Pubblicità

STORIA - TRADIZIONI

Il taglio di Porto Viro (1600-1604)

Non solo motivazioni ambientali, ma anche di natura politica a monte della grande impresa

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 29 2004 pp. 50–55

Può la costruzione del Castello della Mesola, voluta da Alfonso II d’Este, aver giocato un ruolo importante nella decisione della Repubblica Veneta di realizzare il famoso taglio del Po, ultimato quatto secoli fa?

Per quanto le due opere appaiano tanto dissimili e concettualmente su piani completamente diversi, la risposta è affermativa. La relazione tra le due iniziative costituisce infatti una delle motivazioni di rilievo che indussero il Senato della Serenissima, nel corso del 1586, a dare mandato ai Savi delle Acque di redigere un progetto esecutivo per la deviazione a Sud del ramo principale del grande fiume.

Ce lo rivela – contestualmente a molte altre ghiotte informazioni – Claudio Mancin nel suo ultimo libro “Il Delta del Po, Genesi di un territorio”¹. Lo studio infatti, sulla scorta di una consistente mole di documenti d’archivio, prende avvio da una rassegna dei motivi che indussero la Repubblica di San Marco a realizzare la ciclopica opera di deviazione di uno dei rami principali del Delta, avviata nel giugno del 1600 in località Porto Viro e conclusa nel settembre del 1604.

Se è noto che la preoccupazione maggiore per Venezia era rappresentata dall’interramento della laguna, causato dai depositi alluvionali del Po di Tramontana, è altrettanto vero che, nel corso del quarantennio che precedette la storica deviazione, emersero altri motivi che favorirono la decisione del Senato veneto. Tra gli altri ricordiamo innanzitutto quelli addotti dai due polesani che, negli anni sessanta del XVI secolo, levarono la loro voce a favore del Taglio di Porto Viro:

• Marino Silvestri, proprietario di vasti poderi nella zona di Loreo, nel 1563 presentò un progetto articolato, corredato anche da una rappresentazione cartografica, che evidenziava il tratto del fiume utile al taglio per la deviazione delle acque nella Sacca di Goro. Oltre al problema dell’interramento della laguna di Venezia, Silvestri sottolineava l’opportunità che ne sarebbe derivata per la navigazione fluvio-marittima allora ostacolata dalla difficilmente praticabile foce settentrionale del Po. Ma Marino Silvestri metteva soprattutto in evidenza le positive ricadute sull’agricoltura bassopolesana costantemente funestata da alluvioni distruttrici dei raccolti, causate dall’incerto deflusso del ramo di Tramontana². Evidentemente proprio questo interessava principalmente al Silvestri, latifondista del Delta, che, nella deviazione delle acque del fiume a sud, vedeva un toccasana anche per i propri poderi.

• Luigi Groto, il Cieco, letterato ed oratore famoso di Adria, sei anni dopo, nel 1569, giunse a perorare la realizzazione del taglio con un’orazione pronunciata davanti al Senato Veneto. Il problema della sicurezza idraulica dei territori del Delta è prioritario nelle considerazioni del Groto, allarmato dalle continue alluvioni che flagellavano il Basso Polesine colpendo uomini e cose. La deviazione del Po avrebbe portato sicurezza; e ne avrebbe tratto un beneficio anche Venezia che dalle terre redente poteva ricavare un ampio giardino e un utile granajo³.

Dopo l’orazione dell’autorevole rappresentante della Magnifica Comunità di Adria, i tempi sembravano maturi per una decisione definitiva sul da farsi, sennonché altre preoccupazioni ben più impellenti distolsero Venezia dai problemi idraulici del Delta: l’attacco dei Turchi a Cipro occupata nel corso del 1570, cui seguì l’anno successivo l’epica battaglia di Lepanto.

Intanto, nel 1578, il duca Alfonso II d’Este dava avvio, con un’alacrità sospetta, alla costruzione del Castello della Mesola: una delizia, ovvero una residenza di vacanza, questa la tesi ufficiale; un omaggio che il duca intendeva fare alla terza moglie, la bella Margherita Gonzaga da poco impalmata, la quale finalmente gli avrebbe dato l’atteso figlio (vaticinato anche da un sortilegio) che le prime due mogli, Lucrezia dei Medici e Barbara d’Austria non erano state in grado di assicurargli.

