Piazza Alberto Mario a Lendinara: un angolo non nascosto né sconosciuto, ma oggi quasi solo luogo di passaggio e di parcheggio. Nessuno, credo, ne subisce più il fascino.
Eppure è una piazza con una sua dignità: vi prospettano due palazzi, il fianco di una grande casa, altre case o casette piacevoli; una sola assolutamente fuori luogo nell’ambiente: in quella casa, che allora non era così, ma assomigliava, pur nella sua modestia, alle altre, sono nata io.
Allora (parlo di tutto il decennio dei cinquanta) nella piazza c’erano anche delle attività commerciali: un ingrosso di alimentari, una macelleria, una rivendita di alimentari e, discosta in un angolo, anzi proprio all’imbocco di via del Santuario, una di frutta e verdura e piccoli, golosissimi dolci.
Lo spazio era diviso in due da un marciapiedi che la percorreva (e ancora la percorre) definendo nettamente un angolo, proprio quello della mia casa; la pavimentazione era a ciottoli (i cògoi) e, in bella mostra, ma non proprio centrale, lui: il monumento ad Alberto Mario, eretto alla fine del secolo precedente, opera di Ettore Ferrari. Ed in effetti, il monumento catalizzava tutto: era il centro eccentrico… era il luogo d’incontro, di scontro, era teatro di imprese.
Al monumento si davano appuntamento un po’ tutti i ragazzi: andando a scuola, tornando da scuola, nei momenti di svago… anche solo per depositarvi il peso delle cartelle o per sedersi sui gradini a gustarsi un ciucio (magari un peséto) comprato al boteghìn.
Erano i bambini e i ragazzi della piazza e delle vie dintorno: via Santuario, via San Giuseppe, via Santa Sofia, perfino quelli provenienti da oltre largo Carducci, via Jessie White Mario (allora Iessie Vite per noi tutti, grandi e piccoli). Erano tanti, rumorosi, di tutte le età: nell’angolo riparato in cui non passavano macchine (poche davvero quelle che circolavano) né biciclette (tante invece, comprese le nostre) i più piccoli, o meglio le più piccole, giocavano a palla o a scalon, saltellando ora su un piede ora su tutti e due dopo aver lanciato un sasso nei riquadri disegnati faticosamente col gesso fra i ciottoli.
I ragazzi più grandi o più spavaldi, invece, si trovavano proprio intorno al monumento e giravano in bicicletta o tiravano qualche calcio al pallone o si arrampicavano (ma solo se il pubblico prestava vera attenzione) sulle armi incrociate del monumento stesso; ma potevano anche sedersi comodamente sulle pietre del basamento e da lì considerare tutti con aria di sfida, o proporre sfide magari a quelli delle strade vicine…
Nelle sere d’estate, poi, intorno al monumento c’erano proprio tutti, i più grandi e i più piccoli, e allora il gioco doveva coinvolgere tutti ed era il nascondino (scondaròla), facilitato dal fatto che ci si poteva nascondere anche in mezzo agli adulti seduti sulle seggioline fuori dalla porta di casa, o negli androni aperti sulla strada, o anche nelle vie vicine. E a “fare tana” si correva come scalmanati sull’acciottolato sconnesso.
Intorno al monumento nascevano anche, fra i ragazzi più grandi e le ragazze più carine, le prime simpatie e allora parlavano a bassa voce, seduti sugli scalini e non giocavano con gli altri, indugiando a raccontarsi i primi segreti, ma attenti a non diventare oggetto degli sbeffeggiamenti invidiosi degli altri.
Io ero fra i più piccoli e a me non era concesso, se non in casi eccezionali e sotto il controllo di qualche adulto, oltrepassare il marciapiedi che divideva il mondo dei piccoli dal monumento che ti ammetteva nel mondo dei più evoluti; così osservavo con invidia quel mondo, quelle trame, quelle sfide e quell’indipendenza, desiderosa di crescere per partecipare, per oltrepassare quel marciapiedi.
L’ospitalità. La generosità. In abbondanza. Sono le doti umane che più marcatamente hanno caratterizzato lo stile di vita di Antonio Rossin che ci ha lasciato lo scorso 26 settembre. Per molti anni è stato presidente effettivo della coop. Turismo & Cultura e poi, negli ultimi tempi presidente onorario.
Amare la vita. Amare il prossimo, al punto da dedicare una buona parte del proprio tempo e la massima tensione intellettuale ad elaborare una teoria finalizzata alla prevenzione della droga e delle psicodipendenze attraverso un tipo di educazione che promuova nei figli lo sviluppo di una personalità criticamente autonoma e flessibile. Che cos’è in fondo l’attaccamento, quasi l’ossessione per questa teoria scientifica da lui elaborata? Non certamente un modo per affermare un suo protagonismo ma, in fondo, – io lo posso dire con certezza – proprio amore per il prossimo, slancio personale per dare un suo prezioso contributo allo sviluppo di una società più armonica, più felice, più giusta.
Profondamente cristiano quanto liberamente scienziato.
L’ospitalità. La generosità. Lo conobbi per la prima volta ai tempi del Gruppo CTG “Folclore Delta” nella sua casa di Cà Lattis in riva al Po e rimasi allibito. Lì c’era sempre gente. Quello era il vero centro del villaggio.
Pur venendo io da una mentalità che ritenevo aperta, non riuscivo a concepire la liquidità assoluta della sua casa e della sua famiglia. Il dottore viveva con la gente non solo a casa loro per le visite, che erano più spesso colloqui, ma a casa sua, dove tutti facevano da mangiare e tutti mangiavano, qualcuno ci dormiva anche per giorni e giorni.
L’analisi. La sintesi. Mentalità scientifica, tradotta, come nella tradizione dei grandi divulgatori, in esempi, metafore, parabole che superavano qualsiasi barriera culturale. Medico vero. Tesoro per le genti del Delta. Uomo di scienza e medico come uomo-accanto quando serviva solidarietà e condivisione.
Creativo e perfino artigiano, era dotato di capacità manuali e di ingegno incredibili. L’arca galleggiante in cemento, con il casone di canna sopra, lo costruì quasi interamente lui.
Per 20 anni garanzia per la cooperativa Turismo&Cultura, pilastro di saggezza e di consiglio, non è mai arretrato di fronte ai rischi e alle responsabilità cui andava incontro come presidente.
Amore per la vita. Saper gustare i piaceri della tavola conviviale da vero esperto e insieme con l’autentica felicità di un bambino.
Grandi virtù di un grande uomo, tali da controbilanciare senz’altro gli episodi di rigidità, di cocciutaggine a volte del tutto assurdi che gli abbiamo conosciuto e che tanti dispiaceri hanno recato anche alle persone più care. E’ come se perfino lui, nella sua evoluzione formativa, dovesse ancora vincere elementi di rigidità per arrivare al completamento di quella personalità flessibile propugnata nei suoi studi.
Ciao Antonio. Grazie per tutto. Porteremo con noi non semplicemente il tuo ricordo, ma il tuo modo di essere, i tuoi ragionamenti, il tuo slancio vitale.
A Venezia – in anni che sembrano ormai perduti – nell’imminenza della primavera, gli studenti che cominciavano a disertare le operose aule delle esercitazioni pomeridiane a Ca’ Foscari, sceglievano tra un gelato con panna e un bagno di pallido sole alle Zattere o un giro in barca, tanto la spesa era più o meno la stessa.
