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Archivi: Articoli d’archivio

  • L’Istituto Musicale Ponzilacqua

    L’Istituto Musicale Ponzilacqua

    Il primo settembre 1983 a Lendinara veniva ufficialmente costituito l’Istituto Musicale “Aureliano Ponzilacqua”. All’illustre realtà musicale veniva pertanto legato il nome del raffinato musicista compositore lendinarese Aureliano Ponzilacqua (1854-1940), di cui rimane importante memoria quale insegnante per oltre cinquant’anni al Conservatorio di musica di Venezia, ma anche al Collegio Mechitarista sempre di Venezia per più di trent’anni, e come direttore di concerti e di opere liriche, anche a Lendinara negli anni d’oro del Teatro Ballarin.

    La costituzione dell’Istituto con la prestigiosa intitolazione, di cui ricorre il trentesimo anniversario, segna una tappa importante nella storia di una realtà musicale che ha saputo, dopo un periodo di inattività registrato agli inizi degli anni Sessanta, rispolverare le sue origini, che affondano nell’Ottocento, vivendo per così dire una nuova giovinezza nel segno di una continuità di quegl’intenti che si prefissò l’iniziale costituzione della Società Filarmonica, avvenuta a metà dell’Ottocento.

    Un po’ di storia

    Ripercorrendo le tappe iniziali dell’Istituto ci si ritrova infatti nel 1856, quando nasceva a Lendinara la Società Filarmonica, che divenne nel 1870 Corpo Musicale di Lendinara; sei anni dopo si trasformava in Società Musicale per poi diventare, il 2 maggio 1911, Istituto Musicale. Questo aveva sede nella seicentesca Chiesa del Cristo, sconsacrata e messa a disposizione nell’estate 1915 dalla Parrocchia di Santa Sofia al Comune di Lendinara, perché potesse accogliere l’Istituto musicale. A ricordare alla Città questo aspetto c’era, sulla facciata della Chiesetta del Cristo, l’iscrizione Istituto Musicale; l’edificio, da anni in stato di abbandono, ha subito vari crolli che lo rendono irrecuperabile.

    Seguirono anni di lustro per l’Istituto, fino al 1959 quando, dopo l’ultimo Maestro Renato Facchin, l’attività si interruppe per riprendere solo nel 1974 con l’istituzione dell’Associazione intitolata Istituto Musicale di Lendinara, la cui presidenza fu affidata a Ramis Tenan.

    Fu da qui che riprese la strada dell’Istituto Musicale, che l’avrebbe portato alla prestigiosa intitolazione il primo settembre 1983, data che segnò la costituzione formale con atto pubblico dell’Istituto Musicale dedicato ad Aureliano Ponzilacqua. Si realizzava così l’auspicio espresso ben 36 anni prima da Don Pietro Socal soprannominato il “Cavaliere”, altra figura illustre del panorama musicale lendinarese e polesano, che già nel 1947 proponeva di intitolare l’Istituto musicale di Lendinara ad Aureliano Ponzilacqua.

    “L’Istituto Musicale Aureliano Ponzilacqua è un’associazione apartitica, senza scopo di lucro che si propone l’istruzione musicale e la diffusione della cultura musicale mediante concerti, conferenze musicali, premi o concorsi, pubblicazioni ed infine promuovendo e collaborando in ogni iniziativa di carattere musicale” – cita lo statuto con cui si è costituita l’associazione davanti al dottor Vincenzo Palmieri, notaio di Lendinara.

    All’epoca l’attività del Ponzilacqua era suddivisa in banda, orchestra, concerti, corale e liceo musicale. Negli anni l’Istituto ha mutato il suo assetto iniziale: dal 1990 la parte bandistica si è staccata creando quello che oggi è il Corpo Bandistico Città di Lendinara; e se anche l’Orchestra non c’è più, sono diverse le speciali occasioni in cui gli insegnanti dell’Istituto si esibiscono insieme.

    Il Ponzilacqua oggi

    Attualmente l’attività dell’Istituto si caratterizza nella gestione della Scuola di Musica (per bambini, ragazzi e adulti, che incoraggia ad avvicinarsi al mondo musicale) e del Coro “Lendenariae Consort”. Un coro questo davvero particolare, le cui voci suscitano emozioni rievocando le magiche atmosfere legate a composizioni vocali del periodo rinascimentale e barocco, con una particolare predilezione per i musicisti italiani vissuti tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo.

    Dalla costituzione ufficiale dell’Istituto musicale Ponzilacqua sono dunque passati trent’anni, festeggiati con un concerto celebrativo, che ha voluto porre l’accento sull’importante anniversario. E frattanto le attività proseguono con entusiasmo: nemmeno il terremoto è riuscito a frenarle.

    Dalla storica sede a Palazzo Perolari, resa inagibile dalle scosse del maggio 2012, l’Istituto Ponzilacqua è infatti traslocato a Villa Marchiori, continuando a proporre concerti e saggi, partecipazioni a manifestazioni e ad organizzare attività rivolte soprattutto a coinvolgere i più giovani e chi si avvicina alla musica per la prima volta. Tra queste spiccano i corsi annuali, al cui termine – trattandosi il Ponzilacqua di un’associazione – viene rilasciato un attestato di frequenza, valido per l’ottenimento dei crediti formativi scolastici alle Scuole secondarie di secondo grado.

    “La realtà del Ponzilacqua – fa presente l’attuale presidente Osmildo Toso, alla guida dal febbraio 2013 – si inserisce nel panorama culturale e musicale lendinarese proponendo attività, in particolar modo, per i più piccoli attraverso corsi di propedeutica musicale e per gli adulti che vogliono riscoprire una passione abbandonata in passato oppure dedicare il proprio tempo all’apprendimento musicale”

    “Il trasloco a Villa Marchiori, causa sisma, e la situazione economica generale che non è delle più rosee, non hanno limitato l’attività – sottolinea il presidente -. Con enormi sacrifici e grazie ad una rete di collaborazioni, alla disponibilità e al volontariato di quanti si mettono a disposizione per il Ponzilacqua, oggi si è in grado di continuare a proporre attività sul territorio. Questo grazie anche all’Amministrazione Comunale, a cui va rivolto un ringraziamento per la disponibilità e la sensibilità dimostrate nel metterci a disposizione gli spazi sufficienti a continuare le attività”.

    A portate in alto, in questi anni, il nome dell’Istituto Ponzilacqua, ci hanno pensato anche gli stessi allievi. Alcuni ex allievi, dopo aver proseguito gli studi al Conservatorio, sono infatti diventati insegnanti proprio dello stesso Istituto dove avevano appreso le basi della musica, come Alessandro Ferrarese, Patrizia Arduini e Valter Ciancaglia. Altri hanno continuato a coltivare la propria passione, raggiungendo il diploma, come Grazia Ferrarese, Nicola Ferroni, Jenny Carità, Giulia Mandruzzato e Stefano Stella. E ancora oggi diversi allievi, dopo aver appreso i fondamenti della musica all’Istituto Ponzilacqua, decidono di continuare il proprio percorso di formazione musicale iscrivendosi al Conservatorio.

    Visti i successi raggiunti, l’impegno e la vitalità incontenibili di questa illustre realtà, è bello pensare che Aureliano Ponzilacqua sarebbe stato orgoglioso di vedere legato al suo nome l’Istituto musicale lendinarese.

  • La “Tosca” di Giacomo Puccini

    La “Tosca” di Giacomo Puccini

    Dopo solo quattro anni di assenza dal Teatro Sociale, la “Tosca” di Giacomo Puccini è stata scelta per aprire la 198^ stagione lirica e di balletto in Polesine. Un’opera straordinaria sotto tutti i punti di vista, che fu rappresentata la prima volta il 14 gennaio 1900 al teatro Costanzi di Roma.

