesina und Adria (im Museum von Adria und Rovigo) beweisen, daß es schon seit der Vorgeschichte Siedlungen am Endlauf des Flusses Po entlang gab. Dieses war die strategische Linie, die sogenannte "Straße des Bernsteins", die die Ostsee mit der Adria verband.

    Der griechische Mythos des jungen Gottes Phaethon, der mit dem Sonnenwagen im Eridano (alter Name vom Po) versank, ist der poetische Beweis für die Anwesenheit von Völkern griechischer Inseln in diesen Gebieten.

    Aber das Podelta, wie man es heute sieht, bestand damals noch nicht. Auch Adria, der wichtigste Hafen der Oberadria, lag an einem alten Arm des Pos unweit vom Meer.

    Die Bildung des Deltas ist eng mit der Entwicklung des Stromes verbunden und hängt sowohl von den Einwirkungen der Natur als auch von denen des Menschen ab.

    Um zu vermeiden, daß der Flußlauf die venezianische Lagune versandete und damit den Seeverkehr der "Serenissima" behinderte, führte die Venezianische Republik im Jahre 1604 den großartigen Wasserbau Taglio di Po Viro bei Contarina durch, der die Richtung des Pos nach Süd-Osten lenkte.

    Das bewirkte die abrupte Wendung des Stromes nach Osten und die Zunahme der Flußablagerungen in diese Richtung, so daß in kurzer Zeit das heutige Delta entstand.

    Der größte Teil des Gebietes, der östlich der "Strada Romea" liegt, ist kaum älter als drei Jahrhunderte. Die versteinerten Dünen an den Straßenrändern der "Romea" zeugen von den früheren Küstenlinien.

    Sechs sind heute die aktiven Arme des Pos; von Norden nach Süden sind es: Po di Levante, Po di Maistra, Po di Venezia, Po di Pila, Po delle Tolle, Po di Gnocca oder Donzella, Po di Goro. Zu diesen kann man die beiden Mündungen Scirocco und Tramontana hinzufügen, die kurzen Poarme an beiden Seiten der Hauptmündung.

    Außer den verschiedenen Flußarmen mit ihren Deichen, Vorländern und Inseln besteht das Podelta noch aus anderen Naturgebieten, wie die Lagunen, die teilweise zur Fischzucht verwendet werden, die Buchten und die Sandzungen zwischen Meer und Lagune und die Strände.

    Die Vegetation ist verschiedenartig; vom Gras der Dünen in der Nähe des Meeres bis zu den Wäldern im Landesinneren ebenso wie die Vogelwelt, die typisch für diese feuchten und weitausgedehnten Gebiete ist. Es gibt ausgesprochen viele Stand- und Zugvögel.

    Zu beachten sind auch die für dieses Gebiet typischen Bauten; es sind Fischerhütten aus Rohr auf den Inseln, die Häuser der Wärter in den Buchten, die venetischen Villen, die großen Bauernhöfe, die einfachen armen Häuser der Landarbeiter, die Bauernhäuser aus der Zeit der Landreform und die alten Bauten wie Pumpwerke und Ziegelbrennereien.

    Einige traditionelle Aktivitäten gehören sowohl der Folklore als auch der Wirtschaft dieses Gebietes an: alte Schiffswerften, Fisch- und Muschelzucht, Reisfelder, Fisch-, Salz- und Schilfrohrverarbeitung.

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