Forse per questo la barca non si spingeva lontano, limitandosi ad aggirare le isole di S. Clemente e S. Servolo dove c’era il manicomio, per arrivare al massimo fino al Lazzaretto vecchio. Ma si finiva, di solito, per fare una sosta lunga sotto i pini mediterranei a S. Lazzaro degli Armeni.
Più che un eremo o un monastero, si entrava in un infinito scrigno delle meraviglie, dove i Padri Mechitaristi ti guidavano fra le vetrine di una biblioteca di cinquantamila volumi, ti lasciavano sbirciare manoscritti vecchi di secoli con miniature dai colori favolosi e ti raccontavano con voce un poco cantilenante della patria armena, ricordandoti che in quell’isola della laguna veneta, si erano insediati due secoli e mezzo prima, per custodire e moltiplicare la loro storia e la loro cultura, leggere e commentare, scrivere e stampare libri. E un tempo, ti informavano, c’era una lingua ancora più antica che si usava solo nei libri.
Dobbiamo alla suggestione straordinaria di quelle stralunate visite a S. Lazzaro degli Armeni l’amore per i libri. Ma anche una ferita ancora aperta di dolore e di vergogna, per i giorni lontani e terribili del primo genocidio del Novecento, quel genocidio che un’amica armena della nostra famiglia aveva evocato per noi più volte, sconvolgendo il cinismo e l’ottusità della nostra giovinezza.
Non sapevamo, allora, che, in quelle stesse stanze e lungo quei corridoi, tanti anni prima, la congiura delle coincidenze aveva fatto incontrare quasi settimanalmente due polesani: il musicista Aureliano Ponzilacqua e il filologo Almo Zanolli.
Il primo arrivava da Venezia per insegnare il canto ai seminaristi e l’altro, che gli era più giovane di una ventina d’anni, era sovente ospite per lunghi mesi dei Padri Mechitaristi, per attendere ai suoi studi di armenista (il più grande, è stato affermato, che l’Italia abbia avuto nel Novecento). Entrambi si erano lasciati alle spalle, da molto tempo ormai, il Polesine.
Almo Zanolli aveva trascorso la prima giovinezza a Rovigo e non diversamente, anni prima, Aureliano Ponzilacqua a Lendinara.
Che cosa si siano detti nel tempo amico di quella provvisoria frequentazione non è lecito sapere, ma sicuramente una dolce sera del maggio del 1939, il colto armenista era corso a congratularsi con l’anziano musicista al termine della fastosa esecuzione della cantata «Vesperi armeni», scritta in occasione dei festeggiamenti per il secondo centenario dell’insediamento della comunità mechitarista.
Aureliano Ponzilacqua sarebbe morto ultraottantenne poco più di un anno dopo nella sua casa di corte Locatelli, il 24 ottobre 1940, quando il mondo ormai non era più lo stesso. L’altro, se ne sarebbe andato tredici anni più tardi, nel 1953.
Almo Zanolli era nato a Belluno nel 1876, primo di due fratelli che la sorte aveva voluto acuti e intelligenti, entrambi destinati all’insegnamento, mentre un terzo, più giovane, nato dal secondo matrimonio della madre – e difatti si chiamava Gino Pinelli – sarebbe diventato un gran pittore e un supremo paesaggista come il suo maestro Guglielmo Ciardi.
Almo, che si era brillantemente laureato a Padova in lettere classiche e che si era presto specializzato in lingue e letterature semitiche e in filologia classica, per una serie di coincidenze avverse aveva finito per insegnare nelle scuole superiori, girovagando per oltre un ventennio, prima di approdare al Liceo Foscarini di Venezia nel 1921 come docente di latino e greco.
Filologo specializzato nelle lingue semitiche, sette anni dopo era all’Università di Padova con l’incarico di lingua e letteratura armena, campo in cui era un’autorità incontestata e incontestabile, presto assumendo anche l’insegnamento delle lingue comparate e svolgendo importanti studi sulle relazioni tra cultura greca e cultura caucasica (armena e georgiana).
Oggi, di lui, non resta niente o quasi: il tempo è corso in fretta e ha cancellato ogni indizio nella polvere delle biblioteche e nelle penombre della memoria dei più anziani.
Ma per gli uomini di buona volontà c’è sempre la possibilità di trovare qualche traccia, l’ultima, là dove andiamo tutti: nell’emiciclo del Cimitero di Rovigo, accanto alla tomba del giovane Werther Zanolli, c’è, appunto, quella dello zio Almo e non quella del padre Velio, sepolto in qualche altra zona ormai dimenticata. E Werther e Almo erano, per così dire, agli antipodi. L’uno era inquieto e come posseduto dal demone dell’insofferenza, quasi presagendo oscuramente la brevità della sua vicenda umana; l’altro era invece votato alla vita sedentaria e all’insegnamento, allo studio delle lingue e della filologia.
E’ il giorno di Natale del 1818. Nella basilica del Duomo, in presenza del Vescovo, un talento rodigino presenta una ‘Messa’ con una esecuzione molto apprezzata del proprio violino. Si tratta del violinista Domenico Tosarini, che nella stessa chiesa, per l’onomastico dell’Imperatore, è primo violino e distinguendosi con delle sorprendenti variazioni sopra un’aria. Di lui si accorge perfino Paganini, dopo averlo piacevolmente sorpreso come solista in Teatro. Il grande maestro lo definirà come un talento che “suona in una maniera nuova e sbalorditiva”.
La storia del rodigino Tosarini, nato il 9 gennaio 1794, quindicesimo e ultimo figlio di Paolo Tosarini e di Giacoma Battista Goggia, è il dono culturale delle ricerche d’archivio del maestro Roberto Bevilacqua, presidente dell’Associazione “L’Artificio” di Este, autore di un saggio a disposizione di quanti intendano approfondire l’argomento, nella sede del gruppo estense.
Della famiglia di Tosarini, in realtà, poco si sa. Gli anni della prima infanzia di Domenico sono anni particolarmente turbolenti dal punto di vista politico con la fine della Repubblica di Venezia. L’11 maggio 1797 entra in Rovigo il generale francese Giambattista Rusca ed inizia il periodo di dominazione napoleonica, periodo di tensione e di insofferenza.
In questo clima sociale tutt’altro che pacifico, Domenico inizia a coltivare la sua precoce attitudine allo studio della musica probabilmente all’Accademia Filarmonica di Canti e Suoni fondata quando lui aveva 9 anni. Al Duomo, vicino alla sua casa, egli trascorre molto tempo ed ha una solida formazione religiosa.
“Le prime notizie relative all’attività musicale di Tosarini le fornisce nel suo Diario il canonico Luigi Ramello – spiega Bevilacqua – che rende nota l’esecuzione il 23 marzo 1812, presumibilmente in Duomo, del ‘Tantum ergo’ del giovane dilettante Domenico. Poco dopo il musicista azzarda la prima e unica interpretazione vocale, quella di un ‘Miserere’ del Lion, che risultata però deludente”.
Un’esperienza isolata quest’ultima, che non pregiudica la sua carriera di musicista, cosicché si moltiplicano gli attestati di apprezzamento per la sua attività in campo musicale. La stima per il suo operato e le sue frequentazioni in ambito religioso permettono a Domenico d’aver come celebrante del suo matrimonio il vescovo Federico Maria Molin.
Un’altra testimonianza del pieno consenso nei confronti della sua attività nel campo musicale si ha all’inaugurazione delle nuove campane del Duomo, quando viene eseguito un Miserere ad orchestra piena con cori del giovane Tosarini.