    Composta su un libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giocosa, tratta da un dramma omonimo di Vittoriano Sardou, l’opera, ambientata nella Roma del papa-re, narra una vicenda che prende le mosse ed ha il suo epilogo in un solo giorno, nel periodo napoleonico (precisamente in contemporanea, o quasi, con la battaglia di Marengo) che tanto preoccupava gli Stati vicini alle posizioni austriache. Il libretto era stato rifiutato da Alberto Franchetti, un nobile veneziano che aveva qualche ingegno compositivo (Cristoforo Colombo e Germania) ma piacque al nostro connazionale Giacomo Puccini, che impiegò circa tre anni a comporla. Il successo fu subito clamoroso, segnato da ben 43 repliche in due anni.

    Dopo oltre un secolo, vicenda, partitura e insieme non smettono di affascinare il pubblico e di attrarre gli interpreti, stimolati e ammaliati dalle infinite possibilità espressive. Il grande talento di Puccini riusciva, allora come oggi, a indagare con straordinario acume i recessi più intimi dell’animo umano, in particolare quello femminile, offrendo dei lavori di incredibile finezza e modernità. Le partiture, inoltre, sono sempre state fucine di lirismo belcantistico, forti anche di insiemi di grande impatto: nell’orchestra pucciniana ogni parte strumentale viene valorizzata con la massima attenzione e fatta emergere dalla compagine con temi e melodie riconoscibili e rappresentativi della vicenda o del carattere dei protagonisti.

    “Tosca” ha dunque aperto la Stagione del Sociale 2013-2014, proposta nella produzione Li.Ve. realizzata nell’ambito del programma regionale per la promozione della lirica nel Veneto. Quattro le recite andate in scena in una sola settimana, per accontentare il gruppo degli studenti locali, di anno in anno sempre più numeroso, e per il pubblico dei melomani e appassionati.

    Abbondanti applausi a scena aperta e conclusivi per i protagonisti sul palcoscenico, che hanno dato prove godibili, corrette e drammaturgicamente efficaci, a partire dalla protagonista Annalisa Raspagliosi, una Tosca appassionata e tormentata, che ha calibrato la sua voce limpida e cristallina, offrendo sfumature soffuse ma anche tratti di dinamica decisa. Il tenore Kristian Benedikt ha interpretato il ruolo del pittore Cavaradossi in un crescendo di potenza e vocalità, giungendo però al massimo delle sue possibilità dinamiche e drammatiche solo dopo il primo atto. Il baritono veneto Elia Fabbian è stato uno Scarpia possente, che ha esaltato freddezza, rabbia e impazienza del personaggio attraverso presenza scenica forte, voce ricca, pastosa e controllata. Apprezzati gli interventi di Domenico Colaianni, un sagrestano azzeccato e preciso, pungente e opportunista, e del giovanissimo Giovanni Trimurti, che ha sostenuto il ruolo del Pastore in apertura del terzo atto. Applauditi i comprimari Paolo Battaglia, Orfeo Zanetti, Andrea Zanin e anche i cori, precisi nelle parti e nella gestualità scenica (coro Li.Ve. e Piccoli Cantori San Bortolo; maestri dei cori Dino Zambello e Giorgio Mazzucato).

    Guidata dal gesto generoso di Fabio Mastrangelo, l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta ha accompagnato le voci con buona precisione ma con sonorità spesso tanto forti da costringere i solisti a sforzi innaturali.

    Prima dell’apertura del sipario, all’interno del foyer mancavano lustrini e sfarzo: di certo l’epoca di crisi si fa sentire ovunque, ma l’assenza che più ha pesato è stata quella di Miranda Bergamo Berton, l’immancabile elegantissima sostenitrice della lirica, a cui è stata dedicata l’intera stagione ed è stata intitolata l’associazione che per anni ha presieduto con affetto e dedizione.

    Regia, scene e costumi, precedentemente voluti da Hugo de Ana per il Teatro Verdi di Padova, sono stati ripresi da Giulio Ciabatti, regista di fama internazionale impegnato nella grande lirica e in lavori contemporanei e nel repertorio cameristico, molto affezionato a Tosca, un’opera che ha realizzato più volte dal suo debutto. Ha detto di aver apprezzato molto il lavoro del regista argentino, soprattutto la finezza del contrasto tra bianco e nero, associandolo a una sorta di omaggio al cinema degli esordi. Ha sottolineato la volontà di dare peso determinante alla “credibilità” dell’interpretazione, nella convinzione che l’efficacia dell’interpretazione passi sempre attraverso il legame intimo e profondo tra personaggi e interpreti.

    Convincente e di impatto generoso l’allestimento delle scene, nel rispetto dei luoghi tipici di inizio ‘900, realizzate attraverso elementi materiali e immagini fotografiche, in un contrasto continuo tra le due e le tre dimensioni, accentuato da un impianto luci a due colori, in fascinoso stile caravaggesco, curato da Sandro Dal Prà.

    Il pubblico si è quindi trovato di fronte, fin dal I atto, a una serie di contrasti particolarmente decisi e suggestivi: dagli ambienti romani della vicenda, alla chiesa di S. Andrea con le grandi tele di Cavaradossi, alle sale sfarzose di Palazzo Farnese, fino a Castel S. Angelo con le sue inquietanti statue. Impressionante il divario tra il popolo e il fastoso potere temporale della Chiesa, specie nella processione del Te Deum, con la processione di alti prelati in abiti e paramenti sontuosi, in una rappresentazione palese del potere temporale della Chiesa tra il XIX e XX secolo.

    Spettacolo convincente per critica e pubblico a giudicare dai calorosi applausi a fine serata, in attesa di un seguito di stagione che si deve misurare con tempi di crisi e con le esigenze del pubblico.

  • El pan d’on tempo

    El pan d’on tempo

    TERRA D’INCANTI

    Terra del Delta, terra dura, forte dove la vita scorre con ritmi lenti, pacati tra verdi silenzi.

    Terra e sabbia, bosco di voci… di fiati tra veli di nebbia e rugida, odore vivo di fieni falciati.

    Qui, tra duelli d’usignoli, danzano la notte le fate dell’acqua, terra di cuori e di braccia.

    Come una donna sinuosa ti stendi, terra mia, in campi senza fine, vestita di verde, di azzurro, di oro.

    E sento l’eco vivace delle onde e del vento di mare. Al mio cuore pare un canto, come suono d’arpe… lontane.

    Ascolto il sospiro del fiume, il fruscio di stelle assonnate, in questa mia terra d’incanti io sento la voce di… Dio.

    EL PAN D’ON TEMPO

    Se a torno indrio col tempo a tanti ani fa, am’ ricordo che a sveiarme a la matina el gera el profumo del pan ‘pena sta sfornà.

    Chel pan ben coto, crocante, impastà con le man e con l’acqua che a chì tempi no la gera gnancora sta inquinà.

    El gheva on profumo e on gusto che ne l’ho più desmengà.

    E penso a cle pinse co’e ciciòle cote sota la ruola, e nantri ragaziti sentà a tola a spetar che me nona el la tirasse fora.

    Po’, taià a fete e spartì e intant’cat’digo la jera za sparì.

    A chi tempi a gerim’axi puvriti che an’ghin vanseva gnanca ‘na fregola por i selghiti

    LA CASA IN GOLENA

    Persa in tel gropo d’i ricordi vardo ‘na casa de ‘na volta bandonà in golena del Po. La stà in pie’ par scommessa, su stampee de muri imbarcà. Co’ tira forte la buòra, la trema, la siga, la s-ciocla da far paura, ma par orgoglio o par dispeto al vento la tien bota… ‘sta cociuta!