Ma come poteva la scaltra diplomazia veneziana assuefarsi all’idea che il dispendio di tanto denaro e di tante energie potesse essere finalizzato soltanto alla costruzione di una “villa di campagna”?

C’erano inoltre altri motivi per sospettare. Un’ampia zona veniva circondata da una muraglia il cui perimetro misurava oltre nove miglia, racchiudendo ad ovest il bel palazzo. Una cinta che sembrava pensata non tanto per delimitare un parco per i passatempi della caccia, come si sosteneva da parte estense, quanto per cingere una nuova città con sbocco sul mare; una inammissibile concorrente alla Dominante, che mai avrebbe tollerato che nel Golfo di Venezia (così veniva invariabilmente denominata la parte settentrionale dell’Adriatico) si insediasse una nuova città marinara.

E i sospetti erano accresciuti da una delle torri – quella detta dell’Abate – la più prossima al mare, che sorgeva su un ponte a più arcate sotto cui un corso d’acqua metteva in comunicazione l’Adriatico con il recintato territorio della Mesola. Era evidente che su questa torre poteva facilmente essere posizionata una lanterna per le segnalazioni notturne utili per una nuova flottiglia che avrebbe potuto trovar riparo nel porto-canale dell’Abate.

Insomma quello di Alfonso II sembrava a Venezia un progetto troppo bello e pericoloso per non essere guastato.

E una puntuale relazione su come portar danno alla realizzazione estense fu stesa da Caterino Zen, podestà di Rovigo, incaricato dal Senato veneto di indagare e riferire. Lo Zen nel suo scritto, presentato nell’agosto del 1586, suffraga in toto i sospetti veneziani e giunge a dare un consiglio per rendere inutile tanto lavoro estense: si faccia il taglio di Porto Viro, deviando il Po nella Sacca di Goro; in pochi anni i depositi alluvionali colmeranno completamente la Sacca, inibendola così alla navigazione e rendendo inutilizzabile il manufatto dell’Abate. Ecco come cancellare il sogno estense di una cittadella marinara⁴.

Parole convincenti quelle di Caterino Zen, che dovettero suonare quanto mai allettanti al Senato, il quale il mese successivo, nella seduta del 20 Settembre 1586, diede incarico ai Savi delle Acque di fare un ulteriore sopralluogo nel delta e stendere un piano esecutivo per il taglio di Porto Viro.

Quanto non era riuscito a raggiungere Marino Silvestri con la sua relazione del 1563, né Luigi Groto con la sua appassionata orazione del 1569 (entrambi preceduti – è bene ricordare anche questo – dagli ingegneri Giovanni Carrara e Cristoforo Sabatino, dipendenti dal Magistrato delle Acque, che nel 1556 per primi avevano indicato la deviazione del Po nella Sacca di Goro, come la soluzione più idonea ad evitare l’interramento della Laguna di Venezia), lo ottenne dunque il podestà Caterino Zen, col suo progetto in funzione antiferrarese.

Sulla bilancia sembra pertanto pesare di più la volontà di portare un danno al territorio estense e alle ipotizzate mire di espansione sul mare del duca Alfonso II, che quella del riassetto idrogeologico dell’area del delta e della laguna veneta.

Ma forse, più correttamente, va detto che l’obiettivo politico di danneggiare l’avversario di sempre (memorabile a questo proposito la guerra del Sale 1482-84 e la successiva contro la Lega di Cambrai 1509-15), aggiungeva un ulteriore motivo (anche di tipo emozionale) alla necessità di realizzare la grande opera di ingegneria idraulica divenuta sempre più indilazionabile.

In ogni caso non si può sottacere la consapevolezza da parte veneziana che la deviazione del Po avrebbe causato non pochi problemi agli estensi. I quali – anche questo va tenuto in considerazione – poco prima di avviare la costruzione del serraglio della Mesola, avevano provveduto ad un’ampia azione di riassetto del territorio prospiciente il mare con un’opera di canalizzazione delle acque di drenaggio completata dal canale che sottopassava la Torre dell’Abate⁵.