La citata ‘Messa’ del 1818, che Tosarini esegue nel Duomo di Rovigo, è con tutta probabilità, seppure con variazioni e aggiunte posteriori, quella successivamente presentata al Duomo di Santa Tecla ad Este, dove viene eseguita nel 1819 nell’ambito delle festività dedicate a Beata Beatrice.
Nel capoluogo polesano non soltanto il Duomo, ma anche il Teatro Sociale conosce il grande Tosarini. L’orchestra, composta dai Filarmonici rodigini, trova il lui il proprio primo violino, svolgendo poi anche il ruolo di direttore, come è annotato nel primo documento che lo cita in occasione della fiera del 1826. Un impegno questo ultratrentennale svolto fino al 1858, quando Tosarini raggiunge i 64 anni di età.
Domenico Tosarini si dimostra buon didatta ed esecutore richiesto anche fuori città. Con il suo violino avrà modo di esibirsi con successo ad Adria, a Ferrara, ed anche a Vicenza. Molteplici e positivi gli attestati senza però un ritorno economico. E’ infatti certo che Domenico Tosarini non si arricchì con la sua attività di musicista.
Nel 1863, all’età di 69 anni, iniziano i primi disturbi, le mani tremule e l’udito non perfetto, finché dai documenti della stagione del Sociale del 1868 il suo nome scompare. Ma la passione della musica non viene meno, come documenta la sua ultima “canzone” datata 1878, quando l’anziano maestro è ottantaquattrenne.
Gli ultimi anni dovettero essere piuttosto tristi e caratterizzati da povertà: Domenico Tosarini muore novantenne il 5 marzo 1884. I funerali in Duomo sono seguiti dalla sepoltura nell’emiciclo del cimitero della città dove, a fianco di personalità di spicco, ancor ora si trova la lapide che ricorda le armonie della sua arte, grazie alle quali l’insigne musicista rodigino “Paradiso e Terra identificò”.
Ognuno che abbia un mestiere ha i so feri, gli arnesi del mestiere; e qui ci sta un poeta per dirci quali e quanti sono e possono essere: Ecce marangones operant lignamina ferro,/ Ferro taiantur calzae, variaeque gonellae,/ Pistat mortaro speciarius omnia ferro,/ Cum gucchis ferri brettas brettarus agucchiat,/ Ferro zavattas gens scarpazina repezzat,/ Calcinat et ferro muros murator et albat,/ Non radit barbam barberius absque rasoro,/ Non herbolattus dentes cavat absque tenaia,/ Nec porcos castrat sine ferro conzalavezus. (Ecco i marangoni che lavorano il legno col ferro, col ferro si tagliano calzoni e gonnelle, Lo speziale pesta ogni cosa nel mortaio di ferro, il carrettaio cuce le berrette con aghi di ferro; col ferro il ciabattino rappezza le ciabatte e col ferro il muratore dà la calce ed imbianca i muri. Non rade la barba il barbiere senza rasoio né cava i denti l’erbolaio senza tenaglie né castra porci il calderaio se non ha ferro. (Baldus, XIII-283 e seg.).
E scusate se è poco! Perché poco è veramente. E vero che se un barbiere parla del fero, intende il rasoio e un castrino il coltello, e il falegname lo scalpello; ma il fero per eccellenza, in ambiente campagnolo (e non so perché il poeta non lo ricordi) è la falce fienaia. Spìnzare el fero da la matina a la sira – dice il contadino per dire falciare il fieno tutto il giorno.
Per dire di questo fero ci vorrebbe veramente un poeta, ma non c’è o non lo conosciamo. Se ci fosse, egli vi farebbe osservare che la falce fienaia è un arnese, nel suo genere, perfetto. L’istinto l’ha perfezionata sino a renderla non oltre perfettibile: com’è perfetto il nido della rondine, il formicaio, l’alveare. Chi volesse modificare l’opera, la guasterebbe: essa è il prodotto dei secoli, non dell’uomo.
El fero o, come si dice anche, el fero da segare, chi lo regge, meglio ancora se inesperto, sente che ha in mano qualcosa che assomiglia ad un prodigio. Esso dà un senso di leggerezza, di levità, di scorrevolezza, di equilibrio, per cui non ci si meraviglia che il contadino lo usi tanto agevolmente da parere che il falciare l’erba sia quasi un gioco.
Non è, invece, un gioco: dopo quella del mietitore, la fatica del falciatore è certo la più gravosa. Ma essa diventerebbe insopportabile se le qualità della falce non l’alleviasse.
Una sapiente disposizione di curve nel manico equilibra il peso di tutto l’arnese così che tutta la spinta dell’operatore si scarica sulla lama. Ganbo è il nome del manico, e sembra veramente, per la grazia e la levità delle curve, il gambo di un fiore. Noi lo chiamiamo volgarmente manico, ma è detto malissimo, perché le mani dell’operatore, mentre lavora, non lo toccano affatto. Il ganbo ad una estremità regge la falce tagliente (il vero e proprio fero) e all’altra estremità, sullo stesso piano della falce, ma dalla parte opposta del ganbo (e quindi orizzontale come la falce) porta un piolo che è chiamato mancoleta o manconeta; a metà circa, un altro piolo, questo a forma di angolo retto, sta infisso con un suo lato in modo che l’altro lato resti alto (forse un 15 cm. dal ganbo) orizzontale e parallelo alla mancoleta: questo secondo piolo è la màncola o maneton.
La falce fienaia è retta dal falciatore attraverso la màncola, con la destra, e la mancoleta, con la sinistra. La falce vera e propria, cioè, la lama, dalla forma caratteristica di lunetta molto allungata, tronca nel punto di maggior distanza fra i due archi, presenta all’interno, tagliente, il filo e, all’esterno, la costa che dà solidità alla lama. Robusto, e un po’ sollevato sul piano della lama, c’è il colo (collo) della lama, per mezzo del quale essa lama è fissata al ganbo. Sul quale, dove il colo poggerà con una sua sporgenza (dente del colo o dente de fermo) c’è una piccola tacca che quella sporgenza riceve. Un anello di metallo, la vera, col relativo cugno (cuneo) e un listello di cuoio (curame o mascaizo) serviranno a fissare saldamente la lama al ganbo. Tutto quindi semplicissimo, funzionale, perfetto. Montare e smontare la falce fienaia sembra un gioco: ma se la falce non è montata a dovere (fero inganbà male) può presentare dei difetti che assorbono e disperdono lo sforzo del falciatore.
Tuti i ara e tuti i para – dice il contadino: ma come i ara e come i para? La falce male inganbà, durante la sua corsa orizzontale tra l’erba, può tendere a piantarsi in terra con la punta (fero baso o alto de taco); può tendere a sfuggire verso l’alto (fero alto o baso de taco); può darsi che il piano della lama la guidi a sarchiare il terreno (fero baso de tajo) o, specialmente alla fine della sua corsa, a mozzare l’erba troppo alta (fero alto de tajo).
Il contadino è fiero di un campo ben rasato; ma, se il fero è difettoso, il campo falciato si presenta come la testa di un cristiano i cui capelli siano stati tagliati da un ciabattone con le forbici: tutto a scale.
Bàtare el fero, cioè rifare il filo alla falce, avviene almeno un paio di volte in una giornata di lavoro. Sulla testa piana della pianta, come su di un piccolo incudine particolare, il falciatore, con un martello, assottiglia il filo del fero che si è ottuso durante il lavoro.