    Me par de sentire a l’interno passi lisieri, echi de cante, suspiri e ombre, spipolar de veci fantasmi. Vedo el ciaro d’un canfin impisà, zente alegra, ‘na tola parecià, aria de festa davanti a do renghe e ‘na polenta zala apena arbaltà. Zente bituà a lotare co’ l’umidità, acqua, fango e la casa alagà ogni volta che el Po alzava la cresta; zente puvrina ma pìna de dignità. ‘Sti travi carolà, ‘sti muri crepà, i me fa ,na teneresa infinita, on tempo ‘sta vecia casa in golena la gera… de me papà.

    CO’ TE TURNI INDRIO

    Co’ te turni indrio… – m’ha dito on vecio amigo, emigrante come mi – pòrtame on pugno d’la me tera polesana dov’ho caminà co’ gera ragasin.

    To su… anche ‘na gosa de sudor de la me zente insupà in c’la tera grama, e le lagrime, sbrisà in c’le crepe fonde pì larghe de ‘na spana.

    Rancurame do more velà de polve bianca su c’le rantane dov’ho lasà i sbrighi d’le me braghe… e sogni da putin.

    Portame l’odore salso del me mare, un vel de nebia, on respiro lesiero de garbin… e struccando in man c’la tera cara possa murir contento, sognando d’essare ancora là… dov’ho lasà el me cuore che’l dì ca son partì.

    SU ROTTE OSTILI

    Barche grevi afrore di stive, livori di uomini su rotte ostili.

    Lasciano alle spalle grovigli di memorie su dune dal grembo insanguinato.

    Esuli stanchi sotto ambigue stelle verso echi d’infinito dove… nascono ancora arcobaleni.

    NOSTALGIA

    Un velo di nostalgia che profuma di pianto copre il giardino della mia solitudine. Tra respiri di pietre, danzano ai falò antichi fantasmi. Un suono, come musica d’aria, riporta alla mente ricordi sopiti in meandri d’ombre. Ritrovo, così, azzurri mattini gravidi di luci e corse sui prati e risate innocenti fra tremule erbe. Sento ansimar di rondini che graffiano il cielo, un sussurro d’ape nel grembo d’un girasole e vento d’autunno su foglie ancora ubriache d’estate. Mentre gocce di nostalgia cadono come petali di neve su zolle già smaniose di dar vita ad un’altra primavera.

    SCANO CAVALLARI

    Tra sfumature d’arcobaleno e onde d’argento, emer­gi da creste di spuma, piccolo scano. Scuro, appari in controluce nel sipario d’oro del sole nascente.

    Cove di gabbiani, terra di garbate volpoche e neri cormorani. Li senti? Bisbigliano al vento storie di antiche navi che solcavano questo mare. E, vederle ti pare nella bruma evanescenti fantasmi, gonfiar le vele nelle notti senza luna. Ti par quasi sentire il tonfo dei remi, il sospirar di stanchi guerrieri… e sul mare resta solo ormai una scia… Piccola isola di selvaggia bellezza, tra esili giunchi ed erbe salse dondolano le canne che il vento dolce accarezza. Qui, sulle vecchie vie dell’ambra, sotto cieli screziati d’azzurra intensità, tu, piccolo scano, sei oasi di pace, di vita, di… eternità.

    TERA D’EMOZION

    Sul muro de ‘na casa dirocà, su l’arèo basso d’la porta, su i scalin consumà da tropi inverni, trema la me ombra.

    Ghè slusor de lagrime in ‘sti oci d’emigrante, segnà da rughe fonde e da tramunti, parché, chi, ogni filo d’erba el gà radise in tel me cuore, ogni còpo, ogni piera l’è un fasso de memorie, ogni ritorno, on grande gropo d’emosion.

    Tera del Delta, nido de aurore, de respiri, de cuori. Qua ritrovo pra’ de papaveri russi come lumin impisà, imbriaghi de luse, de vento, d’eternità.

    Chi, respiro profumo de vita, e m’incanto davanti a ‘sto cielo. Imbrasà dal tramonto sul mare, scolto cantar d’acque ciare, sturmir de salzi d’argento, mentre on suspiro de vento el me sfiora liziero, com’on bater de ale, e me cala sul cuore on senso de pace, de libertà… de immenso.

  • Come vorrei

    Come vorrei

    RESPIRO DI VITA

    Le curve del tempo delineano strade da percorrere, traiettorie spesso sconosciute che ci fanno vibrare emozioni.

    Chissà se lassù nel cielo da qualche parte, nascosto, esiste uno spazio privo di follia dove sostare senza timori, ansie e inquietudini.

    La terra disegnata da geometrie sconosciute ci riporta ai confini dell’ignoto dove milioni di astri si accendono e si spengono come i cuori di una sera.

    E noi che tracciamo veloci rettilinei siamo l’uno con tutto, sbiaditi e offuscati ci guardiamo nel silente battito di un semplice sorriso che sfugge tra le curve di un tempo senza ritorno.

    Negli occhi che riflettono le stelle il privilegio di vivere.

    COME VORREI

    Vorrei uno spazio dove raccogliere deformando le linee di forza, ogni minuta lacrima in una ciotola d’ametista, per trasformare ogni dolore in speranza.

    Vorrei splendidi soli, coltivarne i raggi per disgelare l’anima, riaccendere gioie come gemme preziose tra sorrisi spenti e una falce di luna a far da mietitrice d’inappagati desideri.

    Vorrei solo una carezza, vera, per allietare questo nostro viaggio, mutare come una farfalla lontano da ipocondriache illusioni e migrare verso il nobile coraggio di tracciare nelle profondità del cielo le nostre linee di passione.

    Vorrei unirle lassù, senza nessuna paura, assieme alle nostre speranze per costruire un sogno, ridisegnare l’uomo con in viso un sorriso fino a danzare dove il tempo s’inchina nell’abbraccio etereo di un silenzio.

    L’ORIZZONTE DEL MONDANO ESISTERE

    Un tempo, inafferrabile, disgiunto, ci accompagna con il suo passare di veloci alternanze.

    Bene e male.

    Albe alla deriva, senza rotta, zattere che attendono, dalla rosa dei venti, di cogliere quel soffio di vita. che porta alla pace.

    Il giorno dondola nella notte, custode di una nuova terra.

    Il respiro del vento ringrazia ogni momento vissuto.

    DONNA

    A te bimba che berrai alla vita, a te ragazza con la tua implacabile sete, a te donna timidamente discreta, apri gli occhi tuoi, agli steli di farfalla ora nudi bozzoli sparsi, mutazioni, artiglia il tuo mondo, trattienilo, avvicinati a lui; arriverà il giorno in cui incrocerai lo sguardo severo dell’aquila, ed alzerai in alto il tuo calice, vuoto, lei ne sarà fiera!

    E@MOZIONI 3.0

    Anime stanche cercano rifugio tra logiche digitali dei social network, dove l’immensa memoria inghiotte, frenetica, famelica, notizie, forse per cercare un senso alla vita. Milioni di esseri virtuali cercano risposte tra sinapsi elettroniche, esseri virtuali che soffrono, sognano nascono e muoiono.

    Ma non la solitudine, che silenziosamente cresce tra i mondi di second life, dove nuovi avatar scorrono velocemente fiumi di parole per trovare certezze e valori. Frammenti indelebili di un tempo che non conosce il mondo a cui appartieni, ma ci concede speranza e opportunità di essere felici in una vita più vera.

    L’INFINITO SPAZIO

    Non mi interessa sapere quali pianeti quadrano con la mia luna, mi interessa sapere cosa quadra con la felicità.

    C’è un vuoto che nel contempo rattrista e rallegra, cos’ì il nostro spazio interiore, alla ricerca di quelle linee di confine che oltrepassate aprono al sorriso.