Se chiara era la consapevolezza che la deviazione del Po avrebbe recato svantaggi ai territori ferraresi, altrettanto decisa fu la posizione ufficiale, sempre pronta a negare possibili conseguenze negative per il ducato estense. Linea questa fermamente sostenuta, senza mai un pur minimo cedimento, sia prima che durante i lavori del taglio. Per il quale comunque non era ancora giunta l’ora della decisione definitiva che sarebbe scoccata ben 12 anni dopo, nel dicembre del 1598, seguita soltanto nel giugno del 1600 dal via dei lavori.

Il rinvio di ogni progetto si ebbe infatti a registrare dopo un passo ufficiale da parte di Alfonso II d’Este che, conosciuti i sospetti della Serenissima, si affrettò nel marzo del 1587 a cercare di dissiparli, affermando che tutto quanto fabbricato era “per suo diporto (…) e che avrebbe preferito morire piuttosto che dare un dispiacere alla Repubblica”⁶. E Venezia, forse anche distolta da altri problemi più impellenti, soprassedette sulle iniziative intraprese, aderendo ad una richiesta di confronto con Ferrara per definire la tutt’altro che chiara situazione dei confini nella zona del delta. Incontri che però non approdarono a nulla di fatto.

Nel 1595 frattanto si registrava un nuovo appello a favore del taglio di Porto Viro da parte del podestà di Chioggia sempre più preoccupato dell’interramento della laguna. Ma anche in questo caso non seguiva alcuna decisione delle istituzioni preposte.

Soltanto nel 1598 il Senato formulerà la solenne delibera di nomina della commissione esecutiva per il taglio. Ed anche questa volta, come già nel 1586, ad accelerare la decisione non furono tanto le conosciutissime necessità idrogeologiche ed ambientali, quanto un fatto di natura politica: l’inclusione del territorio ferrarese nel più ampio Stato della Chiesa, dopo la morte nel 1587 di Alfonso II senza eredi (nonostante le profezie favorevoli!).

La presenza di un confinante ben più potente del duca d’Este, quale si presentava Clemente VIII Aldobrandini (che fra l’altro per approfondire i problemi del territorio si intrattenne a Ferrara da maggio a novembre del 1598) ha l’effetto di far scattare nella Repubblica di S. Marco, guidata dal doge Marino Grimani, un moto d’orgoglio.

E, proprio dopo un richiamo del papa a definire una volta per tutte i confini nel delta – iniziativa avviata ovviamente non solo per motivi di chiarezza e sovranità sul territorio, ma soprattutto per prevenire azioni veneziane a scapito dell’area ferrarese – Venezia nel dicembre del 1598 prenderà la storica decisione di dare attuazione al taglio di Porto Viro (86 senatori a favore, 16 contrari).

Ma il via ai lavori verrà più volte procrastinato fino al giugno del 1600, quando finalmente giunse l’assenso del papa all’opera, a seguito di un serrato pressing diplomatico nei confronti della Santa Sede. Né la realizzazione, protrattasi per oltre quattro anni, fu indenne da colpi di scena sul piano dei rapporti tra i due stati confinanti, con il rischio più volte paventato di un grave conflitto armato, scongiurato sempre in extremis dalle sottili armi della diplomazia della Serenissima.

Data acqua al nuovo canale il 16 settembre 1604, come ben sapevano i tecnici e i dirigenti politici della Serenissima – pur avendolo sempre smentito negli incontri con la controparte pontificia – iniziò il processo di interramento di quella che al tempo era la laguna di Goro (allora a nord rispetto al castello di Mesola).

La mancata definizione dei confini, dovuta al tergiversare della Serenissima interessata ad annettersi tutte le nuove terre nate dai depositi alluvionali, comportò inoltre ulteriori problemi tra i due stati confinanti, con un’escalation di tipo militare che si concretizzò, tra l’altro, nell’erezione, nel delta, di due fortilizi contrapposti, per decenni in costante stato di allarme. Ma questa è un’altra storia, che può essere narrata in un prossimo numero di questa rivista.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Il taglio di Porto Viro (1600-1604)”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-taglio-di-porto-viro-1600-1604/

Pubblicità