Batare el fero con la pianta-martelo non è di tutti. Anche in questo ci vuole arte ed esperienza, oltre che mano. La martellata sulla lama della falce deve essere piccola, rapida, e proprio sul bordo ingrossato, altrimenti l’acciaio, come si dice, el se scóla, cioè perde la rigidezza e non è più in grado di falciare.
Alla fine dell’operazione, se fatta bene, per tutta la lunghezza della falce si dovrà vedere una specie di zigrinatura e di seghettatura regolare ed ordinata che sarà poi affilata passandovi e ripassandovi la cote (la piera da guzare).
Adesso il fero così affilato (guzà) è pronto per l’uso. Se il metallo è troppo duro, quando il falciatore lo bate può fendersi e saltare; se invece è troppo tenero si ottunde facilmente e di poco aiuto può essere la cote.
Sant’Antonio abate è uno dei santi più conosciuti, sul quale i racconti popolari si sono sbizzarriti, anche scherzosamente: “Sant’Antoni del busghìn ne gh’è acqua, ne gh’è vin, ne ghe legna da brusare, sant’Antoni ‘sa ghégna da fare?”
Anacoreta egiziano vissuto tra III e IV secolo, attorno al Mille le reliquie di sant’Antonio abate furono traslate nei pressi di Arles in Francia, ove iniziarono ad affluire i colpiti da ignis sacer, morbo noto sin dall’antichità, poi diventato comunemente fuoco di sant’Antonio, causato dall’herpes zoster, un virus indotto dalla segale che entrava comunemente nell’alimentazione umana.
Seguirono un hospitium per la cura dei malati, la costituzione di una apposita confraternita trasformatasi nell’ordine ospedaliero di sant’Antonio abate, approvato da Urbano II nel 1095, con licenza di allevare maiali perché lardo e sugna erano un ottimo emolliente per cura dell’herpes; ma un certo numero di maiali era messo a disposizione anche dai villaggi per la dispensa dei religiosi che potevano così dedicarsi alle cure senza altri impedimenti.
Nell’iconografia classica, il santo si accompagna al maiale, tiene il bastone da pellegrino con un campanello e nel palmo della mano ha una fiammella, tratti distintivi che saldano il culto di sant’Antonio con quello di una divinità celtica, Lug, dio dei boschi, perciò il maiale. Ma può pure essere traghettatore delle anime verso l’oltretomba come indicano il fuoco che rischiara il cammino, mentre il campanello aveva il compito di scacciare gli spiriti nefasti.
“Mi ricordo” racconta Tiziano Rigoni, “che il 17 gennaio, festa di sant’Antonio abate, era un giorno molto, molto sentito. In ogni paese c’era la benedizione degli animali, del sale e del fieno. Buoi, inghirlandati a festa con nastri colorati sulle corna, cavalli, muli e asini, elegantemente bardati con la criniera intrecciata, erano condotti sul piazzale della chiesa. C’era chi prendeva con sé una bracciata di fieno, chi invece caricava carri e carretti e si portava in piazza accompagnato anche dai cani. Era la festa della corte. Poi la messa e la benedizione per tenere lontane le malattie dagli animali ed il fuoco dai fienili. Cristiani ed animali quel giorno riposavano”.
Quella di sant’Antonio abate, detto anche del porcello e del fuoco, era dunque una data importante nel calendario agricolo, che trovava il suo spazio nella liturgia, come annota mons Beniamino Ghiotto, arciprete di Papozze, nel suo prontuario del 1895: “Post Missam secundam fit benedictio animalium et feni ut in die S. Antonii”.
Festa popolare e contadina, era una sorta di capodanno con tutta una serie di riti propri di un inizio.
In primo luogo si ricavano i presagi mettendo un catino d’acqua all’aperto e, il mattino, sulla superficie ghiacciata si poteva intuire la sagoma di Sant’Antonio oppure, se proprio si insisteva, le ragazze vedevano la faccia del futuro fidanzato. Poteva ancora comparire un ponte, giusto il proverbio: “Se sant’Antonio fa el ponte, san Paolo e lo rompe”, cioè se il 17 gennaio fosse stato freddo con ghiaccio, il 25, san Paolo dei segni, sarebbe stato bello.
In occasione della festa si confezionava un dolce apposito, “la mariana”, una pinza di farina di castagna, fichi, uvetta, e latte che tradizionalmente si cucinava sulla ròla del focolare. La mariana veniva divisa fra i padroni e i contadini della corte assumendo così il significato di piatto ridistribuivo, proprio della festa.
Una giornata molto particolare dunque, nel corso della quale si pensava anche che gli animali nelle stalle parlassero, così come a Natale e a san Bovo, ma nessuno doveva udire le loro parole. Per questo, si riempiva ben bene la greppia e per quel giorno non si entrava in stalla perché sarebbe stata morte certa per chi casualmente avesse sentito i loro dialoghi. E infatti, si racconta di quel tale che, attardatosi in stalla, abbia udito:
“Ti bò da fòra e ti bò da man, còssa faremo doman? Sa ne sémo còssa fare a portarén el boaro a soterare”.
E il tizio immancabilmente morì.
Sant’Antonio abate in Polesine era altresì il patrono dei mulini sul Po, sempre a motivo del pericolo del fuoco. La sera del 17, i mugnai si ritrovavano nelle osterie rivierasche per solenni bevute in compagnia.
Oggi il giorno del Santo può essere anche l’occasione per rispolverare antiche tradizioni rurali, riscoprendo un menù tipico del periodo invernale.
Il Quattrocento non fu sicuramente un secolo esemplare per l’organizzazione religiosa nelle parrocchie della diocesi di Ferrara, spesso affidate a sacerdoti di provenienza forestiera, talora di scarsa levatura morale ed intellettuale. Solo col Concilio di Trento (1563) saranno istituiti i seminari, dove gli aspiranti sacerdoti avranno una formazione scolastica e religiosa ed anche una selezione attitudinale, adeguata al loro compito.
In precedenza, la preparazione al sacerdozio avveniva attraverso un apprendistato di alcuni anni presso qualche arciprete rettore di una chiesa pievana, anche se fin dal 1425 il vescovo ferrarese Petro Boiardi, anticipando i provvedimenti del Concilio di Trento, aveva istituito presso il Capitolo della Cattedrale una scuola per i chierici. L’incidenza di tale schola clericorum dev’essere stata però di modesta entità, se è vero che a distanza di venti e passa anni (verbali della visita pastorale del vescovo Dal Legname, 1449), troviamo ancora, specie nelle chiese più periferiche della diocesi ferrarese, sacerdoti di scarsa cultura e dal comportamento censurabile. È il caso delle parrocchie di Trecenta e Sariano, la prima affidata ad un prete ubriacone (vedi Ventaglio 41 pag. 66), la seconda ad un individuo ancor peggiore, che avremo modo di conoscere nel corso della presente narrazione.
Innanzi tutto va detto che essendo la chiesa di Sariano di diritto juspatronale, cioè privata, anche se di uso pubblico, la nomina del parroco spettava al proprietario dell’edificio di culto e non al Vescovo di Ferrara, come a Trecenta. Il juspatronato della chiesa di Sariano, apparteneva al nobile casato ferrarese dè Contrari, da quando il Conte Uguccione venne infeudato (1402) per sé e figli maschi legittimi e naturali, della Castalderia di Sariano, da parte del marchese Nicolò III d’Este.