    Non mi interessa sapere quale pianeta quadra ora con la mia luna, mi interessa sapere come fermare questo tempo di follia e violenza..

    IL MESSAGGIO

    Gli ulivi danzano tra colline inzuppate, al ruggire del tuono, solcate da correnti veloci e tendono i rami alle pioggia che cade, scrosciante, da nubi dal colore di pece.

    Un raggio di sole che filtra e scompare.

    Gli ulivi danzano nei lampi di luce.

    Tra la terra e il cielo un battito di ciglia.

    CONCERTO

    Ho ascoltato una nota tra il tempo della vita senza l’accordo sbiadito di effimere certezze.

    E’ un la, per dare voce a colorati pentagrammi tra spazi di passione e linee di coraggio.

    Il ritmo costante dell’essere qui, ora, tu, direttore di un’orchestra senza frontiere.

  • Il ritorno

    Il ritorno

    Per impegnare il tempo, Elena preferiva camminare, muoversi, guardare le cose attorno a sé; magari, curiosare e fantasticare su di esse come in un gioco estroso. Non le piaceva fermarsi, nemmeno nelle lunghe pause d’attesa: era tempo sprecato e lei non voleva proprio sciupare nel nulla il suo, così prezioso e sempre lesinato. E quel giorno era irritata per il ritardo del suo aereo e temeva che questo disguido compromettesse il rientro in città prima di sera e, quindi, gli impegni del giorno appresso.

    Sedette ad un tavolino appartato, sola, discosta dal gruppo degli altri compagni di viaggio, in quel momento particolarmente chiassosi. Tutto la infastidiva, anche quel vociare insistente ed uggioso.

    Doveva aspettare due ore nelle sale dell’aeroporto di Gatwick prima di potersi imbarcare, per cui aveva tutto il tempo per assaporare lentamente la bibita che il cameriere aveva posato sul tavolino davanti a lei. Pensava alle cose che avrebbe avuto da raccontare al suo ritorno, alle interessanti esperienze incontrate durante quel viaggio a Londra e nelle regioni meridionali dell’Inghilterra. Rivedeva i meravigliosi paesaggi, le dolci distese ondulate del Devon e della Cornovaglia, i verdi prati incorniciati da lunghe e folte siepi, le caratteristiche insenature della costa con pittoreschi porticcioli, attorniati da piccole e bianche case digradanti verso il mare, e i rosseggianti tramonti, superbi sulle spumeggianti acque blu dell’oceano Atlantico. Ricordava le imponenti cattedrali, i maestosi castelli e i numerosi palazzi visitati in quei giorni; risentiva le fantasiose leggende e le irreali storie che l’esperta e simpatica guida, Mr. Mike, raccontava per rendere ancora più suggestive le immagini che andava via via sottoponendo – in perfetta lingua italiana, ma con il tipico accento inglese – all’attenzione della comitiva.

    Elena si trovò a sorridere. Gioiva ancora alle rievocazioni di Mr. Mike con le sue storie curiose, al ricordo delle opere d’arte che la natura e l’uomo avevano saputo costruire in quello scenario fantastico; assaporava nuovamente il piacere delle magnifiche giornate trascorse con tante persone gradevoli ed allegre.

    Le gustose rievocazioni ottennero l’effetto di renderla nuovamente serena e socievole, mentre la porta a vetri della sala si apriva con un leggero cigolio che richiamò la sua attenzione. Elena si girò e lo vide entrare.

    Sicuro di sé, evidentemente avvezzo all’ambiente, il giovane si avvicinò al lungo banco di marmo rosato del bar, ingombro di bicchieri e attorniato da numerosi avventori. Salutò con confidenza i camerieri ed ordinò qualcosa da bere. Indossava il caratteristico giubbetto di tela gialla, alquanto vistosa, sopra la divisa scura in dotazione al personale dell’aeroporto. Prese la tazza del tè che gli avevano preparato e cominciò a bere, lentamente, indugiando a lungo tra un sorso e l’altro. Lo sguardo, perso nel vuoto, lasciava supporre che il suo pensiero fosse altrove.

    Elena ebbe modo di osservarlo con calma, minuziosamente. Era alto e magro, un fisico mozzafiato; agile ed elegante con un fare spigliato; due meravigliosi occhi verdi come smeraldi vivi e brillanti, una pelle liscia che la lieve abbronzatura rendeva quasi dorata; una bocca lievemente atteggiata al sorriso e due maliziose fossette sulle guance rosate; lunghi capelli neri corvini, leggermente ondulati e ben curati, gli incorniciavano un volto decisamente interessante. Il suo corpo metteva in evidenza, seppur velata dagli indumenti, una muscolatura certamente coltivata a lungo, forse in palestra, e sprizzava sesso da tutte le parti, come pure il suo modo di muoversi e di parlare. E lo sguardo, penetrante e magnetico e nello stesso tempo dolce e carezzevole.

    Forse tutto questo era soltanto ciò che Elena percepiva, quello che vedeva in lui, fatto sta che la ragazza rimase palesemente stordita. La piacevole visione di quel giovane aveva toccato tutti i suoi sensi, come mai le era successo prima. Elena sentiva un’ebbrezza dentro di sé, un piacere esaltante, un’attrazione insolita che le fece dimenticare quanto stava intorno a lei; perfino l’aereo che stava attendendo.

    Osservava quel giovane da un minuto, forse da un’ora; non aveva più cognizione del tempo.

    Lui depose sul banco la tazza vuota, salutò con un cenno della mano i camerieri, che ricambiarono festosi. – Ciao, Luca – gli gridarono sorridenti; – ci rivediamo il prossimo mese.

    Luca si girò per uscire. Il suo sguardo incontrò quello di Elena, attratto dai suoi occhi incantati, stupefatti. Si fermò un istante, fissandola incuriosito. Le sue labbra modellarono un malizioso sorriso, come un impercettibile saluto. Poi uscì.

    Lei vide la sua figura allontanarsi dietro la porta a vetri, sempre più offuscata fino a confondersi nel brulichio dei mille cromatismi che coloravano, ondeggianti, la grande sala d’attesa.

    Un colpo allo stomaco, una percezione di vuoto, di smarrimento. Quegli occhi magnetici! Erano rimasti dentro di lei; l’avevano completamente stregata. Avrebbe voluto chiamare quel giovane, farlo tornare, trattenere la sua immagine in quella sala per continuare a godere della sua presenza; avrebbe voluto che il tempo si fermasse per potersi rendere conto di quanto le stava accadendo.

    L’altoparlante annunciò il volo per l’Italia e invitò i passeggeri interessati ad avvicinarsi per l’imbarco. Elena si mise in fila con gli altri compagni di viaggio, rimuovendo dalla sua mente le pregnanti immagini. Ma, con vera sorpresa, appena giunse il suo turno per la consegna del biglietto al controllore, si trovò davanti nuovamente quel giovane intravisto poco prima al bar.

    Sorridente, Luca stava allungando la mano per prendere i documenti che lei gli porgeva. Si guardarono negli occhi, indugiando, come per scrutarsi a vicenda.

    – Elena Turri – lesse ad alta voce il giovane sui documenti di viaggio. – Il suo posto è nella quinta fila a destra. Si accomodi pure avanti.

    – Ma allora sei italiano? – chiese Elena sentendo il suo chiaro accento toscano.

    – Sono di Firenze – rispose, soffermandosi ad osservare il volto incuriosito della ragazza e riproponendole nuovamente quello sguardo ammaliante.

    A malincuore Elena passò avanti per lasciare il posto alle altre persone in fila dietro di lei. Avrebbe voluto fermarsi per parlare, per conoscerlo, anche solo per guardarlo. Un impulso spontaneo, un desiderio forte, istintivo.