Ma, defunto che fu il grande Uguccione (1379-1448), il casato dei Contrari entrò in una fase di temporanea crisi, essendo i suoi figli Nicolò e Ambrogio ancora minori d’età e sotto tutela della madre Camilla, quindi non in grado di succedere al padre nella gestione degli affari di famiglia.
Fu così che, forse approfittando della momentanea disorganizzazione, ebbe modo d’insediarsi presso la parrocchiale di San Maurelio in Sariano un certo Don Giacomo da Santa Vittoria delle Marche, sedicente prete.
In realtà si trattava di un impostore, che aveva trovato l’occasione buona per allocarsi sotto un tetto coi suoi tre figli ormai adulti e godersi la prebenda parrocchiale, rinunciando, ma solo per prudenza, alla compagnia della sua donna, tenuta momentaneamente lontana in teritorio Padue.
Il furbacchione, nella canonica di Sariano ci sarebbe durato a lungo, se non avesse incontrato sulla sua strada il rigoroso vescovo ferrarese Francesco Dal Legname¹. Senza farsi preannunciare, il Presule giunse in visita pastorale la mattina del 3 maggio 1449. Missa celebrata, come da prassi, seguì il controllo delle formalità e qui si accorse che Don Giacomo era sine titulo aliquo iusto et legitimo, senza alcun documento di nomina a parroco e forse, nemmeno consacrato prete.
Il sedicente prete, come giustificazione, disse di esser lì in forza di un incarico verbale da parte del vicario vescovile che, circa un anno prima, lo avrebbe pregato di avere buona cura delle anime della parrocchia. Una versione dei fatti che non convinse, anzi, insospettì ancor di più il Vescovo, che si mise ad esaminare la preparazione professionale del nostro, con una serie di domande in latino. Risultato: Don Giacomo, pur non essendo analfabeta, non capiva un accidente di latino, né parlato, né scritto, non intelligit et nescit exponere quod legit, inoltre, non conosceva la formula della consacrazione e nemmeno quella dell’assoluzione, nesciebat verba sacramentalia substantialia… nec sciebat absolucionem a peccatis, ammesso che conoscesse quali fossero i peccati mortali e i doveri di un cristiano. Infatti, incalzato dal vescovo, non sciebat quot sint peccata mortalia et precepta legis. In quanto alle preghiere e alla lettura del breviario, non dicit officium nec habet breviarium.
Come nei casi più scabrosi, anche qui si rese necessario l’esame di alcuni testimoni ed allora entrarono in gioco le colorite deposizioni dei tre massari della parrocchia di Sariano.
Il primo ad essere interrogato fu un certo Bartolomeo, detto Bertone, che rivelava al Vescovo alcuni aspetti della condotta del prete: ogni tanto abbandonava la chiesa per andarsene in padovana a trovare la concubina, tralasciando di celebrare la messa persino nei giorni festivi; inoltre, teneva nella casa parrocchiale non solo i tre figli, ma anche qualche altro giovinastro, quendam alium iuvenem qui est bannitus de Paduano, bandito dal Padovano! In quanto ai redditi della chiesa, disse che erano tutti mal spesi pro victo suo et filiorum suorum.
Di che pasta fossero il reverendo e i suoi rampolli, lo spiegava meglio il secondo testimone, Giacomo Paganelli, il quale disse che, sibi videtur, a suo giudizio, il prete è homo rudis, rozzo, incolto, ma precisava che non era suo compito entrare nel merito di aspetti personali. Teneva invece a dire un particolare agghiacciante: i figli del prete, avevano ucciso per vendetta un uomo nel Padovano, ritenuto colpevole di aver ammazzato un loro fratello, innescando così una specie di faida rusticana e per questo si erano rifugiati a Sariano! In quanto alla gestione del beneficio parrocchiale, Don Giacomo non solo aveva dilapidato le cento lire marchesine della rendita fondiaria, ma anche le elemosine raccolte negli anni precedenti. Casse vuote e apostolato assente: omnes non sunt confessi et comunicati et multi sunt blesfematores….
Il terzo testimone, Andrea Bucholus (Buccolo?), confermava il tutto, aggiungendo altri particolari su Don Giacomo: vadit cum armis, gira armato e ha pure il vizio del bere, vadit ad tabernam dicte ville ad bibendum. E un ubriaco armato può essere molto pericoloso, anche se prete. Circa la situazione economica, stessa musica: dispensat bona ecclesie cum eis non bene; un disastro anche quella religiosa: non credit quod omnes sint confessi et comunicati, mentre sono in preoccupante aumento i bestemmiatori.
Le accuse erano talmente gravi che il Vescovo decise di sentire un quarto testimone, prima di adottare i provvedimenti del caso. L’ultimo interrogato, Paolo Mazzi, abbandonata ormai ogni reticenza, decise di vuotare il sacco e raccontò come in Sariano fosse persino morta una donna di parto sine confessione et comunione, quia presbiter, perchè il prete, erat in teritorio Padue e che la canonica era diventata un covo di banditi, in quanto don Giacomo tenet de die et de nocte in domo sua tres suos filios et alios bannitos paduanos cum armis et panceriis (corazze) e pure un bordello, per aver visto coi suoi occhi la concubina del prete quando venne a Sariano e stetit in domo dicte ecclesie per unam noctem cum eo. E non solo gli aveva dato tre figli, ma anche due femmine, unam nuptam et aliam non nuptam in teritorio Padue. In quanto ai redditi della chiesa, disse prout allii supradicti, come i precedenti: dilapidati tutti dal prete e dagli allegri inquilini della canonica.
Durissimo, ma ineccepibile, il provvedimento del Vescovo: intimava a don Giacomo e ai suoi tre figli, di lasciare entro tre giorni, peremptorio termino, la chiesa di Sariano e la diocesi di Ferrara et amplius non reverti e non farvi mai più ritorno, sub pena perpetui carceris. E raccomandò ai massari fideliter custodiant bona omnia, di tener d’occhio tutti i beni, affinché i gaglioffi, nel fare i bagagli, non avessero ad asportare l’argenteria sacra ed altri oggetti dalla chiesa.
La deplorevole situazione venne infine sanata da donna Camilla Contrari, che un mese dopo, il 5 giugno 1449, presentava al Vescovo Dal Legname il nuovo rettore di Sariano, nella persona di don Bartolomeo Grapaldi, figlio di Ugolino, originario di Brescello.
Di questo prete al momento non sappiamo nulla, ma vogliamo sperare che la terra della saga cinematografica di Peppone e Don Camillo, abbia cresciuto anche in quei tempi una tempra di sacerdote, solido nella fede e nel corpo, in grado di correggere con le buone o le cattive, gli incalliti bestemmiatori di Sariano.
Era il tempo in cui valorosi comandanti attraversavano terre e città polesane, sopra cavalcature bardate a tutto punto, seminando a volte terrore e morte.
Trattavasi dei potenti Estensi che, coalizzati con altri Stati e Ducati, contrapponevano le loro armate all’espansione della Serenissima. Il Polesine in quelle circostanze, diveniva così terra di conquista e scontri militari, subendo improvvisi cambiamenti di sovranità, venendo assoggettato ora all’uno ora all’altro dei contendenti.
I repentini mutamenti politici, a quanto pare, non rappresentavano però un fattore in grado di sconvolgere più di tanto l’esistenza dei polesani, giacché altre erano le piaghe consuete con cui dovevano fare i conti: gravi carestie, alluvioni catastrofiche ed altre tremende avversità.
A garantire la funzionalità dei servizi militari e pubblici, venivano incaricati personaggi provenienti da città lontane, tra le quali Ferrara, Padova o Venezia.
Tra gli altri troviamo il Conte Collaltino di Collalto, discendente di famiglia Longobarda, uomo d’arme, ma a quanto pare anche interessato agli “affari di cuore”, tanto da rivolgere le sue attenzioni verso una donna di grande levatura quale fu la poetessa Gaspara Stampa, autrice di una raccolta di poesie intitolata “Rime”.
Ed è proprio in virtù delle composizioni poetiche della colta donna del Rinascimento che veniamo a conoscere l’esistenza di un legame amoroso tra i due. Un legame che – a quanto si comprende dalla lettura di una sua poesia – il conte Collaltino intendeva quanto meno allentare. Proprio di questo si lamenta la donna/poetessa nel suo scritto, nel quale apprendiamo che in quel periodo il conte soggiornava a Lendinara.
“Nata con le muse” come disse il Bembo, Gaspara era dunque innamorata perdutamente del Conte Collaltino e soffriva per il suo disinteresse amoroso e la lontananza che spesso, per ragioni anche militari, lo portava in città straniere. Lui, a Venezia frequentava amichevolmente la famiglia della Stampa e aveva contatti con letterati e cultori delle arti. Da uno di essi, l’Aretino, ne ebbe le lodi, mentre il Sansovino, lo definì: “grazioso e gentil cavaliere: fautore delle lettere e amatore de’ virtuosi”.
Lei, accecata da un amore struggente, quando poteva lo seguiva nei suoi possedimenti, dimorando di volta in volta nei suoi castelli, ricevendo però soltanto tiepide effusioni che la spinsero a scrivere in rima il proprio angosciato stato d’animo. E, come detto, in una delle sue composizioni, come chiariscono i versi che qui riportiamo, fa riferimento al soggiorno del Conte a Lendinara:
“… Tu, che fai ora a Lendenara giorno, almo mio sole, ed a me notte oscura. Sole, a cui sempre col pensier ritorno. De l’alta fede mia sincera e pura tien’lmen la memoria che si deve, che durerà fin che mia vita dura. E, se degna pietà ti move, in breve o scrivi, o vieni o manda, si ch’io sia scema di cura dispietata e greve. Chè tanto durerà la vita mia, quant’io sarò sicura d’essere cara e d’esser presso a chi ‘l mio cor desia, il mio cor, ch’ora alberga in Lendenara”.
Gaspara Stampa manifestò il suo ardente amore per il Conte Collatino per ben tre anni dal 1549 al 1551, rassegnandosi infine al suo destino di sconfitta, trovando nel verseggiare un rifugio per i suoi sentimenti angosciati. Morì a soli trent’anni, il 23 aprile del 1554.
Un altro esempio amoroso, legato a Lendinara nel corso del XVI secolo, ha come punto di partenza la città di Mantova. Correva l’anno 1512.
– Era una sera tranquilla d’Agosto, e fuori il cielo coperto di nubi, affrettava l’oscurità, che silenziosa avvolgeva la Reggia.
La Luna al suo primo quarto baluginava specchiandosi sulle acque del lago e, da lontano, echeggiavano tra i boschi d’intorno, le grida di uccelli notturni.
Da un balcone a terrazza della villa, che dava lo sguardo al Lago Inferiore, due figure sostavano conversando a bassa voce.
“…..la vostra bellezza mi confonde o mia diletta, ed a voi, seguendo i miei desiri ardenti, vo a dedicare questo mio canto”.
“Cantate or dunque mio nobile signore, a che Amor la sua mercè mi fa sentire e scolto”.
Iniziava così la travagliata storia d’amore tra la bella Brognina e il Vice Re di Napoli Ramòn Folch de Cardona. Il quale, ospite del marchese Francesco II Gonzaga, partecipava con il rappresentante del papa il Bibbiena, con il Vescovo di Gurk consigliere dell’imperatore, al congresso della Lega Santissima.
Ad intrattenere gli ospiti illustri, con balli, canti e atteggiamenti al limite del lecito, furono le graziose e colte donzelle della marchesa Isabella d’Este. Tra loro, campeggiava Eleonora Brognina, bella e di raffinate maniere, dolcissima ed eloquente nell’arte della conversazione, che destò l’immediato interesse del nobile Ramon Folch de Cardona.
Da quella sera, seguirono sempre più frequenti incontri tra il Vice Re di Napoli ed Eleonora, un idillio che la bella Brognina decise di interrompere all’improvviso abbandonando la Corte per farsi monaca. Ma in convento rimase solo pochi mesi perché ben presto, stanca di quella vita di privazioni, decise di fuggire.
Lo venne a sapere Ramòn, che si attivò immediatamente per riaverla, assegnandole una dote di 2.000 scudi d’oro. Ma Lei, donna colta, discepola di Isabella d’Este, nonostante la consistente dote, ritenne di mantenere fede ai suoi propositi di interrompere il legame amoroso, abbandonando nuovamente la Corte.
Ma il viceré non desistette ed ancora una volta avviò le ricerche incaricando i sui emissari di trovarla e condurla da Lui, che nel frattempo, si era portato con il suo esercito a Lendinara.
Fu così che il carro dove Lei “logiava”, giungeva nella patria dei Canozi al calar del sole e, lentamente, procedendo tra un filare di salici, terminava la sua corsa su un ampio spazio delimitato da siepi e arbusti. Là, alcune fiaccole illuminavano gruppi di tende disposte a quadrilatero e, a fianco di esse, molti soldati in armi vi sostavano. Erano giunti nel quartier generale dell’esercito spagnolo.
Ad accoglierla, tra lo sguardo attonito delle guardie, c’era Ramòn con a fianco il Comandante generale Hernando De Avalos, marchese di Pescara. Lei, arresasi alla determinazione del suo potente pretendente, si lasciò condurre presso la tenda maggiore del presidio. Passarono giorni e notti di amore intenso, ospitati ora nei palazzi nobiliari della città, ora nella maggior tenda del presidio militare, sino a che nell’ottobre del 1514, i veneziani non attaccarono il Polesine.
Ramòn, per salvaguardare l’incolumità della sua amata, la fece portare a Goito dove ella poco dopo partorì due figli maschi.
Ma le traversie non erano terminate, giacché il nome della affascinante donzella ebbe eco sino a Milano, dove Francesco I° Re di Francia governava. Il sovrano, colto da brama di conoscere una donna tanto vagheggiata, la fece rapire. Non passarono che pochi giorni, quando alcune persone fidate del Vice re di Napoli riuscirono a raggiungerla e a riportarla a Goito.
Dopo quattro anni, il viceré Ramon de Cardona trasferì a Napoli la bella Eleonora, dandole come marito Gutierrez de la Padilla e assegnandole, a ricordo del suo amore, un feudo fuori città.
Storie d’amore d’altri tempi che in modo tanto diverso ebbero come riferimento Lendinara: il primo, un amore travagliato non corrisposto, a causa del quale la giovane Gaspara visse pene amorose che a poco a poco la condussero alla morte; il secondo, un amore nato dal forte desiderio di conquista di un potente personaggio sposato che, pur amando la bella Eleonora, nell’impossibilità di trovare uno sbocco al loro rapporto, la fece unire in matrimonio ad un suo familiare, donandole inoltre, ricchezza e fama.