    Collocò il bagaglio a mano nell’apposito ripiano, mentre anche gli altri viaggiatori si sistemavano nei posti loro assegnati. Notò che tutti erano accoppiati secondo la fila comprendente il loro numero; soltanto lei si trovava da sola. Il sedile accanto al suo era rimasto libero.

    – Meglio così – pensò. – Dopo otto giorni di viaggio e trasferimenti da una città all’altra, ora posso riposare e recuperare il sonno perduto.

    Le palpebre di Elena si chiusero senza indugio, appesantite dalla stanchezza accumulata durante la settimana di viaggio, gli spostamenti continui, le interminabili passeggiate e i percorsi esplorativi per città e sperdute località inglesi. In breve, la ragazza cadde in una rilassatezza completa, il corpo inerte appoggiato al bracciolo del sedile, la mente apparentemente vuota. Un lieve stordimento, un dolce torpore, un senso di leggerezza. Poi un sonno profondo.

    Un brusco movimento dell’aereo in manovra la svegliò improvvisamente. Elena aprì gli occhi e si guardò attorno per capacitarsi di quanto stava accadendo attorno a sé, per rendersi conto del luogo in cui si trovava in quel momento. Era stordita, intontita. Ci volle un po’ di tempo per riprendere pienamente le sue facoltà intellettive.

    Quanto aveva dormito? Forse soltanto una decina di minuti, un quarto d’ora al massimo. L’apparecchio, infatti, dopo le formalità per l’imbarco, stava avviandosi verso la pista di decollo. Procedeva lentamente, con un leggero dondolio appena percettibile. Elena si lasciò cullare come faceva, da piccola, quando la mamma la sollevava dal letto, al mattino, e cercava di svegliarla per mandarla a scuola. Chiuse nuovamente gli occhi per assaporare ancora una volta quelle dolci sensazioni, ormai lontane nel tempo.

    Il tenero ricordo di casa, della sua giovinezza, gioiosa e spensierata, le riportò il buon umore.

    – Elena, – sentì sussurrare, piano, vicino a sé – cosa ti sta succedendo? Perché sorridi?

    Seduto vicino a lei, Luca la stava osservando, divertito. Gli occhi verdi del giovane dipendente dell’aeroporto, intravisto al bar, scrutavano il suo volto; quello sguardo penetrante e fascinoso, che tanto l’aveva colpita, era sopra di lei e frugava tra i suoi pensieri. “Sto sognando”, pensò Elena, continuando a sorridere.

    – Elena, – sentì chiamare di nuovo.

    Questa volta aprì gli occhi e lo vide sul sedile accanto al suo.

    – Cosa fai qui? – gli chiese. Un fremito di gioia invase il suo corpo, sorprendendola per questo effetto inaspettato e irrazionale.

    – Ho terminato poco fa il mio lavoro – rispose il giovane – e da questo momento sono in ferie. Torno nella mia città per un mese. Avevo prenotato il viaggio e questo è il posto che mi è stato assegnato dalla Compagnia. Sono felice di averti qui al mio fianco in queste ore necessarie per raggiungere Bologna.

    Luca non portava più la divisa nera e gialla in dotazione al personale dell’aeroporto. Se l’era levata in fretta, riposta nel suo armadietto personale in attesa di riprenderla al rientro dalle ferie, ed aveva indossato gli abituali vestiti civili, che sceglieva sempre con particolare cura: una elegante giacca leggera di lana principe di Galles, un paio di pantaloni blu ed una camicia rosa; un look in armonia con la sua carnagione dorata ed i folti capelli neri…

  • La penicillina

    La penicillina

    Quando mio padre capì che la situazione si era aggravata, si sedette sullo scalino davanti all’aia, e si accese una sigaretta di trinciato. Poi mandò il bovaro a chiamare nonno Vittorio. Si stavano compiendo per mia madre le fasi del parto, e da quel parto stavo per nascere io, primogenita della famiglia Bordon. Era notte, solo la brace della sigaretta, ravvivata ad intervalli, forava l’oscurità.

    Il dottor Braga scese dal capezzale di mia madre, febbricitante e semicomatosa. Nonno Vittorio scatarrò sulla sputacchiera e raggiunse mio padre.

    «Giorgio, cosa ghe xé?», apostrofò duro.

    «El dotore gà dito che la pole morire. Tromboflebite alla gamba sinistra. E’ in pericolo anche la creatura…»

    «Io vi consiglio di ricoverarla in ospedale a Trecenta. Se supera la notte, la faremo visitare dal primario, il dottor Grisetti», aggiunse il dottor Braga. Poi, fraccandosi il cappello in testa, prese la bicicletta, accese la dinamo, caricò la borsa sul manubrio e si diresse verso il ponte.

    «Buona fortuna!», disse loro, spingendo il pedale. «Feme saver!»

    «Giorgio, va’ a ciamare Magro. Dighe che ‘l vegna con la macchina», ordinò nonno Vittorio.

    Mia nonna piangeva in ginocchio a fianco del letto, e i lamenti squarciavano l’alba più del latrare dei cani.

    Magro, l’autonoleggiatore, fu sollecito: una Topolino scabinata aspettava sull’aia.

    Mia madre venne caricata sul cassone, e avvolta nelle coperte. Si era di marzo, e la notte era fredda.

    All’ospedale fecero flebo e iniezioni. Impacchi caldo umidi alla gamba, toccature con etere e canfora. Mia madre peggiorava. Temevano che l’infezione si estendesse dalla gamba all’utero, attraverso il sangue.

    Alle nove arrivò il Primario, dottor Grisetti. Sapevamo che veniva dall’Università di Padova. Era stato allievo di Nicola Badaloni, e aveva a cuore i più poveri.

    Non era molto alto, portava occhiali tartarugati, a lenti spesse. Sorrideva, ma era serio. Lo seguiva una schiera di apprendisti, in camice bianco.

    Toccò la gamba al polpaccio. Gli apprendisti mormoravano. Ascoltò il cuore e i polmoni con lo stetoscopio di bosso. Si fermò a pensare, e quell’attimo di silenzio lasciò i parenti appesi a un filo.

    «Stefani, prenda la mia auto e si rechi immediatamente al Policlinico di Padova. Si faccia dare otto flaconi di penicillina a mio nome, e ce li porti subito!»

    La penicillina, introdotta in Italia nel 1946 dagli americani, a suo dire non era mai stata usata prima a Trecenta.

    «Preparatevi a indurre il parto, dobbiamo far nascere il bambino, prima che s’infetti!»

    Poi toccò sapientemente la pancia di mia madre.

    «E’ una femmina», aggiunse certo. La sua voce non ammetteva obiezioni.

    Tutti scattarono ad eseguire il proprio incarico.

    Venni alla luce sana e salva. Nonno Vittorio però, all’alba del giorno seguente, vendette le bestie nella stalla per pagare le cure.

    Indussero il parto con farmaci sperimentali per quell’epoca; per l’anestesia forse usarono la Ketamina.

    Dopo l’iniezione, mia madre vide figure danzare ed elefanti rosa in un circo di colori, come – anni dopo – seppi esser descritto nei sacri testi di medicina.

    La mamma rimase in ospedale per molti giorni, e si salvò.

    Quando fu sufficientemente lucida per parlare in modo compiuto, mio padre entrò nella stanza e la baciò. Lei lo riconobbe e lo fissò.

    «Giorgio, cosa facevi questa mattina a Ramodipalo, davanti al negozio di biciclette?», gli chiese sicura.

    E aggiunse: «Ti ho visto dall’alto mentre volavo, staccata dal corpo. Volevi comprare una bicicletta?»

    Mio padre era stato davvero davanti al negozio, ma era solo, e non lo aveva detto a nessuno.

    Come avesse fatto mia madre a vederlo in sogno nessuno lo sa, ma lui non le ha mai creduto.

  • Le docu-immagini di Zanin

    Le docu-immagini di Zanin

    L’azzurro dello sguardo ed il candore dei capelli sono i tratti caratteristici dell’amico Graziano Zanin; i segni connotativi di un artista che ha percorso con coerenza ed entusiasmo, sempre vivissimo, la strada della fotografia come espressione della realtà filtrata dall’anima. Giunto al traguardo dei sessant’anni ha mantenuto, anzi arricchito e potenziato il suo corredo di idee ancora da realizzare: sogni che continuamente cerca di materializzare, stupendo quanti collaborano con lui.

    Lo incontro proprio nel luogo in cui un suo progetto, a lungo cullato, diventerà realtà. E’ un piccolo rustico, a pochi metri dalla sua abitazione, che un tempo fungeva da stalla. Diverrà una struttura per amichevoli incontri: cenacoli per artisti semplici, eterni sognatori, sicuramente innamorati della vita e delle sue accattivanti opportunità.

    Una passione che viene da lontano, quella del documentare e del condividere esperienze di vita, che Graziano Zanin ha iniziato ad apprezzare fin dai tempi delle scuole elementari, sotto la guida di un maestro speciale: Livio Ferrari, poeta e scrittore con la passione per la documentazione fotografica e la montagna, capace di trasmettere entusiasmo e voglia di scoprire. Poi alla scuola media unificata di Boara Pisani, la figura del Preside prof. Mario Mosconi, che avvia i ragazzi alla costruzione di un microscopio, è un ulteriore input al fare per conoscere, approfondendo il naturale rapporto con la realtà. E’ un barattolo dell’olio Topazio ad ispirargli la costruzione di un ingranditore tutto casalingo, ed è una macchinetta fotografica – regalatagli da un cugino francese ed orgogliosamente acquistata alla UPIM di Rovigo – a fargli compiere i primi passi nel mondo della fotografia.

    A frotte si fanno avanti i ricordi delle spensierate escursioni estive sul Pasubio e sulle Piccole Dolomiti di Recoaro durante le quali l’indimenticabile LINCE FERRANIA del maestro Ferrari catturava gli attimi più eccitanti delle arrampicate spericolate di una comitiva attrezzata solo di entusiasmo e voglia di vivere.

    Così l’occhio si allena, ricerca, scopre, cattura, fissa e trasmette con il privilegiato e realistico linguaggio delle immagini che caratterizza l’arte della fotografia. E – per una curiosa mescolanza di elementi, la cui esistenza nel nostro intimo rimane un mistero – ecco consolidarsi in Graziano la passione per il territorio, culla della vita di ogni aggregazione umana.

    Documentare diventa un imperativo al quale dedicare le acquisite abilità, la personale capacità di osservazione, le energie, l’entusiasmo, il tempo… In questa trama si inseriscono, come in un policromo caleidoscopio, la famiglia adorata, il lavoro di docente di scuola primaria, l’appartenenza attiva a varie associazioni, la pubblicazione, le innumerevoli mostre in Italia ed all’estero.

    In questo sfaccettato universo di impegni e di attività, forse un posto d’onore è quello occupato dall’Ass. Culturale Athesis della quale Graziano Zanin è socio fondatore e Presidente. Graziano Zanin è altresì fondatore della Pro loco, della sezione Avis, del gruppo Aido e della Fondazione Maestro Ferrari di Boara Pisani.

    Attualmente continua la sua lunga carriera scolastica come insegnante presso la Scuola Primaria di Anguillara Veneta e prosegue con inossidabile e caparbio entusiasmo nella promozione dell’arte fotografica con particolare interesse per la ricerca di immagini storiche ed in genere riferibili al territorio.

    Centinaia sono infatti le fotografie raccolte da Zanin e dai suoi collaboratori nel corso di decenni di certosino lavoro di recupero e sovente di restauro. E gli interessanti frutti di queste iniziative vengono poi messi a disposizione della collettività per mezzo di innumerevoli mostre sia nella sede del Museum di Stanghella, sia in quella di Boara Pisani – museo veneto della fotografia.

    I soggetti proposti sono davvero tantissimi poiché abbracciano tempi, persone, luoghi che appartengono alla comune memoria da esaltare, difendere, conservare, trasmettere. La forza di una didattica dell’immagine è elemento particolarmente sentito e praticato da questo Maestro, affezionato ad una professione che lo ha indotto a perfezionare le sue conoscenze divenendo esperto di Educazione all’immagine dell’IRRSAEV (Istituto Regionale di ricerca e sperimentazione educativa del Veneto).

    Tra le opere di Graziano portate a compimento con alcuni validi collaboratori, da citare un lavoro che ha richiesto tempi di realizzazione molto consistenti. E’ una delle sue ultime “creature” intitolata TERRISAURUM. In essa le immagini sono collegate al dizionario in dialetto veneto tratto dalla precedente opera “El cao del zhucàro”, entrambi prodotti da ags-edizioni.

    La produzione di Graziano Zanin ha sovente trovato un felice connubio con la narrazione e la poesia proprio per la forte impronta descrittiva ed estetica delle sue scelte fotografiche. Personalmente debbo dire che raramente le sue immagini mi hanno lasciata indifferente: in molte ho trovato compendio ai miei scritti o, ancor più ispirazione a produrli. Da questi sentimenti profondi ed autentici sono nate alcune apprezzate raccolte come: “Nella stanza dell’anima”, “Con la voce del tempo”, “In riva al cielo”, “C’era la neve”, “Scende la sera” ed un pregevole volume intitolato “Graffiti e graffiati” che unisce ad originalissime fotografie di misteriose rocce e particolari di antichi muri o di consumate porte il commento poetico.

    A questo speciale connubio la rivista “Madre” della casa editrice “IL MESSAGGERO” dedicò un gradevole e lusinghiero articolo (N°9 – settembre 2007) intitolato “I MURI DI ZANIN – antidoto al distratto vedere”. Ed è qui che Graziano viene definito un … “moderno mago Merlino che ci prende per mano e ci conduce a contemplare l’alchimia delle forme che, da concrete materialità, si trasformano in fiabesche illusioni. E’ forse da queste illusioni che possiamo pensare che la Vita sia anche sogno e poesia, vapore evanescente che ci fa volare oltre la pesantezza della materia che è pur necessaria per generare ciò che la fotografia cattura regalandoci “ciò che più non è e che mai più sarà…”

    Potrei scrivere ancora molto per raccontare il percorso di questo inesauribile Autore di immagini, ma credo che la foto che in particolare esprime la sintesi del suo modo di essere e di intendere la Vita sia quella scelta per essere riprodotta sulla copertina delle Pagine Gialle nazionali 2011/2012. Rappresenta due mani che accolgono ed offrono il grano appena liberato dalla prigionia delle spighe. Il titolo è: “IL VERO ORO DELLA TERRA…”

  • Le sculture di Biancardi

    Le sculture di Biancardi

    Incontro Giancarlo Biancardi nella sua bella casa, immersa nel verde delle piante, che lui stesso ha posato quando venne ad abitare lungo la riva destra della Fossa Maestra che da Giacciano corre verso Trecenta e poi a Canda incontra il Tartaro formando il Canal Bianco.

    Sono venuto a trovarlo per conoscerlo ed avere informazioni sulla sua attività di scultore e di pittore, ponendogli alcune domande mentre, con molta affabilità e disponibilità, mi mostra le sue opere.

    Innanzitutto due dati biografici. Giancarlo Biancardi nasce vicino all’attuale fornace di Zebini il 28 agosto 1944 a Zelo, frazione di Giacciano con Baruchella, borgo questo a me particolarmente caro perché ho svolto il mio primo servizio da parroco.