Ai nostri giorni si sottolinea spesso l’accentuata disaffezione dei cittadini dalle pratiche religiose, al punto che il papa Benedetto XVI ha avviato un nuovo dicastero preposto alla Rievangelizzazione dell’Europa.
Ma un secolo fa, agli albori del ‘900, come si presentava la situazione nel Delta? C’era più interesse per la religione o al contrario si registrava una diffusa insofferenza nei confronti della Chiesa? Vediamo.
La nostra indagine si è rivolta in particolare alla parrocchia di Ariano.
Premessa storica
In questo periodo la comunità attraversava una fase di accelerato cambiamento e di incremento della popolazione a seguito del compimento della bonifica idraulica che interessò oltre 12.000 ettari di superficie nei tre Comuni dell’Isola di Ariano. Lo stabilimento idrovoro di Ca’ Vendramin, ammirevole per l’imponente mole e le innovative soluzioni tecniche adottate, simboleggiò la perfetta riuscita dell’opera.
I braccianti, sensibili alle idee di giustizia sociale propagandate dai socialisti, costituiscono le prime leghe di miglioramento. Si proclamano scioperi nelle campagne per rivendicare un miglioramento dei patti agricoli e dei salari, giustificati dall’eccezionale incremento della produzione agricola. I fratelli Gaetano e Federico Violati Tescari realizzano un apparecchio per l’aratura a trazione elettrica in grado di dissodare il terreno a 40 centimetri di profondità. Nella loro officina meccanica, modernamente attrezzata, lavoravano oltre cinquanta operai alcuni dei quali, mettendo a frutto talento personale, inventiva ed esperienze di lavoro, diedero in seguito vita ad attività artigianali rilevanti e autonome (Campaci, Orlandini).
La frequenza dei sacramenti
Detto questo prendiamo in esame il rapporto fra la gente comune e la Chiesa, nel primo decennio del ‘900 partendo dal primo dei Sacramenti, il Battesimo. I genitori non sembravano dimostrare particolare premura di portare i neonati al fonte battesimale entro gli otto giorni canonici. Pochi chiedono l’iniziazione cristiana il giorno successivo alla nascita. La maggior parte di loro lascia trascorrere almeno quindici giorni.
Taluni “ritardano di mesi e qualche anno” annota don Eugenio Ranzato, rettore della chiesa di Rivà¹. I sacerdoti dichiarano concordemente che – in ogni caso – le mam-mane erano sufficientemente istruite per battezzare i neonati in pericolo di vita.
Nell’ammettere i padrini non sempre era possibile imporre il pieno rispetto delle regole stabilite. Bisognava tener conto della varietà di opinioni presenti all’interno del tessuto sociale entro il quale il sacerdote operava, ridurre al minimo le esclusioni, inevitabili se si fosse pretesa la rigida applicazione del rituale². Un atteggiamento intransigente avrebbe trasformato credenti pigri o indifferenti in avversari maldicenti e risentiti. Di qui la flessibilità adottata nel valutare la scelta dei padrini, a meno che non si trattasse di “pubblici peccatori”³.
I genitori rifiutano il suggerimento di modificare il nome prescelto per i propri figli. I tentativi, non sempre convincenti, del celebrante di opporsi all’imposizione di nomi stravaganti falliscono. Per il quieto vivere perciò “si lasciano passare nomi che a rigore non andrebbero”, avendo l’avvertenza di aggiungerne un secondo che attenui la sconvenienza del primo. La questione si risolve con un tacito compromesso, che di fatto concilia l’autonoma decisione parentale col rispetto delle regole canoniche.
Passiamo all’Eucarestia. I cattolici devono accostarsi almeno una volta all’anno “a partire dall’età della ragione” (dato piuttosto opinabile), alla confessione e alla comunione, dopo aver compiuto un percorso minimo di istruzione e preparazione catechistica. Ai ragazzi era consentita la confessione in anticipo rispetto alla prima comunione: tale pratica, benché sollecitata, non era diffusa preferendosi la contestuale celebrazione.
Le bambine utilizzavano il confessionale riservato alle donne e, se troppo piccole, si inginocchiavano davanti alla porticina, alla presenza dei fedeli e di coloro che le accompagnavano. Uomini e donne affetti da sordità potevano accedere a un confessionale riservato, lontano da orecchie indiscrete, collocato all’interno della sagrestia. Nel tempo pasquale, per la funzione delle Quaranta ore e in occasione di esercizi spirituali o – più raramente – in altre festività, i parroci mettevano a disposizione confessori straordinari.
Adempivano al precetto della comunione pasquale circa un terzo dei fedeli comunicandi nella parrocchia di Ariano (presumibilmente 1600-1700), circa mille persone nel paese di Rivà, poco più di metà delle donne ed un quarto degli uomini a Santa Maria in Punta. In queste tre chiese si accostavano settimanalmente alla comunione rispettivamente 50, 12, 6-7 fedeli, per lo più donne.
I ragazzi erano ammessi alla prima comunione all’età di 11 anni. Nessuno, di regola, doveva superare i 12. Ma l’età era protratta anche oltre, a causa della trascuratezza dei genitori “che vanno via sempre cambiando padrone” (Rivà) o per “cattiveria del giovane stesso, o per difetto o ignoranza delle cose necessarie”. Ma alcuni raggiungevano anche 18-20 anni, per indifferenza propria. Il sacerdote di Ariano portava la comunione al capezzale degli infermi una sola volta l’anno, in occasione della Pasqua. Nella curazia di Santa Maria in Punta questo avveniva anche durante l’anno e a Rivà, fuori della Pasqua, solo a chi lo richiedeva.
Veniamo ora al Matrimonio, altro momento fondamentale per la conoscenza dei costumi religiosi. Pochissime coppie si accostavano alla confessione e alla comunione durante la cerimonia nuziale. I matrimoni celebrati solamente in chiesa, non seguiti dall’atto civile, erano in tutto una decina. Circa trenta coppie risultavano unite col solo contratto civile. I coniugi separati – in genere per incompatibilità di carattere – erano pochi nella parrocchia di Ariano; uno soltanto a Rivà (“gli fuggì la moglie in altri paesi”); due in Santa Maria (“una per non avere casa propria, l’altra per il capriccio”). Le coppie unite di fatto, senza vincolo religioso né civile (“pubblici concubini”) assommavano a quaranta, di cui 32 a Santa Maria.
E veniamo alla Estrema Unzione. Nella società contadina si nasceva e si moriva in casa. Il sacerdote portava la comunione ai moribondi, se la distanza da percorrere era breve, accompagnato dai fedeli, da lumi, al suono di tutte le campane. Fuori del paese, nei casolari di campagna, usava un solo lume e un campanello. Se la distanza era eccessiva, o durante la notte, in caso di urgenza o di condizioni atmosferiche avverse, il viatico era portato senza alcun apparato esteriore.
Quando l’infermo era considerato prossimo al trapasso, il sacerdote impartiva l’estrema unzione indossando la cotta e la stola. In certi casi il sacramento veniva somministrato con difficoltà, persino all’insaputa dei familiari e senza cotta per non impaurire l’ammalato.
I funerali erano celebrati di solito con l’accompagnamento di un solo prete, a volte con due o più. Il carro funebre veniva ricoperto dal panno mortuario dei poveri (se si trattava di povera gente) o dal panno dei confratelli del Santissimo Sacramento, dietro corresponsione di due lire e mezzo.