    Attualmente è un “contadino in pensione”, come ama definirsi. Più che contadino è stato un agente agricolo e la passione per l’arte figurativa è affiorata tardivamente, 10 anni fa, tra il 2002 e il 2003. Ma delle avvisaglie e delle predestinazioni in questo senso, da quanto mi ha raccontato, sono da rintracciare indietro nel tempo.

    E’ completamente autodidatta, dato che non ha frequentato nessuna scuola d’arte. Ciò nonostante dà vita a sculture ricche di fascino, che si richiamano alle civiltà antiche. Ma come ha egli dato avvio a questa produzione artistica?

    Ecco il succo del nostro colloquio.

    – Sig. Biancardi, come si è avvicinato alla scultura?

    “L’elemento che mi ha fatto iniziare è stato la visita di una mostra di sculture in legno al castello di Ferrara. Tornato a casa, mi è venuto voglia di provare. Inoltre riconosco due fatti propiziatori. Dopo alcuni giorni dall’aver visitato la mostra, un signore di Trecenta, Landuccio Avanzi (scultore e pittore trecentano che conoscevo di vista) mi chiamò a casa sua e mi regalò, con mia grande sorpresa, 25 arnesi da scultore tutti professionali. Questo l’ho visto come una specie di chiamata: l’episodio mi è sembrato un segno in grado di confermare il desiderio di andare avanti, poiché avevo appena iniziato a prendere in mano i ferri del mestiere, e mi ha lasciato uno stato d’animo che mai mi sono completamente spiegato.

    – E poi?

    Un secondo fatto mi porta a Badia Polesine dove ho fatto fare un mortaio (io ho la passione dei mortai) dal signor Sicchiero, che era stato garzone del famoso scultore rodigino Virgilio Milani, dal quale aveva ricevuto gli attrezzi per lavorare il marmo: 19 scalpelli diversi per dimensioni e forme. Nel ritirare anche questo dono mi sono sentito commosso. Per me è stata una grande sorpresa, mi sono chiesto se ero all’altezza di utilizzare questi arnesi che non avevo mai usato”.

    – E il materiale?

    “Uso pietra di scarto, pietra manubriato romano, così chiamata perché veniva trasportata con le mani per la cottura, dalle misure circa di 35 x 60 x 12, e uso mattone vecchio, pietra di Nanto (Vicenza). Uso invece per dipingere tela grezza di sacco, tavole di legno, ceppi comuni usati per accendere il fuoco. Devo dire che più che pittore mi sento scultore. Scolpire su materiali poveri è segno di liberazione, mi procura un grande senso di libertà”.

    – Ha allestito qualche mostra?

    “Non ho mai fatto mostre personali. Ho partecipato con alcuni lavori solo nel dicembre 2010 a Polesella in occasione della mostra collettiva che la Signora Graziella Stroppa Milani organizza ogni anno in memoria del marito, il colonnello dell’aeronautica Titti Milani”.

    – Quale criterio sceglie nel passare da un materiale all’altro?

    “Non c’è un criterio vero e proprio, mi lascio prendere dall’estro del momento, dalla necessità espressiva che mi spinge ad usare un materiale piuttosto che un altro. Provo riservatezza nel lavorarlo, provo timore nell’affrontarlo pensando al tempo che ha il pezzo di pietra o di marmo e mi sembra quasi di profanarlo. Inoltre mi scopro di avere una calma anche se si rovina il materiale che sto lavorando. La pazienza che mi ritrovo, mi ha fatto pensare se ho cambiato il carattere”.

    – Quando si mette a scolpire c’è un’idea in lei che la muove per ricavarla nel materiale che ha tra le mani?

    “Non ho un’idea, o meglio ho l’idea di iniziare un lavoro senza avere però chiaro cosa farò. Avverto piuttosto una certa timidezza e riservatezza. Riverso una sorta di energia che mi pervade. Per me è poi un modo per tenermi occupato e impegnato, ma nello stesso tempo nel mio piccolo perseguo una ricerca tutta personale”.

    – Prova emozione quando lavora?

    “Ci vuole energia e forza durante la lavorazione, provo emozione ma non la vivo all’inizio”.

    – Si può rintracciare un senso trascendente nelle sue opere?

    “Sì, perché l’arte è un’ espressione religiosa ed io amo l’arte del 400-500. L’arte moderna non mi piace”.

    – Quali sono gli elementi ricorrenti nelle sue produzioni?

    “Mi piace la figura del viandante, del povero, figure solitarie di guerriero e gli elementi mitologici”.

    Giancarlo Biancardi pur non essendo molto interessato a farsi conoscere, sia per la sua riservatezza, sia perché, dice, non è propenso a ricevere disapprovazioni nel suo fare arte, merita tuttavia un occhio di attenzione soprattutto per quanto produce con la pietra e con il legno.

    Rifacendosi all’arte antica e rinascimentale, trasmette nel materiale che ha tra le mani un’anima di fiaba che avvolge lo spettatore lasciandolo immerso per un momento in un mondo che lo porta alle radici della storia da cui proviene, invitandolo ad una sosta di riflessione nello scorrere del tempo.

    Il lavoro di Biancardi merita dunque uno sguardo interessato perché si possono ricavare momenti piacevoli di estetica e di meditazione.

  • Cristini a Singapore

    Cristini a Singapore

    Singapore è una città-stato, nonché Stato insulare con più di 5 milioni di abitanti, che si estende sulla punta meridionale della penisola malese: è una vera capitale economica che deve la sua fortuna alla crescita esponenziale degli ultimi anni. Il suo porto è tra i più importanti a livello mondiale. Tra il 18 e il 29 agosto 2013 qui è stata allestita una mostra dal sapore tutto italiano del nostro Alberto Cristini, artista polesano molto conosciuto sia per il suo lavoro sia per lo spirito intraprendente.

    Nel suo soggiorno artistico a Singapore, Cristini fra l’altro incontra una nutrita comunità di italiani, tra cui una piccola comunità rodigina. L’impatto ha il sapore dell’accoglienza nostrana, arricchita dalla sensibilità della popolazione locale. Alberto ama l’Oriente da subito, grazie anche all’interesse là riscontrato per il Bel Paese.

    L’artista studia un percorso espositivo sul tema delle corrispondenze territoriali e affinità naturalistiche tra il nostro Delta e la grande isola lambita dal mare, e ricca al suo interno di laghi e corsi d’acqua: l’acqua, appunto, il grande filo conduttore tra due culture così distanti e ora così vicine.

    Le due mostre itineranti, proposte in diversi punti della città, portano il titolo ‘Beyond the sea’ ‘Oltre il mare’ e le opere raccontano di tramonti, lagune, natura e l’immancabile città di Venezia. Una serata molto particolare precede l’inaugurazione, e in un’accoglienza genuina si consuma una cena di 11 portate in onore del nostro artista con piatti decorati con gli stessi colori delle opere d’arte italiane.

    La mostra si tiene alla Sabiana Paoli Art Gallery con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Cultura di Singapore che ha contribuito alla realizzazione degli eventi. La cittadinanza rende omaggio a Cristini con un’ingente quantità di articoli, manifestando il fascino per tutto ciò che è italiano e coniugando una propria squisita inclinazione all’unicità delle cose: l’artista italiano è l’unico a distinguersi nella nuoto-pittura … Alberto Cristini infatti è un pittore, uno scultore, ma anche un ottimo sportivo che unisce l’amore per l’arte e il nuoto. E’ così che ha dato vita a una disciplina strana, ma affascinante che lo porta a dipingere nuotando in percorsi prestabiliti di acque lontane e spesso non facili da attraversare come Loch Ness o la baia di San Francisco.

    La traversata orientale prevede la circumnavigazione di un’isola di piccole dimensioni di fronte all’isola di Sentosa oltre il porto di Singapore. Il percorso di 2,5 km ha la durata di 1,15 h. Non si tratta di una semplice esibizione, ma di una sfida con sé stessi e la natura, o un omaggio alla natura attraverso sé stessi e l’arte.

    Calcolate le correnti e il vento, Cristini parte per il suo viaggio singolare con l’obbiettivo di ricordare il motivo dell’acqua, tema dominante nella sua esposizione, nelle opere e nella nuoto-pittura. Il suo progetto infatti porta il titolo di ‘Water Frames’ ‘Cornici d’acqua’ e ha l’obbiettivo di lasciare una traccia di ogni traversata per mezzo dei quadri.

    La natura gioca un ruolo importante nella cultura orientale perché racconta di una società emergente che sente il bisogno di tramandare la tradizione, ma si considera giovane dopo i suoi primi 50 anni di liberazione dal giogo di colonia inglese.

    Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la cura per l’ambiente è qui molto sentita a dispetto di quanto avviene in altre grandi metropoli orientali. Noci di cocco popolano le strade, mentre scoiattoli e lucertoloni sono ben visibili, le piante sono molto rigogliose grazie ad un giusto equilibrio tra caldo, abbondanti precipitazioni e umidità in un clima equatoriale. L’orchidea è il fiore nazionale! La vegetazione è fluente e incantevole e l’ecologia è un principio da mettere in atto tanto quanto l’industrializzazione del Paese.

    La mostra di Cristini è ricca di acquerelli della serie ‘Contemplazione’ e sculture; il suo è un viaggio verso l’astrazione partendo dal figurativo con le affascinanti vedute di Venezia, del suo amato Polesine e le sculture di pescatori.

    L’esposizione, conclusa a metà settembre, ha accolto da subito il favore del pubblico. E l’artista si mostra molto appagato dalla possibilità di aver conosciuto una cultura molto diversa dalla nostra, dal fascino incontaminato e ricca di saggezza. Torna in Polesine portando con sé una parte della virtù orientale: quel sano equilibrio del rapporto tra uomo e ambiente, tra le persone e dentro sé stessi.

    E noi siamo fieri che un artista polesano tanto amato e conosciuto abbia portato il suo lavoro in una località dove l’arte italiana viene molto apprezzata e ci uniamo a lui nella gioia di essere entrato in contatto con una cultura ricchissima che guarda al futuro con audacia, ma nel pieno rispetto delle altre tradizioni.

    www.albertocristini.it

  • Rivers of air

    Rivers of air

    Sono tornati nel territorio tra Adige e Po i fogli di carta riciclata nati alle Cartiere del Polesine di Loreo; fogli divenuti opere d’arte dopo aver raggiunto gli studi di pittori in varie parti del mondo. Un’iniziativa davvero originale, nata dalla fantasia del giovane architetto Tobia Donà di Rosolina, che è stata salutata con entusiasmo lo scorso Settembre nella giornata inaugurale dell’apprezzata mostra allestita alla Pescheria Nuova di Rovigo.

    La scommessa alla base del progetto, il coinvolgimento di artisti – noti o emergenti – dei quattro continenti, ognuno dei quali ha accettato di aderire all’invito di esprimere la propria sensibilità artistica su un foglio standard di carta riciclata delle Cartiere Polesine (cm. 80×80).

    RIVERS OF AIR il titolo della manifestazione. Fiumi d’aria, un omaggio alla realtà peculiare del nostro territorio polesano caratterizzato dai grandi fiumi d’Italia e nel contempo un riferimento simbolico al leggero ed evanescente non luogo geografico che, nella mente dell’artista, presiede all’ideazione delle opere d’arte.

    Ma nel nostro caso AIR funge anche da acronimo che sta per Art-Industry-Recycling. Un acronimo che spiega una delle motivazioni fondamentali, stimolo alla realizzazione dell’evento: l’abbinamento di una produzione industriale eticamente lodevole – il riciclo della carta che evita il depauperamento forestale – perseguita con consapevolezza dalle Cartiere del Polesine, che ha fornito la materia prima, incentivo dell’iniziativa d’arte che ha coinvolto pittori di varie parti del mondo.

    E la scommessa è risultata vincente, grazie proprio alle risposte entusiaste di tanti artisti, non pochi dei quali, forse per la prima volta, hanno sentito parlare di Rovigo e del Polesine, ma che hanno capito l’importanza del messaggio alla base dell’iniziativa. La quale è stata pertanto considerata meritevole di essere condivisa, in modo tale che l’umile foglio di carta riciclata si è caratterizzato come mezzo idoneo per la realizzazione di un’opera d’arte.

    Molte le personalità che hanno voluto presenziare all’inaugurazione dell’evento, aperto dalle parole di encomio del sindaco di Rovigo Bruno Piva, seguito dall’assessore provinciale al Turismo Laura Negri, dal Sindaco di Rosolina Franco Vitale, dall’assessore alla cultura di Rovigo Paola Nezzo, dal rappresentante di Unindustria Massimo Barbin, dal presidente della Minelliana Mario Cavriani che ha curato l’edizione del catalogo ed ha sottolineato la felice coincidenza dell’inaugurazione della mostra, dedicata ai fiumi, con l’evento “Tra Po e Rodano” titolo assegnato quest’anno alla manifestazione settembrina di Ande Bali e Cante, dedicata alle Tradizioni di Musica Popolare, giunta alla XII edizione.

    Beatrice Buscaroli, critico d’arte, ha sottolineato come la mostra rodigina sia davvero particolare, partendo dal “medium”, cioè il foglio di carta utilizzato, che ha unificato tutti gli artisti, grazie a questa base comune. “Carte inventate, dunque, trattate con la piena disponibilità di investigare l’universo della sua materia. Nel respiro di queste ‘visioni’ che sanno sfruttare le virtù della carta, possiamo incontrare immagini delicate ed aeree, linee pure e leggere, stesure di colore che lasciano intravedere impronte segrete, segni sfumati e ritmi spezzati, immagini sospese e presagi di figure impalpabili”.

    Elena Scantamburlo, in rappresentanza delle Cartiere del Polesine SpA, ha ringraziato tutti per la grande partecipazione e in particolare l’arch. Tobia Donà, grazie alla cui intuizione e determinazione si è realizzato il progetto, sposato in pieno dalla azienda che da ben 60 anni opera nel territorio polesano. Ha quindi sottolineato il rapporto che va perseguito tra arte, espressioni culturali ed iniziative industriali; attività queste che devono sempre più puntare su forme di sostenibilità produttiva, rafforzando il legame col territorio. Ed il Polesine, con le sue particolarità ambientali, è sicuramente un territorio da amare.

    Ha chiuso l’ideatore e curatore, l’arch. Tobia Donà, pienamente soddisfatto della calorosa accoglienza che Rovigo ha riservato all’evento. Da parte sua ha sottolineato come la mostra non intenda essere una collettiva nel senso stretto del termine, ma si caratterizzi come ricerca di condivisione su temi importanti e di grandissima attualità che riguardano l’etica industriale, ovvero il destino delle persone.

    Un’iniziativa destinata dunque a lasciare il segno, della quale abbiamo sentito la necessità di conoscere meglio le prospettive, incontrando l’arch. Donà, al quale abbiamo chiesto che ne sarà dei quadri dopo la mostra.

    “Le opere entrano a far parte della Collezione Cartiere del Polesine. Troveranno una collocazione stabile e fruibile presso lo stabilimento di Cavanella Po, saranno poi valutate le varie richieste di prestito.

    Quello che è certo – ha concluso l’Arch. Donà – è che Cartiere del Polesine ha la volontà di continuare a condividere questo progetto”.

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