Rarissimi i funerali civili (uno o due l’anno), ma eloquenti per la nostra analisi. Testimoniano una concezione rigorosamente atea della vita e distacco assoluto dalla Chiesa.
Il rifiuto della sepoltura ecclesiastica avviene in un momento in cui risulta psicologicamente difficile sottrarsi al richiamo profondo di misericordia e di salvezza insito nel messaggio cristiano. La decisione non viene di solito presa da un singolo, ma da una cerchia parentale ristretta, in nome del rispetto della volontà del defunto, per sanzionare con un atto definitivo e coerente una scelta di vita.
L’arteria più importante caratterizzante il territorio polesano in epoca romana si trovava nel Delta ed era rappresentata dalla via Popillia, sul cui tracciato si sovrappose poi la Romea, in grado di unire l’Italia all’Europa centro-orientale. A seguito di eventi naturali, però, essa fu ben presto interrotta e, alla caduta dell’Impero, non godette più della normale manutenzione. Così il territorio polesano piombò in un isolamento che durò per molti secoli.
Alla fine del ‘700 la mobilità delle persone e delle merci era ancora seriamente ostacolata dalle pessime condizioni della viabilità: solo seguendo gli argini era possibile sfuggire al pantano che rendeva impraticabili le poche strade esistenti, caratterizzate, tra l’altro, dal fondo in terra o in sabbia. Spesso era possibile spostarsi solo a piedi, dato che le vie non permettevano il transito dei carri e dei cavalli.
Una situazione di tal genere, comunque, non sembrò manifestare la gravità che avrebbe potuto avere altrove, a causa della scarsità di abitanti. Risulta, infatti, che negli ultimi anni del ‘700 la popolazione dell’intera Provincia non raggiungesse le 100.000 unità.
Le prime strade
Le prime strade con fondo ghiaioso comparvero solo verso la prima metà dell’800 ma permisero collegamenti più agevoli solo verso il Padovano. Nel 1855, infatti, fu approntata l’Adria-Cavarzere, che, oltre l’Adige, si collegò alla già esistente strada per Piove di Sacco. Contemporaneamente si costruì pure la Rovigo-Adria, che nel capoluogo confluì nella via postale. Quest’ultima, lastricata a ciottoli, intersecava il Polesine da Polesella a Boara, per proseguire verso Monselice e Padova soltanto dopo che, nel 1857, fu realizzato il primo ponte di legno sull’Adige. Fu detto anche il “ponte di Sissi” perché costruito nel periodo del dominio austriaco, al tempo della vivace imperatrice.
Un serio impedimento alle comunicazioni era rappresentato dal gran numero di corsi d’acqua caratterizzanti il territorio. Loreo, completamente circondata da fiumi e canali, a causa del loro regime incostante, non poteva neppure fruire di tali corsi come stabili vie di comunicazione.
Il quadro che del Polesine ci dà il Bocchi, attorno alla metà dell’800, è tutt’altro che confortante: tutta la provincia appare ancora soggetta a continui allagamenti che rendono malsana l’aria per il proliferare delle zanzare e trasformano il territorio in un immenso pantano, del tutto inagibile; la popolazione è descritta come estremamente povera e ignorante, “tanto da essere paragonata a quella della Beozia” (sic).
Dalle sue pagine affiora, comunque, la speranza in un futuro migliore, fondata sull’opera delle nuove idrovore meccaniche. La prima applicazione nel Polesine della forza del vapore per prosciugare le terre avvenne a poche chilometri da Adria, nella tenuta di Forcarigoli, di proprietà della baronessa Olga Salvagnini Bujacivich. Per molto tempo ancora, tuttavia, i luoghi più bassi ed umidi, specie nei pressi di Loreo, continuarono ad essere tenuti a risaia, con grave pregiudizio per la salubrità dell’aria e per la viabilità.
Risulta, infatti, che fino al 1857, anno dell’apertura di una strada provinciale, coloro che accorrevano al mercato di Loreo da Adria si mettessero in viaggio il giorno innanzi e ripartissero il giorno seguente, dato che occorreva più di mezza giornata per coprire il percorso!
Un altro punto focale della questione consisteva, poi, nella necessità di un regolamento stradale che stabilisse le competenze in materia di manutenzione, creando una normativa più consona ai tempi, capace di garantire l’effettiva agibilità delle strade.
Molte di queste, infatti, cadevano sotto la manutenzione dei frontisti i quali, non solo spesso tralasciavano l’incombenza di tenerle in buono stato, ma addirittura le “usurpavano in gran parte con la vanga” per allargare gli spazi coltivati. In tal modo esse divenivano di “ristrettezza” sempre maggiore, tanto che all’incrocio dei veicoli, “doveasi da parte di uno farsi incomoda sosta sul terreno”. Questo stato di cose fu più volte denunciato dai giornali dell’epoca, che sottolinearono come si “vivesse di sole speranze sull’ordinamento delle strade”.
Le ristrettezze economiche dei bilanci degli Enti pubblici locali impedirono di effettuare interventi capaci di apportare miglioramenti sostanziali alla viabilità. Un ostacolo, inoltre, era rappresentato dalla carenza in loco di materiali adatti per la pavimentazione come ciottoli, ghiaia di grana grossa, ecc. Con queste premesse le strade rimasero per lo più con fondo naturale.
Mentre quasi tutto il Lombardo-Veneto fu favorito, sul piano economico, dalla dominazione austriaca, l’area compresa tra l’Adige e il Po non vide migliorare di molto le proprie condizioni, anche per la sua posizione di confine, dapprima con lo Stato della Chiesa, poi col ben più scomodo Regno d’Italia.
All’Austria, di certo, non conveniva dotare questa zona di una buona viabilità, in previsione di un attacco meridionale; strategicamente era più opportuno disporre di un territorio poco accessibile e, all’evenienza, facilmente allagabile.
Le prime ferrovie
L’annessione al Regno d’Italia, nel 1866, portò una ventata di speranze, che anche questa volta andarono però in parte deluse. Una novità fu rappresentata, comunque, dalla costruzione di linee ferroviarie, che andavano estendendosi un po’ in tutta Italia. Nel giro di qualche decennio alla Padova-Rovigo, già aperta dagli Austriaci proprio nel ‘66, ultimo anno del loro dominio, si aggiunsero la Rovigo-Ferrara, che completò la direttrice Padova-Bologna, nel ‘71, la Rovigo-Adria nel ‘76, la Rovigo-Legnago nel ‘77 e infine l’Adria-Chioggia nell’87.
In tale contesto l’asse ferroviario Legnago-Rovigo-Adria-Chioggia si impose come una direttrice longitudinale, estremamente importante per una zona povera e sprovvista di valide alternative riguardo la viabilità. Basti pensare che, nell’area più orientale, la linea rappresentò la prima stabile via di comunicazione fornita di ponti: l’Adige e il Brenta, infatti, nel loro basso corso, furono fino al 1887 attraversabili con passi natanti di portata irrisoria, che effettuavano un servizio regolare solo quando il tempo e la corrente dei fiumi lo permettevano.
Quello delle “vie ferrate”, comunque, è un altro capitolo della storia locale, correlato alla prima, timida, comparsa della Rivoluzione Industriale in Polesine, che merita di essere approfondito in un’altra specifica trattazione.